Il leak della rete segreta di Peter Thiel mostra dal vivo ciò che descrivo in Cyberfascismo: la fusione tra capitale tecnologico, finanza, intelligence e Stato
1. Una directory dimenticata nel codice
Nel giugno 2026 una hacktivista svizzera, maia arson crimew, ha trovato ciò che vent’anni di riservatezza non avrebbero mai dovuto lasciare in superficie. crimew non è una figura qualsiasi: è la stessa ricercatrice che nel 2023 aveva scoperto la copia esposta della no-fly list del governo statunitense e che in passato aveva violato la società di videosorveglianza Verkada. Su segnalazione anonima, ha individuato una directory lasciata in chiaro nel codice del sito di Dialog, la rete fondata da Peter Thiel, e ne ha estratto un elenco di centotredici nomi. La rivista WIRED ha verificato in modo indipendente la fuga di dati e ha poi ottenuto, da una fonte riservata, la lista di registrazione del ritiro che il gruppo terrà dal 12 al 16 agosto vicino a Dublino: duecentoventidue iscritti, di cui ottantasette alla prima partecipazione, con una quota d’ingresso superiore ai sedicimila dollari. Dialog, secondo le stesse fonti, conta oltre mille membri paganti e più di duemilacinquecento partecipanti accumulati negli anni.
La notizia, in sé, sembra un episodio di cronaca tecnologica: l’ennesima organizzazione potente colta in fallo sulla propria sicurezza informatica. Ma chi ha letto le pagine del mio Cyberfascismo riconoscerà immediatamente qualcosa di più. Quella directory dimenticata nel codice è una rara apertura su un meccanismo che descrivo da tempo: il luogo fisico in cui la nuova élite tecnologica, finanziaria e militare costruisce le proprie relazioni lontano da ogni sguardo democratico. Per una volta, la stanza segreta ha lasciato la porta socchiusa.
2. Che cos’è Dialog
Dialog è una rete privata, ad accesso esclusivo su invito, fondata nel 2006 da Peter Thiel insieme all’imprenditore dei dati Auren Hoffman. Per quasi vent’anni ha operato senza alcun elenco pubblico dei membri e con un sito spoglio, quasi muto. Organizza ritiri annuali rigorosamente off the record, riservati a figure di vertice della politica, della finanza, degli apparati militari, dell’intelligence, dello spettacolo e della tecnologia. La stampa la paragona da sempre al Gruppo Bilderberg e al Forum di Davos: consessi in cui chi conta si incontra senza verbali e senza testimoni.
I documenti trapelati confermano questa natura. Le istruzioni interne raccomandano ai moderatori di mantenere gli interventi nonobvious, cioè volutamente sfuggenti, e ricordano ai partecipanti che nulla di ciò che viene detto è attribuibile. È la grammatica classica del potere che non vuole lasciare tracce. Non si tratta di un club mondano: l’organizzazione ha acquistato un terreno alle porte di Washington per costruirvi una sede permanente, mentre Thiel sposta il proprio baricentro a Miami, dove anche Palantir ha trasferito il quartier generale. La discrezione, qui, non è timidezza: è metodo.
3. La fotografia di una classe
Il vero valore del leak non sta nei singoli nomi, ma nella fotografia d’insieme. Tra i registrati al ritiro figurano il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, i senatori Ted Cruz e Cory Booker, il segretario dell’Esercito Dan Driscoll e il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato della NATO in Europa e capo del Comando europeo degli Stati Uniti. Compare il deputato Jim Himes, membro di vertice della commissione Intelligence della Camera, l’organo che vigila proprio sui contratti di Palantir con le agenzie di intelligence statunitensi, collocato nella lista accanto al cofondatore di Palantir Joe Lonsdale. Vi sono sei esponenti della cosiddetta PayPal Mafia, un ex capo dell’intelligence saudita, un ambasciatore statunitense in carica, il vertice dell’Anti-Defamation League, il presidente del Cato Institute, il direttore esecutivo della fondazione di Charles Koch, un ex governatore della Federal Reserve oggi nel comitato di politica finanziaria della Banca d’Inghilterra, dirigenti di Google DeepMind e rappresentanti di alcune delle maggiori aziende statunitensi di sorveglianza e di intermediazione dei dati.
Un dettaglio, più di ogni altro, merita di essere fissato. Auren Hoffman, presidente di Dialog, è il fondatore di SafeGraph, società che commercia dati di geolocalizzazione, e di LiveRamp, impresa specializzata nella risoluzione delle identità digitali. Nei documenti compare nella stessa categoria del segretario al Tesoro, cioè dell’autorità che scrive le regole sui dati finanziari. Chi vende i dati e chi dovrebbe regolarli siedono allo stesso tavolo, nella stessa fascia, allo stesso ritiro. Non è un’anomalia: è il ritratto preciso di una classe dirigente transnazionale in cui la frontiera tra il pubblico e il privato si è dissolta. È esattamente la convergenza che, nel mio libro, chiamo cyberfascismo: non un complotto, ma la fusione strutturale di interessi che svuota dall’interno la responsabilità democratica.
4. Dal complesso militare-industriale al complesso tecno-militare
Nel 1961, nel discorso di addio, il presidente Dwight Eisenhower mise in guardia il mondo contro il complesso militare-industriale: l’alleanza tra industria bellica, apparati armati e politica che rischiava di acquisire un’influenza eccessiva sulla vita democratica. Sessantacinque anni dopo, la lista di Dialog mostra che quel monito va aggiornato. Ciò che prende forma non è più soltanto un complesso militare-industriale, ma un complesso tecno-militare, nel quale le grandi imprese tecnologiche si saldano a governi, intelligence e forze armate nella gestione dei dati, della sicurezza informatica, dell’intelligenza artificiale, dei sistemi satellitari e delle comunicazioni strategiche.
La presenza, in un unico elenco, del comandante NATO in Europa, del segretario al Tesoro, di un cofondatore di Palantir e dei vertici dell’intermediazione dei dati non è una curiosità da rotocalco. È la conferma empirica di una tesi che sostengo da tempo: la guerra contemporanea non si combatte più soltanto con missili e carri armati, ma attraverso informazioni, reti satellitari, sistemi autonomi e capacità predittive. E chi possiede le infrastrutture di quei dati possiede una quota crescente della sovranità che un tempo apparteneva agli Stati. Nel libro dedico a questo passaggio il capitolo sulla trasformazione di agenzie pubbliche in milizie tecno-poliziesche armate dal capitale privato: Dialog è il salotto in cui quella saldatura viene coltivata in anticipo, lontano da occhi indiscreti.
5. Palantir e il momento straussiano
Per capire Dialog occorre capire Thiel, e per capire Thiel occorre prenderne sul serio le letture filosofiche, perché lui stesso le prende molto sul serio. Nel saggio The Straussian Moment del 2007, scritto nello stesso periodo in cui fondava Palantir con i finanziamenti della CIA, Thiel sostiene che le illusioni dell’Illuminismo liberale siano crollate e che occorra un’élite capace di riconoscere la natura conflittuale dell’essere umano e di esercitare un potere asimmetrico per stabilizzare il mondo. È un impianto che intreccia il pensiero di René Girard sul desiderio mimetico e sul capro espiatorio con quello di Carl Schmitt, il giurista che fece della distinzione tra amico e nemico e della decisione sullo stato d’eccezione il cuore del politico. Palantir, come argomento nel capitolo che le dedico, è l’implementazione operativa di quel momento straussiano: un’élite tecnica che dispone di strumenti di sorveglianza e analisi superiori a quelli degli Stati.
Il leak di Dialog dà a questa visione un volto quasi caricaturale, e per questo ancora più rivelatore. L’agenda del ritiro include sessioni dai titoli eloquenti: come orientarsi nella terza guerra mondiale, le tecnologie del campo di battaglia, il ritorno al nucleare, perfino come costruire un culto. Tra le previsioni messe a verbale dai partecipanti, l’intelligenza artificiale che riordinerà lavoro, guerra, istruzione e fede nel giro di pochi anni e l’assunto che la degenerazione sociale continuerà ad accelerare. A queste si aggiungono le conferenze a porte chiuse che Thiel ha tenuto a Roma sull’Anticristo e sull’idea che minacce come l’intelligenza artificiale, le armi nucleari e la crisi climatica possano essere lette in chiave apocalittica. Non sono bizzarrie di miliardari annoiati. Sono la visione del mondo di chi pensa che la storia vada governata da pochi, contro i molti, e che la democrazia sia un ostacolo da aggirare.
6. Lo Stato senza popolo
Nel mio libro propongo una formula per descrivere la forma di potere che le piattaforme stanno producendo: lo Stato senza popolo. Lo Stato moderno si definisce per tre elementi: un popolo, un territorio, un potere sovrano. Le grandi piattaforme non hanno né un popolo nel senso giuridico, né un territorio, ma esercitano sempre più funzioni sovrane: producono norme, infliggono sanzioni, mediano tra individui e istituzioni, intrattengono rapporti para-diplomatici con gli Stati. È una sovranità senza democrazia, che non ha bisogno di un popolo per legittimarsi perché trae la propria legittimazione dal mercato, dalla scala, dall’utilità percepita.
Dialog è l’infrastruttura sociale di questa sovranità senza popolo. È la stanza in cui i titolari di quel potere costruiscono le relazioni che nessuna istituzione rappresentativa ratifica. La fascia che accomuna il broker di dati al segretario al Tesoro non è un errore di catalogazione: è la fusione resa visibile. Quando chi possiede l’infrastruttura dei dati e chi dovrebbe vigilare su di essa condividono lo stesso ritiro riservato, le stesse regole del silenzio, lo stesso linguaggio strategico, il controllo democratico non viene abolito con un colpo di Stato. Viene semplicemente spostato altrove, in un luogo dove il voto non arriva.
7. Non è complottismo, è analisi del potere
La tentazione di leggere una vicenda come quella di Dialog attraverso la lente del complottismo è forte e va respinta con fermezza, perché è una scorciatoia che indebolisce la critica anziché rafforzarla. Non esiste alcuna prova che Dialog governi il mondo o che rappresenti un centro occulto di comando globale, e le informazioni disponibili non consentono affermazioni di questo tipo. Il punto non è questo. Il punto è che esiste un dato oggettivo, documentato, verificabile: le persone che guidano aziende tecnologiche, fondi finanziari, apparati di sicurezza e istituzioni pubbliche condividono sempre più spesso spazi, relazioni, linguaggi e visioni strategiche comuni.
La storia insegna che il potere raramente nasce nei luoghi in cui viene formalmente esercitato. Molto più spesso prende forma nei luoghi in cui le relazioni vengono costruite. Per questo la chiave di lettura non è il complotto, ma l’analisi materialista del potere e delle classi che lo detengono. Riconoscere la geografia di classe di Dialog non significa inseguire società segrete: significa osservare come, nell’epoca dei dati, la lotta di classe passi anche, e in modo decisivo, attraverso le infrastrutture digitali e i salotti in cui i loro proprietari si danno appuntamento.
8. Che cosa è in gioco
La vera questione che emerge dal leak riguarda il futuro della democrazia. Le istituzioni democratiche sono nate in un’epoca in cui il potere era relativamente visibile e localizzato. Oggi gran parte del potere è distribuito in reti globali che attraversano Stati, aziende, fondi finanziari e infrastrutture digitali, e le decisioni che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini vengono spesso prese da soggetti che non rispondono ad alcun elettore. L’intelligenza artificiale amplifica ulteriormente questo fenomeno, perché chi progetta e controlla i sistemi automatizzati acquisisce un’influenza crescente su lavoro, sicurezza, informazione, sanità e amministrazione pubblica.
Contro questa deriva, nel libro indico alcune linee di resistenza che vale la pena ribadire. Serve una sovranità tecnologica pubblica ed europea sulle infrastrutture critiche della sfera pubblica, perché una società democratica non può affidare la propria spina dorsale comunicativa a piattaforme commerciali straniere. Serve trasparenza algoritmica e controllo democratico effettivo, attraverso l’applicazione rigorosa delle norme europee già esistenti. Serve un’alfabetizzazione critica diffusa, che insegni a riconoscere la logica delle reti di profilazione e le strategie di manipolazione. E serve, soprattutto, la ricostruzione di spazi collettivi reali in cui la cittadinanza torni a esercitarsi di persona. Una democrazia, lo ripeto da sempre, raramente muore per un colpo di Stato: muore per logoramento, quando smette di essere abitata. Il leak di Dialog ci ricorda che, mentre i molti si distraggono, i pochi si organizzano. Resistere significa ricominciare ad abitare lo spazio pubblico, prima che la sua invisibilità diventi indistinguibile dalla nostra rassegnazione.
Fonti
La ricostruzione dei fatti si basa sull’inchiesta di WIRED, che ha verificato in modo indipendente la fuga di dati e ottenuto la lista di registrazione del ritiro 2026, e sui resoconti di Cybernews, Newsweek, Novara Media, Futurism, Straight Arrow News, Miami New Times e Cryptopolitan, pubblicati nel giugno 2026 a seguito della rivelazione della hacktivista maia arson crimew. La cornice interpretativa e i concetti di cyberfascismo, potere costituente delle piattaforme, complesso tecno-militare, momento straussiano e Stato senza popolo sono sviluppati per esteso in Mario Sommella, Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile, prima edizione 2026, ISBN 979-12-986303-2-1, in particolare nei capitoli dedicati alle piattaforme come potere costituente e a Palantir, Peter Thiel e il manifesto di Karp.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
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