Il colpo di mano elettorale.

Come la destra riscrive le regole per blindare il potere

Lo Stabilicum non è una legge elettorale: è un dispositivo di conservazione del comando. Anatomia di una forzatura che svuota il Parlamento e inganna gli elettori.

C’è una regola non scritta che ogni democrazia matura conosce: le regole del gioco non si cambiano mentre la partita è in corso, e tanto meno le cambia da solo il giocatore che teme di perdere. La maggioranza di Giorgia Meloni ha deciso di violare questa regola alla luce del sole, con una determinazione che non lascia spazio a equivoci. A meno di un anno dalla scadenza naturale della legislatura, con le elezioni politiche all’orizzonte del 2027, il centrodestra ha calendarizzato per il 26 giugno l’arrivo in Aula alla Camera della nuova legge elettorale, ribattezzata Stabilicum dai suoi promotori e Meloncellum dai suoi critici. Il primo firmatario è Galeazzo Bignami, deputato di Fratelli d’Italia. L’obiettivo dichiarato è la stabilità. L’obiettivo reale è un altro, e non occorre alcuna dietrologia per individuarlo: impedire che la ritrovata convergenza delle opposizioni renda contendibili i collegi uninominali che nel 2022 regalarono alla destra una vittoria sproporzionata rispetto ai voti reali, e consegnare alla coalizione di governo un premio di seggi capace di blindare la prossima legislatura. Non è una riforma. È un colpo di mano travestito da ingegneria istituzionale.

Che cosa prevede davvero lo Stabilicum
Dietro il linguaggio tecnico, il meccanismo è brutale nella sua semplicità. Spariscono i collegi uninominali del Rosatellum, quelli in cui un’opposizione unita avrebbe potuto vincere sfide dirette sul territorio. Al loro posto, un sistema proporzionale con liste bloccate corte, soglie di sbarramento al tre per cento per le liste e al dieci per cento per le coalizioni, e soprattutto un premio di maggioranza fisso: settanta deputati e trentacinque senatori in dote alla lista o coalizione che raggiunga almeno il quarantadue per cento dei voti validi in entrambe le Camere. Il ballottaggio, previsto in una prima versione del testo, è stato soppresso. Le liste o le coalizioni dovranno inoltre depositare, insieme al programma, il nome e cognome della persona proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri. Un tetto di duecentoventi deputati e centotredici senatori, pari a circa il cinquantacinque per cento dei seggi, dovrebbe rassicurare sulla compatibilità costituzionale del congegno. Dovrebbe, appunto. Perché ogni singolo ingranaggio di questa macchina, esaminato da vicino, rivela un difetto strutturale che non è un incidente di percorso, ma il cuore stesso del progetto.

La tempistica come confessione
Il primo elemento di denuncia è il metodo, che in materia elettorale è già sostanza. Le leggi elettorali non si modificano sul finire della legislatura: lo raccomanda il Consiglio d’Europa attraverso il Codice di buona condotta elettorale della Commissione di Venezia, lo ha ribadito la stessa Corte costituzionale invitando il legislatore a non intervenire nell’imminenza del voto. La maggioranza ha fatto esattamente il contrario, e con una accelerazione che ha dell’incredibile: il testo definitivo è stato depositato in commissione Affari costituzionali alla vigilia della discussione, le opposizioni hanno denunciato che il documento finale è comparso in commissione alle sette di sera, le audizioni residue sono state compresse in una sola giornata, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha annunciato la volontà di approvare il testo alla Camera entro fine giugno, ben prima della pausa estiva. Centoventisei costituzionalisti hanno firmato un appello esprimendo forte preoccupazione per le rilevanti criticità costituzionali della riforma. Il governo ha tirato dritto. Quando si ha fretta di cambiare le regole prima di una partita che si teme di perdere, la fretta stessa è una confessione.

Il premio di maggioranza: la matematica della distorsione
Il cuore del dispositivo è il premio. E qui la matematica diventa politica. La Corte costituzionale, con le sentenze numero 1 del 2014 e numero 35 del 2017 che demolirono il Porcellum e ridimensionarono l’Italicum, ha fissato un principio chiaro: in una forma di governo parlamentare ogni sistema elettorale deve essere primariamente destinato ad assicurare la rappresentatività del Parlamento, e ogni alterazione del rapporto tra voti e seggi è ammissibile solo se non comprime in modo irragionevole quella rappresentatività. Lo Stabilicum aggira formalmente questi paletti alzando la soglia dal quaranta al quarantadue per cento, ma ne tradisce la sostanza. Si consideri un esempio elementare. Una coalizione ottiene il quarantadue virgola uno per cento dei voti e, grazie al premio, conquista il cinquantacinque per cento dei seggi. La seconda coalizione si ferma al quarantuno virgola nove per cento, due decimi di punto in meno, e deve spartirsi il restante quarantacinque per cento dei seggi con tutte le altre forze: ne otterrà poco più del trenta per cento. Una differenza di qualche decina di migliaia di voti si traduce in un divario di oltre venti punti percentuali di seggi. Questo non è un correttivo per la governabilità: è una macchina per fabbricare maggioranze artificiali, che gonfia il peso parlamentare del vincitore di quasi un terzo rispetto al consenso reale.

C’è di più. Poiché il premio scatta solo se la stessa lista o coalizione supera il quarantadue per cento in entrambe le Camere, gli esiti delle due elezioni, che la Costituzione vuole indipendenti, diventano reciprocamente condizionati. Il risultato, come hanno osservato i costituzionalisti più attenti, è un doppio sistema elettorale dentro la stessa legge: fortemente maggioritario se il premio scatta, proporzionale se non scatta. L’elettore vota senza poter conoscere gli effetti del proprio voto, in aperta tensione con il principio di libertà e consapevolezza del voto sancito dall’articolo 48 della Costituzione. E al Senato, eletto per dettato costituzionale su base regionale, un premio assegnato sulla base del risultato nazionale rappresenta una contraddizione frontale con l’articolo 57.

Il listone bloccato: parlamentari nominati, non eletti
Il secondo pilastro della distorsione riguarda chi siederà su quei seggi premiali. I settanta deputati e i trentacinque senatori del premio non saranno scelti dagli elettori: saranno pescati da listini bloccati, compilati dalle segreterie di partito, formalmente ripartiti tra le circoscrizioni ma di fatto eletti o non eletti in blocco sulla base del risultato nazionale. È la resurrezione, in scala ridotta ma concettualmente identica, del meccanismo dei nominati che la Corte costituzionale censurò nel Porcellum proprio perché impediva agli elettori di conoscere i candidati. La finzione dei listini circoscrizionali non cambia la natura del congegno: è un listone nazionale di fedelissimi, garantiti dal capo, sottratti a qualunque verifica democratica. E si aggiunge un paradosso che rasenta il grottesco: se la coalizione vincente ottiene troppi seggi nel riparto proporzionale, per non sfondare il tetto dei duecentoventi deputati i seggi vengono sottratti proprio ai candidati votati dagli elettori nei collegi, per preservare intatto il listone bloccato dei nominati. L’elettore che vota la coalizione vincente contribuisce, con il proprio voto, alla mancata elezione dei candidati che ha votato. Difficile immaginare una violazione più plastica della libertà di voto.

Il premierato dalla porta di servizio
E poi c’è la finalità strategica, quella che trasforma una pessima legge elettorale in un’operazione di regime change istituzionale. L’obbligo di indicare sulla scheda il nome del candidato alla Presidenza del Consiglio è il premierato introdotto dalla porta di servizio, dopo che la riforma costituzionale dell’elezione diretta del premier si è impantanata in Parlamento. La Costituzione, all’articolo 92, affida al Presidente della Repubblica la nomina del Presidente del Consiglio: nessuna legge ordinaria può scalfire quella prerogativa. Dunque, delle due l’una: o l’indicazione sulla scheda è giuridicamente irrilevante, e allora è un inganno consapevole ai danni degli elettori, ai quali si fa credere di eleggere direttamente il capo del governo; oppure è politicamente vincolante, e allora altera surrettiziamente la forma di governo parlamentare senza passare per la revisione costituzionale. In entrambi i casi, la logica di fondo è la stessa che attraversa tutta la stagione del costituzionalismo autoritario di questa destra: le elezioni non servono più a eleggere un Parlamento che rappresenti il Paese, ma a incoronare un capo dotato di una maggioranza assoluta inscalfibile. Hans Kelsen lo scrisse un secolo fa, e vale ancora: la democrazia è il regime politico in cui non ci sono capi.

Una maggioranza che può eleggersi i propri controllori
C’è infine una conseguenza sistemica che la discussione pubblica, distratta dai tecnicismi, rischia di lasciare in ombra. Una coalizione che, sommando premio e seggi proporzionali, si avvicini al sessanta per cento dei parlamentari nelle sedute comuni, mette le mani sulle maggioranze di garanzia: l’elezione del Presidente della Repubblica, dei giudici costituzionali di nomina parlamentare, dei membri laici del Consiglio superiore della magistratura. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha colto il punto quando ha denunciato che con questo premio la maggioranza può quasi eleggersi da sola il capo dello Stato. Non è un’iperbole polemica: è aritmetica istituzionale. Il combinato disposto tra premio elettorale, riforma della giustizia e premierato strisciante disegna un’architettura del potere in cui i contrappesi vengono progressivamente assorbiti dalla maggioranza di turno. È la traduzione italiana di un modello che conosciamo bene, perché lo abbiamo visto all’opera in Ungheria e in Polonia: si vince un’elezione, si riscrivono le regole, si occupano gli organi di garanzia, e da quel momento la competizione democratica diventa formalmente libera ma sostanzialmente truccata.

La posta in gioco
Bisogna dirlo con chiarezza: la battaglia sulla legge elettorale non è una disputa per addetti ai lavori. È la battaglia sulla natura stessa della nostra democrazia. La Costituzione del 1948 ha costruito una Repubblica parlamentare fondata sulla rappresentanza, sul pluralismo, sui contrappesi, proprio perché chi l’aveva scritta aveva conosciuto sulla propria pelle che cosa significa un potere esecutivo senza limiti. Lo Stabilicum cammina nella direzione opposta: meno rappresentanza, più comando; meno Parlamento, più governo; meno elettori, più nominati. E lo fa con il metodo peggiore, quello della forzatura unilaterale a colpi di maggioranza, su una materia che per sua natura esigerebbe il più ampio consenso, perché le regole del gioco appartengono a tutti i giocatori o non sono regole: sono armi. Le opposizioni hanno il dovere di trasformare l’ostruzione parlamentare in mobilitazione sociale, di portare questa battaglia fuori dai palazzi, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, perché un Paese che si lascia scippare la legge elettorale senza reagire ha già perso molto più di una legge. La storia italiana insegna che le leggi elettorali costruite su misura per chi le scrive finiscono spesso per ritorcersi contro i loro autori. Ma non possiamo affidarci all’eterogenesi dei fini. Possiamo e dobbiamo affidarci alla coscienza democratica di un popolo che, quando ha capito che la posta in gioco era la Costituzione, ha sempre saputo rispondere. È accaduto nel 2006, è accaduto nel 2016. Può accadere ancora. Deve accadere ancora.

Fonti
Francesco Pallante, Le molte ragioni contro la proposta di legge elettorale della destra, Volere la Luna, 8 giugno 2026.

ANSA, La legge elettorale in Aula dal 26 giugno, l’ira delle opposizioni, 27 maggio 2026.

Il Fatto Quotidiano, Legge elettorale, governo Meloni accelera: 126 costituzionalisti firmano appello, 11 maggio 2026.

Sky TG24, Legge elettorale, riforma Meloni: testo maggioranza e iter in Parlamento, 5 maggio 2026.

AGI, Legge elettorale, le opposizioni pronte a dare battaglia, 24 maggio 2026.

Corte costituzionale, sentenze n. 1/2014 e n. 35/2017.

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