Riarmo, debito europeo e dipendenza tecnologica: perché la spesa militare italiana cresce mentre la capacità di decidere si assottiglia
C’è una domanda che il dibattito italiano sul riarmo tende ad aggirare, ed è la più elementare: difendere che cosa, con quali strumenti, sotto il controllo di chi. Da tre anni la discussione pubblica si organizza attorno a un numero: prima il 2 per cento del prodotto interno lordo, poi il 3,5, infine il 5. Come se la sicurezza di una nazione fosse una funzione crescente della quota di ricchezza trasferita al comparto militare.
È un rovesciamento del ragionamento militare, prima ancora che politico. In una pianificazione seria si parte dall’analisi delle minacce, si individuano le capacità mancanti, si valuta quali di esse siano realmente controllabili sul piano industriale e tecnologico, e soltanto alla fine si arriva alla cifra. Nella grammatica dei vertici atlantici si parte invece dalla cifra e si cercano, poi, le voci da collocarvi dentro.
Il 2026 offre materiale documentale sufficiente per verificare che cosa produca questa inversione. Ne emerge un quadro in cui la spesa cresce, la contabilità si dilata, il debito aumenta, e la capacità italiana di decidere in autonomia su ciò che compra, su come lo fa volare, su quali reti lo fa comunicare, resta sostanzialmente dove era. Con una differenza rispetto al passato: il conto lo paga per intero l’erario nazionale.
1. Il bilancio prima del bisogno
Al vertice dell’Aia del 24 e 25 giugno 2025 i trentadue Paesi della NATO hanno assunto l’impegno di portare entro il 2035 la spesa per difesa e sicurezza al 5 per cento del prodotto interno lordo. La cifra è articolata in due blocchi: almeno il 3,5 per cento per i requisiti fondamentali della difesa e per il raggiungimento degli obiettivi di capacità dell’Alleanza, e fino all’1,5 per cento per la protezione delle infrastrutture critiche, la difesa delle reti, la resilienza civile, l’innovazione e il rafforzamento della base industriale. Ogni alleato deve presentare piani annuali con traiettorie incrementali credibili. Non sono previste sanzioni formali per chi resta indietro.
Il secondo blocco è la parte politicamente più interessante, perché la sua definizione resta volutamente indeterminata. Giorgia Meloni ha spiegato che dentro quell’1,5 per cento rientrano ambiti che vanno dall’intelligenza artificiale al contrasto dell’immigrazione irregolare, fino ai trasporti e alle infrastrutture critiche. Non è un dettaglio: è un contenitore elastico, costruito perché ciascun governo possa riempirlo con spese già esistenti e presentarle come sforzo difensivo aggiuntivo.
Il contesto in cui questa decisione si colloca è quello di una corsa globale. Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute diffusi nell’aprile 2026, nel 2025 la spesa militare mondiale ha toccato il record di 2.887 miliardi di dollari, con un aumento reale del 2,9 per cento e l’undicesimo incremento consecutivo, pari al 2,5 per cento del prodotto interno lordo mondiale, il livello più alto dal 2009. L’Europa è stata il motore dell’aumento, con 864 miliardi di dollari e una crescita del 14 per cento.
Non risulta, però, che a questa spirale corrisponda un mondo più sicuro. La Rete Italiana Pace e Disarmo osserva che il numero di conflitti armati attivi è oggi ai massimi dalla fine della Seconda guerra mondiale. La correlazione fra volume di spesa e riduzione del rischio, che nel dibattito viene trattata come un assioma, resta una tesi, e una tesi che i dati non confermano.
2. La sovranità certificata dalla ragioneria
L’Italia ha comunicato all’Alleanza di aver raggiunto nel 2025 la vecchia soglia del 2 per cento. Le pubblicazioni NATO dell’ottobre 2025 registrano una spesa italiana di 45,3 miliardi di euro, contro i 32,7 miliardi del 2024, quando il rapporto era all’1,5 per cento. Un balzo del 38,5 per cento in un anno. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica ha posto la domanda che il dibattito ha evitato: si tratta di un’effettiva maggiore spesa o di una riclassificazione di altre voci? Nell’aggregato comunicato alla NATO sono infatti confluite componenti come le pensioni militari e quote riferite ad Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza.
Il confronto con la contabilità interna è istruttivo. Secondo l’Osservatorio Mil€x, il bilancio proprio del Ministero della Difesa per il 2026 si attesta a circa 32,4 miliardi di euro, mentre la spesa militare cosiddetta pura, che comprende personale, esercizio, investimenti e missioni, raggiunge i 33,9 miliardi: un record storico, in crescita del 2,8 per cento sul 2025 e di oltre il 45 per cento rispetto al 2017. La voce che cresce di più è quella dei programmi di armamento, con 13,17 miliardi previsti per il 2026, il livello più alto di sempre e circa il 60 per cento in più rispetto al 2022. Il rapporto con il prodotto interno lordo, su questo perimetro, si colloca fra l’1,46 e l’1,51 per cento.
Il SIPRI, che adotta criteri propri, colloca l’Italia al dodicesimo posto mondiale con oltre 48 miliardi di dollari e una crescita reale intorno al 20 per cento nel solo 2025, dopo un decennio in cui la spesa è aumentata del 57 per cento in termini reali.
Esistono dunque due perimetri contabili e due narrazioni politiche. Lo scarto fra i quarantacinque miliardi comunicati all’Alleanza e i trentaquattro della contabilità nazionale è lo spazio in cui il governo può dire a Washington che l’obiettivo è raggiunto e all’opinione pubblica interna che lo sforzo è misurato. Va riconosciuto che chi denuncia la riclassificazione lo fa spesso per chiedere più spesa reale, non meno. Ma il punto resta valido a prescindere dall’intenzione di chi lo solleva: una capacità militare non nasce da una voce di bilancio spostata da una colonna all’altra. E una sovranità nemmeno.
3. Un debito che si chiama sicurezza
Il finanziamento della nuova fase poggia in misura crescente sullo strumento europeo SAFE, acronimo di Security Action for Europe, regolamento adottato dal Consiglio il 27 maggio 2025 ed entrato in vigore due giorni dopo, primo pilastro del piano ribattezzato Readiness 2030. La Commissione raccoglie sui mercati fino a 150 miliardi di euro e li gira agli Stati membri sotto forma di prestiti, non di trasferimenti a fondo perduto, con scadenze fino a quarantacinque anni e dieci anni di preammortamento. Per accedervi, almeno il 65 per cento del valore di un sistema d’arma deve essere prodotto in uno Stato membro, in Ucraina o in un Paese dello Spazio economico europeo. Il 9 settembre 2025 la Commissione ha adottato la ripartizione provvisoria: all’Italia sono stati assegnati 14,9 miliardi, alla Polonia 43,7.
Roma ha prenotato l’intera somma senza decidere. Antonio Tajani ha chiarito che i 14,9 miliardi sono il tetto massimo e che il ricorso effettivo sarà probabilmente inferiore, annunciando la richiesta entro la fine del 2026. All’interno della maggioranza le posizioni divergono: il senatore Claudio Borghi ha dichiarato che nessuna decisione è stata presa e che la scelta spetta al Parlamento. Bruxelles, dal canto suo, ha fatto sapere che l’autunno è l’ultima finestra utile e che le risorse non impiegate verranno riallocate ad altri Paesi.
L’argomento a favore esiste e va riconosciuto per intero: il merito creditizio dell’Unione è migliore di quello italiano, i prestiti costano meno delle emissioni nazionali, il risparmio stimato in interessi si aggira intorno ai centoventi milioni l’anno, e il vincolo agli acquisti congiunti dovrebbe ridurre la frammentazione del procurement europeo.
Restano tre obiezioni non aggirabili. La prima è che si tratta di debito, che si somma al debito pubblico e che verrà rimborsato dai contribuenti dei prossimi decenni per finanziare in parte beni a consumo rapido, come le munizioni. La seconda è che la clausola del 65 per cento costruisce un perimetro industriale europeo, non una capacità nazionale: è politica industriale continentale, e come tale andrebbe discussa. La terza è la più politica di tutte. In giugno il ministro Guido Crosetto ha dichiarato che, qualora l’Italia aderisse al SAFE, la Difesa ha pronti gli investimenti, e ha subordinato a quelle risorse una parte della riforma. Il calendario della difesa nazionale è appeso al calendario di un prestito deciso a Bruxelles. Qualunque cosa significhi la parola sovranità, non significa questo.
4. Il caccia che vola con il permesso di un altro
Il programma F-35 è il caso di scuola. Autorizzato dal Parlamento nel 2009 per 131 velivoli, ridotto a 90 nel decennio successivo, è stato riportato a 115 dal Documento programmatico pluriennale della Difesa per il triennio 2024-2026, con l’acquisizione di 25 aerei aggiuntivi, quindici a decollo convenzionale e dieci a decollo corto e atterraggio verticale, per un costo di sette miliardi di euro comprensivi di motori, equipaggiamenti, aggiornamenti periodici e supporto logistico fino al 2035.
La Corte dei conti, nella sua analisi resa nota nel 2026, ha ricostruito una vicenda di ritardi e di costi fuori controllo: sviluppo concluso nel 2023 anziché nel 2012, produzione a regime nel 2024 anziché nel 2015, costi condivisi più che triplicati rispetto alle stime iniziali, con un contributo italiano salito a circa 2,8 miliardi di dollari e possibili ulteriori aumenti oltre i 3,2, anche per effetto dell’esclusione della Turchia dal programma. Il passaggio decisivo è però un altro: i giudici contabili rilevano che l’Italia ha scarso controllo sulle decisioni e sulle dinamiche di costo, dominate dagli Stati Uniti.
Su questa base va collocata la controversia sul cosiddetto interruttore di spegnimento. L’eurodeputato francese Christophe Gomart, già capo dell’intelligence militare transalpina, ha sostenuto che gli europei non possono impiegare i propri F-35 senza il consenso del Pentagono. Il Joint Program Office ha smentito formalmente l’esistenza di un kill switch. Allo stato non esiste alcuna evidenza pubblica di un dispositivo di disattivazione remota, e presentarlo come un fatto sarebbe scorretto.
Ciò che è documentato è una leva diversa e più prosaica: il controllo del codice e degli aggiornamenti software, dei dati di missione e della catena logistica dei ricambi, coordinata negli Stati Uniti anche quando alcuni componenti vengono assemblati in Europa. Non serve un interruttore quando si governa la manutenzione. È questa la forma reale della dipendenza, ed è la ragione per cui in Paesi come i Paesi Bassi si è arrivati a discutere pubblicamente della possibilità di sbloccare il software del velivolo, provocazione politica più che ipotesi tecnica.
Resta un argomento a favore del programma, ed è industriale: al 31 dicembre 2023 le ricadute tecnologiche, industriali ed economiche nazionali erano stimate in circa 4,7 miliardi di euro, con lo stabilimento di Cameri divenuto punto di riferimento regionale per manutenzione e assemblaggio. È un argomento legittimo, ma va chiamato con il suo nome. Si chiama politica industriale e occupazionale, non difesa della patria. Confondere le due cose è precisamente il meccanismo che consente di spendere in nome della sicurezza per ottenere commesse.
5. Le reti che non ci appartengono
Nessuna difesa contemporanea esiste senza comunicazioni. Ed è qui che la contraddizione italiana diventa clamorosa. Fra il 2023 e il 2024, con l’avallo del governo in carica, la rete fissa di TIM è stata scorporata e ceduta a un consorzio guidato dal fondo statunitense KKR: nell’assetto risultante FiberCop vede il fondo americano al 37,8 per cento, il fondo pensione canadese CPPIB al 17,5, il fondo sovrano di Abu Dhabi ADIA al 17,5, il Ministero dell’Economia al 16 e F2i all’11,2. Il closing è avvenuto il primo luglio 2024. L’infrastruttura fisica su cui transitano le comunicazioni del Paese è oggi proprietà di un veicolo a controllo estero.
Nel 2026 lo stesso azionista pubblico ha imboccato la strada opposta. Poste Italiane, controllata dal Ministero dell’Economia direttamente e tramite Cassa Depositi e Prestiti, ha annunciato a marzo e avviato il 20 luglio un’offerta pubblica di acquisto e scambio totalitaria su TIM, in chiusura l’11 settembre, con un corrispettivo di 1,67 euro in contanti più 0,218 azioni Poste per ciascuna azione conferita, su un massimo di circa 1,706 miliardi di azioni pari al 79,9 per cento del capitale. Al 7 agosto le adesioni erano ferme all’1,5 per cento circa degli strumenti oggetto dell’offerta.
L’esito, se l’operazione riuscisse, sarebbe questo: lo Stato tornerebbe a controllare marchio, servizi, rete mobile, data center e cloud, ma la fibra su cui tutto quel traffico viaggia resterebbe di proprietà di FiberCop. Si ricompra il traffico, non la strada. È una sovranità rivendicata sul perimetro azionario e non sull’infrastruttura.
Lo stesso vale per il livello superiore, quello dei dati. Il Polo Strategico Nazionale è stato realizzato da una società partecipata da TIM, Leonardo, CDP Equity e Sogei, ma vi sono poi entrati i grandi operatori statunitensi, Amazon Web Services con circa ottanta servizi. Nel 2022 era stato il sottosegretario delegato alla Strategia Cloud Italia, Alessio Butti, ad avvertire che il Cloud Act statunitense rappresenta una minaccia alla sovranità digitale nazionale e che l’unico strumento di difesa consiste nel non trovarsi nella condizione di applicabilità di quella norma. Gli operatori americani controllano oggi circa il 70 per cento del mercato cloud europeo. Il Cloud and AI Development Act presentato dalla Commissione il 3 giugno 2026 introduce quattro livelli di sovranità che rimettono in discussione una parte rilevante delle migrazioni finanziate dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, negoziate con architetture di trasferimento diretto verso quegli stessi operatori.
Chi controlla lo stack tecnologico controlla ciò che si può leggere, interrompere, condizionare. Discutere di riarmo prescindendo da questo livello significa discutere della serratura ignorando chi possiede la chiave.
6. L’orbita mancante
La componente spaziale racconta la stessa asimmetria fra annunci e tempi reali. La costellazione europea IRIS², pensata come dorsale di comunicazioni sicure per governi, forze armate e servizi di emergenza, ha visto la firma del contratto di concessione con il consorzio SpaceRISE nel dicembre 2024 e, nell’agosto 2026, l’accordo che porta il programma alla fase realizzativa: 342 satelliti fra orbita bassa e media, un investimento complessivo di 15,6 miliardi di euro, primi lanci previsti nel 2029 ed entrata in servizio l’anno successivo.
Sul versante nazionale, il Comitato interministeriale per le politiche relative allo spazio ha incaricato nel dicembre 2024 l’Agenzia Spaziale Italiana di elaborare uno studio per una costellazione nazionale in orbita bassa. Concluso lo studio nel 2025, il programma è entrato nella fase di definizione dei contratti industriali, con piena operatività attesa non prima del 2031. Nel frattempo si è discusso a lungo, e senza esito concreto, di un possibile accordo con l’operatore commerciale statunitense Starlink.
Il risultato è che per almeno quattro o cinque anni le comunicazioni governative sicure continueranno a dipendere da assetti esistenti e da fornitori commerciali stranieri. La spesa cresce oggi, la capacità arriverà, se arriverà, alla fine del prossimo decennio. La sequenza è esattamente rovesciata rispetto a quella che una politica di autonomia richiederebbe: prima le infrastrutture abilitanti, poi le piattaforme d’arma.
7. La riserva rinviata per mancanza di coperture
Il 4 agosto 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato, su proposta del ministro Crosetto, il disegno di legge recante disposizioni per il rafforzamento e l’adeguamento della capacità di difesa nazionale. Il testo, composto di quindici articoli, interviene in prevalenza sul Codice dell’ordinamento militare del 2010: sdoppia la figura del sottocapo di stato maggiore della Difesa, istituzionalizza il dominio cibernetico con una struttura interforze dedicata, disciplina i mezzi senza equipaggio equiparando le navi drone alle navi militari, ridefinisce le regole sui risarcimenti per condotte colpose dei militari e istituisce un fondo per la ricerca scientifica e tecnologica militare con una dotazione di dieci milioni di euro l’anno dal 2026.
Fuori dal provvedimento è rimasta la parte che aveva alimentato mesi di dibattito: la riserva. Lo schema circolato in giugno prevedeva l’incremento progressivo degli organici fino a 40.000 unità entro il 31 dicembre 2033 e la costituzione di tre forze di riserva. Una riserva operativa composta da militari in congedo da non più di cinque anni, con disponibilità irrevocabile al richiamo, anche d’autorità. Una riserva volontaria specialistica per competenze sanitarie, informatiche e tecniche, con conferimento diretto del grado. Una riserva territoriale su base regionale, per volontari fra i venticinque e i trentacinque anni, impiegabile in emergenze e protezione civile. Il richiamo d’autorità sarebbe deliberato dal Consiglio dei ministri, comunicato al Presidente della Repubblica e trasmesso alle Camere, chiamate a pronunciarsi entro cinque giorni.
Il motivo del rinvio non è di ordine costituzionale ma contabile. Lo ha spiegato lo stesso ministro in giugno: il primo provvedimento è quello che presenta meno problemi di copertura, mentre quello sulla riserva comporta oneri pluriennali da affrontare nella legge di bilancio. E ha aggiunto che, in caso di adesione italiana al SAFE, gli investimenti sono pronti. La dimensione umana del riarmo non è stata accantonata per prudenza democratica: è in attesa di cassa.
Vale la pena ricordare che la leva obbligatoria non è stata abolita ma soltanto sospesa, dal primo gennaio 2005, con la legge 226 del 2004. In Francia è stato annunciato un servizio militare volontario di dieci mesi a partire dall’estate 2026, con tremila giovani nella prima fase; la Germania punta a passare da 182.000 a 260.000 effettivi entro il 2035. La questione italiana tornerà in Parlamento in autunno, e sarà quello il momento per verificare se il controllo parlamentare su un richiamo d’autorità possa davvero esercitarsi in cinque giorni, che sono un tempo procedurale, non un tempo deliberativo.
8. Chi paga il conto
Ogni scelta di bilancio è una gerarchia di priorità resa in cifre. Mentre la spesa militare tocca il suo massimo storico, il finanziamento della sanità pubblica resta congelato. Secondo le analisi della Fondazione GIMBE sul Documento di finanza pubblica 2026, approvato il 22 aprile, il rapporto fra spesa sanitaria e prodotto interno lordo rimane fermo al 6,4 per cento fino al 2029. In valore assoluto la spesa prevista è di 141,5 miliardi nel 2025 e 148,5 nel 2026, ma il divario fra le previsioni di spesa necessarie a erogare i livelli essenziali di assistenza e le risorse effettivamente stanziate cresce anno dopo anno: 7,1 miliardi nel 2027, 10,1 nel 2028, 13,4 nel 2029, per un totale di 30,6 miliardi nel triennio.
Non è un incidente congiunturale. In audizione parlamentare nel novembre 2025 la stessa Fondazione aveva quantificato in 17,5 miliardi il divario cumulato fra il 2023 e il 2026 rispetto al semplice mantenimento del livello di finanziamento del 2022. La Corte dei conti ha certificato già per il 2024 un disavanzo delle Regioni superiore a 1,5 miliardi. Le Regioni, prive di risorse aggiuntive, dispongono di due sole leve: tagliare i servizi o aumentare le imposte locali. In entrambi i casi il costo si scarica sui cittadini.
Le conseguenze materiali hanno nomi precisi: liste di attesa che si allungano, crescita della spesa sanitaria privata, rinuncia alle cure. Chi ha reddito compra la prestazione sul mercato, chi non ne ha aspetta o rinuncia. Nell’area della non autosufficienza e della disabilità grave il fenomeno assume la forma più dura, quella dell’abbandono: assistenza domiciliare insufficiente, caregiver familiari senza riconoscimento giuridico ed economico, livelli essenziali garantiti sulla carta e disattesi nei fatti.
I 13,2 miliardi di investimenti in armamenti previsti per il 2026 e i 13,4 miliardi che mancheranno alla sanità nel 2029 non appartengono allo stesso perimetro contabile e non sono voci fungibili una per una. Ma la coincidenza dell’ordine di grandezza non è un dettaglio retorico: descrive una scala di priorità. E lo fa in un ordinamento in cui la giurisprudenza costituzionale ha progressivamente spostato l’asse dal principio del diritto finanziariamente condizionato alla nozione di spesa costituzionalmente necessaria, chiamando lo Stato a rispondere della propria competenza esclusiva sui livelli essenziali di assistenza.
9. Difendere che cosa
Ricomponendo gli elementi, ciò che si sta costruendo non è autonomia strategica. È interoperabilità. E l’interoperabilità non è un dettaglio tecnico: è una forma politica. Significa progettare lo strumento militare nazionale come modulo di un’alleanza i cui standard, software, logistica e catena di comando sono definiti altrove. Il ministro Crosetto lo ha detto con chiarezza, indicando fra gli obiettivi della riforma la piena integrabilità delle Forze armate italiane nei contesti alleati. La spesa aumenta, la funzione resta ancillare, e il finanziamento passa progressivamente dall’alleato al contribuente italiano.
Su come uscirne il dibattito è aperto e non si risolve con uno slogan. C’è chi sostiene che occorra prima recedere dalla NATO e poi costruire capacità autonome nei settori a duplice uso, dall’elettronica alle telecomunicazioni al software. C’è chi replica che l’ordine dei fattori vada invertito, perché colmare il divario tecnologico richiede decenni di investimenti e nel frattempo il Paese resterebbe scoperto. Entrambe le posizioni meritano di essere discusse nel merito. Ma condividono una premessa che il governo non condivide: che la spesa attuale, così come è congegnata, non produce autonomia.
Resta il piano costituzionale, che nel dibattito viene evocato e quasi mai letto. L’articolo 52 stabilisce che la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino, e che il servizio militare è obbligatorio nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge. Da quasi sessant’anni la Corte costituzionale chiarisce che il primo comma ha un’estensione più ampia del secondo: già con la sentenza 53 del 1967, poi con la 164 del 1985 e la 228 del 2004, il dovere di difesa è stato riconosciuto adempibile anche attraverso comportamenti di impegno sociale non armato, e letto alla luce dei doveri di solidarietà dell’articolo 2. Accanto, e prima, resta l’articolo 11, che ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Una nazione che cede la proprietà della propria rete fissa, ospita i dati critici della pubblica amministrazione su infrastrutture esposte a giurisdizione straniera, acquista velivoli il cui ciclo di vita dipende da aggiornamenti decisi in un altro continente, finanzia l’accelerazione con un prestito europeo che dovrà restituire e nel frattempo lascia scivolare il finanziamento del servizio sanitario, non sta costruendo sovranità. Sta acquistando, a debito, il diritto di partecipare a decisioni altrui.
La domanda che resta aperta, e che il Parlamento dovrà affrontare in autunno fra legge di bilancio, adesione al SAFE e riforma dello strumento militare, non è quanto spendere. È chi decide e chi paga. Finché le due risposte non coincideranno con la parola cittadini, sovranità resterà, nel dibattito pubblico italiano, una figura retorica al servizio di interessi che non hanno bisogno di essere nominati per essere serviti.
Fonti
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