Un’ombra lunga e tragica si stende su Gaza. Non è fatta solo di macerie, bombardamenti e fame. È fatta di numeri mancanti, di assenze che non trovano spiegazione. Ed è forse la forma più perversa della disumanizzazione: non vedere neppure i corpi, cancellare le persone dalle statistiche della vita.
La denuncia: 377.000 persone scomparse
Secondo lo studio pubblicato recentemente dal professor Yaakov Garb, associato di Sociologia e Antropologia e collaboratore di Harvard Dataverse, il numero dei gazawi scomparsi ammonta a circa 377.000 persone. Non si tratta di una stima azzardata, ma del risultato di una triangolazione semplice e implacabile: la popolazione di Gaza prima dell’invasione del 7 ottobre 2023 era di 2,227 milioni; oggi, secondo i dati dell’IDF, ne risultano 1,85 milioni ancora presenti.
La differenza è drammatica, allarmante. Eppure nessuna istituzione internazionale – né l’ONU, né la Corte Penale Internazionale, né i governi cosiddetti democratici – si è fatta carico seriamente di indagare che fine abbiano fatto quasi 400.000 esseri umani. Si continua a parlare di aiuti, di tregue, di equilibri geopolitici, ma non si cerca chi manca. E l’assenza – questa volta – grida.
Una differenza che fa paura
I dati ufficiali forniti dalle autorità israeliane distribuiscono così la popolazione attuale:
• 1 milione a Gaza City
• 500.000 ad al-Mawasi
• 350.000 nella parte centrale della Striscia
Totale: 1,85 milioni.
E allora, dove sono i restanti 377.000? Non possono essere tutti tra i morti ufficiali, oggi stimati a 56.077 dal Ministero della Sanità palestinese. La discrepanza è gigantesca: sei volte il numero dei cadaveri identificati, ammesso che siano davvero tutti registrati, ammesso che ci sia stato modo di contarli sotto le macerie, ammesso che gli scavi siano stati consentiti.
Ma la realtà è ben diversa. A Gaza, come denuncia anche l’Onu, migliaia di corpi sono intrappolati sotto le rovine senza possibilità di essere estratti. Intere famiglie sono state vaporizzate in un colpo solo, cancellate da palazzi sbriciolati dai F-35 israeliani. Non resta nulla da contare. Solo il vuoto.
Una nuova ingegneria dell’occultamento
Il sospetto che emerge dallo studio di Garb – e che molti osservatori internazionali iniziano a prendere sul serio – è che la soppressione delle ONG locali e internazionali, sostituite dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF) a partire dal 26 maggio 2025, abbia reso più opaco il monitoraggio reale della popolazione. L’ONG americana, sotto la supervisione di Washington e di Tel Aviv, ha preso il controllo degli aiuti dopo la dissoluzione forzata di oltre 400 organizzazioni non governative e 15 agenzie dell’ONU precedentemente attive sul territorio.
Le zone in cui oggi si distribuiscono gli aiuti – guarda caso – coincidono perfettamente con le tre aree stimate dall’IDF come attualmente abitate, mentre il resto della Striscia è un deserto di rovine. Ma se la popolazione viva è solo quella che si presenta ai centri di distribuzione, il conteggio ufficiale rischia di essere strumentalmente falsato. I non presenti non esistono più. E non si tratta solo di sfollati: sono fantasmi.
Bombe anche sugli aiuti
Come se non bastasse, è emerso un altro dato agghiacciante. Jonathan Whittall, capo dell’Ufficio Umanitario dell’ONU per i Territori Palestinesi Occupati, ha denunciato che almeno 400 palestinesi sono stati uccisi mentre tentavano di ricevere aiuti umanitari, bersagliati dalle truppe israeliane nei pressi dei punti di distribuzione gestiti dalla GHF. La fame è diventata una trappola. La consegna di aiuti un’operazione bellica camuffata. Le file di disperati sono diventate obiettivi legittimi per chi non vede nei gazawi esseri umani, ma potenziali miliziani.
Il genocidio che non vuole farsi contare
Questa contabilità dell’orrore ci sbatte in faccia un fatto sconvolgente: stiamo assistendo al primo genocidio algoritmico e selettivo, dove la morte viene spacchettata, nascosta, ridefinita. Un genocidio non solo di corpi, ma anche di identità, di dati, di presenza. Si colpisce il censimento stesso della vita, si alterano le statistiche, si confondono le fonti.
La macchina della morte non uccide solo. Cancella. Scompare. Sputtana il numero per rendere insignificante la carne. E così possiamo continuare a dibattere di geopolitica, di diplomazia, di due popoli e due stati, come se questi 377.000 esseri umani non fossero mai esistiti.
Eppure ci sono madri che cercano figli, fratelli che non trovano più genitori, anziani che vagano senza sapere se i loro quartieri esistano ancora. Gaza è diventata una zona di sperimentazione dell’invisibilità umana.
L’Occidente, la stampa e il crimine dell’indifferenza
Intanto, i media mainstream continuano a parlare di “vittime collaterali”, di “conflitto complesso”, di “reazioni sproporzionate”, ma nessuno osa chiamare questa cosa col suo nome: genocidio. E nessuno osa chiedersi, davvero, dove siano finiti i 377.000 gazawi mancanti.
Il dato è troppo grande per essere un errore. È troppo preciso per essere una coincidenza. Ed è troppo comodo per chi vuole continuare a normalizzare l’orrore.
Serve il coraggio della verità, serve il coraggio della denuncia. Non possiamo più permetterci di ridurre le persone a numeri, ma non possiamo nemmeno fingere che i numeri non parlino. E questo, oggi, gridano: 400.000 vite sono sparite. E con loro, la nostra coscienza.