Tell, Sarra, Qusra: che cosa è rimasto nei villaggi palestinesi dopo il 24 luglio, e perché la punizione collettiva non è la reazione a un fatto di sangue ma un metodo di governo del territorio
C’è una parola che i gruppi estremisti israeliani usano da vent’anni per battezzare le proprie spedizioni punitive contro i villaggi palestinesi: prezzo da pagare. Non è un’espressione clandestina, non è un’etichetta affibbiata dai loro avversari; è la loro, rivendicata, scritta sui muri delle case bruciate. Contiene un’intera teoria politica in due parole: ogni azione palestinese avrà un costo, il costo sarà riscosso su chiunque, e a stabilire il listino non sarà uno Stato ma una milizia che quello Stato tollera. La settimana appena trascorsa in Cisgiordania è la dimostrazione empirica di come funziona quel listino.
Il 24 luglio, nei pressi del villaggio di Tell, alla periferia di Nablus, uno scontro fra coloni armati provenienti dall’insediamento di Havat Gilad e abitanti palestinesi si era concluso con sei morti: quattro palestinesi e due israeliani. Nei quattro giorni successivi non è accaduto ciò che accade in un Paese dotato di uno Stato di diritto, cioè un’indagine. È accaduto un ciclo di rappresaglie, un dispiegamento militare, ottanta arresti, due moschee incendiate, sei case bruciate in un solo villaggio e l’annuncio governativo di settecentosessantatré nuovi alloggi in un insediamento a poche decine di chilometri. Un reportage pubblicato il 28 luglio dal Fatto Quotidiano, firmato da Lars Villevieille, ha raccolto sul posto quel che le cifre non registrano.
1. Che cosa resta a Tell
Il ritratto che emerge dal reportage è quello di una comunità sotto assedio amministrativo, oltre che militare. I negozianti hanno paura ad alzare le saracinesche. I camion della nettezza urbana non entrano più in paese. Le rappresaglie proseguono, e con esse i fermi: alcuni abitanti stimano oltre centoventi persone prelevate nell’intera zona, cifra superiore agli ottanta arresti dichiarati dall’esercito e ai settanta fermi riferiti dal sindaco di Tell. Le tre cifre non coincidono, e la discrepanza è essa stessa un dato: in un territorio dove i fermi avvengono di notte e senza contestazione formale di addebito, nessuno è in grado di tenere il conto esatto delle persone private della libertà.
Un abitante intervistato con nome di fantasia racconta di avere trascorso vari mesi in carcere senza mai sapere di che cosa fosse accusato, e di non averlo saputo nemmeno al momento del rilascio; aggiunge che è un’esperienza pressoché comune fra i suoi compaesani. Non è un’iperbole retorica: è la descrizione, dal basso, dell’istituto della detenzione amministrativa, che consente il trattenimento senza imputazione e senza processo sulla base di elementi coperti da segreto e non conoscibili dalla difesa.
Nel cuore del paese, uno degli edifici più grandi è stato requisito dai militari dall’una di notte alle due del pomeriggio di sabato e trasformato in centro di raccolta e interrogatorio per i fermati. Poco distante, un uomo su un pick-up bianco è l’unico a non voltarsi verso i giornalisti stranieri: è il padre dei due fratelli uccisi, di ritorno dalla preghiera sulle salme dei figli. I due ragazzi, quel venerdì mattina, stavano raccogliendo fichi d’india lungo la scarpata, in vista della festa del 10 agosto.
Il dettaglio dei fichi d’india non è folclore. Fissa la distanza incolmabile fra due racconti: quello per cui a Tell si è consumato uno scontro fra due parti armate, e quello per cui in un mattino d’estate una raccolta stagionale si è trasformata in una mattanza. Lo stesso testimone osserva che i suoi figli maschi, ancora bambini, erano con lui quel giorno e per questo non hanno assistito alla scena da soli. È il modo in cui, in Cisgiordania, si misura la fortuna.
2. Sarra, la casa cosparsa di benzina
A pochi chilometri da Tell, il villaggio di Sarra ha subito nelle stesse ore un attacco documentato anche dalle immagini diffuse dalle agenzie internazionali: serre e automobili incendiate, edifici danneggiati. I bilanci convergono su una ventina di abitazioni saccheggiate, sei case bruciate, cinque veicoli distrutti e tre abitanti feriti.
Dietro quei numeri c’è, nel racconto raccolto sul posto, una donna che ha visto la propria casa cosparsa di benzina mentre all’interno si trovavano i suoi tre figli. Li ha chiusi a chiave nel bagno e ha affrontato gli assalitori da sola, con pietre e prodotti per la pulizia domestica. Uno degli aggressori le ha promesso che sarebbe tornato per ucciderla. Nella casa accanto, una bambina ha gettato dal terrazzo la poca acqua di cui disponeva per contenere le fiamme che stavano per raggiungere la sua abitazione.
Sono episodi che sfuggono a qualunque categoria di scontro. Un tentativo di incendio di una casa abitata da tre minori non è un eccesso in una rissa fra comunità: è un atto compiuto sapendo chi si trova dentro. E il fatto che la difesa di quella casa sia stata affidata a una donna con pietre e detersivi, mentre a poche centinaia di metri stazionavano reparti militari, dice tutto ciò che occorre sapere sull’asimmetria della protezione in quel territorio.
3. Trecento persone contro un uomo solo
Il terzo episodio raccolto dal reportage riguarda un uomo che stava rientrando dalla casa della sorella, dove si trovavano anche i suoi figli. Racconta di essersi trovato davanti una folla che stima in trecento persone, di essere stato preso a bastonate e di essere stato abbandonato privo di sensi sul ciglio della strada, dove è stato poi raccolto da un’ambulanza. Porta i segni sul corpo e una sutura lungo il cranio; l’auto di famiglia è stata bruciata; conserva i filmati dell’incursione.
Aggiunge una circostanza che merita attenzione: è cittadino statunitense, e nonostante le ripetute chiamate alle rappresentanze diplomatiche nessuna avrebbe condannato gli aggressori. Si tratta della sua testimonianza, non di un fatto verificato in modo indipendente, e va riferita come tale. Ma è una testimonianza che introduce la questione politica decisiva: se la cittadinanza di un Paese occidentale non produce alcuna reazione istituzionale, quale protezione può ragionevolmente attendersi chi quella cittadinanza non ce l’ha.
4. L’acqua, le sigarette, il tempo
La parte forse più istruttiva del reportage non riguarda il sangue, ma la manutenzione ordinaria dell’occupazione. Le case dei villaggi sono dotate di cisterne sui tetti perché l’approvvigionamento idrico è razionato e discontinuo; secondo gli abitanti, forare quelle cisterne a colpi di arma da fuoco è una delle attività ricorrenti dei coloni. Le sigarette scontano una doppia imposizione, verso l’autorità palestinese e verso quella israeliana. La detenzione senza accusa scandisce le biografie maschili come una tappa prevista.
Sono elementi che compongono, presi insieme, qualcosa di più duraturo di una rappresaglia: un sistema di costi permanenti imposto a una popolazione. L’acqua bucata non uccide nessuno, ma rende una casa più difficile da abitare. La doppia tassazione non fa notizia, ma erode il margine di un piccolo commercio. Il carcere senza imputazione non lascia cicatrici visibili, ma spezza il tempo del lavoro, dello studio, della cura dei figli. Nessuno di questi fatti, singolarmente, produce un titolo di giornale. Tutti insieme producono il risultato che un secolo di studi sulle politiche di popolamento ci ha insegnato a riconoscere: l’esodo volontario di chi non ce la fa più.
Che questo sia l’obiettivo lo si ricava dal comportamento di chi resta. Il testimone di Tell dice di avere la possibilità materiale di andarsene, come molti suoi compaesani, e di non farlo per una ragione che definisce di principio. Rimanere, in quel contesto, non è inerzia: è la sola forma di resistenza disponibile a chi non ha eserciti, e viene punita come tale.
5. Trenta attacchi in un fine settimana
Ciò che è accaduto a Tell e a Sarra non è un caso isolato neppure nell’arco di quelle settantadue ore. Fra venerdì e domenica sono stati censiti circa trenta attacchi distinti in diverse aree della Cisgiordania. A Farata, a est di Qalqilya, sono stati dati alle fiamme una falegnameria, due abitazioni e terreni agricoli, con cinque palestinesi feriti. Spedizioni punitive hanno colpito anche Beit Furik e Jit. Nella notte fra sabato e domenica sono state incendiate due moschee: quella di al-Rahma a Qusra, a sud di Nablus, ancora in costruzione, sui cui muri sono comparse scritte in ebraico che promettono vendetta per il colono ucciso a Tell, e una seconda a Kur, a sud di Tulkarem, imbrattata con slogan razzisti.
Il quadro complessivo del semestre è stato quantificato dalla Commissione palestinese per la resistenza al muro e agli insediamenti in tremilaquattrocentottantotto attacchi di coloni contro palestinesi e loro proprietà nella prima metà del 2026, fra aggressioni nei villaggi, incendi dolosi, sparatorie, occupazioni di terra e creazione di nuovi avamposti, con diciassette palestinesi uccisi. Le Nazioni Unite parlano, per il 2026, di una media di sei attacchi al giorno, e collocano al cinquantacinque per cento la quota dei ferimenti di palestinesi in Cisgiordania riconducibile alla violenza dei coloni. Dall’ottobre 2023 i palestinesi uccisi in Cisgiordania hanno superato il migliaio, un quarto dei quali minorenni.
6. Perché nessuno paga: l’architettura dell’impunità
La domanda che ogni lettore dovrebbe porsi è elementare: chi risponde di tutto questo davanti a un tribunale. La risposta documentata è: quasi nessuno. L’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din monitora da vent’anni i procedimenti aperti in Israele per reati commessi da cittadini israeliani contro palestinesi in Cisgiordania. Sui fascicoli seguiti fra il 2005 e il 2025, oltre millesettecento casi fra aggressioni, sparatorie, incendi, danneggiamenti e furti di bestiame, il novantatré virgola sei per cento delle indagini si è chiuso senza alcun rinvio a giudizio; solo il tre per cento circa è approdato a una condanna, totale o parziale.
La stessa organizzazione ha ricostruito, fra il 2023 e il novembre 2025, quasi trenta episodi di violenza organizzata di massa contro comunità palestinesi. In sedici di questi casi risultavano presenti soldati o poliziotti. Il rapporto della Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite pubblicato nel giugno 2026 giunge alle stesse conclusioni sul piano sistemico: le forze di sicurezza israeliane spesso non hanno impedito gli attacchi, in diversi casi erano presenti senza intervenire, e la percentuale di indagini archiviate alimenta una percezione consolidata di impunità. La Commissione documenta inoltre l’impatto sui minori, con paura permanente, incubi e difficoltà a frequentare la scuola, e casi verificati di violenza sessuale e di genere impiegata come strumento di pressione per l’abbandono della terra.
Occorre dire con chiarezza che a questo scenario contribuisce anche la scelta di molte vittime di non sporgere denuncia, per sfiducia verso una polizia percepita come parte del sistema che le opprime e per timore di ritorsioni. Ma è precisamente questo il punto: un sistema giudiziario che le vittime non osano attivare, e che quando viene attivato archivia in oltre nove casi su dieci, non è un sistema che funziona male. È un sistema che funziona esattamente come è stato costruito per funzionare. L’impunità non è il difetto della macchina: è il suo lubrificante. Se il costo atteso della violenza è prossimo allo zero, il prezzo da pagare del cartellino non è una minaccia retorica, è una previsione razionale.
7. Ventisei battaglioni contro un villaggio
A rendere visibile l’asimmetria basta osservare che cosa lo Stato israeliano ha mobilitato, e contro chi. Dopo i fatti del 24 luglio il governo ha ordinato quella che ha definito una vasta operazione antiterrorismo, con l’impiego di ventisei battaglioni. L’esercito ha dichiarato oltre ottanta palestinesi fermati in trecento luoghi perquisiti, undici dei quali ricercati e altri ottanta sottoposti a interrogatorio. Le forze speciali hanno fatto irruzione in un ospedale di Nablus per arrestare un ferito. L’area di Nablus è stata sottoposta a blocco militare, denunciato dalle organizzazioni non governative perché, oltre a impedire la libertà di movimento, compromette i servizi sanitari di emergenza. Due abitazioni sono state sigillate in vista della demolizione.
Nulla di paragonabile è stato mobilitato contro chi, nelle stesse ore, ha incendiato sei case a Sarra, una falegnameria a Farata e due moschee fra Qusra e Kur. La sproporzione non è un’impressione: è la struttura stessa della risposta. Da un lato ventisei battaglioni, trecento perquisizioni e demolizioni punitive; dall’altro, per una serie di incendi dolosi contro luoghi di culto e case abitate, nessuna operazione di analoga scala.
Sul piano giuridico la questione non è opinabile. La demolizione dell’abitazione della famiglia di un sospettato colpisce persone alle quali non è contestato alcun reato e ricade nella nozione di pena collettiva, vietata dall’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, che proibisce di punire una persona protetta per un’infrazione che non ha commesso personalmente e vieta le misure di rappresaglia contro le persone protette e i loro beni. Il coprifuoco esteso a un intero villaggio, il blocco dell’accesso sanitario e il fermo indiscriminato di decine di residenti si collocano nella stessa cornice. Non si tratta di eccessi individuali di reparti sotto pressione, ma di provvedimenti decisi al vertice politico e annunciati pubblicamente come tali.
8. Settecentosessantatré alloggi, e un calendario elettorale
Due giorni dopo i fatti di Tell, mentre i villaggi bruciavano, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che mantiene competenze sulle infrastrutture nei territori occupati, ha annunciato l’approvazione di settecentosessantatré nuove unità abitative nell’insediamento di Eli, nel nord della Cisgiordania: un intervento destinato a triplicarne le dimensioni. Lo stesso ministro rivendica che dall’insediamento del governo, alla fine del 2022, sono stati autorizzati oltre cento nuovi insediamenti e centosessanta avamposti agricoli. Poche settimane prima era stato stanziato un miliardo e trecento milioni di shekel, circa trecentosettantaquattro milioni di euro, per l’ampliamento delle costruzioni in Cisgiordania. Secondo le rilevazioni palestinesi, i coloni sono oggi circa settecentocinquantamila, distribuiti in centoquarantuno insediamenti e duecentoventiquattro avamposti.
È qui che i due piani, quello della violenza di strada e quello dell’atto amministrativo, si saldano. La spedizione punitiva svuota, il decreto ministeriale legalizza. La prima produce lo spazio, il secondo lo iscrive nel catasto. Chiamare la violenza dei coloni un fenomeno di ordine pubblico, come fanno molte cancellerie europee, significa scambiare lo strumento per un incidente: non è la deviazione da una politica, è la politica stessa nella sua fase esecutiva.
A questa saldatura si aggiunge una variabile temporale che nessuna analisi seria può ignorare. In Israele si vota il 27 ottobre 2026. Una coalizione che deve la propria sopravvivenza alle formazioni della destra religiosa e coloniale ha, nei mesi che precedono il voto, l’incentivo massimo a moltiplicare gli annunci di espansione e il minimo interesse a reprimere i propri elettori più militanti. Non è un’ipotesi malevola: è la lettura che ne danno gli stessi vertici della sicurezza israeliana, i quali, secondo quanto riferito dalla stampa, temono che la spirale in corso possa sfociare in una nuova rivolta palestinese generalizzata.
9. Il silenzio, e le parole
Sul piano internazionale, la reazione è consistita in una lettera urgente del presidente palestinese Abu Mazen alla comunità internazionale e in un appello del Papa sull’inasprirsi della violenza in Terra Santa. Il primo ministro israeliano si è recato a Washington per un vertice annunciato come dedicato ai dossier regionali; secondo indiscrezioni riportate dalla stampa israeliana, avrebbe trovato una crescente insofferenza dell’amministrazione statunitense per l’assenza di misure concrete contro la violenza dei coloni. Dall’Unione europea, nulla di comparabile a una misura.
Eppure gli obblighi esistono, e sono stati enunciati nel modo più solenne possibile. Il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024 ha stabilito che l’occupazione dei Territori palestinesi è illegale, che Israele deve cessare ogni attività di insediamento ed evacuare i coloni, e che tutti gli Stati hanno il dovere di non riconoscere come legittima la situazione creata e di non prestarle aiuto o assistenza. Un obbligo di non assistenza non è una raccomandazione morale: riguarda le forniture, i rapporti commerciali, gli accordi di cooperazione. Il silenzio europeo non è un vuoto: è una decisione, e come tale andrà giudicata.
C’è infine un piano che riguarda direttamente chi legge questo articolo in Italia. Pochi giorni fa i telegiornali del servizio pubblico hanno definito escursionisti i coloni armati entrati a Tell, adottando senza attribuzione il lessico del primo comunicato militare israeliano. La vicenda ha prodotto una controversia arrivata fino al consiglio d’amministrazione della Rai, con prese di posizione critiche e altre di solidarietà al giornalista. Si può discutere a lungo del caso singolo. Non si può discutere del fatto strutturale: se una popolazione riceve la parola escursione al posto della parola incursione, non disporrà mai degli strumenti per capire perché quattro giorni dopo sei case erano cenere e ottanta persone erano in stato di fermo. La sottrazione del vocabolario precede sempre la sottrazione della memoria.
10. Chi tiene il conto
Il reportage dal quale siamo partiti si apre con l’osservazione di un abitante secondo cui, dagli accordi che un secolo fa spartirono il Medio Oriente fra le potenze europee, questo è il momento peggiore. È un giudizio soggettivo, e come tale va preso; ma contiene un’intuizione storica esatta. L’attuale fase non è la ripetizione di un conflitto antico: è l’accelerazione finale di un processo di appropriazione territoriale che procede per fasi ordinate, la pressione quotidiana, la spedizione punitiva, lo sfollamento, l’atto amministrativo, e che oggi dispone di una velocità e di una copertura politica senza precedenti.
Contro processi di questo tipo la contabilità è una forma di resistenza. Contare le case bruciate, i fermati senza accusa, le indagini archiviate, gli alloggi autorizzati, i giorni di coprifuoco: è un lavoro ingrato, privo di qualunque spettacolarità, e tuttavia è l’unica base su cui potrà un giorno fondarsi un accertamento di responsabilità. Le organizzazioni israeliane che documentano l’impunità, gli uffici delle Nazioni Unite che censiscono gli attacchi, i giornalisti che entrano nei villaggi mentre l’esercito fa irruzione svolgono, ciascuno a proprio rischio, la stessa funzione: impedire che il fatto scompaia.
A chi legge da qui resta una responsabilità meno drammatica ma non meno concreta. La violenza in Cisgiordania non è un evento meteorologico che accade lontano: è sostenuta da relazioni commerciali, militari e diplomatiche che passano anche dal nostro Paese, e da un’opinione pubblica che riceve una versione addomesticata dei fatti. Modificare quella versione, pretendere che le istituzioni europee traggano le conseguenze del parere della Corte internazionale di giustizia, chiedere che il servizio pubblico chiami le cose con il loro nome, non sono gesti simbolici: sono le uniche leve disponibili a chi non ha altro potere che quello della cittadinanza.
Il 10 agosto, a Tell, ci sarà comunque una festa. I fichi d’india erano già stati raccolti. Sarà la prima senza i due fratelli che li stavano cogliendo il mattino del 24 luglio, e si terrà in un villaggio dove i negozi restano chiusi e i rifiuti non vengono più ritirati. Se c’è una ragione per cui vale la pena continuare a scrivere di questa vicenda, non è l’indignazione, che si consuma in fretta ed è a buon mercato. È il fatto elementare che quella festa esisterà, che qualcuno l’avrà organizzata, e che nessun cartellino del prezzo è ancora riuscito a cancellarla.
Mario Sommella
Fonti
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