L’Italia si impegna a destinare il 5% del PIL alle spese militari entro il 2035, in ossequio ai diktat USA. Un articolo di denuncia sul servilismo atlantista, l’attacco all’Iran, la complicità col genocidio palestinese e l’urgenza di un fronte per la pace e la giustizia sociale.
❖ Altro che “si vis pacem, para bellum”: qui si prepara la guerra, e la si prepara contro i popoli.
Nel vertice NATO dell’Aja è stata siglata la condanna a morte del welfare europeo. Giorgia Meloni, nel consueto esercizio di servilismo travestito da statalismo muscolare, ha firmato l’impegno a portare la spesa militare italiana al 5% del PIL entro il 2035:
• 3,5% per armamenti, stipendi e pensioni militari
• 1,5% per “sicurezza nazionale” (cyber, infrastrutture, difesa industriale)
Un totale da 700 miliardi di euro in dieci anni. Una cifra spaventosa che verrà estorta ai cittadini italiani attraverso tagli draconiani a sanità, scuola, pensioni e assistenza sociale. O con un aumento delle tasse che colpirà i ceti popolari.
❖ Mark Rutte: il maggiordomo della guerra
L’episodio più emblematico del degrado istituzionale europeo è racchiuso nel messaggio privato inviato da Mark Rutte a Donald Trump, poi pubblicato su Truth Social:
“Dear Donald, congratulations and thank you for your decisive action in Iran. Europe is going to pay in a BIG way. Something no American president in decades could get done.”
Una genuflessione perfetta. Applausi al bombardamento dei siti nucleari iraniani. Benedizione al modello imperiale americano. Umiliazione di tutta l’Europa.
❖ Iran sotto attacco: la guerra invisibile e i silenzi colpevoli
Facciamo chiarezza. L’Iran non ha “risposto”. Ha subito:
• 13 giugno: Israele bombarda i siti nucleari iraniani a Natanz.
• 22 giugno: gli USA colpiscono con bombardieri B‑2 e bombe penetranti GBU‑57 i centri di Fordow, Isfahan e di nuovo Natanz.
• Gli effetti sono parziali. Ma l’obiettivo è chiaro: destabilizzare, provocare, spingere l’Iran al limite.
Trump si vanta. Netanyahu applaude. L’Europa tace. E l’Italia si accoda.
❖ La Palestina cancellata dal discorso europeo
Gaza continua a morire. Tra bombardamenti, carestia artificiale e sistematica distruzione delle infrastrutture civili, la “sicurezza di Israele” è diventata la foglia di fico della barbarie occidentale.
E Giorgia Meloni, invece di difendere il diritto internazionale, non trova il coraggio di nominare nemmeno la parola Palestina. Solidarizza con il regime suprematista teocratico israeliano. E parla di pace evocando la guerra:
“Si vis pacem, para bellum”
Un motto abusato da chi brandisce la Costituzione solo quando fa comodo. Perché l’articolo 11 recita altro:
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.”
❖ Sánchez dice NO. E noi?
In questo scenario grigio, arriva l’unico NO politico d’Europa: quello della Spagna di Pedro Sánchez, che ha rifiutato di sottoscrivere l’impegno al 5%. Non ha lasciato la NATO, non ha messo in discussione tutto.
Ma ha fatto ciò che nessun altro ha osato: ha detto basta all’austerità bellica.
Una crepa nel monolite atlantista. Una boccata d’aria che dimostra che un’altra posizione è possibile.
❖ Serve un Fronte per la Pace e la Giustizia Sociale
È ora di passare all’azione politica e culturale. Serve un Fronte popolare per la Pace e la Giustizia Sociale, che ponga fine all’ipocrisia e dica:
• NO al 5% del PIL per la guerra
• NO alla NATO come braccio armato delle oligarchie
• NO al genocidio del popolo palestinese
• NO al dominio della teocrazia suprematista israeliana
E che affermi:
• SÌ a diritti, lavoro, scuola, salute
• SÌ alla neutralità attiva e alla sovranità democratica
• SÌ a una politica estera coerente con la Costituzione
Chi tace, chi tergiversa, chi finge di non vedere, è complice.
❖ ribaltiamo il tavolo
Mentre miliardi vengono destinati alle armi, milioni di cittadini restano senza cure, senza casa, senza futuro.
La guerra non è sicurezza. Il riarmo non è progresso.
È un furto. Un disastro. Un crimine sociale.
Pace, diritti, dignità: questo è il nostro programma.
Ribaltare il tavolo, ora. Prima che sia troppo tardi.