La morte di Abderrahim Fakir al Pilastro rivela un ordinamento che, mentre erode i diritti dei molti, blinda giuridicamente chi la forza la esercita: non un fatto di cronaca, ma una scelta politica sui rapporti di potere
«Aiuto, basta, basta». Sono le ultime parole udibili di Abderrahim Fakir, quarantatré anni, di origine marocchina, arrivato in Italia da bambino e mai riuscito a ottenere la cittadinanza. Le pronuncia a faccia in giù, sull’asfalto di via Svevo, nel rione Pilastro di Bologna, mentre due agenti gli tengono le mani dietro la schiena. È domenica 19 luglio 2026. Quando lo girano su un fianco, dopo poche decine di secondi, ha già smesso di respirare. Attorno a lui ci sono i soccorritori di un’ambulanza arrivata senza medico e alcuni residenti che filmano. In quelle immagini c’è molto più della fine di un uomo: c’è la fotografia di ciò che uno Stato decide di essere quando sceglie chi proteggere e chi lasciare a terra.
Un’ora, e nessuno che potesse fermarla
La cronologia è ricostruibile con una certa precisione. In tarda mattinata Fakir, che si trovava al Pilastro per far visita ad alcuni amici, manifesta un forte stato di agitazione psicomotoria le cui cause restano affidate all’autopsia. Alcuni residenti chiamano i soccorsi. Sul posto arrivano una volante della polizia e, secondo la ricostruzione dell’azienda sanitaria bolognese, un’ambulanza inviata alle 12.17 e giunta alle 12.30. Alle 12.36 i soccorritori chiedono alla centrale un consulto medico e l’invio di un’automedica, che arriva alle 12.53 soltanto per constatare il decesso. Nel frattempo gli agenti, riferiscono le prime testimonianze, hanno spruzzato spray urticante e immobilizzato l’uomo in posizione prona, bloccandolo con fascette di plastica.
Il presidente della Società italiana sistema 118, Mario Balzanelli, ha affermato che con l’arrivo tempestivo di un medico Fakir avrebbe con grande probabilità potuto salvarsi, perché sarebbe stato possibile sedarlo a sua stessa tutela; e ha definito del tutto sbagliata la manovra di contenimento a terra, con viso e torace schiacciati, perché riduce la circolazione dell’aria nei polmoni e può risultare letale. Gianpaolo Trevisi, per tredici anni direttore della Scuola allievi agenti di Peschiera del Garda, ha ricordato che l’immobilizzazione con un ginocchio sulla schiena non rientra tra le tecniche insegnate e che l’uso della forza, ammesso per contenere una violenza, diventa a sua volta violenza quando non c’è più ragione di continuare. Sono valutazioni che provengono dall’interno stesso dell’apparato dello Stato, e per questo pesano in modo particolare.
Una morte annunciata da una sentenza europea
L’elemento che trasforma questa vicenda da tragedia in atto d’accusa è la sua prevedibilità. Appena sei mesi prima, il 15 gennaio 2026, la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato l’Italia per un caso quasi sovrapponibile: quello di Riccardo Magherini, ex calciatore morto a Firenze nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014, in stato di alterazione psicofisica, tenuto in posizione prona dai carabinieri per circa venti minuti. La Corte aveva riscontrato la violazione dell’articolo 2 della Convenzione, il diritto alla vita, sotto un duplice profilo: sostanziale, perché le linee guida in vigore non contenevano istruzioni chiare e adeguate sui rischi del contenimento prono, e procedurale, per la mancanza di indipendenza delle indagini. L’11 maggio 2026 la Grande Camera ha respinto il ricorso presentato dal governo italiano, rendendo la condanna definitiva.
Lo Stato, dunque, sapeva. Sapeva che la posizione prona prolungata può uccidere, in particolare chi versa in stato di agitazione. Sapeva che la formazione delle proprie forze dell’ordine era stata giudicata carente da un tribunale internazionale. E, per un’amara coincidenza, proprio l’11 maggio 2026, giorno della conferma della condanna, la polizia aveva diffuso un protocollo per la gestione delle persone non collaborative: secondo le prime analisi, gli agenti intervenuti su Fakir non ne hanno rispettato le indicazioni. La catena, del resto, è lunga e nota, e attraversa i nomi di Federico Aldrovandi, morto diciottenne per asfissia da posizione nel 2005, e di Igor Squeo, immobilizzato a Milano nel 2022. Ogni volta, la stessa dinamica. Ogni volta, la stessa domanda elusa.
Lo scudo: la legge che presume l’innocenza della forza
È sul terreno del diritto che la vicenda mostra la sua natura più profondamente politica. Sul caso Fakir la Procura di Bologna ha applicato per la prima volta a un decesso il meccanismo introdotto dal decreto sicurezza, convertito in legge nella primavera del 2025. L’articolo 12 di quel provvedimento ha modificato l’articolo 335 del codice di procedura penale istituendo il cosiddetto modello 45-bis, un registro separato nel quale, quando appare evidente la presenza di una causa di giustificazione — la legittima difesa, l’uso legittimo delle armi, l’adempimento di un dovere —, il pubblico ministero non iscrive l’autore del fatto nel registro degli indagati ma effettua una semplice annotazione preliminare. Se non servono ulteriori accertamenti, la Procura valuta l’archiviazione entro trenta giorni, prorogabili fino a centoventi. Nel caso bolognese l’ipotesi di reato è omicidio colposo, e i soggetti annotati sono i due agenti e gli operatori sanitari intervenuti.
I ministri Piantedosi e Nordio contestano l’espressione scudo penale, sostenendo che non esiste alcuna immunità e che si tratta soltanto di evitare un’iscrizione automatica trasformata in condanna anticipata. Ma la sostanza di una norma non si misura sulle rassicurazioni di chi la difende, bensì sui suoi effetti. E l’effetto è che, davanti a un uomo morto sotto il peso di due agenti, il presupposto giuridico dell’accertamento viene rovesciato: si assume che l’uso della forza sia legittimo prima ancora che l’autopsia chiarisca come quella vita si sia spenta. Non è un tecnicismo per giuristi. È una decisione sui rapporti di potere, che stabilisce in anticipo da quale parte penda la bilancia. Vale la pena ricordare che il modello 45-bis aveva già debuttato prima di Bologna, a Teramo, in un procedimento relativo alla morte di un uomo dopo un inseguimento dei carabinieri: il segno che non si tratta di un’eccezione, ma di una prassi che si sta consolidando.
Il decreto sicurezza, d’altronde, non è un provvedimento isolato. Nei suoi trentatré articoli raccoglie un disegno organico: nuove sanzioni per manifestazioni e cortei, fermo preventivo per soggetti ritenuti pericolosi, zone rosse, stretta sui blocchi stradali e sulle forme di disobbedienza civile. Da un lato si comprime il diritto di protesta dei molti; dall’altro si rafforzano le tutele giuridiche di chi l’ordine lo custodisce. È uno schema che la storia conosce bene, e che non a caso ha spinto il New York Times, nel raccontare la morte di Fakir, a richiamare il paragone con George Floyd e con quel ginocchio sul collo che nel 2020 diede origine al movimento Black Lives Matter. Quando lo Stato smette di rispondere ai cittadini e comincia a difendere sé stesso dai cittadini, la sua forza assume ovunque i medesimi tratti.
La destra cavalca, il linguaggio si imbarbarisce
La reazione politica del governo e delle forze che lo sostengono è stata rivelatrice. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha chiesto che la verità sia accertata senza sconti, ma ha immediatamente spostato il baricentro del discorso sugli scontri seguiti alle proteste, denunciando chi alimenta un clima di odio e di delegittimazione verso un intero Corpo dello Stato. Il vicepremier Matteo Salvini ha evocato qualcuno che semina conflitto contro chi indossa una divisa. Il meccanismo è sempre lo stesso: la vittima diventa pretesto, l’attenzione scivola dal corpo a terra alle vetrine infrante, chi chiede giustizia viene dipinto come nemico delle istituzioni. La morte si tramuta, nella narrazione dominante, in una questione di ordine pubblico anziché di responsabilità dello Stato.
A completare il quadro è arrivato un video generato con l’intelligenza artificiale e rilanciato sui social dallo stesso Roberto Vannacci, in cui l’europarlamentare, vestito da imperatore romano, ordina con il pollice verso l’esecuzione di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini, raffigurati legati al centro di un’arena, mentre accanto a lui siedono figure che rimandano a Meloni e La Russa. Le opposizioni hanno denunciato un messaggio che incita alla violenza; l’interessato ha replicato invitando gli avversari a prendere un antistaminico. La premier ha preso le distanze dal filmato, salvo rovesciare nello stesso intervento l’accusa sulla sinistra. La rappresentazione simbolica dell’eliminazione fisica dell’avversario politico entra così nel linguaggio quotidiano della propaganda. E quando la mitologia della forza e della gerarchia comincia a colonizzare il discorso pubblico, il Paese ha già conosciuto in passato dove conduce quella china.
Una geografia di classe della morte
Dietro la vicenda si intravede una precisa stratificazione sociale. Fakir era un lavoratore della logistica, un migrante privo di cittadinanza dopo oltre tre decenni di vita in Italia, il volto più fragile della catena del valore che regge il capitalismo dei magazzini e delle piattaforme. Non è casuale che a morire sotto il peso dello Stato siano quasi sempre i corpi degli ultimi: i poveri, i migranti, chi vive ai margini, chi non dispone di voce né di difese pronte a custodirne la memoria. La sicurezza invocata dal governo non è la sicurezza di questi corpi, ma la sicurezza contro di essi: la protezione dell’ordine esistente, non della vita concreta delle persone. E la medesima logica che precarizza il lavoro, comprime la spesa sanitaria — al punto che un’ambulanza arriva senza medico — ed erode i diritti sociali è quella che poi reclama, per gli apparati, uno scudo giuridico contro le conseguenze del proprio operato.
Il co-portavoce di Alleanza Verdi e Sinistra, Angelo Bonelli, ha osservato che il governo ha dimenticato i problemi reali degli italiani, dalla sanità al caro energia ai salari bassi. L’osservazione è fondata, ma il nodo è ancora più radicale. Non si tratta soltanto di priorità sbagliate, bensì di una direzione di marcia coerente. Ogni euro sottratto alla sanità pubblica, ogni tutela erosa nel lavoro, ogni norma che restringe il dissenso e amplia il potere di reprimere converge verso un unico esito: una società in cui i molti contano meno e i pochi che detengono il potere — economico, politico, repressivo — contano di più. La morte di Fakir non è l’eccezione a questo sistema. Ne è la conseguenza prevedibile.
Le due piazze, e la responsabilità che resta
Il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, ha ricordato che la città ha visto due piazze: quella pacifica di piazza Nettuno, con migliaia di persone strette attorno alla famiglia Fakir, e quella degli scontri, che non rappresenta Bologna. La distinzione è giusta e non va smarrita. La violenza delle vetrine è visibile e va condannata senza ambiguità. Ma esiste una violenza meno spettacolare e assai più profonda: quella di un ordinamento che decide in anticipo di proteggere chi tiene un uomo a terra fino a togliergli il respiro. Restare umani, per usare l’espressione che Lepore ha ripreso dalla lezione di Gino Strada, significa esattamente rifiutare che la vita di chiunque — un migrante precario, un uomo in stato di agitazione, l’ultimo degli ultimi — valga meno della difesa di un apparato.
La morte di Abderrahim Fakir consegna al Paese un bivio che investe i fondamenti stessi della convivenza democratica e i principi di eguaglianza e dignità sanciti dalla Costituzione. Da una parte una società che normalizza il ginocchio dello Stato, che scrive scudi per chi la forza la esercita e sanzioni per chi la contesta, che confonde la sicurezza dei potenti con la sicurezza di tutti. Dall’altra una società che ricostruisce, con pazienza e determinazione, la sanità pubblica, i diritti del lavoro, la dignità di ogni persona a prescindere dalla nazionalità e dal reddito. Fakir è morto chiedendo aiuto. Onorarne la memoria non significa cedere al silenzio, e nemmeno fermarsi all’indignazione: significa trasformare quell’ultimo grido in una domanda politica che non si lasci più mettere a tacere. Perché una democrazia si misura, in ultima istanza, dal modo in cui tratta chi ha meno potere di tutti.
Mario Sommella
Fonti
- Annalisa Camilli, «Le domande che solleva la morte di Abderrahim Fakir», Internazionale, 20 luglio 2026. Link
- «Cosa sappiamo dell’uomo morto a Bologna mentre veniva immobilizzato dalla polizia», Il Post, 20 luglio 2026. Link
- «Abderrahim Fakir morto a Bologna, disposta l’autopsia», Sky TG24, 20 luglio 2026. Link
- «Cos’è lo scudo legale e come funziona: il caso degli agenti di Bologna», Quotidiano Nazionale, 21 luglio 2026. Link
- «Scudo del decreto Sicurezza, il debutto del modello 45-bis già a Teramo», Il Fatto Quotidiano, 20 luglio 2026. Link
- «Caso Magherini, Italia condannata: illecita l’immobilizzazione a terra», Altalex, 15 gennaio 2026. Link
- «La Corte europea dei diritti umani condanna l’Italia per la morte di Riccardo Magherini», ANSA, 15 gennaio 2026. Link
- «La Cedu condanna l’Italia sul caso Magherini», Amnesty International Italia, 15 gennaio 2026. Link
- «La Grande Camera conferma la condanna all’Italia per la morte di Magherini», Il Fatto Quotidiano, 12 maggio 2026. Link
- «In un video fatto con l’IA Vannacci vestito da imperatore ordina la morte dei nemici politici», ANSA, 20 luglio 2026. Link
- «Vannacci vestito da imperatore ordina la morte di Schlein e Conte in un video creato con l’IA», Avvenire, 20 luglio 2026. Link