Cinquecento aerei e una bugia di Stato

Le parole di Mark Rutte squarciano il velo: dalle basi italiane è passata la logistica della guerra all’Iran, mentre il governo continua a recitare la favola di un Paese «non coinvolto».

1. La confessione che nessun comunicato potrà cancellare

Ci sono verità che il potere custodisce dietro il segreto di Stato per decenni e che poi, in un attimo di vanità televisiva, vengono pronunciate come se fossero un vanto. È accaduto in uno studio di Fox News, dove il segretario generale della NATO Mark Rutte, intervistato alla vigilia del suo incontro alla Casa Bianca, ha spiegato agli americani perché non dovessero lamentarsi troppo dell’Europa. E per dimostrare quanto gli alleati avessero contribuito alla guerra contro l’Iran ha scelto l’esempio più imbarazzante per Roma: dalle basi statunitensi presenti in Italia sono decollati circa cinquecento aerei americani a sostegno dell’operazione Epic Fury. Un numero, ha aggiunto, enorme.

Non si è fermato lì. Guardando all’intero continente, ha parlato di un volume compreso tra quattromila e cinquemila missioni di volo partite dalle basi americane in Europa per servire la macchina bellica scatenata contro Teheran. Ha citato la Romania, dove l’aeroporto di Bucarest avrebbe dovuto ridurre il traffico civile perché trasformato in deposito per le aerocisterne del rifornimento in volo. Mentre le cancellerie del Vecchio Continente, per mesi, avevano giurato che nessuna base sul proprio territorio fosse stata usata per una guerra che calpesta il diritto internazionale, il capo dell’Alleanza Atlantica raccontava il contrario con la disinvoltura di chi recita un bilancio. La differenza tra la versione ufficiale e la realtà non era una sfumatura: era una voragine. E in quella voragine è precipitata la narrazione costruita per quattro mesi dal governo di Giorgia Meloni.

2. La liturgia della smentita

La risposta del potere è arrivata immediata, con la prontezza dei riflessi condizionati. Il Ministero della Difesa ha bollato come fallace il messaggio del segretario NATO, accusandolo di confondere la tipologia dei voli autorizzati e ribadendo che l’Italia consente soltanto attività tecniche e logistiche, mai cinetiche, nel perimetro dei trattati esistenti. Il ministro Crosetto si è detto pronto a elencarli uno per uno, quei voli. Il ministro Tajani ha derubricato l’intera vicenda a tempesta in un bicchier d’acqua. Persino dal quartier generale dell’Alleanza è partita la pezza correttiva: Rutte, hanno fatto sapere, intendeva riferirsi a logistica e assistenza tecnica, non a bombardamenti.

Ma è proprio qui che la smentita rivela la sua natura di confessione. Nessuno, a Palazzo Chigi come al Ministero della Difesa, ha negato che da Sigonella, da Aviano, da Camp Darby siano partiti quei cinquecento velivoli. Il governo non contesta il numero: contesta l’aggettivo. Ammette il transito e discute solo se chiamarlo guerra o supporto. È la stessa logica con cui chi consegna le munizioni si dichiara estraneo allo sparo, chi indica il bersaglio si proclama innocente del colpo. La macchina della rassicurazione, costruita per anestetizzare l’opinione pubblica, finisce per confermare l’unico fatto che contava: l’Italia ha messo il proprio territorio al servizio di un’aggressione decisa altrove. Tutto il resto è teologia delle definizioni.

3. Il confine che il potere finge di non vedere

La distinzione tra supporto logistico e azione di guerra, brandita come uno scudo, è una finzione che non regge alla prova dei fatti. Camp Darby, tra Livorno e Pisa, è il più grande deposito di armi e munizioni dell’esercito statunitense in Europa, collegato al porto da un canale dedicato: da lì sono usciti gli ordigni che poi sono caduti sull’Iran. Da Sigonella decollano con regolarità i droni da sorveglianza a lungo raggio che mappano il terreno e individuano gli obiettivi: un velivolo che disegna la mappa del bersaglio è parte integrante della catena che porta alla distruzione, non un osservatore neutrale. I voli cargo, formalmente di rifornimento, trasportano bombe, soldati, mezzi corazzati, e dall’inizio del conflitto hanno toccato dalle basi italiane un picco senza precedenti negli anni recenti.

Lo aveva già denunciato, mesi fa, chi non si accontentava delle rassicurazioni di facciata: dietro la parola logistica si nasconde una complicità operativa che alimenta ogni giorno la guerra. Quando lo stesso vertice atlantico definisce l’Italia un hub logistico e di intelligence, sta certificando che il nostro Paese è un ingranaggio della macchina bellica, non un osservatore distante. La verità è che il confine tra assistenza e partecipazione esiste solo nei comunicati. Sul campo, dove un drone partito dalla Sicilia segnala una colonna da colpire al confine iraniano, quel confine si dissolve. E il governo lo sa: per questo difende la formula con tanta ostinazione. Difende una parola perché sa che, caduta quella, cade tutto l’impianto.

4. La Costituzione ridotta a fondale

C’è un articolo, l’undicesimo della Costituzione, che dovrebbe rendere impossibile tutto questo. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali: parole scolpite da chi era uscito dalle macerie del fascismo e della guerra mondiale, e che oggi suonano come un atto d’accusa contro chi governa. Eppure quelle parole vengono aggirate ogni giorno, protette da un’architettura di opacità. Gli accordi che regolano le basi statunitensi, fondati sul patto bilaterale del 1954 e mai realmente svelati, sono coperti dal segreto di Stato: il cittadino non può sapere a quali fini venga usato il suolo del proprio Paese. La sovranità nazionale è formalmente italiana, ma il comando operativo è americano, e la trasparenza è bandita.

Il paradosso istituzionale ha avuto il suo momento più rivelatore agli inizi di marzo, quando il governo ha dichiarato che nessuna richiesta formale di uso delle basi era pervenuta e subito dopo la maggioranza ha votato una risoluzione che autorizzava preventivamente quell’uso. Si concedeva in anticipo ciò che si giurava non fosse stato chiesto: un assenso preventivo all’impiego bellico delle installazioni, mai visto prima, con il Parlamento che rinunciava al proprio ruolo di controllo riducendosi a notaio dell’allineamento. Non è la prima volta che la sovranità si piega all’alleato. Nel 1998 un aereo militare decollato da Aviano tranciò i cavi della funivia del Cermis uccidendo venti persone, e i piloti furono giudicati e assolti dai tribunali militari americani, sottratti alla giustizia italiana. Nel 1985, sul piazzale di Sigonella, carabinieri e militari statunitensi si fronteggiarono armati per stabilire chi comandasse davvero su quel pezzo di territorio nazionale. La storia delle basi è la cronaca di una sovranità concessa in affitto.

5. Il vassallaggio eretto a dottrina

Ridurre la vicenda a una bugia parlamentare significherebbe perdere di vista il quadro. I cinquecento aerei sono la punta visibile di una scelta di campo strategica, in cui l’Europa intera — come ha riconosciuto persino l’opposizione raccogliendo le parole del segretario NATO — è stata trasformata in una piattaforma di proiezione della potenza statunitense. È la legge del più forte sostituita al diritto internazionale, la subordinazione dipinta come amicizia atlantica. La sequenza dei cedimenti è impressionante: la firma sull’obiettivo di spesa militare al cinque per cento del prodotto interno lordo, l’accettazione dei dazi imposti alle nostre imprese, gli acquisti garantiti di gas americano, la cancellazione di fatto delle tasse ai giganti del web, il cappello del nazionalismo statunitense indossato dopo il massacro di Gaza. Un governo che ha detto sì a ripetizione, salvo costruire qualche teatrino per salvare la faccia.

Perché di teatrino si tratta, quando si guarda alla sostanza. Lo scambio di accuse tra Donald Trump e Giorgia Meloni, il presidente americano che rimproverava all’Italia un sostegno insufficiente, la premier che rivendicava una presunta autonomia: una sceneggiata utile a coprire la complicità reale, quella garantita dalle piste italiane agli aerei a stelle e strisce. Nel frattempo il vertice atlantico celebrava il presidente statunitense come leader del mondo libero e vantava i posti di lavoro generati su entrambe le sponde dell’oceano dall’industria della difesa. Ecco svelato il contenuto autentico dell’alleanza: non la sicurezza dei popoli, ma il profitto del complesso militare-industriale, l’economia di guerra come fine in sé. L’imperialismo non chiede di essere amato; chiede di essere servito. E trova, a Roma, servitori solerti pronti a chiamare lealtà ciò che è soltanto sottomissione.

6. Chi paga il conto della guerra altrui

Dietro le cifre e i comunicati ci sono le conseguenze concrete, quelle che ricadono sempre sugli stessi. La guerra cominciata il ventotto febbraio con l’uccisione della Guida Suprema iraniana e con una pioggia di missili sulle città dell’Iran ha incendiato l’intera regione: la chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa un quinto del petrolio mondiale, ha fatto schizzare il greggio oltre i cento dollari al barile, con picchi vicini ai centoventi, scatenando una crisi energetica planetaria. Migliaia di marinai sono rimasti intrappolati nelle acque del Golfo, in attesa di evacuazione. Negli Stati Uniti il prezzo della benzina è cresciuto di quasi un quinto. E sotto le bombe sono morti civili a centinaia, fino alla strage in una scuola elementare femminile nel sud del Paese.

È stato lo stesso ministro della Difesa a definirla una guerra che nessuno di noi ha voluto. Eppure quella guerra non voluta è stata rifornita dalle basi italiane, e il suo conto lo pagano i molti che non l’hanno decisa: le famiglie schiacciate dal caro-energia, i lavoratori esposti all’inflazione importata, una transizione ecologica già lenta e ora ulteriormente rinviata in nome dell’emergenza. Mentre il cittadino paga la bolletta, gli azionisti dell’industria bellica incassano dividendi. È questa la geometria del potere imperiale: socializzare i costi e privatizzare i profitti, scaricare sulle spalle dei popoli il prezzo di scelte prese nei palazzi di Washington e eseguite dalle piste di Sigonella. La dimensione umana — il dolore dei civili iraniani, l’angoscia dei marinai bloccati, la fatica di chi non arriva a fine mese — scompare dietro la fredda contabilità delle missioni di volo.

7. La verità come atto d’accusa

Rutte non ha rivelato un segreto: ha confermato ad alta voce ciò che il movimento contro la guerra, i costituzionalisti, la sinistra che non ha smarrito la bussola denunciavano dal primo giorno di questa folle avventura. Il suo merito involontario è aver tolto la maschera, costringendo il governo a difendere l’indifendibile davanti al Paese. Lo scandalo, però, non è soltanto la menzogna al Parlamento. È un sistema in cui una nazione può essere resa corresponsabile di una guerra illegale senza che i suoi cittadini abbiano mai potuto decidere, in cui il segreto sostituisce il dibattito e l’obbedienza all’alleato prende il posto della Costituzione.

Che la presidente del Consiglio riferisca in Aula è il minimo che la democrazia possa pretendere. Ma oltre il rito parlamentare resta la domanda di fondo, quella che nessun comunicato della Difesa potrà eludere: l’Italia vuole continuare a essere la pista di decollo di un impero in declino, o intende riprendersi la sovranità e la Carta che ripudia la guerra? Finché la risposta resterà sospesa, finché si continuerà a chiamare logistica la complicità e prudenza la sottomissione, ogni rassicurazione sarà soltanto un’altra bugia detta più piano. E c’è un momento in cui tacere, o credere alle favole del potere, diventa esso stesso una forma di complicità.

Fonti

Ansa, «Rutte: 500 aerei Usa decollati dall’Italia per supportare Epic Fury. Tajani e la Difesa: rispettiamo i trattati, messaggio fallace», 24 giugno 2026.

Il Fatto Quotidiano, «Basi Nato in Italia: 500 voli Usa contro l’Iran, Rutte svela i numeri», 24 giugno 2026.

Il Sole 24 Ore, «Rutte: 500 aircraft from Italian bases supporting offensive in the Iranian theatre», 24 giugno 2026.

Quotidiano.net, «Rutte, basi italiane: 500 voli per l’Iran. Trump, il Senato limita i suoi poteri», 24 giugno 2026.

Il Mattino, «Iran, Rutte: da basi italiane 500 aerei Usa per Epic Fury. Crosetto: trattati rispettati», 24 giugno 2026.

Adnkronos, «Iran, Rutte: 500 aerei Usa da basi in Italia. La Difesa: messaggio fallace», 24 giugno 2026.

Il Post, «Gli Stati Uniti possono usare le loro basi in Italia per la guerra in Medio Oriente?», 8 marzo 2026.

Avvenire, «Le regole d’ingaggio per l’uso delle basi Usa in Italia, da Sigonella ad Aviano», 4 marzo 2026.

Sky TG24, «Basi militari in Italia, Crosetto nega uso Sigonella a Usa per operazioni in Iran», 31 marzo 2026.

Euronews, «Alleati sì, subordinati no: Crosetto chiarisce sull’uso delle basi Usa in Italia», 7 aprile 2026.

PeaceLink, «Iran, il governo italiano concede le basi militari», 4 marzo 2026.

Geopolitica.info, «Operation Epic Fury: la guerra che non piace agli americani», 26 marzo 2026.

Sky TG24, «Usa-Iran, dall’attacco del 28 febbraio all’accordo di pace: le tappe della guerra», giugno 2026.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

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