Generazione sotto assedio: come trasformare la rabbia in futuro e la solitudine in comunità

C’è una truffa che funziona meglio di tutte: convincere i giovani che il mondo com’è sia l’unico mondo possibile. È la truffa della guerra presentata come normalità, della violenza elevata a linguaggio pubblico, delle diseguaglianze spacciate per merito, del suprematismo capitalistico travestito da modernità. È la truffa più efficace perché non chiede adesione entusiasta: le basta l’abitudine. Le basta che si smetta di immaginare.

Eppure, se c’è un luogo dove l’abitudine non è mai stata davvero una casa, quel luogo è la giovinezza. Non per romanticismo, ma per condizione: chi vive un presente senza garanzie e un futuro senza promessa sviluppa una sensibilità particolare per la menzogna. Per questo, spesso, il conflitto generazionale non è un capriccio: è un verdetto. Non riguarda lo stile, ma la credibilità. Non riguarda i “modi”, ma la sostanza.

Qui si apre la domanda decisiva. Come si fa a rendere i giovani partecipi, senza ridurli a pubblico? Come si fa a farli autodeterminare, senza trasformare l’autonomia in una parola comoda da usare e impossibile da praticare?

La prima risposta è dura, ma liberante: non serve “includere” i giovani dentro cornici già decise. Serve che possano decidere la cornice. Perché la partecipazione, troppo spesso, è una poltrona in ultima fila in un teatro dove la sceneggiatura è già scritta. L’autodeterminazione, invece, è la possibilità di scrivere insieme la scena, di scegliere i personaggi, di cambiare la trama. Non è una concessione: è potere concreto.

C’è poi un equivoco che va dissolto. Quando esplode la rabbia giovanile, il mondo adulto tende a ridurla a problema di educazione o di ordine pubblico: “tornate nei ranghi”, “non è così che si protesta”, “dovete essere costruttivi”. Ma la rabbia non è un vizio morale. È spesso la forma grezza di una diagnosi: isolamento, esclusione, precarietà, umiliazione, mancanza di futuro. Non è solo povertà economica, è povertà di legami e di senso. È la sensazione di essere superflui in una società che pretende di essere meritocratica ma distribuisce possibilità come privilegi.

In questo vuoto, succedono due cose speculari. Da una parte, l’antagonismo rischia di diventare un gesto identitario, uno scontro fine a sé stesso: un modo per dire “esisto” quando ogni altra strada sembra chiusa. Dall’altra parte, la solidarietà rischia di ridursi a gesto buono e impotente, una compassione che consola chi la pratica ma non sposta i rapporti di forza. È proprio qui che si gioca la partita: ricomporre ciò che il sistema separa. Antagonismo e solidarietà non sono alternative, sono due polmoni della stessa lotta. Se ne manca uno, il respiro si spezza.

La trasformazione più difficile, allora, è questa: convertire la rabbia in progetto e la solidarietà in forza. Non significa addomesticare il conflitto, significa renderlo intelligente. Non significa spegnere l’indignazione, significa darle direzione. Perché il potere teme la rabbia solo finché è incontrollata; quando diventa organizzazione, quando diventa cultura, quando diventa comunità, allora diventa davvero pericolosa. Pericolosa nel senso più alto: capace di cambiare le cose.

Ma l’autodeterminazione non cresce nell’aria. Ha bisogno di condizioni materiali. E qui arriva il punto più concreto, quello che di solito viene ignorato da chi predica “partecipazione” senza mai sporcarsi le mani: servono spazi. Spazi fisici e spazi culturali.

Servono spazi fisici perché senza luoghi liberi, accessibili, non mercificati, la socialità viene compressa in due gabbie: consumo o solitudine. O ti ritrovi dove devi pagare per esistere, o ti ritrovi in una stanza dove l’unico mondo è uno schermo. Gli spazi fisici sono infrastrutture politiche: laboratori, circoli, case del popolo nuove, officine culturali, luoghi di studio e di creazione. Non sono un lusso per “fare aggregazione”: sono l’ossatura di una comunità che si educa da sé, che discute, che sperimenta, che costruisce.

Servono spazi culturali perché senza autonomia informativa l’immaginario resta colonizzato. Se i giovani vedono il mondo solo attraverso le lenti dei grandi media e degli algoritmi, la guerra diventa inevitabile, le diseguaglianze diventano naturali, la competizione diventa virtù, la povertà diventa colpa. L’autodeterminazione passa anche da una alfabetizzazione politica nuova: leggere il potere, riconoscere la propaganda, smontare le narrazioni che trasformano gli oppressi in colpevoli e i dominanti in amministratori “responsabili”.

Ed ecco che la partecipazione vera smette di essere un invito e diventa un processo. Un processo fatto di pratiche quotidiane che uniscono utilità sociale e coscienza politica, senza cadere né nel moralismo né nel velleitarismo.

Qui la strada non è un “modello” da imporre, ma alcune scelte nette che possono fare da bussola.

I) Autoformazione tra pari: non lezioni dall’alto, ma laboratori costruiti e guidati dai giovani, con strumenti reali per capire lavoro, precarietà, guerra, industria delle armi, ambiente, abitare, media, diritti.

II) Mutualismo che non si vergogna del conflitto: sportelli, reti di aiuto, casse di resistenza, doposcuola popolari, sostegno legale e sociale, pratiche che ricostruiscono legami e allo stesso tempo rendono visibile chi produce la sofferenza e chi la gestisce.

III) Regole condivise del dissenso: non per addomesticare la piazza, ma per proteggerla. Perché quando il conflitto si riduce a gesto individuale, spezza la massa, isola i più esposti, offre al potere il pretesto perfetto per reprimere.

IV) Autonomia comunicativa: canali, archivi, podcast, radio, giornalini, reti locali. Non per “fare marketing”, ma per sottrarre pezzi di realtà al monopolio della narrazione dominante.

A questo punto bisogna dire una verità che spesso viene taciuta: ogni volta che nascono spazi autonomi e pratiche collettive, prima o poi arrivano delegittimazione e repressione. In nome dell’ordine, della sicurezza, della decenza. È una costante storica: la società che predica libertà si irrigidisce appena qualcuno prova a esercitarla davvero, fuori dai recinti. Per questo l’autodeterminazione giovanile non ha bisogno di tutori, ma di alleati. Il ruolo del mondo adulto, quando vuole essere utile, non è guidare: è facilitare. Mettere a disposizione luoghi, competenze, coperture legali, reti, senza commissariare. Offrire infrastruttura, non paternalismo. E soprattutto: dare l’unico insegnamento che non suona falso, quello dell’esempio. Coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.

In fondo, la posta in gioco è più grande dei giovani stessi. Se una generazione viene consegnata al cinismo o alla disperazione, l’intera società scivola verso la guerra di tutti contro tutti: tra poveri, tra territori, tra identità ferite. Se invece quella generazione trova strumenti, spazi, cultura, comunità, allora il futuro non è più una promessa elettorale: diventa un cantiere reale.

Il potere contemporaneo ha un’abilità raffinata: non si limita a governare i corpi, prova a spegnere l’immaginazione. Per questo l’autodeterminazione è già una forma di resistenza. E la partecipazione vera non è entrare in un sistema: è smettere di accettare che quel sistema sia l’orizzonte definitivo.

Chi teme i giovani non teme la loro rabbia. Teme la loro possibilità. Teme che trasformino la solitudine in comunità e la paura in dignità. Teme che, invece di adattarsi al mondo che gli viene servito, decidano di costruirne uno diverso.

Fonti essenziali
Guido Viale, “Antagonismo e solidarietà” (documento).