Trump, dazi e sanzioni: la guerra commerciale che affossa l’Europa e isola l’America

Donald Trump, con la solita teatralità da reality show, ha dato ieri il via a quella che potremmo definire senza mezzi termini una nuova guerra commerciale globale. Dal Giardino delle Rose della Casa Bianca, circondato da telecamere e slogan roboanti, ha annunciato l’introduzione di dazi punitivi verso buona parte del mondo: un 20% sull’Unione europea, un 34% sulla Cina, fino al 46% sul Vietnam, e via dicendo, con tariffe variabili per Corea del Sud, India, Giappone e altri partner commerciali.

Il pretesto? Difendere il «sogno americano» che – a suo dire – sarebbe stato «saccheggiato» da decenni di scambi squilibrati. Una retorica già sentita, ma che nasconde un’enorme contraddizione e un clamoroso boomerang economico.

L’imperialismo commerciale che si morde la coda

Trump prova ora a mettere una pezza sugli effetti di quel capitalismo predatorio che gli stessi Stati Uniti hanno imposto al mondo negli ultimi cinquant’anni. Sono stati loro, infatti, a svendere l’industria americana sull’altare del profitto, delocalizzando produzioni strategiche verso paesi a basso costo e disintegrando la manifattura interna. Ora si svegliano e scoprono che l’imperialismo economico non paga.

Il tafazzismo americano raggiunge vette tragicomiche: dazi su tutto, ma non sulle armi. Già, perché in questo disegno protezionista c’è una sola industria che deve restare intoccabile: quella bellica. Trump ha già fatto sapere agli alleati europei che, mentre potranno dimenticarsi di esportare auto, acciaio, formaggi e vini, saranno obbligati a comprare armi made in USA. La guerra, si sa, non conosce recessione.

L’Italia paga il conto (e non è l’unica)

In questo scenario, l’Italia è tra le vittime designate. Il comparto agroalimentare, quello che esporta nel mondo l’eccellenza dei nostri territori, sarà colpito duramente. Formaggi, vini, spumanti, prodotti lattiero-caseari di alta qualità: tutto finirà sotto la scure dei dazi.

Potremmo rispondere ironicamente ai consumatori americani: cari amici d’Oltreoceano, ora gustatevi i vostri formaggi di plastica, gli hamburger di carne ignota e le bibite zuccherate che raccontano la triste parabola del Genk Food, mentre noi continuiamo a difendere la cultura del cibo come valore, identità e piacere.

Ma l’ironia lascia presto spazio alla realtà. Secondo il Centro Studi di Confindustria, una guerra commerciale prolungata potrebbe ridurre lo sviluppo italiano fino a un -0,6% del PIL nei prossimi due anni. Un colpo durissimo, che rischia di schiacciare un’economia già fragile.

Le sanzioni alla Russia: un altro cappio al collo europeo

A rendere questo quadro ancora più drammatico c’è un’altra, enorme contraddizione della politica occidentale: le sanzioni imposte alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Sanzioni che, nei proclami ufficiali, avrebbero dovuto fiaccare l’economia russa, ma che di fatto hanno chiuso uno dei mercati più floridi per le produzioni italiane ed europee.

Dal vino alle macchine utensili, dai formaggi ai prodotti di lusso, gli esportatori europei hanno perso l’accesso a un bacino commerciale vastissimo, mentre altre potenze – Cina in primis – si sono affrettate a riempire il vuoto lasciato. Ora, con l’arrivo dei dazi americani, l’Europa si trova con due mercati chiusi: quello russo, per scelta politica, e quello statunitense, per decisione unilaterale di Washington.

È un cortocircuito perfetto. L’Europa, obbediente agli interessi geopolitici americani, ha scelto di tagliarsi un braccio con le sanzioni alla Russia; ora Trump gliene sega anche l’altro, chiudendo il mercato USA a colpi di tariffe.

Un’Europa sempre più debole, un’America sempre più sola

In definitiva, mentre Trump sogna di «rifare l’America ricca», sta costruendo un castello di sabbia su un terreno che lui stesso sta erodendo. I dazi aumenteranno i prezzi per i consumatori americani, aggraveranno l’inflazione, renderanno più poveri lavoratori e famiglie. Ma, soprattutto, isoleranno gli Stati Uniti dal resto del mondo, trascinandoli in una spirale di autarchia e arroganza.

L’Europa, dal canto suo, sta pagando a caro prezzo la subalternità politica e commerciale nei confronti di Washington. Dopo aver sacrificato sull’altare della NATO un mercato come quello russo, ora rischia di vedere sgretolarsi anche l’accesso al mercato americano.

E, paradossalmente, a vincere questa guerra commerciale saranno proprio quei paesi che gli USA e l’UE volevano marginalizzare: la Cina, l’India, la Russia, che intanto rafforzano i loro legami, creando nuovi assetti multipolari.

A conti fatti, chi sta davvero saccheggiando il «sogno americano» e la prosperità europea non sono gli scambi internazionali, ma le scelte miopi di chi governa senza visione, con la clava dei dazi in una mano e la pistola delle sanzioni nell’altra.

I cinque referendum per la salute della democrazia

Un argine popolare contro la deriva autoritaria

Introduzione: Una democrazia sotto assedio

Viviamo tempi bui. La democrazia, quella reale, fatta di diritti, dignità e partecipazione popolare, è sotto attacco come mai prima d’ora dal dopoguerra. Non è un colpo di Stato militare, non ci sono carri armati nelle strade: è un logoramento silenzioso, un veleno che agisce lentamente, smontando i pilastri della Repubblica nata dalla Resistenza.

L’attacco silenzioso dei poteri finanziari

La data spartiacque è il 28 maggio 2013, quando la banca d’affari americana JP Morgan pubblica un documento che passerà alla storia non per i numeri, ma per le parole. Scrivono gli analisti: le Costituzioni nate dopo la caduta del fascismo, soprattutto in Italia, Portogallo, Grecia e Spagna, sono un ostacolo. Perché? Perché difendono i lavoratori, tutelano la protesta sociale, limitano il potere degli esecutivi.

Quel documento non era solo un’analisi economica: era un manifesto politico. Da quel momento, l’agenda neoliberista ha puntato dritta a scardinare i principi costituzionali nati dall’antifascismo.

L’avanzata di un nuovo autoritarismo

Negli ultimi anni, quel disegno si è fatto legge. La cancellazione dell’articolo 18 con il Jobs Act, la precarizzazione selvaggia dei contratti a termine, la riduzione delle tutele per i lavoratori delle piccole imprese, l’impunità per le imprese appaltanti in caso di incidenti sul lavoro. E oggi, a completare l’opera, arrivano il Premierato forte, la riforma della giustizia e l’autonomia differenziata: un progetto che punta a concentrare il potere nelle mani di pochi e a dividere il Paese tra regioni ricche e regioni povere.

Cinque referendum per la dignità e la democrazia

Contro questa deriva si levano i cinque referendum promossi dalla CGIL. Non sono solo richieste sindacali, ma un vero atto di resistenza democratica.

  1. Ripristino dell’Articolo 18

Lo Statuto dei lavoratori del 1970 portò la Costituzione dentro le fabbriche. La sua demolizione ha trasformato i lavoratori in merce usa e getta. Il referendum chiede di restituire stabilità e dignità al lavoro.

  1. Tutela nelle piccole imprese

Oggi chi lavora in aziende con meno di 15 dipendenti ha meno diritti. Un’ingiustizia che il referendum vuole cancellare.

  1. Stop alla precarietà

La liberalizzazione dei contratti a termine ha moltiplicato la precarietà, rendendo insicura la vita di milioni di persone. Il referendum vuole tornare a un lavoro stabile, che permetta di progettare il futuro.

  1. Sicurezza sul lavoro

Ogni giorno in Italia muoiono in media tre persone sul lavoro. Il referendum mira a estendere la responsabilità anche all’impresa appaltante, ponendo fine all’impunità e agli appalti al massimo ribasso sulla pelle dei lavoratori.

  1. Inclusione e cittadinanza

Il quinto quesito chiede di favorire l’inclusione dei lavoratori immigrati, perché senza diritti per tutti, la democrazia è un guscio vuoto.

Non solo lavoro: un progetto di restaurazione autoritaria

I referendum non sono un’iniziativa isolata. Sono l’argine che si oppone a un progetto ben più ampio: smantellare la partecipazione popolare, dividere il Paese con l’autonomia differenziata, concentrare tutto il potere nelle mani di un Premier eletto direttamente, ridurre al silenzio le opposizioni e criminalizzare il dissenso.

È la stessa logica che guida le leggi sulla sicurezza, che colpiscono chi protesta e chi lotta per i diritti. Una logica che oggi mette in discussione la Costituzione stessa.

La memoria che ci chiama: Reggio Emilia, 1960

Sessantacinque anni fa, un governo tentò di riportare al potere le forze sconfitte dalla storia. Fu il movimento dei lavoratori a fermarlo, pagando un prezzo di sangue con i sette morti di Reggio Emilia.

Oggi, come allora, spetta ai lavoratori, agli studenti, ai cittadini consapevoli difendere la democrazia. Perché chi lavora non difende solo il salario, ma l’interesse generale.

Conclusione: Un voto che vale davvero

Questi referendum sono un’occasione rara. Non si tratta di scegliere un partito, ma di riaffermare un principio: la democrazia vive solo se il lavoro è tutelato, se il dissenso è garantito, se i diritti sono universali.

Il potere vuole convincerci che siamo spettatori impotenti. Ma la storia insegna che, quando il popolo decide di rialzarsi, nessun potere può fermarlo.

«Di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera, fischia il vento, infuria la bufera…»
È tempo di rispondere a quella bufera.

Dal Recovery al Riarmo: il grande inganno dei fondi europei

Tra ritardi sospetti e decisioni già scritte, l’ombra di una strategia deliberata dietro il fallimento del PNRR. Dalla ricostruzione promessa alla corsa agli armamenti: quando il denaro pubblico smette di servire i cittadini per alimentare l’industria bellica.

C’è un filo sottile, quasi invisibile, che unisce le decisioni prese nei palazzi del potere e le strategie che si svelano solo a posteriori, quando i giochi sembrano ormai fatti e le carte già distribuite. La vicenda del PNRR italiano e la recente decisione europea di dirottare fondi strutturali e di coesione verso le industrie del riarmo ne sono un esempio lampante. Un esempio che solleva domande scomode e dubbi legittimi, che vale la pena affrontare senza preconcetti ma con sguardo critico.

La svolta del riarmo europeo

Nei giorni scorsi, la Commissione Europea ha annunciato una revisione senza precedenti dei criteri di utilizzo dei Fondi europei di sviluppo regionale (FESR), estendendo la possibilità di finanziamento anche alle grandi imprese strategiche, in particolare a quelle operanti nel settore della difesa. Una decisione che, dietro l’alibi del “mutato quadro geopolitico” e della necessità di garantire la sicurezza collettiva, rappresenta in realtà un ribaltamento dei principi fondativi della coesione europea: non più priorità a riduzione delle disuguaglianze, inclusione sociale o transizione ecologica, ma risorse destinate all’industria bellica, alla mobilità militare e alla produzione di armi.

Fitto, il commissario italiano, ha provato a rassicurare: “Non useremo questi fondi per comprare armi.” Ma la realtà è che quei soldi, che dovevano servire per scuole, ospedali, infrastrutture civili e inclusione sociale, serviranno a potenziare le linee produttive di Leonardo, Rheinmetall, Iveco Defence e delle grandi fabbriche d’armi europee. Un giro di denaro colossale, che muove in prospettiva 800 miliardi di euro in quattro anni, quasi quanto la spesa militare annua degli Stati Uniti.

L’ipotesi scomoda: un ritardo “programmato”

A questo punto si inserisce un dubbio che appare irragionevole solo a chi preferisce non farsi domande. È possibile che i clamorosi ritardi nell’attuazione del PNRR in Italia — quei fondi che dovevano rilanciare il Paese dopo la pandemia — non siano stati solo il frutto di inefficienze, burocrazia e incapacità politica? È possibile che, dietro il balletto di piani non approvati, progetti bloccati e fondi non spesi, ci sia stato un calcolo politico freddo e razionale?

L’ipotesi, certo, non poggia su prove certe. Ma alcuni segnali inquietanti fanno riflettere. È curioso che proprio ora, a giochi quasi chiusi, quei 90 miliardi di euro che l’Italia rischiava di perdere perché “non riusciva a spenderli” possano essere tranquillamente riprogrammati per la produzione di armi. È lecito domandarsi se il ritardo nel mettere a terra i progetti del PNRR non sia stato favorito, o quantomeno tollerato, per arrivare esattamente a questo punto: liberare risorse per indirizzarle verso un settore che, negli ultimi due anni, ha scalato le priorità politiche europee.

Le decisioni prese altrove e molto prima

Quando la Commissione europea giustifica questa svolta con il “mutato quadro geopolitico”, finge di scoprire oggi qualcosa che, in realtà, si decideva già ieri. La guerra in Ucraina dura da oltre tre anni. Gli Stati Uniti e i principali Paesi NATO avevano già da tempo chiesto agli alleati europei un massiccio aumento delle spese militari. I mercati finanziari, che non si muovono mai senza informazioni privilegiate, hanno fatto schizzare le azioni di Rheinmetall, Leonardo, Thales e Bae Systems ben prima degli annunci ufficiali. Chi lavora nelle stanze dei bottoni sapeva già tutto da tempo.

Dal welfare alla guerra: la grande sostituzione

Così, nell’arco di pochi anni, abbiamo assistito alla metamorfosi del Next Generation EU, nato come piano di ricostruzione e resilienza dopo la pandemia, in un gigantesco piano di riarmo chiamato — con un’abile operazione di maquillage linguistico — Readiness 2030. È la storia di un tradimento politico annunciato: soldi promessi ai cittadini per ricostruire un futuro di diritti, benessere e giustizia sociale, dirottati silenziosamente verso l’industria della guerra.

Il vero obiettivo non era mai stato la coesione sociale, ma la coesione militare. Il PNRR, con tutti i suoi ritardi e le sue inefficienze, potrebbe allora apparire come un cavallo di Troia perfettamente riuscito. Un meccanismo che ha tenuto in stand-by investimenti cruciali, per poi riversarli, al momento opportuno, nell’unico settore che oggi pare garantire “posti di lavoro” e “competitività industriale”: quello delle armi.

Un dubbio necessario

Questa, sia chiaro, è solo un’ipotesi, un dubbio irragionevole forse, ma necessario. Perché quando le decisioni dei governi sembrano inspiegabili, quando i ritardi si sommano e le priorità si capovolgono, bisogna sempre guardare oltre la superficie, seguire il denaro e chiedersi: cui prodest?

In fondo, come insegnava Seneca, “nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Ma a ben vedere, forse qualcuno la rotta l’aveva tracciata da tempo. E oggi stiamo solo vedendo dove ci sta portando.

Gaza: l’Europa complice del massacro

Mentre l’Europa gioca alla guerra in Ucraina e si inchina agli interessi delle lobby, in Palestina si consuma un genocidio in diretta. Il silenzio complice delle democrazie occidentali grida più forte delle bombe.

Il massacro di Gaza svela il vero volto dell’Unione Europea: suddita degli interessi economici e militari, cieca davanti ai crimini contro l’umanità. È tempo di costruire un Fronte Ampio per la pace e la giustizia sociale.

Mentre i riflettori della stampa occidentale sono puntati, con ossessiva monotonia, sui teatrini strategici di Bruxelles e Parigi, l’odore acre della polvere da sparo e della carne bruciata torna a salire dal Mediterraneo. Ci distraggono con un’Europa che non esiste più, agitano lo spauracchio di un esercito comune, della deterrenza nucleare, delle truppe europee in Ucraina, scenari da fantapolitica funzionali soltanto a nascondere la verità: l’Unione Europea non ha alcun progetto di pace, ma si è trasformata nell’ancella dell’economia di guerra.

La guerra in Ucraina è diventata un teatro infinito, senza obiettivi strategici, una macchina insaziabile di profitti per i mercanti d’armi e le élite transnazionali. Un conflitto che divora risorse pubbliche mentre i salari stagnano, l’agricoltura muore, le piccole imprese chiudono, il welfare viene smantellato e i popoli vengono trattati come sudditi di un ordine economico violento e predatorio. È la guerra del capitale contro il lavoro, della finanza contro la società, dell’1% contro il restante 99% che subisce, vota chi lo tradisce o, più spesso, rinuncia a votare.

Ma mentre l’Europa recita la farsa della libertà, in Medio Oriente si consuma, senza sipari e senza retorica, la tragedia più cruda del nostro tempo. Israele ha violato l’ennesimo cessate il fuoco, bombardando Gaza e lasciando sul terreno altri 750 cadaveri di civili inermi. Le cancellerie europee si sono affrettate a recitare la solita litania ipocrita: «Condanniamo, ma Israele ha diritto di difendersi». Un diritto alla difesa che nella realtà si è tradotto, dal 1967 a oggi, nell’occupazione militare illegale, nell’assedio criminale di Gaza, nell’apartheid in Cisgiordania, nei bombardamenti su Siria e Libano, nella costante minaccia contro l’Iran, nel disprezzo sistematico del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU.

A confermare la natura criminale e terroristica di questa guerra d’assedio è giunta, nei giorni scorsi, una notizia che dovrebbe scuotere ogni coscienza: la Mezzaluna Rossa Palestinese ha annunciato di aver recuperato i corpi di 14 soccorritori dispersi da una settimana a Rafah. Uomini e donne che portavano soccorso tra le macerie, sterminati deliberatamente dall’esercito israeliano che ha ammesso di aver aperto il fuoco contro le ambulanze, dichiarandole “veicoli sospetti”. Tra i corpi recuperati, anche quello di Anwar Abdel Hamid al-Attar, capo della missione di soccorso, crivellato e smembrato. Un crimine infame, un massacro pianificato e deliberato di personale sanitario protetto dal diritto umanitario internazionale, in violazione flagrante delle Convenzioni di Ginevra.

Eppure, nessuno tra quei politici che invocano sanzioni contro la Russia ha mai proposto un embargo verso Tel Aviv. Nessuno ha mai chiesto, con la stessa veemenza, il riconoscimento dello Stato di Palestina. Nessuno ha imposto sanzioni economiche, diplomatiche o militari contro uno Stato che pratica quotidianamente l’occupazione e la pulizia etnica. La stessa Italia, per bocca della Presidente del Consiglio, si è spinta a dichiarare che ignorerebbe un eventuale mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu. È la resa definitiva al diritto del più forte, alla legge del mercato delle armi e delle alleanze.

Israele si proclama “Stato ebraico” ma chiama in causa, per giustificare i suoi crimini, un intero popolo che nulla ha a che fare con i bombardamenti di Rafah o con le distruzioni a Khan Yunis. Non è l’ebraismo ad assediare Gaza, ma un regime coloniale e suprematista che usa l’olocausto come alibi per perpetrare un nuovo genocidio. Le università americane che osano gridare questa verità vengono represse. Le voci ebraiche che osano ribellarsi vengono silenziate. L’Europa si rifugia nella propria codardia storica, trasformando il senso di colpa per l’Olocausto nella giustificazione di nuovi massacri.

Il massacro di Gaza è un genocidio in diretta, sotto gli occhi di un’Europa che ha tradito ogni principio di umanità e giustizia, piegata agli interessi delle lobby e dei loro intellettuali organici, pronti a esaltare i valori democratici mentre calpestano ogni giorno la vita di un popolo cancellato.

È urgente, oggi più che mai, costruire un Fronte Ampio, popolare e transnazionale, che unisca le forze della pace, della giustizia sociale, dell’antifascismo e dei diritti contro questo neoliberismo genocida che devasta terre, popoli e futuro. Solo uniti potremo fermare questa macchina di morte che, dall’Ucraina a Gaza, ci trascina verso il baratro.

Quando gli insulti fanno piazza: la riscossa identitaria del Movimento 5 Stelle

Ci sono momenti in politica in cui le accuse degli avversari diventano la miglior campagna elettorale. È quello che sta accadendo al Movimento 5 Stelle in vista del corteo del 5 aprile a Roma. Una manifestazione che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrebbe rappresentare un chiaro «no» all’escalation bellicista e alla folle corsa al riarmo che attraversa l’Europa. Ma che, nei fatti, sta già diventando molto di più: un’occasione di rilancio identitario, di riscoperta di un protagonismo politico che sembrava smarrito.

Il paradosso è evidente: più gli avversari attaccano, più il Movimento si rafforza. Le parole del ventriloquo Carlo Calenda, nel pieno di una crisi mistica da possessione per la presenza della Giorgia nazionale, – che ha auspicato senza mezzi termini «la cancellazione dei Cinque Stelle» – sono diventate il detonatore di una mobilitazione che supera ogni previsione. Non solo i cinquemila manifestanti già certi, ma un numero che potrebbe triplicare grazie a un sentimento diffuso di rivalsa. Perché nulla compatta come l’insulto, nulla galvanizza come l’essere messi all’angolo dal sistema politico e mediatico.

Il Movimento 5 Stelle sta così ricostruendo, mattone dopo mattone, la sua vecchia narrazione: quella del partito contro tutti, della forza antisistema che sfida i poteri costituiti. E poco importa se negli anni abbia governato, stretto alleanze, ceduto su molte delle sue promesse originarie. Oggi Conte e i suoi cavalcano di nuovo lo spirito dell’assedio, sapendo che lì, in quello spazio di conflitto e marginalità, possono tornare ad aggregare consenso.

Non si tratta soltanto di opposizione al riarmo o alle politiche europee sulla sicurezza: dietro la piazza del 5 aprile c’è una precisa strategia di occupazione dello spazio politico che il Partito Democratico non riesce o non vuole presidiare. Quel fronte ampio e popolare fatto di sindacati, associazioni, intellettuali, militanti pacifisti e semplici cittadini che non si riconoscono né nella retorica atlantista né nell’ortodossia neoliberista.

Lo dimostrano le adesioni illustri all’appello pubblicato dal Fatto Quotidiano: firme autorevoli come Luciana Castellina, Luigi Ferrajoli e Gian Giacomo Migone, seguite da oltre 150 intellettuali, giornalisti, attivisti. Un endorsement che non è solo politico, ma culturale: la sinistra che non trova casa nelle stanze del Partito Democratico guarda al M5S come all’unico argine possibile contro l’omologazione bellicista.

Indicativa anche la presenza annunciata di Michele Santoro, così come la partecipazione di Azione Civile di Antonio Ingroia, Rifondazione Comunista. E, sullo sfondo, la silenziosa assenza di Elly Schlein, stretta tra le sue contraddizioni interne, e quella più rumorosa di Maurizio Landini, che segna la distanza dei grandi apparati sindacali da questa piazza “autarchica”.

Il paradosso è tutto qui: mentre il Movimento si prepara a sedersi ai tavoli di coalizione per le prossime elezioni regionali, nelle strade si ricompatta su un’identità di lotta che lo rende, almeno per un giorno, autosufficiente e protagonista. È la vecchia strategia del conflitto come collante, dell’insulto come carburante politico.

Virginia Raggi lo ha detto senza mezzi termini: «Siamo la maggioranza degli italiani, anche se ci etichettano come pacifinti o filoputiniani». Una frase che, al di là dell’enfasi, coglie il senso profondo di questa mobilitazione: l’intenzione di occupare uno spazio che la sinistra ufficiale ha abbandonato e che la destra non potrà mai conquistare.

Il corteo del 5 aprile sarà dunque molto più di una marcia contro la guerra. Sarà la prova che, nella politica italiana, le etichette affibbiate dai salotti sono spesso il preludio a un ritorno sulla scena. Che l’autarchia identitaria, in tempi di crisi e di guerra, può ancora diventare un’arma potente.

L’Impero delle disuguaglianze: come il capitalismo predatorio ci sta rubando il futuro (e perché dobbiamo fermarlo)

Viviamo immersi in un inganno che ha assunto le sembianze della normalità. Ogni giorno ci svegliamo, lavoriamo, consumiamo, accettiamo senza battere ciglio che esista un ordine naturale delle cose, in cui pochi sono sempre più ricchi e molti devono lottare ogni giorno solo per sopravvivere. Ci hanno convinti che sia inevitabile, che sia il prezzo del progresso. Ma non è così. Quello che stiamo vivendo non è progresso: è predazione.

I dati che emergono dall’analisi dell’evoluzione economica degli Stati Uniti — che rappresentano da sempre il laboratorio e il modello del capitalismo globale — parlano chiaro e descrivono un processo inarrestabile di concentrazione della ricchezza e di crescente disuguaglianza sociale.

Nel 1976, l’1% più ricco della popolazione americana possedeva il 9% del reddito nazionale. Oggi quella quota è salita quasi al 25%. In meno di cinquant’anni, la loro fetta di ricchezza è quasi triplicata. Nel frattempo, il 50% più povero degli americani possiede appena lo 0,5% degli investimenti in azioni, obbligazioni e fondi comuni: significa che la metà della popolazione statunitense non investe, non costruisce, non risparmia. Sopravvive.

Trent’anni fa, la classe media possedeva una ricchezza doppia rispetto all’1% più ricco. Oggi quella forbice si è chiusa: l’1% ha superato la classe media in termini di ricchezza collettiva e il divario continua ad aumentare anno dopo anno. Gli americani a basso reddito — che rappresentano il 20% inferiore in termini di reddito — possiedono soltanto il 3% della ricchezza complessiva.

Ma non è solo la distribuzione della ricchezza a certificare la deriva: sono i salari a raccontare la violenza di questo modello. Tra il 1979 e il 2021, i salari degli americani appartenenti all’1% più ricco sono aumentati del 206%, al netto dell’inflazione. Nello stesso periodo, i salari del 90% più povero sono cresciuti solo del 29%. Una forbice insostenibile che ha portato a un’assurdità ormai strutturale: un CEO guadagna in media 380 volte più di un lavoratore medio. Per guadagnare quanto un dirigente incassa in un’ora, un lavoratore deve sgobbare per oltre un mese.

Possiamo davvero credere che il lavoro, l’impegno, l’intelligenza di un essere umano valgano 380 volte meno di quelli di un altro? O siamo semplicemente di fronte all’ennesima menzogna istituzionalizzata, a un sistema che non premia il merito, ma protegge con ferocia il privilegio?

Questa non è una distorsione accidentale del capitalismo. Non è una sbavatura correggibile. È il cuore stesso del modello.
Il capitalismo predatorio che si è affermato negli ultimi quarant’anni ha smesso da tempo di essere un motore di crescita condivisa: si è trasformato in una macchina famelica che vive divorando tutto ciò che incontra. Sfrutta il lavoro umano, distrugge l’ambiente, finanzia guerre, precarizza le vite, mercifica ogni diritto. Non crea ricchezza collettiva, ma estrazione di valore per pochi e miseria per molti.

E non pensiamo che questa dinamica riguardi solo gli Stati Uniti. È la regola in tutto l’Occidente. È la logica profonda della globalizzazione finanziaria che ha trasformato ogni aspetto della nostra vita in merce e ogni nostra fragilità in occasione di profitto.

Ma la parte più insidiosa di questo meccanismo non è soltanto la concentrazione della ricchezza. È la costruzione di un’intera narrazione tossica che ci convince che tutto questo sia normale, inevitabile, persino giusto.

Ci fanno credere che non esistano alternative, che la disuguaglianza sia il prezzo da pagare per il benessere, che la povertà sia colpa dei poveri, che chi resta indietro sia inadeguato, improduttivo, inutile.

È questa la vera gabbia: la manipolazione delle coscienze, il controllo del senso comune, la naturalizzazione della disuguaglianza. È un progetto politico e culturale che ha un solo obiettivo: disinnescare ogni possibilità di ribellione.

Non esiste un solo tavolo dove si decide tutto questo. Ce ne sono decine, centinaia, intrecciati come una fitta rete che tiene imprigionate le nostre vite. Sono tavoli economici, politici, militari, tecnologici, mediatici. Sono multinazionali, fondi finanziari, think tank, agenzie di rating, lobby industriali, governi complici. Ognuno di questi tavoli si alimenta degli altri, scambia potere e ricchezza come fossero fiches in un casinò globale dove il banco vince sempre.

E noi?
Noi siamo gli spettatori paganti.
I clienti inconsapevoli.
I servi senza catene visibili.

È ora di comprendere che nessuno ribalterà quei tavoli per noi.
Non ci saranno uomini della provvidenza, né scorciatoie.
Non ci sarà riforma possibile finché questo intero edificio non verrà smascherato e spazzato via.

La prima rivoluzione è culturale: dobbiamo uscire dalla narrazione tossica, dobbiamo smettere di credere che questo sia l’unico mondo possibile.
La seconda rivoluzione è sociale: dobbiamo organizzarci, costruire dal basso nuovi spazi di autonomia, di resistenza, di mutualismo.
La terza rivoluzione è politica: dobbiamo mettere in discussione ogni tavolo, ogni regola scritta per garantire il dominio di pochi sui molti.

Finché non saremo noi, popolo, massa, comunità, a riorganizzarci e a prendere in mano il nostro destino, il capitalismo predatorio continuerà a divorarci, centimetro dopo centimetro, giorno dopo giorno, senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

Il momento è adesso.
Non per chiedere riforme impossibili, ma per ribaltare tutti i tavoli.
Perché non ne esiste uno solo: sono troppi, intrecciati, apparentemente invincibili.
Ma tutti possono crollare nello stesso momento, quando la massa smette di chinare la testa e decide di rialzarla.

L’abbraccio velenoso: il patto non scritto tra Calenda e Meloni e l’attacco frontale al Movimento 5 Stelle

Un congresso che, più che un confronto di idee, si è rivelato la fotografia di un possibile asse futuro tra la destra di governo e una sedicente opposizione pronta a farsi stampella del potere.

Al congresso di Azione è andato in scena un teatro politico che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la tenuta democratica e l’equilibrio del nostro sistema. Sul palco, Carlo Calenda e Giorgia Meloni hanno inscenato un gioco delle parti che, dietro la patina del “dialogo democratico”, ha mostrato con chiarezza l’intesa politica e culturale tra i due protagonisti. Un’intesa che non è solo sulle scelte strategiche — dall’appoggio incondizionato alla guerra in Ucraina, al ritorno del nucleare, fino alla visione di un’Europa forte solo militarmente e debole socialmente — ma soprattutto sulla volontà condivisa di demolire ogni spazio alternativo alla destra al governo.

L’attacco sistematico al Movimento 5 Stelle

L’obiettivo principale di questa inedita alleanza informale è stato chiarissimo: il Movimento 5 Stelle. Le parole usate da Calenda, accolte dagli applausi della platea e dal compiacimento della Presidente del Consiglio, sono state di una violenza politica senza precedenti: «L’unico modo per stare assieme al M5s è cancellarlo». Un’affermazione che va ben oltre la normale dialettica tra avversari e che disvela una concezione oligarchica della politica: l’idea che la pluralità democratica sia un fastidio e che le forze realmente alternative vadano non solo sconfitte, ma annientate.

Tra gli attacchi rivolti al Movimento 5 Stelle, spicca la demonizzazione di uno dei provvedimenti sociali più rilevanti degli ultimi anni: il Superbonus. Come già accaduto con il Reddito di Cittadinanza, Calenda e Meloni utilizzano la solita, stanca e tossica retorica che punta a svilire qualsiasi strumento di redistribuzione sociale, riducendo il dibattito a una caricatura utile solo a giustificare tagli e cancellazioni.

Nel caso del Superbonus, la narrazione che viene imposta è quella del «bonus per i ricchi che rifanno le villette» — un falso argomentativo che ignora il fatto che migliaia di famiglie della classe media e popolare hanno potuto mettere in sicurezza, efficientare e valorizzare immobili che altrimenti sarebbero rimasti fatiscenti, inquinanti e pericolosi. Esattamente come nel caso del Reddito di Cittadinanza, liquidato come “paghetta per fannulloni”, si colpisce chi soffre, chi fatica, chi è ai margini, alimentando l’odio sociale da parte di chi ha già la pancia piena e vuole che nulla cambi.

È sempre la stessa strategia: criminalizzare chi riceve aiuti, silenziare le cause della povertà, ridicolizzare chi chiede giustizia sociale.

Giuseppe Conte lo ha compreso bene, quando ha risposto definendo questi attacchi «medaglie» ricevute dal «partito trasversale delle armi». È una verità che va riconosciuta e ribadita: il Movimento 5 Stelle, per la sua posizione netta contro la guerra, contro il massacro in Ucraina e contro il genocidio in Palestina, per la difesa dei ceti popolari e dei diritti sociali, rappresenta oggi l’unico argine reale al blocco di potere che si sta cementando tra destra e sedicente centro.

L’ipocrisia di Calenda e la finta opposizione

L’ex ministro Carlo Calenda si affanna a smentire ogni ipotesi di riposizionamento verso la maggioranza, ma i fatti parlano chiaro. Le convergenze con la Premier sono ormai quotidiane: dall’Ucraina alla politica industriale, dalla giustizia alla demolizione del Superbonus. Il Congresso di Azione ha reso visibile ciò che fino a ieri si cercava di nascondere: Azione non è un partito alternativo alla destra, ma un potenziale futuro alleato, pronto a governare fianco a fianco con Meloni quando la Lega avrà esaurito la sua funzione.

L’attacco al “campo largo”, condito da una retorica aggressiva contro il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, non è altro che il tentativo di scavare una trincea tra chi si oppone realmente al governo e chi, come Calenda, si candida a diventare la nuova ruota di scorta di Palazzo Chigi.

Un congresso senza popolo, ma pieno di potere

Non è un caso che tra gli ospiti di Calenda figurassero volti noti dell’establishment: Monti, Gentiloni, Guerini, Picierno, Lupi, Boccia, Fassino. L’operazione di Azione è chiara: costruire una nuova area di centro funzionale agli interessi delle élite economiche e dell’apparato militare-industriale, priva di qualsiasi radicamento popolare. Un’area che Meloni non teme, anzi, con cui già oggi dialoga apertamente, tra un sorriso e un applauso, in vista di future intese.

La trappola dell’“unità europea” armata

Tutto questo si consuma sotto la bandiera dell’“unità europea” e della difesa dell’Occidente, concetti branditi come clava per giustificare l’aumento delle spese militari e lo smantellamento del welfare. La narrazione condivisa tra Azione e Fratelli d’Italia è che chi si oppone alla corsa agli armamenti è un irresponsabile, un “figlio dei fiori” fuori dal tempo, un nemico della modernità. In questa cornice, chi parla di pace viene deriso, chi chiede giustizia sociale viene ridicolizzato, chi invoca la fine del massacro in Ucraina e del genocidio in Palestina viene tacciato di tradimento o di essere un terrorista .

Una prospettiva inquietante

Il congresso di Azione non ha solo mostrato la complicità tra Meloni e Calenda, ma ha tracciato un possibile scenario politico: un futuro in cui Azione si offre come stampella “moderata” di questa destra radicale, facendo piazza pulita di ogni alternativa progressista.

Per questo motivo è necessario che le forze sociali, democratiche e progressiste, a partire dal Movimento 5 Stelle, non cadano nella trappola di questa falsa polarizzazione e rilancino un progetto autonomo, radicato nei bisogni reali del Paese, capace di opporsi tanto alla destra quanto ai suoi alleati occulti.

Il congresso di Azione è stato un congresso del potere. Quello che manca oggi è un congresso del popolo.

La pentola sta bollendo: quando la sicurezza diventa controllo e la democrazia viene commissariata

C’è un punto in cui la temperatura diventa insostenibile, ma la rana nella pentola non se ne accorge, assuefatta dal tepore crescente, intorpidita dalla progressiva sottrazione d’ossigeno e libertà. È l’immagine perfetta per raccontare ciò che sta accadendo in Italia: una deriva autoritaria che non avanza con i carri armati, ma con decreti legge, riforme istituzionali e provvedimenti di sicurezza che smantellano, pezzo dopo pezzo, lo Stato di diritto. La rana siamo noi. L’acqua è la legalità che evapora. Il fuoco è acceso da chi governa.

Il quadro che emerge oggi è chiarissimo: l’Italia non è solo in caduta libera sul fronte democratico, ma sta strutturando legalmente la propria regressione, attraverso una sequenza inquietante di riforme che trasformano la sicurezza pubblica in un gigantesco meccanismo di controllo sociale e repressione del dissenso. Un fango nero che è tornato a galla, come documentato dal Liberties Rule of Law Report 2025, che ha inserito l’Italia tra i cinque Paesi europei “demolitori” dello Stato di diritto.

Il Ddl Sicurezza: la sicurezza di chi?

L’ultimo tassello di questa costruzione autoritaria si chiama Disegno di Legge Sicurezza n.1660. Un provvedimento che, sotto l’etichetta rassicurante della “sicurezza nazionale”, introduce norme che rappresentano un autentico stravolgimento dei principi democratici e costituzionali. In particolare, l’articolo 31, già approvato nelle commissioni parlamentari, autorizza i servizi segreti italiani a stipulare convenzioni con pubbliche amministrazioni, società pubbliche, università, ospedali ed enti di ricerca, obbligando tali soggetti a fornire informazioni personali su cittadini, studenti, professori, giornalisti e pazienti.

Non si tratta più di raccogliere dati nell’ambito di indagini su specifici reati: il provvedimento legittima la creazione di un sistema di sorveglianza preventiva e diffusa, senza alcun controllo giurisdizionale effettivo. In nome di un’idea tossica di sicurezza, si consente di violare la privacy, la riservatezza, la libertà di pensiero e la libertà di associazione. Un salto di qualità inquietante verso uno Stato di sorveglianza permanente.

Licenza di delinquere e immunità per i Servizi

Non basta. Lo stesso provvedimento introduce norme che prevedono la possibilità per i membri dei servizi segreti di commettere reati in determinate circostanze senza che possano essere perseguiti. Una vera e propria licenza di delinquere, fondata su criteri vaghi e discrezionali come la tutela della “sicurezza nazionale” o la prevenzione di minacce al Paese, criteri che saranno decisi non dalla magistratura indipendente, ma dall’esecutivo stesso.

In un Paese dove la storia dei servizi segreti è costellata di deviazioni e collusioni criminali — dalla strategia della tensione alla P2, dai depistaggi sulle stragi di Capaci e via D’Amelio fino ai più recenti scandali legati allo spyware Paragon — consegnare a questi apparati un potere senza controllo giurisdizionale significa giocare con la dinamite sul tavolo della democrazia.

Dal Premierato alle intercettazioni: la costruzione dell’autoritarismo legale

L’articolo 31 non è un atto isolato. Si inserisce in un progetto organico di progressiva demolizione delle garanzie democratiche.
Il governo ha già approvato una riforma sul Premierato che concentra un potere sproporzionato nelle mani del Presidente del Consiglio, svuotando il Parlamento del suo ruolo centrale.
Ha abusato sistematicamente dello strumento dei decreti legge (79 decreti in due anni), riducendo il dibattito parlamentare a mera ratifica.
Ha varato una riforma della magistratura che separa le carriere tra giudici e pubblici ministeri, spezzando l’unitarietà del potere giudiziario e mettendo a rischio l’imparzialità della giustizia.
Ha ridotto il periodo massimo delle intercettazioni a soli 45 giorni, con la falsa giustificazione dei costi, quando in realtà il vero obiettivo è limitare la capacità della magistratura di indagare sulla criminalità organizzata, sulla corruzione politica e persino sugli stalker che, dopo quel periodo, potranno tornare a perseguitare le loro vittime senza più essere ascoltati.

E mentre tutto questo accade, il sistema carcerario implode, con un sovraffollamento senza precedenti e la criminalizzazione crescente di attivisti, migranti, ONG e minoranze. Il cosiddetto Decreto Sicurezza introduce 11 nuovi reati e 18 aggravanti, non contro il crimine reale, ma contro chi dissente.

Quando la sicurezza diventa pretesto per il controllo

Dietro il mantra della sicurezza si cela una verità scomoda: la sicurezza che si vuole garantire non è quella dei cittadini, ma quella del potere. Lo Stato non sta difendendo la società civile, la sta sorvegliando, schedando, comprimendo.

Chi decide oggi quale sia il pericolo per l’interesse nazionale? Un governo che ospita nostalgie post-fasciste, che criminalizza studenti, pacifisti, sindacalisti, ambientalisti. Un governo che considera terroristi coloro che si oppongono al genocidio in Palestina o che difendono l’ambiente contro opere inutili e distruttive.
In questo quadro, togliere alla magistratura il controllo sulla legalità dell’operato dei servizi segreti significa costruire un potere senza contrappesi, senza limiti, senza più garanzie.

La rana siamo noi

Non servono manganelli o carri armati per soffocare una democrazia. Basta aumentare lentamente la temperatura.
Oggi, l’Italia è immersa in una pentola d’acqua tiepida. L’acqua si sta scaldando, un decreto dopo l’altro, una norma liberticida dopo l’altra. Quando ci accorgeremo che l’acqua bolle, quando proveremo a saltare fuori, potrebbe già essere troppo tardi.

La domanda che ci resta è semplice e urgente: quanto manca all’ebollizione?
E soprattutto: abbiamo ancora la forza di saltare fuori?

La maschera è caduta: tra piazze per la guerra e incontri con la lobby ultra-nazionalista israeliana, il centrosinistra smarrito di Pina Picierno

C’è un filo rosso che unisce la deriva bellicista di una parte del centrosinistra europeo alla progressiva perdita di credibilità delle sue figure di vertice. Un filo che passa per la criminalizzazione sistematica di chi chiede la fine della guerra in Ucraina, per l’assenza di una parola forte contro il genocidio in Palestina e per rapporti ambigui con soggetti che promuovono politiche di oppressione e apartheid. L’ultimo tassello di questo inquietante mosaico riguarda l’eurodeputata Pina Picierno.

Su un post su Facebook, la vicepresidente del Parlamento europeo ha attaccato duramente la manifestazione per la pace convocata dal Movimento 5 Stelle il prossimo 5 aprile, accusandola di essere «una piazza per dividere», sostenendo che tra i promotori vi sarebbero comitati No NATO e presunti proxy della propaganda russa. Una narrazione tossica, che finisce per delegittimare chiunque osi chiedere il cessate il fuoco e la fine della carneficina, etichettandolo come un nemico della democrazia.

Ma proprio mentre la Picierno accusava chi manifesta per la pace di essere al soldo di potenze straniere, emergeva un’inchiesta ben più preoccupante sul suo operato. Secondo un’indagine del portale olandese Follow The Money, l’eurodeputata del PD avrebbe incontrato a Bruxelles, insieme ad altri politici europei, rappresentanti dell’Israel Defense and Security Forum (Idsf), un think tank ultranazionalista composto da decine di migliaia di ex militari israeliani, noto per sostenere l’espansione illegale delle colonie, la deportazione dei palestinesi da Gaza e le posizioni più radicali del governo Netanyahu.

L’incontro, a quanto risulta, non sarebbe stato comunicato pubblicamente in un primo momento, in violazione delle regole di trasparenza del Parlamento europeo. La Picierno si è difesa sostenendo che quell’incontro sarebbe avvenuto una sola volta, in relazione al suo incarico sulla lotta all’antisemitismo, e che l’appuntamento risulta regolarmente registrato. Tuttavia, al di là della procedura, resta il dato politico: come può una vicepresidente del Parlamento europeo, che si dichiara progressista, concedere spazio e ascolto a una lobby che difende apertamente la colonizzazione, la repressione e l’apartheid?

E qui si manifesta l’ipocrisia di una parte del centrosinistra europeo e italiano: si criminalizza chi chiede la pace, si divide il fronte progressista con accuse infondate, ma allo stesso tempo si aprono le porte delle istituzioni a chi sostiene politiche di pulizia etnica e occupazione militare.

L’onorevole Picierno dichiara che «il Parlamento ha regole stringenti» e che «la libertà del mandato parlamentare è un valore da preservare». Ma questa libertà non può trasformarsi in connivenza con chi pratica ogni giorno la negazione dei diritti umani e del diritto internazionale. La trasparenza formale non cancella la gravità politica e morale di certi incontri.

Questa vicenda, sommata alla sua violenta presa di posizione contro chi manifesta per il cessate il fuoco in Ucraina e in Palestina, conferma che una parte del centrosinistra ha smarrito ogni radice ideale. Si è trasformata in un apparato di potere che parla la lingua dei falchi, che criminalizza ogni voce di dissenso e che chiude le porte a un fronte largo di pace, per aprirle invece alle lobby della guerra.

È ora di dire basta a questa politica delle maschere. Basta con chi usa le strutture democratiche per proteggere gli interessi dei potenti e silenziare chi chiede giustizia e pace. Non servono più dichiarazioni di principio, serve coerenza. La sinistra o sta con i popoli che subiscono le bombe, o sta con chi le sgancia.

Noi sappiamo da che parte stare. Non ci lasceremo intimidire da chi cerca di trasformare la richiesta di pace in un crimine e la complicità con i criminali di guerra in una strategia politica.

L’Italia che dimentica: dal patto mafia-politica alle riforme repressive del governo Meloni

Inchiesta in tre atti sulla metamorfosi autoritaria del potere

Atto I

Il volto sporco della memoria: la narrazione tossica di Forza Italia

C’è una linea sottile tra commemorazione e appropriazione indebita. Tra il dovere della memoria e l’abuso strumentale della storia. Forza Italia, il partito nato nel cuore delle stragi del ’92-’93, ha deciso di varcare quella linea con arroganza, utilizzando il volto e le parole di Giovanni Falcone per promuovere la propria riforma della giustizia. Non è solo propaganda: è una vera e propria riscrittura identitaria, un tentativo di restyling morale di una forza politica che ha avuto tra le sue fondamenta uomini condannati per concorso esterno in associazione mafiosa.

Durante un recente convegno a Palermo, i dirigenti del partito fondato da Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri hanno proiettato un video di Falcone come endorsement simbolico per la separazione delle carriere tra PM e giudici. Ma chi ha conosciuto Falcone sa bene che il magistrato mai avrebbe prestato il suo nome a chi con la mafia aveva rapporti consolidati.

Lo dimostrano documenti, come l’annotazione fatta da Falcone nel 1986 dopo l’audizione del pentito Francesco Marino Mannoia:

“Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni ai Grado e anche a Vittorio Mangano”.

E lo confermano le parole di Paolo Borsellino, in un’intervista video del 1992, mai trasmessa fino al 2000, in cui raccontava senza ambiguità i legami tra Dell’Utri, Mangano, Cinà e il nascente impero berlusconiano.

L’uso odierno dell’immagine di Falcone è dunque non solo inopportuno: è una violenza simbolica contro la memoria della Repubblica, contro chi ha sacrificato la propria vita per difenderla. È come se l’assassino tornasse sulla tomba della sua vittima per raccontare al mondo che in fondo erano amici.

Atto II

L’impresa del crimine: la nascita di Forza Italia tra affari, patti e stragi

Il biennio 1992-1994 è il più oscuro della storia repubblicana. Mentre saltano in aria Falcone e Borsellino, e la Prima Repubblica crolla sotto il peso di Tangentopoli, si muove nell’ombra una strategia di rifondazione del potere. È il tempo della trattativa Stato-mafia, oggi riconosciuta da molte sentenze come fatto storico, seppur con profili giudiziari ancora controversi.

Nel vuoto istituzionale che segue all’arresto di Riina e all’escalation stragista, Silvio Berlusconi, imprenditore televisivo vicino a logge come la P2 di Licio Gelli, annuncia la sua “discesa in campo”. Dietro di lui, Marcello Dell’Utri, già uomo di raccordo con gli ambienti palermitani. E sotto di loro, una rete di interessi e protezioni mafiose, confermata da atti processuali.

La sentenza definitiva del 2014 che condanna Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa è inequivocabile. Si legge:

“Dell’Utri ha garantito la prosecuzione del patto di protezione tra Cosa Nostra e Berlusconi attraverso la riscossione e la trasmissione di denaro”.

Il volto pubblico del nuovo partito era rassicurante. Ma nel retroscena, i garanti del consenso erano altri. È così che Forza Italia diventa nel 1994 il nuovo contenitore del potere: plastico, televisivo, piramidale. Un partito-azienda in cui la selezione avviene per fedeltà, non per merito.

Accanto a Dell’Utri, una costellazione di politici poi condannati per legami con mafia, camorra e ’ndrangheta:
• Antonio D’Alì, condannato nel 2022 a sei anni per aver favorito Cosa Nostra trapanese.
• Nicola Cosentino, referente politico dei Casalesi, condannato a dieci anni in via definitiva.
• Antonio Matacena, legato alla ’ndrangheta reggina, rifugiatosi a Dubai.
• Cesare Previti, condannato per corruzione in atti giudiziari.
• Denis Verdini, figura chiave dei ponti tra affari e politica, finito in più procedimenti per bancarotta.

Forza Italia nasce così: non come alternativa alla crisi della Prima Repubblica, ma come espressione mutata del suo lato più oscuro.

Atto III

Dalla trattativa alla repressione: l’eredità inquietante nel governo Meloni

Il governo Meloni non è la negazione del berlusconismo. È la sua continuità in forma più ideologica, autoritaria e repressiva. I metodi si affinano, ma l’obiettivo resta identico: centralizzare il potere, ridurre al silenzio le voci critiche, demolire le garanzie costituzionali.

La prova più evidente? Il progetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che propone sanzioni disciplinari per i magistrati che criticano le riforme del governo.

Nordio vuole reintrodurre un decreto legislativo del 2006 (ministro Castelli, governo Berlusconi) che fu abrogato nel 2007 dal governo Prodi perché lesivo della libertà di espressione garantita dall’art. 21 della Costituzione. La norma prevedeva sanzioni per chi “compromette il prestigio dell’istituzione giudiziaria”, anche con comportamenti formalmente legittimi. Una clausola talmente vaga da diventare strumento di intimidazione politica.

Non è un caso isolato. Il disegno repressivo del governo Meloni è sistemico:
• Premierato forte, che concentra il potere esecutivo, limitando il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica (violazione potenziale dell’art. 87 Cost.).
• Autonomia differenziata, che frammenta l’unità della Repubblica (art. 5 e 120 Cost.).
• Riforma della giustizia penale, con abolizione dell’abuso d’ufficio, depotenziamento dell’azione inquirente, ostacoli all’uso delle intercettazioni.
• Pacchetti sicurezza, che criminalizzano migranti, attivisti, studenti, poveri.
• Leggi sull’ordine pubblico, che restringono il diritto di manifestare (art. 17 Cost.).
• Riduzione del ruolo del Parlamento, con decreti legge seriali e fiducie forzate (art. 70 e 77 Cost.).

Questa non è riforma. È restaurazione. È un ritorno all’autoritarismo in doppio petto, che oggi si presenta con il volto rassicurante del legalitarismo, ma sotto indossa le stesse vesti di chi, trent’anni fa, si inginocchiava davanti al potere mafioso.

Oggi si tenta di silenziare i magistrati come un tempo si cercò di delegittimarli. Oggi si manipola la memoria di Falcone, mentre si smonta pezzo per pezzo lo Stato di diritto che lui difese con la vita.

Conclusione: La Costituzione è l’ultima trincea

Nel 1992 Falcone e Borsellino furono lasciati soli. Oggi la solitudine è delle istituzioni repubblicane, accerchiate da un potere che non tollera freni.
Questa trilogia è una mappa del tradimento. Dalla trattativa alla manipolazione della memoria. Dalla fondazione opaca di Forza Italia al presente autoritario del melonismo.
Eppure, la Costituzione è ancora lì. Non come carta da riscrivere, ma come bussola da difendere.

Perché quando i poteri non si bilanciano, la giustizia tace. E quando la giustizia tace, la democrazia muore.