Armi in deroga

Da Washington ad Ankara, da Kiev a Roma, il riarmo europeo avanza sospendendo le proprie regole: clausole di bilancio per i missili e nessuna per la cura, prestiti a quarantacinque anni, programmi che vincolano legislature future. Chi decide, chi guadagna, chi ne paga il prezzo.

Il 23 luglio 2026, nella Healy Hall della Georgetown University di Washington, il commissario europeo per la Difesa e lo Spazio Andrius Kubilius ha aperto la terza edizione della EU Defense Night, l’appuntamento con cui la delegazione dell’Unione europea negli Stati Uniti si presenta ogni anno al mondo dell’industria militare americana. Il titolo scelto per la serata era già un programma politico condensato in tre verbi: innovare, integrare, difendere. In sala, accanto ai funzionari delle due sponde dell’Atlantico, sedevano gli investitori convocati dal gruppo della Banca europea per gli investimenti e i dirigenti delle imprese che dall’espansione delle spese militari europee ricavano ordini e fatturato.

Nello stesso giorno, a settemila chilometri di distanza, in una sala della Camera dei deputati, l’Osservatorio Mil€x presentava il proprio Annuario 2026 sulle spese militari italiane. Due stanze, due contabilità dello stesso fenomeno. Nella prima si celebrava un’espansione e la si offriva al mercato. Nella seconda se ne misurava il costo accumulato, se ne ricostruiva la traiettoria e se ne denunciava l’opacità crescente.

Fra quelle due stanze passa la questione politica decisiva di questo decennio europeo. Non riguarda soltanto quanto si spende per le armi, ma il modo in cui la spesa militare sta cambiando natura: da capitolo di bilancio soggetto a decisione annuale a infrastruttura permanente, dotata di strumenti finanziari propri, di regole fiscali in deroga, di una filiera industriale che si organizza su orizzonti decennali e di una narrazione che ne rende la contestazione politicamente costosa. Questo articolo prova a ricostruire quell’architettura, a verificarne i numeri e a individuare chi ne sostiene concretamente il costo.

1. Una serata d’affari alla Georgetown University

La EU Defense Night non è una cerimonia diplomatica. È una fiera. La prima edizione, nel 2024, si tenne alla vigilia del vertice NATO di Washington. La seconda, nel 2025, subito dopo il vertice dell’Aia, e fu costruita attorno alla cifra simbolica di una mobilitazione finanziaria senza precedenti nel settore. La terza, quella del 2026, si è svolta mentre l’Unione prepara una nuova Strategia europea di sicurezza, e ha visto la delegazione europea affiancarsi al gruppo della Banca europea per gli investimenti per illustrare agli operatori le opportunità aperte dai nuovi strumenti comunitari e dagli impegni finanziari degli Stati membri.

Il programma è esplicito. Un Investors Forum organizzato dalla BEI apre la serata; segue il discorso del commissario; poi una sequenza di conversazioni su intelligenza artificiale applicata alla guerra, opportunità di coproduzione, resilienza delle catene di fornitura e casi di successo sul campo di battaglia ucraino. Non è un dettaglio organizzativo: è la struttura stessa del messaggio. La politica di sicurezza europea viene presentata, in una sede accademica americana, come una proposta di investimento rivolta al capitale privato.

Il contenuto dell’intervento di Kubilius, ripreso e tradotto in Italia nei giorni successivi, si articola su quattro assi. Il primo è la riaffermazione del legame euroatlantico in chiave difensiva rispetto allo spostamento del baricentro economico mondiale verso Cina e India. Il secondo è l’identificazione della Russia come minaccia principale e il richiamo a una NATO ricalibrata, quella che il dibattito atlantico chiama ormai NATO 3.0, nella quale gli europei si assumono la responsabilità primaria della difesa convenzionale mentre gli Stati Uniti conservano l’ombrello nucleare e spostano risorse verso l’Indo-Pacifico. Il terzo è la rivendicazione di quello che il commissario definisce un big bang della spesa militare europea. Il quarto, il più significativo dal punto di vista politico, è la descrizione del grado di integrazione ormai raggiunto fra l’industria bellica europea e quella ucraina.

Va precisato un punto, perché la ricostruzione giornalistica di quel discorso ha talvolta sovrapposto immagini diverse. La contrapposizione fra il giardino europeo e la giungla del resto del mondo appartiene al lessico di Josep Borrell, che la usò nel 2022 suscitando polemiche internazionali, e non compare nei passaggi attribuiti a Kubilius. La metafora del porcospino d’acciaio, riferita all’Ucraina, appartiene invece a Ursula von der Leyen. Sono immagini che aiutano a leggere il quadro mentale di una parte delle élite europee, ma vanno attribuite a chi le ha effettivamente pronunciate.

2. L’aritmetica della minaccia

Il discorso di Washington poggia su numeri. Vale la pena esaminarli uno per uno, perché è sui numeri che si costruisce la legittimazione di una scelta di bilancio destinata a durare dieci anni.

La prima affermazione riguarda la quota del bilancio russo assorbita dalla macchina bellica, indicata attorno alla metà del totale. I documenti ufficiali dicono qualcosa di diverso e più preciso. Il bilancio federale approvato alla fine del 2025 destina circa 12,9 mila miliardi di rubli alla voce difesa nazionale e circa 16,8 mila miliardi alla somma di difesa e sicurezza interna, ossia intorno al 38 per cento della spesa federale complessiva. Il SIPRI stima la spesa militare russa al 7,5 per cento del prodotto interno lordo nel 2025, con una previsione in calo relativo per il 2026. Tuttavia l’esecuzione di bilancio del primo trimestre 2026 racconta un’altra storia: 5,9 mila miliardi di rubli di spesa militare, il 30 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, pari al 46 per cento della spesa federale del trimestre. La cifra evocata dal commissario è dunque lontana dal dato programmatico ma vicina a quello di cassa. Con un’avvertenza decisiva: circa l’84 per cento della spesa militare russa è classificata, il che rende la verifica indipendente strutturalmente impossibile. Su questa impossibilità si costruisce buona parte della retorica della minaccia.

La seconda affermazione riguarda i droni: dieci milioni di apparecchi che la Russia sarebbe in grado di impiegare l’anno prossimo. Nel marzo 2026 lo stesso commissario indicava una forbice fra sette e nove milioni per il 2026. La cifra cresce senza che venga resa pubblica una metodologia di calcolo. Non significa che la minaccia sia inventata, significa che il dato viene usato come argomento politico prima ancora che come stima verificabile.

La terza affermazione riguarda il confronto con gli Stati Uniti. Otto Paesi europei spenderebbero già più di Washington in rapporto al prodotto interno lordo, con gli Stati Uniti al nono posto attorno al 3,2 per cento. Le stime NATO diffuse alla vigilia del vertice di Ankara collocano effettivamente gli Stati Uniti al 3,17 per cento del PIL per la difesa cosiddetta core, con Lituania al 5,33, Estonia al 5,10, Lettonia al 4,92, Polonia al 4,68 e Grecia al 3,65. La media dell’Alleanza si attesta al 2,86 per cento, mentre gli alleati europei più il Canada raggiungono il 2,53 per cento, per circa 634 miliardi di dollari, arrivando al 42,7 per cento della spesa complessiva NATO contro il 30,3 per cento del 2021.

Il dato è corretto ma l’uso che se ne fa è ingannevole. La percentuale sul prodotto interno lordo misura lo sforzo fiscale, non la capacità militare. Il 4,68 per cento polacco vale circa 53 miliardi di dollari; il 3,17 per cento statunitense vale oltre mille miliardi. Il parametro percentuale è stato scelto proprio perché produce un obbligo permanente indicizzato alla crescita: più il Paese si arricchisce, più deve armarsi, indipendentemente da qualunque valutazione sulla minaccia effettiva. È una regola di automatismo, non una decisione strategica rinnovata anno per anno. La previsione con cui Kubilius chiude il ragionamento, mille miliardi di euro l’anno di spesa militare dei Paesi europei entro il 2030, discende meccanicamente da questo automatismo.

3. Ankara, la fabbrica degli impegni

Il quadro entro cui si muove la Commissione è stato fissato tre settimane prima, il 7 e l’8 luglio 2026, al vertice NATO di Ankara. La dichiarazione finale conferma la definizione della Russia come minaccia per la sicurezza euroatlantica e impegna gli alleati europei e il Canada a fornire all’Ucraina 70 miliardi di euro in equipaggiamenti, assistenza e addestramento nel 2026, con l’impegno sovrano a mantenere un livello almeno equivalente nel 2027. Da qui la cifra di 140 miliardi su due anni entrata nel lessico politico. Il vertice ha inoltre lanciato un programma da circa 40 miliardi di dollari in cinque anni per le capacità anti-drone, con l’obiettivo di quintuplicare il numero di operatori di sistemi senza pilota, e un investimento da 27 miliardi di euro per la modernizzazione delle infrastrutture di stoccaggio e distribuzione dei carburanti verso il fianco orientale. Gli alleati europei e il Canada, si legge nei documenti dell’Alleanza, hanno aumentato gli investimenti nella difesa core di oltre 139 miliardi di dollari dall’impegno assunto all’Aia nel 2025 di raggiungere il 5 per cento del prodotto interno lordo entro il 2035, articolato in 3,5 per cento di difesa in senso stretto e 1,5 per cento di spese connesse.

Sui 140 miliardi occorre però essere precisi, perché la cifra è stata comunicata come se fosse denaro nuovo. Non lo è interamente. Vi confluiscono programmi bilaterali già esistenti e soprattutto il prestito europeo di sostegno all’Ucraina, che vale fino a 90 miliardi. La dichiarazione non ripartisce l’onere fra gli alleati: stabilisce un totale e lascia ai bilanci nazionali, dunque ai parlamenti futuri, il compito di riempirlo. È il meccanismo tipico di questa stagione: l’impegno viene assunto in sede internazionale, la copertura viene cercata dopo, in sede nazionale, quando contestarla significa venir meno alla parola data dal Paese.

L’Italia si è presentata ad Ankara dichiarando una spesa per difesa e sicurezza pari al 2,8 per cento del prodotto interno lordo, cifra che comprende circa 0,7 punti di spese per la sicurezza interna, mentre le tabelle dell’Alleanza sulla sola difesa core continuavano a collocarla al 2,1 per cento. Il governo ha confermato l’obiettivo del 5 per cento nel 2035 lungo un percorso definito sostenibile: un incremento di circa 19 miliardi nel biennio successivo, fra i 6 e i 7 miliardi aggiuntivi nel 2027 e fra i 12 e i 13 nel 2028, per arrivare a circa il 3,2 per cento nel 2028.

4. L’Ucraina da Paese da difendere a modello industriale

Il passaggio più denso del discorso di Washington riguarda l’Ucraina, e non è un passaggio retorico. È la fotografia di un processo materiale già avviato.

Il 15 luglio 2026, in occasione della Giornata della Statualità ucraina e dell’undicesima visita di Ursula von der Leyen a Kiev dall’inizio dell’invasione, la Commissione europea e l’Ucraina hanno firmato un partenariato industriale nel settore della difesa. Contestualmente è stato lanciato il Drone Deal, ossia l’accordo per la produzione congiunta di droni e sistemi anti-drone entro la fine del 2026, ed è stato erogato un ulteriore miliardo a valere sul prestito di sostegno da 90 miliardi. Due giorni dopo la Commissione ha annunciato l’avvio dell’Alleanza dei droni fra industria europea e industria ucraina. L’intesa prevede inoltre di estendere la cooperazione alla produzione congiunta di missili antibalistici entro il 2028, con l’obiettivo dichiarato di colmare le lacune europee nella difesa aerea.

L’architettura finanziaria che accompagna questo processo è già definita. Il prestito di sostegno all’Ucraina, istituito dal regolamento europeo 2026/467, vale fino a 90 miliardi; per il solo 2026 il Consiglio ha approvato fino a 45 miliardi, di cui 16,7 di sostegno al bilancio e 28,3 destinati alle capacità industriali della difesa ucraina. Il programma europeo per l’industria della difesa dispone di 1,5 miliardi di sovvenzioni per il biennio 2026-2027, all’interno del quale è stato istituito uno strumento dedicato all’Ucraina da 300 milioni. Le imprese e i centri di ricerca ucraini sono stati associati al Fondo europeo per la difesa. Complessivamente, secondo la Commissione, l’Unione e gli Stati membri hanno fornito all’Ucraina 216,7 miliardi di euro dall’inizio dell’invasione, di cui 3,8 miliardi provenienti dai proventi degli attivi russi immobilizzati.

La produzione militare ucraina, ha ricordato lo stesso Kubilius parlando a Eurosatory nel giugno 2026, è passata da circa un miliardo di euro nel 2022 a circa cinquanta miliardi nel 2026; alla stessa fiera parigina le imprese ucraine presenti erano ottanta, contro le dieci di due anni prima. È una trasformazione reale e, dal punto di vista di un Paese aggredito, comprensibile. Il punto politico è un altro, e riguarda noi.

Ciò che viene presentato come solidarietà è anche, e sempre più, un trasferimento industriale in direzione opposta. Il campo di battaglia ucraino funziona come laboratorio: produce dati, dottrina, cicli di innovazione rapidissimi, prototipi validati sotto il fuoco. Quei risultati vengono capitalizzati dalle imprese europee e americane che partecipano ai programmi congiunti. Non è un caso che le conversazioni della serata di Washington sull’intelligenza artificiale applicata alla guerra e sulle lezioni del fronte vedano protagonisti i grandi gruppi tradizionali accanto alle società tecnologiche che hanno costruito sul conflitto la propria affermazione nel settore. La formula scelta da Kubilius, secondo cui l’Ucraina non riceve soltanto sostegno ma ne dà, è più esatta di quanto forse intendesse: descrive uno scambio, e negli scambi conta chi fissa i termini.

C’è di più. Lo stesso commissario ha sostenuto in più occasioni che l’adesione dell’Ucraina alla NATO non è oggi praticabile e che l’ingresso nell’Unione richiederà tempi lunghi, e ha quindi proposto un’Unione europea della difesa come sede di integrazione più rapida. Tradotto: l’Ucraina entra in Europa prima come asset militare e industriale, poi, forse, come comunità politica titolare di diritti. L’integrazione della sicurezza precede e sostituisce l’integrazione sociale e costituzionale. È una scelta precisa, e ha un precedente che dovrebbe far riflettere: ogni volta che l’Europa ha costruito legami politici a partire dalle filiere produttive strategiche, sono state le filiere a dettare l’agenda, non i diritti.

5. L’architettura finanziaria: come si è costruita la permanenza

Il riarmo europeo non è un evento, è un impianto. Conviene descriverne i pezzi, perché è nella loro combinazione che risiede il salto qualitativo.

Il primo pezzo è lo strumento SAFE, Security Action for Europe, entrato in vigore il 29 maggio 2025 come primo pilastro del piano ReArm Europe, poi ribattezzato Prontezza 2030. Mette a disposizione degli Stati membri 150 miliardi di prestiti a tasso agevolato, con scadenza a quarantacinque anni e un periodo di tolleranza di dieci. Diciannove Paesi hanno presentato domanda: la Polonia con circa 43,7 miliardi, la Francia con poco più di 15, l’Italia con 14,9, la Spagna con circa uno. La Germania non ha fatto richiesta, perché il suo merito di credito le consente di indebitarsi sui mercati a condizioni migliori.

Il secondo pezzo è la clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità. Consente di escludere dal percorso di aggiustamento della spesa netta un incremento fino a 1,5 punti di prodotto interno lordo all’anno per quattro anni, purché imputabile a maggiori spese per la difesa. Fra il luglio 2025 e il febbraio 2026 il Consiglio l’ha attivata per diciassette Stati membri. Nel pacchetto di primavera del semestre europeo 2026 la stessa clausola è stata estesa agli investimenti per la sicurezza energetica, entro lo 0,3 per cento annuo e con un tetto cumulato dello 0,6 per cento nel triennio, con effetto retroattivo alle misure adottate da febbraio 2026, cioè dall’inizio della guerra in Iran.

Il terzo pezzo è il bilancio pluriennale 2028-2034. La proposta della Commissione, che vale quasi duemila miliardi pari all’1,26 per cento del reddito nazionale lordo, destina 131 miliardi alla finestra difesa, sicurezza e spazio del nuovo Fondo europeo per la competitività: cinque volte le risorse del quadro precedente. La linea dedicata alla mobilità militare viene moltiplicata per dieci. Cento miliardi sono riservati all’Ucraina al di fuori dei massimali. Nello stesso periodo, dal 2028 al 2058, gli Stati membri cominceranno a rimborsare il debito comune contratto per il programma di ripresa post-pandemico.

Il quarto pezzo sono i programmi bandiera: l’Iniziativa europea di difesa dai droni, la Sorveglianza del fianco orientale, lo Scudo aereo europeo e lo Scudo spaziale europeo, lanciati nel primo semestre 2026, con capacità iniziali attese entro la fine dello stesso anno e piena funzionalità fra il 2027 e il 2028. Nell’aprile 2026 la Commissione ha destinato 1,07 miliardi a cinquantasette nuovi progetti del Fondo europeo per la difesa, in buona parte collegati a queste quattro iniziative.

Messi in fila, questi elementi dicono una cosa sola. L’Unione europea ha imparato in tre anni a emettere debito comune, a sospendere le proprie regole fiscali, a creare strumenti finanziari dedicati e a programmare su sette anni per comprare armi. Non lo aveva mai fatto, con questa rapidità e questa ampiezza, per la sanità, per la casa, per la cura, per l’adattamento climatico. Il fondo per la ripresa pandemica era dichiaratamente straordinario e temporaneo. Gli strumenti della difesa nascono già come permanenti. L’asimmetria non è tecnica: è la definizione stessa di ciò che l’Europa considera un’emergenza degna di sospendere le proprie regole.

6. Il caso italiano: quindici miliardi prenotati

Il 28 luglio 2026, davanti alle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha riferito sugli esiti del vertice di Ankara e ha annunciato che il governo ha deciso di ricorrere allo strumento SAFE chiedendo un intervento da 14,9 miliardi entro la fine dell’anno. Il prestito, ha precisato, è stato prenotato, e la quantificazione definitiva arriverà nei mesi successivi. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha descritto la scelta come «un’alternativa ai Bot», una decisione di natura tecnica da valutare in termini di convenienza finanziaria. In effetti, indebitarsi tramite l’emissione comune europea anziché sul mercato dei titoli di Stato consentirebbe un risparmio di interessi stimato intorno ai 120 milioni l’anno.

Presentare la questione come tecnica è però già una scelta politica, e delle più efficaci. Sposta il dibattito dall’oggetto della spesa al costo del denaro. Discutere se convenga finanziare quindici miliardi di armamenti con prestiti europei anziché con titoli di Stato equivale a discutere il tasso di un mutuo senza mai nominare la casa che si sta comprando. E il paragone regge fino in fondo: SAFE non è un trasferimento, è debito, con scadenza a quarantacinque anni. Chi lo contrae oggi impegna due generazioni che non hanno votato su nulla di tutto questo.

Vale la pena notare che l’Italia, pur avendo prenotato la propria quota fin dal 2025 e pur avendo ottenuto il via libera al piano nazionale, non ha invece richiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia per le spese militari, a differenza di diciassette partner. La ragione è nota e ha poco a che vedere con la prudenza pacifista: con un rapporto debito su prodotto interno lordo intorno al 137 per cento e una procedura per disavanzo eccessivo ancora aperta, lo spazio di manovra è quello che è. È il vincolo di bilancio, non la volontà politica, a rallentare la corsa italiana.

7. Mezzo trilione già speso, mezzo trilione da spendere

Qui interviene l’altra stanza del 23 luglio. L’Annuario 2026 dell’Osservatorio Mil€x, presentato alla Camera dei deputati, ricostruisce quindici anni di bilanci e vent’anni di acquisti di armamenti, ed è oggi la sola fonte che offra al Parlamento italiano una serie storica unitaria e verificabile.

Integrando le stime annuali dal 2010 al 2026, la spesa militare italiana degli ultimi diciassette bilanci supera i 429 miliardi correnti, che a valori costanti odierni corrispondono a circa 503,6 miliardi: mezzo trilione di euro. La lettura in euro costanti mostra che lo shock inflattivo del 2022-2023 ha assorbito quasi per intero gli aumenti nominali successivi all’invasione dell’Ucraina, e che il vero salto reale del riarmo si concentra nel biennio 2025-2026.

Il dato più netto riguarda gli acquisti di armamenti. Si passa dai 3 miliardi annui del 2006 ai 13,2 miliardi del 2026: una cifra più che quadruplicata, per un totale di circa 138 miliardi nel ventennio, con una concentrazione fortissima negli ultimi esercizi, poiché i soli anni dal 2023 al 2026 valgono oltre 46 miliardi di procurement militare. È la prova quantitativa di una tesi che l’Osservatorio sostiene da tempo: l’espansione della spesa militare passa quasi interamente dall’acquisto di sistemi d’arma, a vantaggio dell’industria, mentre le voci operative restano compresse. Non si tratta, in altre parole, di pagare meglio i militari o di manutenere ciò che esiste, ma di comprare.

Quanto al futuro, i documenti programmatici pluriennali della Difesa proiettano a oltre 130 miliardi il costo di nuovi sistemi d’arma nei prossimi quindici anni, di cui 35 già definitivamente stanziati. E la stima aggiornata dell’impegno decennale aggiuntivo necessario a rispettare la traiettoria NATO verso il 5 per cento nel 2035, confermata dal governo dopo Ankara, è di circa 498 miliardi: la differenza fra uno scenario cumulato 2025-2035 di 1.063 miliardi e uno scenario di permanenza al 2 per cento pari a 564 miliardi. Un anno prima la stessa stima si fermava a 445 miliardi. La differenza dipende dal profilo scelto, che concentra gli aumenti già nell’immediato.

8. La democrazia contabile: si spende più di quanto si vota

L’elemento più grave emerso dall’Annuario non riguarda però le cifre assolute, ma il rapporto fra ciò che il Parlamento autorizza e ciò che effettivamente si spende. Dai rapporti di performance della Difesa e dal rendiconto dello Stato risulta che gli stanziamenti definitivi superano sistematicamente le previsioni della legge di bilancio, con uno scarto compreso fra il 9 e il 16 per cento. Nel 2025 la Difesa è passata da 31.295 a 35.519 milioni, con un incremento del 13,5 per cento. Significa che la discussione parlamentare che si apre ogni ottobre avviene su una fotografia che può sottostimare fra i 2,7 e i 4,2 miliardi la spesa reale. Non per caso, ma per un meccanismo che si ripete.

Si stanzia perfino più di quanto il sistema riesca a spendere: nel 2025 si è registrato un disavanzo di cassa di quasi 2 miliardi sugli investimenti, mentre il debito commerciale si è quadruplicato, passando da 97 a 361 milioni. Nel frattempo la trasparenza arretra proprio mentre i volumi esplodono. Il documento programmatico pluriennale del 2025 ha eliminato l’indicazione dei costi complessivi dei singoli programmi ed è arrivato in ritardo. Il 2 per cento certificato dalla NATO nel marzo 2026 è, secondo l’Osservatorio, una riclassificazione contabile che allarga il perimetro da 31,3 a 45,3 miliardi senza un euro di spesa reale in più. E nella sola diciannovesima legislatura sono stati approvati settantotto programmi di riarmo per 36,4 miliardi, esaminati in poche sedute, senza istruttorie indipendenti né analisi delle alternative.

Questo è il punto in cui la questione smette di essere di bilancio e diventa costituzionale. L’articolo 81 della Costituzione affida alle Camere l’approvazione del bilancio e del rendiconto consuntivo; l’articolo 78 riserva alle Camere la deliberazione dello stato di guerra. Il riarmo attuale si costruisce attraverso strumenti che sfuggono strutturalmente a entrambi: programmi pluriennali che vincolano legislature future, prestiti europei negoziati in sede tecnica, riclassificazioni contabili, impegni assunti in vertici internazionali e presentati come irreversibili. Non c’è alcuna violazione formale. C’è uno svuotamento sostanziale, che procede per accumulazione di atti ciascuno dei quali, isolatamente, appare ragionevole.

Le raccomandazioni con cui l’Osservatorio chiude l’Annuario vanno tutte in questa direzione: contenuti minimi di legge e tempi certi per il documento programmatico, superamento della frammentazione contabile fra ministeri, un parere parlamentare realmente vincolante sugli acquisti di armamenti, un’autorità indipendente di controllo del procurement e una disciplina sull’influenza indebita dell’industria militare sulle scelte politiche. Sono richieste di metodo, non di parte. Che siano oggi minoritarie dice molto sullo stato del controllo democratico in questo Paese.

9. Chi paga il conto: la sanità congelata e la cura negata

Esiste un documento che consente di misurare l’asimmetria con esattezza, perché serve contemporaneamente ai due discorsi. Il Documento di finanza pubblica 2026, approvato dal Consiglio dei ministri il 22 aprile 2026, è la base su cui l’Osservatorio Mil€x calcola le proiezioni di crescita per stimare il costo del riarmo. Ed è lo stesso documento su cui la Fondazione GIMBE ha misurato il destino della sanità pubblica.

Il risultato è netto. Il rapporto fra spesa sanitaria e prodotto interno lordo resta congelato al 6,4 per cento fino al 2029. Nel 2025 la spesa sanitaria si è attestata a 141.539 milioni, il 6,3 per cento del PIL, invariata rispetto al 2024 e inferiore di quasi 2,5 miliardi alle previsioni formulate l’autunno precedente. Per il 2026 la previsione sale a 148.522 milioni, ma la legge di bilancio ha fissato il fondo sanitario nazionale a 143,1 miliardi. Per il triennio 2027-2029, a fronte di una crescita media annua del PIL nominale del 2,6 per cento, l’incremento medio annuo della spesa sanitaria previsto si ferma al 2,37 per cento, e il divario complessivo fra fabbisogno e finanziamento pubblico raggiunge 30,6 miliardi.

Trenta miliardi di divario in tre anni per la sanità. Quattrocentonovantotto miliardi di spesa militare aggiuntiva in dieci anni. Le due cifre stanno nello stesso documento programmatico, e nessuno è tenuto a spiegare perché la seconda sia sostenibile e la prima no.

Gli effetti di quel congelamento hanno nomi e volti. Secondo i dati elaborati dalla Fondazione GIMBE sulle rilevazioni ISTAT, nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone, il 9,9 per cento della popolazione, hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria: circa 4 milioni per liste d’attesa troppo lunghe e 3,1 milioni per ragioni economiche. Le rinunce legate ai tempi di attesa sono cresciute del 51 per cento in un solo anno. La forbice territoriale va dal 5,3 per cento della provincia autonoma di Bolzano al 17,7 per cento della Sardegna. Nel frattempo la spesa privata per la salute ha raggiunto 47,66 miliardi, di cui 41,3 pagati direttamente dalle famiglie.

Sul terreno della non autosufficienza e della disabilità, dove la relazione fra risorse e diritti è più diretta e meno mediata, il confronto è persino più impietoso. La legge di bilancio 2026 stanzia 934,6 milioni per il Fondo per le non autosufficienze. Il Fondo unico per l’inclusione delle persone con disabilità scende a 418,6 milioni nel 2026 e a 328,6 nel 2028, partendo dai 433,7 milioni del 2025. Il Fondo per le politiche in favore delle persone con disabilità è azzerato per il 2026. Il fondo istituito per finanziare le future iniziative legislative a sostegno dei caregiver familiari dispone di 1,15 milioni nel 2026, e diventerà operativo con 207 milioni annui soltanto dal 2027.

Il confronto è aritmetico e non richiede commento retorico. Nel 2026 l’Italia destina 13,2 miliardi all’acquisto di sistemi d’arma e 934,6 milioni all’assistenza delle persone non autosufficienti: quattordici volte tanto. Il fondo destinato a chi assiste quotidianamente un familiare non autosufficiente vale, nell’anno in corso, meno di un decimillesimo della spesa per armamenti.

Questo è il punto in cui la contabilità torna a essere Costituzione. L’articolo 32 riconosce la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. L’articolo 3, secondo comma, impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto l’eguaglianza e il pieno sviluppo della persona. L’articolo 38 garantisce assistenza a chi è inabile al lavoro. Nessuna di queste norme contiene una clausola di sospensione per motivi di sicurezza. Eppure una clausola di salvaguardia, con quel nome esatto, esiste: la Commissione europea l’ha creata per la spesa militare, fino a 1,5 punti di prodotto interno lordo all’anno, e non ne ha creata alcuna equivalente per la spesa sanitaria o per la cura. Non è un dettaglio procedurale. È la gerarchia dei valori dell’Unione, scritta in linguaggio contabile.

10. Il consenso che non c’è

Resta la questione della legittimazione. Un’operazione di questa portata poggia su un mandato popolare oppure no?

Un sondaggio dello European Council on Foreign Relations condotto nel maggio 2026 in quindici Paesi europei registra che l’Italia rimane l’unico Paese del campione in cui la maggioranza si oppone a ulteriori spese militari: 58 per cento contrari contro 28 per cento favorevoli. In Estonia e in Austria le opinioni pubbliche risultano divise; altrove prevale il consenso. L’indagine Eurispes contenuta nel Rapporto Italia 2026 conferma la tendenza da un’altra angolatura: il 44,2 per cento degli italiani considera le risorse destinate alla difesa soprattutto un costo, contro il 32,1 per cento che le vede come un investimento, con una crescita di quasi otto punti della percezione negativa rispetto al 2024.

Occorre onestà anche qui, perché il quadro non è univoco. Rilevazioni Eurobarometro degli ultimi anni indicano maggioranze europee, e italiane, favorevoli a un ruolo più forte dell’Unione nella propria difesa. Le due cose non coincidono: desiderare che l’Europa sia meno dipendente dagli Stati Uniti non equivale a volere che il proprio Paese sposti risorse dalla sanità agli armamenti. La formulazione della domanda cambia la risposta, e nel dibattito pubblico questa distinzione viene sistematicamente confusa.

Ciò che è certo è che nessuno degli strumenti descritti in questo articolo è stato sottoposto a un verdetto elettorale. Non lo strumento SAFE, non la finestra difesa del bilancio 2028-2034, non la traiettoria verso il 5 per cento nel 2035, non l’integrazione industriale con l’Ucraina. Sono decisioni prese da esecutivi, ratificate in vertici, tradotte in regolamenti tecnici e presentate come vincoli esterni nel momento in cui arrivano davanti ai parlamenti. Quando la politica si riduce a comunicare decisioni già prese altrove, il dissenso non scompare: si sposta altrove anch’esso, e raramente in forme costruttive.

11. La sicurezza che manca

Nulla di quanto precede attenua la responsabilità della Russia. L’invasione dell’Ucraina è un fatto documentato, la sua responsabilità è di chi l’ha decisa, e un Paese aggredito ha il diritto di difendersi. Sostenere il contrario significherebbe non fare analisi ma propaganda, e alcune letture radicali della crisi europea scivolano esattamente su questo punto, arrivando a descrivere la guerra come un artificio costruito a tavolino. Non lo è. Ma da un fatto vero si possono trarre conseguenze politiche molto diverse, e la conseguenza che le classi dirigenti europee ne hanno tratto merita di essere nominata per quello che è.

La guerra non è stata creata per costruire l’architettura descritta in queste pagine. È stata però usata per costruirla. In quattro anni l’Unione europea ha realizzato, sotto la pressione del conflitto, esattamente ciò che aveva rifiutato di realizzare per decenni in nome della disciplina di bilancio: debito comune, strumenti finanziari sovranazionali, programmazione industriale, sospensione delle regole fiscali, una politica estera con capacità di spesa. La domanda politica non è se questi strumenti siano legittimi. È perché siano diventati pensabili soltanto quando l’oggetto era un missile, e restino impensabili quando l’oggetto è un reparto ospedaliero, un servizio di assistenza domiciliare, un piano per il dissesto idrogeologico.

Il rischio che si profila non è quello di un’Europa militarista per vocazione ideologica. È qualcosa di più prosaico e di più difficile da smontare: la costituzione di un settore economico strutturalmente dipendente dalla persistenza della minaccia. Un’industria che programma su quindici anni, che ha ottenuto strumenti finanziari dedicati e regole fiscali su misura, che espone ai mercati aspettative di crescita decennali, sviluppa un interesse oggettivo alla stabilità del proprio scenario di riferimento. Non serve immaginare complotti per capire come funziona: basta osservare che la contrazione della spesa militare è ormai il solo aggiustamento che nessun documento europeo contempla, nemmeno come ipotesi.

Contro questa deriva non basta l’indignazione, e nemmeno la pura affermazione dell’articolo 11 della Costituzione, che pure resta la bussola: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Servono richieste precise, sulle quali si può misurare chiunque chieda un voto. Il ripristino di un controllo parlamentare effettivo e vincolante sugli acquisti di armamenti. La pubblicazione integrale dei costi dei programmi pluriennali. Un’autorità indipendente sul procurement militare. La verifica preventiva di ogni impegno internazionale rispetto alla sua compatibilità con i livelli essenziali delle prestazioni sanitarie e sociali. E, sul piano europeo, la richiesta che la stessa flessibilità di bilancio concessa alle armi venga riconosciuta alla sanità, alla cura e all’adattamento climatico. Se una clausola di salvaguardia è possibile per i droni, non esiste alcuna ragione tecnica per cui sia impossibile per le liste d’attesa.

Stefano Rodotà scriveva che la cittadinanza si misura sulla effettiva possibilità di esercitare i diritti, non sulla loro proclamazione. È una misura che vale anche per la sicurezza. Un continente che programma mille miliardi l’anno di spesa militare entro il 2030 e non riesce a garantire un esame diagnostico in tempi ragionevoli a cinque milioni e ottocentomila persone non è un continente più sicuro. È un continente che ha cambiato la definizione di sicurezza, sostituendo alla protezione delle persone la protezione dei confini e delle filiere. La differenza fra le due cose non è filosofica. La si misura ogni giorno nella vita di chi aspetta una visita, di chi assiste in solitudine un familiare non autosufficiente, di chi rinuncia. Sono loro, non le tabelle NATO, il vero indicatore dello stato di salute di una democrazia.

Mario Sommella

Fonti

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