C’è una scena, ormai celebre e tristemente sintomatica, che dice tutto su chi ci governa: Augusta Montaruli, deputata di Fratelli d’Italia, ospite in televisione, incalzata da un giornalista che osa chiederle conto della sua coerenza democratica, risponde facendo “bau bau”, scimmiottando il verso di una cagnolina, nella convinzione di zittire la critica con il dileggio infantile. Una performance che, più di mille discorsi, svela la qualità intellettuale e morale della nuova classe dirigente: incapace di argomentare, ridotta a smorfie e rumori, in una regressione che non è solo stilistica, ma profondamente politica.
Questo episodio non è un caso isolato, ma lo specchio fedele di una destra incapace di emanciparsi dalle radici autoritarie e fasciste da cui proviene. Quando si trova davanti a una verità scomoda, non risponde con la forza delle idee, ma con la minaccia, la censura, la derisione e – se necessario – il richiamo all’ordine costituito di altri tempi.
Censura, revisionismo e la nostalgia dell’epoca buia
Prendiamo la questione del libro di testo Trame del tempo. Un testo che si limita a mettere in fila dati di fatto: la continuità storica e ideologica tra il fascismo e Fratelli d’Italia, la natura liberticida di certi decreti, la criminalizzazione sistematica dei migranti. Niente di più, niente di meno che una fotografia del presente, condivisa da migliaia di articoli, saggi, inchieste.
Eppure, tanto basta a far saltare i nervi a Montaruli e al ministro Valditara, che, anziché entrare nel merito delle argomentazioni, invocano la censura, la rimozione del libro, la verifica inquisitoria delle sue affermazioni. Ecco il salto indietro nel tempo: si torna alla circolare ministeriale dell’8 maggio 1930, quando si imponeva che i libri di testo fossero “aderenti allo spirito e all’azione del Regime fascista”, non solo in alcune frasi, ma nell’impianto stesso del pensiero. Non una deviazione casuale, ma un progetto preciso: rimettere in piedi la scuola del Regime, non più quella della Costituzione antifascista.
Il ritorno delle leggi fasciste: la povertà di pensiero e la paura della libertà
Qui sta il nodo che va oltre il singolo provvedimento: i “nostri” governanti, di fronte ai dilemmi della modernità, non sanno elaborare pensiero nuovo, nemmeno conservatore, ma ripescano a piene mani dal bagaglio normativo del fascismo, come chi non sa più leggere il presente e si rifugia in un passato morto, per paura di ogni forma di progresso. Non si tratta solo di un legame storico, ma di una vera e propria prigione mentale. L’essenza del fascismo, ieri come oggi, è la regressione: la paura della complessità, la ricerca del nemico, la blindatura del pensiero in pochi, tetragoni dogmi. Il fascista – e chi ne eredita il metodo – non può, per definizione, progredire. Chi esce dal recinto, chi ragiona, chi argomenta e mette in discussione il potere, è pericoloso e va zittito, deriso, espulso, o – se necessario – cancellato dai libri.
Le crepe della Democrazia e la responsabilità collettiva
Ma non si può attribuire tutto solo alla pervicacia reazionaria di chi oggi siede al potere. Questi soggetti si sono insediati proprio nelle crepe della Democrazia, crepe che si sono formate nei decenni per colpa di un mancato presidio, di una vigilanza venuta meno da parte di chi doveva garantire, controllare e attuare la Costituzione. Laddove si è lasciato spazio all’incuria, loro hanno saputo insinuarsi, e ora stanno allargando queste fratture per disorganizzare l’ordine democratico, per scardinare ogni equilibrio, per far crollare l’intero impianto repubblicano. Lo fanno con il loro stile di sempre, quello fascista: approfittando della debolezza e della disattenzione di una società che ha smesso di difendere attivamente le sue conquiste. Non è solo l’assalto dall’esterno, ma il risultato di una corrosione interna, favorita da una classe dirigente che ha dimenticato la funzione critica e il dovere di memoria che spetta a chi si dice democratico.
Così si capisce perché si scelga di evocare vecchie leggi di regime, invece di affrontare la realtà con strumenti nuovi, magari anche di destra, ma degni di un Paese che si definisce moderno e democratico. La loro è una destra incapace di modernità, perché il pensiero moderno implica il dubbio, la dialettica, la tolleranza, la libertà di critica: tutte cose che fanno paura a chi ha solo dogmi e slogan.
La scuola come campo di battaglia della democrazia
Non è un caso se, ovunque nel mondo, la destra estrema – direttamente o latamente fascista – ha messo le mani sulla scuola molto più della sinistra neoliberale. La scuola è il primo luogo dove si forma il pensiero critico, l’ultimo baluardo di una democrazia reale. Ecco perché si accaniscono contro i libri “non graditi”, ecco perché riscrivono le Indicazioni nazionali, affidando a personaggi come Galli della Loggia il compito di restaurare il nazionalismo più retrivo e paranoico.
Quello che non riescono a dire, lo urlano con i provvedimenti, con la censura, con la minaccia. Non è la scuola della Repubblica, non è la scuola della Costituzione, non è la scuola della pace e dell’antifascismo: è la scuola del sospetto, della paura, della fedeltà all’ordine.
Ministero della Verità, orwellismo reale
Le richieste di “verificare” i libri, di controllare che nessuno si discosti dalla verità di regime, sono la versione attuale del Ministero della Verità di orwelliana memoria. Valditara non vuole garantire la libertà di insegnamento, ma normalizzare, omologare, soffocare la storia e la memoria collettiva. C’è poco da ridere: è l’anticamera della censura, la violazione esplicita della Costituzione, come ha ricordato Alessandro Laterza.
Il risultato è un Paese sempre più chiuso, impaurito, intollerante: un Paese dove il dissenso non si discute, si elimina; dove il pensiero non si argomenta, si deride (“bau bau”); dove la verità non si ricerca, si impone.
Contro il fascismo eterno: non basta vedere, bisogna reagire
Michela Murgia aveva ragione: “fascista è chi il fascista fa”. Ma il problema è che molti italiani fanno ancora finta di non vedere, accontentandosi delle smorfie e delle scenette in tv, pensando che siano solo folklore. Ma il folklore, quando diventa potere, è sempre pericoloso. Soprattutto quando dietro la maschera c’è il nulla del pensiero e il vuoto della democrazia.
Forse è il momento di svegliarsi davvero: non solo per chi scrive e pubblica libri, ma per chiunque voglia vivere in un Paese dove la libertà, la critica e la memoria non siano solo parole vuote. La scuola è il primo campo di battaglia: se cede quella, tutto il resto è già perso.
Fonte: articolo di Tomaso Montanari pubblicato sul fatto quotidiano