La notizia riportata da Fanpage e rilanciata con forza da Luigi de Magistris apre un interrogativo oscuro e pericoloso per la tenuta democratica del nostro Paese: cinque poliziotti infiltrati in movimenti e partiti politici come “Potere al Popolo” e “Cambiare Rotta” in più città italiane. Non parliamo di associazioni criminali, né di organizzazioni terroristiche, ma di realtà tutelate esplicitamente dalla nostra Costituzione.
Questa operazione inquietante avviene sotto l’assordante silenzio del governo, che sembra aver perso ogni interesse verso l’obbligo di trasparenza e responsabilità democratica. Sorge spontanea una domanda cruciale: chi ha deciso e coordinato queste infiltrazioni? Quale ruolo hanno avuto il ministro dell’Interno, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, e la stessa presidente del Consiglio?
La giustificazione dell’antiterrorismo appare debole, pretestuosa e profondamente inquietante. Usare lo spettro del terrorismo per criminalizzare dissenso e protesta riporta alla mente le peggiori pagine della storia italiana degli anni ‘70, quando l’emergenza comunista diventava il pretesto per instaurare un regime di eccezione permanente. Non a caso, l’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione, nella relazione n. 33/2025, ha appena definito il cosiddetto “Decreto Sicurezza” come un grottesco “minestrone pericoloso” che mescola insieme, senza criterio, mafia, migranti, canapa e dissenso politico.
La Cassazione ha evidenziato con chiarezza che questo decreto non colpisce semplicemente chi delinque, ma soprattutto chi dissente, chi protesta, chi resiste pacificamente. In altre parole, questo decreto rappresenta una minaccia diretta alla libertà d’espressione e ai diritti costituzionali fondamentali. Una vera e propria “licenza a delinquere” per apparati dello Stato, nel nome di una presunta sicurezza che diventa sempre più spesso sinonimo di repressione.
Ma c’è un punto ancora più grave e pericoloso, spesso trascurato nel dibattito pubblico: l’articolo 31 del Decreto Sicurezza.
Questo articolo, tra i più discussi e contestati, attribuisce ai servizi segreti italiani poteri speciali e forme di immunità ulteriori rispetto alla già ampia cornice legislativa esistente. In nome della prevenzione del terrorismo e della “sicurezza nazionale”, l’articolo 31 consente agli apparati di intelligence di operare in deroga alle norme ordinarie, sottraendosi anche ai normali controlli della magistratura. Si introduce così una zona d’ombra istituzionale, nella quale le attività dei servizi possono spingersi fino a lambire (o travalicare) il confine della legalità, con rischi enormi per i diritti fondamentali, la privacy e la libertà di partecipazione politica.
Ma c’è di più: mentre il governo impiega ogni mezzo per reprimere e delegittimare l’opposizione democratica, consente ai suoi gruppi di riferimento più estremisti di inneggiare impunemente al fascismo. Basta ricordare il servizio di Fanpage sui giovani di Fratelli d’Italia e sulle pratiche neofasciste tollerate negli ambienti del partito. Mentre le forze dell’ordine sfrattano con la forza famiglie e occupanti in assenza di una reale politica per il diritto alla casa, gli stessi apparati dello Stato chiudono più di un occhio su storiche occupazioni illegali come quella di CasaPound a Roma, lasciando indisturbati i portabandiera dell’estremismo di destra. Questo doppio standard, questo “doppio pesismo” è la prova tangibile di una gestione del potere che usa la legge come clava contro chi si batte per i diritti e la giustizia sociale, e come scudo per chi inneggia alla restaurazione autoritaria.
Infiltrare movimenti politici pacifici, studenteschi e sociali significa instaurare di fatto una polizia politica, che monitora e controlla chi si batte per un cambiamento democratico. Questo è incompatibile con lo stato di diritto. Non si può accettare che la democrazia sia sacrificata sull’altare della paura e del controllo. Non si può tollerare che dissenso e contestazione vengano etichettati come terrorismo.
Ecco perché oggi, di fronte a questo doppio binario dell’autoritarismo e della repressione selettiva, bisogna alzare l’asticella dell’urgenza e dell’attenzione.
Siamo a un bivio cruciale per la nostra democrazia: il rischio non è più solo teorico, ma concreto e sotto gli occhi di tutti. Tocca a chi crede nella Costituzione, nella libertà e nella giustizia farsi sentire prima che il silenzio diventi complicità e la libertà un lontano ricordo.