Il rapporto Mediobanca fotografa un settore da 13,4 miliardi di ricavi che vive di accreditamento pubblico, mentre la legge 112 del 2026 esclude i lavoratori della sanità privata dall’adeguamento automatico degli stipendi: un caso esemplare di come il potere politico protegga il profitto e scarichi i costi su chi cura
C’è un settore dell’economia italiana che non teme la stagnazione, non conosce delocalizzazioni e ha davanti a sé una domanda garantita per decenni: la malattia e la fragilità di un Paese che invecchia. L’ultimo rapporto dell’Area Studi Mediobanca sui maggiori operatori sanitari privati, pubblicato nel luglio 2026, certifica che la sanità privata è tornata a fare utili dopo gli anni difficili della pandemia. Ma dietro i numeri della ripresa si nasconde una doppia verità che merita di essere raccontata per intero: la prima è che questa impresa privata prospera in larghissima parte grazie al denaro pubblico dell’accreditamento; la seconda è che il ritorno alla redditività è stato costruito comprimendo il costo del lavoro, con l’aiuto decisivo di una norma approvata dalla maggioranza di governo che ha escluso proprio i lavoratori della sanità privata accreditata dall’adeguamento automatico dei salari all’inflazione.
La domanda che guida questa analisi è semplice e insieme radicale: chi paga il ritorno all’utile della sanità privata italiana? La risposta, come vedremo, chiama in causa i contribuenti, che finanziano l’accreditamento; le lavoratrici e i lavoratori del settore, che attendono il rinnovo del contratto da otto anni e nelle Rsa da quattordici; e in ultima istanza i cittadini più fragili, anziani e non autosufficienti, la cui cura è diventata la materia prima di un modello di business.
1. Tredici miliardi e mezzo: la fotografia di Mediobanca
Il rapporto dell’Area Studi Mediobanca esamina i 38 principali gruppi della sanità privata italiana, quelli con fatturato individuale superiore ai 100 milioni di euro. Nel 2024 i loro ricavi aggregati hanno raggiunto i 13,4 miliardi, con una crescita del 5,5 per cento sull’anno precedente e del 22 per cento rispetto ai livelli del 2019, l’ultimo esercizio prima del Covid. L’utile aggregato è tornato positivo, attestandosi a 34,6 milioni, dopo i bilanci in rosso del 2020 e del biennio 2022-2023. Il margine operativo è risalito al 3,6 per cento dei ricavi, ancora distante dal 5,4 per cento pre-pandemico, ma la traiettoria è chiara e le prospettive sono rosee: per il 2025 lo stesso rapporto stima una crescita aggregata del giro d’affari del 3,7 per cento, trainata dalle strutture per anziani, che segnano un più 7,9 per cento, e dall’assistenza ospedaliera.
Il motore di questa espansione è demografico. Gli ultrasessantacinquenni rappresentano ormai quasi un quarto dei residenti in Italia e la domanda di prestazioni sanitarie, riabilitative e assistenziali è destinata a crescere strutturalmente, mentre le proiezioni indicano una spesa sanitaria pubblica sostanzialmente stabile, intorno al 6,4 per cento del Pil, per il periodo 2026-2029. È la combinazione perfetta per il capitale privato: una domanda in aumento, un’offerta pubblica ferma per scelta politica, e liste d’attesa che spingono chi può permetterselo verso il pagamento diretto o le assicurazioni. Il boom della componente cosiddetta solvente, cioè delle prestazioni pagate di tasca propria o tramite fondi e polizze, è il sintomo più evidente di un sistema pubblico che arretra: secondo i dati del rapporto ripresi dalla stampa economica, questa componente ha superato i 7 miliardi, più che raddoppiata rispetto al 2012.
2. Pochi gruppi, molto potere
Il comparto è dominato da un ristretto oligopolio. In testa alla classifica dei ricavi 2024 c’è Papiniano, la holding della famiglia Rotelli che controlla il Gruppo San Donato e l’Ospedale San Raffaele di Milano, con 2 miliardi e 163 milioni di fatturato. Seguono Humanitas, riconducibile alla famiglia Rocca, con 1 miliardo e 260 milioni; il Gruppo Villa Maria con 968 milioni; la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli, primo operatore non profit, con 946 milioni; e Kos, il gruppo delle residenze per anziani controllato dalla Cir della famiglia De Benedetti, con 799 milioni. Nella diagnostica primeggiano multinazionali come Synlab e Cerba Healthcare; nella riabilitazione, gli Istituti Clinici Scientifici Maugeri e il San Raffaele di Roma della famiglia Angelucci.
Non si tratta soltanto di dimensioni economiche. Questi gruppi esprimono un potere che travalica la sanità: intrecciano proprietà editoriali, relazioni politiche, presenza parlamentare. Il caso più emblematico è quello di Antonio Angelucci, proprietario del gruppo San Raffaele di Roma, editore dei quotidiani Libero, Il Tempo e Il Giornale, e al tempo stesso deputato della Lega, dunque membro della maggioranza che legifera sulle regole del settore in cui i suoi ricavi si formano. Un intreccio tra interesse imprenditoriale, potere mediatico e mandato legislativo che in qualunque democrazia matura solleverebbe interrogativi di fondo sulla qualità del processo decisionale.
3. La linfa pubblica dell’impresa privata
La retorica dominante presenta la sanità privata come un’alternativa efficiente al pubblico, capace di stare sul mercato con le proprie forze. I numeri raccontano un’altra storia. L’accreditamento, cioè il flusso di denaro pubblico che il Servizio sanitario nazionale trasferisce alle strutture private convenzionate per le prestazioni erogate, resta la linfa vitale del settore. Il rapporto Mediobanca individua proprio negli Istituti Maugeri e nel San Raffaele di Roma i due operatori con la massima incidenza di ricavi da accreditamento: secondo i dati riportati dalla stampa, nella riabilitazione si toccano punte vicine al 96 per cento per Maugeri e all’87 per cento per il gruppo Angelucci, mentre nell’assistenza ospedaliera l’accreditamento vale circa quattro quinti del fatturato di grandi gruppi come Villa Maria e Papiniano. Solo la diagnostica, che punta su assicurazioni e pagamenti diretti, mostra una dipendenza più contenuta dal denaro pubblico.
In altre parole: i profitti sono privati, ma il rischio d’impresa è socializzato. Lo Stato garantisce un flusso di ricavi stabile e prevedibile, i cittadini lo finanziano con la fiscalità generale, e i margini che ne derivano remunerano famiglie proprietarie e fondi di investimento. Un ulteriore dato del rapporto merita attenzione: la redditività degli operatori a scopo di lucro è sistematicamente superiore a quella dei non profit. Il che dimostra che, a parità di funzione svolta per conto del sistema pubblico, la differenza la fa la capacità di estrarre margine, e il margine, in un settore ad alta intensità di lavoro come la cura, si estrae principalmente in un modo: comprimendo il costo del personale.
4. La deroga: come nasce l’emendamento della vergogna
È qui che la vicenda economica diventa vicenda politica. Il 30 aprile 2026 il governo ha varato il decreto-legge 62, il cosiddetto decreto Lavoro o decreto Primo maggio, che tra le altre misure introduce un meccanismo di tutela salariale: quando un contratto collettivo nazionale risulta scaduto da oltre nove mesi, scatta un adeguamento automatico delle retribuzioni pari al 50 per cento dell’inflazione programmata, a titolo di anticipazione sul futuro rinnovo. Una misura pensata per contrastare la piaga dei contratti fermi da anni, che erode il potere d’acquisto di milioni di lavoratori.
Durante l’iter di conversione, però, la maggioranza ha introdotto una deroga chirurgica: la sanità privata accreditata e il settore sociosanitario sono stati esclusi dall’automatismo. Proprio i comparti in cui i contratti sono scaduti da più tempo in assoluto. Sulla paternità della norma le ricostruzioni giornalistiche non coincidono del tutto: le cronache parlamentari di giugno e le denunce delle opposizioni l’hanno attribuita a un emendamento della Lega, mentre una successiva ricostruzione del Fatto Quotidiano l’ha ricondotta a una proposta del senatore Claudio Lotito di Forza Italia, poi fatta propria dal governo. Ciò che è certo, al di là dell’attribuzione, è che la deroga è nata nei banchi della maggioranza, è stata blindata con il voto di fiducia e ha superato indenne le proteste, approdando nella legge 112 del 25 giugno 2026, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 27 giugno.
I sindacati di categoria, Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fp, hanno definito la norma «emendamento della vergogna» e il 24 giugno sono scesi in piazza a Roma, mentre il Senato votava il provvedimento, denunciando la creazione di lavoratori di serie A e di serie B all’interno dello stesso sistema sanitario. Il Movimento 5 Stelle ha parlato di un tradimento verso circa 250 mila lavoratrici e lavoratori del comparto accreditato, e il suo presidente Giuseppe Conte ha denunciato una norma «dal forte odore di incostituzionalità», indicando esplicitamente nel deputato e imprenditore Angelucci il beneficiario politico ed economico dell’operazione. L’accusa, formulata dalle opposizioni e respinta implicitamente dalla maggioranza con il voto, resta una valutazione politica; il dato oggettivo è che la norma avvantaggia in modo diretto i bilanci delle imprese accreditate, tra cui quelle riconducibili a un parlamentare della coalizione che l’ha approvata.
5. Otto anni senza contratto, quattordici nelle Rsa
Per misurare la portata concreta della deroga bisogna guardare alla condizione di chi lavora nel settore. Il personale della sanità privata accreditata attende il rinnovo contrattuale da otto anni; quello delle Rsa e degli istituti di riabilitazione da quattordici. In quegli anni l’inflazione, soprattutto nella fiammata del biennio 2022-2023, ha eroso pesantemente salari che erano già inferiori a quelli del comparto pubblico, a parità di mansioni, turni e responsabilità. La sanità privata censita da Mediobanca impiega oltre centomila dipendenti, con retribuzioni medie che la stampa economica colloca intorno ai 43 mila euro lordi annui pro capite, comprensivi degli oneri; il costo complessivo del lavoro è cresciuto molto meno dei ricavi rispetto al periodo pre-pandemico, ed è esattamente in questo differenziale che si è ricostruito l’utile.
La deroga della legge 112 congela questa situazione e la aggrava. Infermieri, operatori sociosanitari, tecnici, fisioterapisti e addetti che assistono ogni giorno persone fragili per conto del Servizio sanitario nazionale si vedono negare persino l’anticipazione forfetaria riconosciuta a tutti gli altri lavoratori dipendenti con contratti scaduti. La disparità è doppia: rispetto ai colleghi del pubblico, che hanno comunque una dinamica contrattuale, e rispetto all’insieme del lavoro privato, tutelato dal nuovo automatismo. Non stupisce che il settore fatichi ad attrarre e trattenere professionisti, in un Paese che già sconta una carenza strutturale di personale sanitario rispetto alle medie europee: la fuga verso l’estero, verso il pubblico o verso l’abbandono della professione è la conseguenza razionale di salari umiliati per legge.
6. Il nodo costituzionale e il conflitto di interessi come sistema
La vicenda solleva due questioni di fondo. La prima è costituzionale. L’articolo 36 della Costituzione riconosce al lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa; l’articolo 3 vieta discriminazioni irragionevoli tra situazioni analoghe. Escludere per legge un’intera categoria, e proprio quella con i contratti più anziani, da una tutela salariale generale appare difficilmente conciliabile con questi principi, e non a caso l’ipotesi di un vaglio di costituzionalità è stata evocata nel dibattito pubblico. La seconda questione riguarda la qualità della democrazia: quando chi possiede cliniche accreditate siede nel Parlamento che decide le regole dell’accreditamento e i vincoli salariali del settore, e possiede al contempo quotidiani che orientano l’opinione pubblica, il conflitto di interessi cessa di essere un’anomalia individuale e diventa un assetto di sistema.
C’è infine un nodo di politica sanitaria che riguarda tutti. Ogni euro trasferito a strutture accreditate che comprimono i salari e non garantiscono ai propri dipendenti tutele contrattuali adeguate è un euro pubblico che finanzia condizioni di lavoro peggiori di quelle che lo stesso Stato impone a sé stesso. I sindacati lo hanno detto con chiarezza durante la mobilitazione: non è accettabile erogare fondi pubblici a chi nega diritti. La logica dovrebbe essere rovesciata: l’accreditamento, essendo denaro della collettività, dovrebbe essere condizionato al rispetto di standard salariali e contrattuali almeno equivalenti a quelli del Servizio sanitario nazionale. Diversamente, il convenzionamento si trasforma in un sussidio pubblico al dumping salariale.
7. Conclusione. La cura non è un dividendo
Messi in fila, i tasselli compongono un disegno coerente. Un sistema sanitario pubblico tenuto in condizioni di finanziamento stagnante rispetto ai bisogni di una popolazione che invecchia; liste d’attesa che spingono la domanda verso il privato; un oligopolio di grandi gruppi che incassa la parte prevalente dei propri ricavi dal denaro pubblico dell’accreditamento; un ritorno all’utile costruito sul contenimento del costo del lavoro; e infine una legge, approvata con voto di fiducia, che blinda quel contenimento sottraendo ai lavoratori del settore perfino l’adeguamento automatico all’inflazione riconosciuto a tutti gli altri. Non è una successione di casualità: è una politica, con i suoi beneficiari e i suoi sconfitti.
I beneficiari hanno nomi e bilanci: le famiglie proprietarie dei grandi gruppi, i fondi che vi hanno investito, gli imprenditori-parlamentari che dalla maggioranza ricevono norme su misura. Gli sconfitti sono più numerosi e meno visibili: le oltre centomila persone che lavorano nel settore con salari fermi da anni, i pensionati e i non autosufficienti che dipendono da Rsa dove la qualità dell’assistenza non può essere separata dalla dignità di chi la presta, i cittadini che finanziano con le tasse un sistema di accreditamento privo di condizionalità sociali. La partita non è chiusa: la mobilitazione sindacale prosegue, le opposizioni hanno annunciato battaglia e la questione di costituzionalità della deroga potrebbe prima o poi approdare davanti alla Consulta. Ma il punto politico resta e interpella chiunque abbia a cuore l’articolo 32 della Costituzione: la salute è un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività, non una rendita da distribuire agli azionisti. Finché il denaro pubblico continuerà a finanziare profitti privati costruiti sulla compressione del lavoro di cura, ogni discorso sulla difesa del Servizio sanitario nazionale resterà monco. La battaglia per i salari di chi cura è, in ultima analisi, la stessa battaglia per il diritto di tutti a essere curati.
Fonti
Area Studi Mediobanca, I maggiori operatori sanitari privati in Italia, edizione 2026, luglio 2026. https://www.mediobanca.com/it/hp-media/eventi-iniziative/i-maggiori-operatori-sanitari-privati-in-italia-2026.html
Legge 25 giugno 2026, n. 112, di conversione, con modificazioni, del decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62, recante disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale, Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 147 del 27 giugno 2026. Testo coordinato disponibile presso Seba Informazioni Parlamentari: https://infoparlamento.com/legge-25-giugno-2026-n-112-dl-lavoro-e-caporalato-digitale/
Ipsoa, Decreto Lavoro 2026: cosa cambia e cosa resta con la legge di conversione in G.U., 29 giugno 2026. https://www.ipsoa.it/documents/quotidiano/2026/06/29/decreto-lavoro-2026-cambia-resta-legge-conversione-g-u
Teleborsa, Sanità privata: ricavi in crescita anche nel 2025, 22 luglio 2026. https://www.teleborsa.it/News/2026/07/22/sanita-privata-ricavi-in-crescita-anche-nel-2025-61.html
Start Magazine, Chi fa più soldi con la sanità privata in Italia? Report Mediobanca, 22 luglio 2026. https://www.startmag.it/salutericerca/chi-fa-piu-soldi-con-la-sanita-privata-in-italia-report-mediobanca/
Agenbio – Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi, Sanità privata, report Mediobanca: nel 2025 giro d’affari a +3,7%, 22 luglio 2026. https://www.fnob.it/2026/07/22/sanita-privata-report-mediobanca-nel-2025-giro-daffari-a-37-salgono-ricavi-e-occupazione/
Quotidiano Sanità, Decreto Lavoro. Sanità privata e sociosanitario, sindacati in piazza contro l’emendamento della vergogna, giugno 2026. https://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/decreto-lavoro-sanita-privata-e-sociosanitario-sindacati-in-piazza-contro-lemendamento-della-vergogna/
Quotidiano Sanità, Decreto Lavoro. M5S: Traditi 250mila lavoratori sanità privata accreditata, giugno 2026. https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/decreto-lavoro-m5s-traditi-250mila-lavoratori-sanita-privata-accreditata-emendamento-lega-e-arretramento-inaccettabile/
Fanpage, Dl Lavoro, la Lega taglia gli aumenti di stipendio per la sanità privata, Conte: un regalo ad Angelucci, 11 giugno 2026. https://www.fanpage.it/politica/dl-lavoro-la-lega-taglia-gli-aumenti-di-stipendio-per-la-sanita-privata-conte-un-regalo-ad-angelucci/
Il Fatto Quotidiano, Decreto Lavoro è legge: salario giusto, welfare e sanità privata esclusa, 24 giugno 2026. https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/06/24/decreto-lavoro-salario-giusto-sanita-privata-notizie/8428950/
Cisl Fp, Fp Cgil e Uil Fp, comunicati sulla mobilitazione contro la deroga per il sociosanitario accreditato, giugno 2026. https://cislfp.it/2026/06/09/decreto-lavoro-fp-cgil-cisl-fp-e-uil-fpl-inaccettabile-lemendamento-che-penalizza-il-sociosanitario-accreditato/
Quest’opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale (CC BY-NC-SA 4.0).