L’ombra lunga del fascismo a stelle e strisce: Trump e la guerra civile annunciata

Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non è una semplice deviazione democratica, ma l’avvento di un vero e proprio regime autoritario, armato, organizzato e pronto a spazzare via ogni residuo di dissenso. Un sistema in cui la forma resta, ma la sostanza è già marcia, corrosa da anni di propaganda suprematista, repressione sistematica e culto della personalità. Il protagonista? Donald J. Trump, volto grottesco di un movimento che ha cessato da tempo di essere una corrente politica per divenire una macchina para-militare, ben sovvenzionata da fondi illimitati, del dominio.

La notizia, rilanciata da Luca Celada, è di quelle che fanno tremare i polsi: Trump ha ordinato la mobilitazione della Guardia Nazionale in California, mandando migliaia di soldati federali a occupare militarmente la città di Los Angeles. Un atto senza precedenti recenti, che viola la sovranità statale e riporta alla memoria le più oscure pagine della storia americana. Non una risposta a un’emergenza reale, ma un’operazione costruita a tavolino per innescare il caos, per scatenare paura, per mostrare i muscoli contro il “nemico interno”: poveri, migranti, sindacalisti, cittadini ribelli.

I fatti parlano chiaro. Convogli blindati, militari dal volto coperto armati fino ai denti con AR-15 e equipaggiamenti da guerra urbana, irrompono nei quartieri popolari, rastrellano lavoratori nei parcheggi dei centri commerciali, fanno irruzione nei distretti industriali, sequestrano decine di uomini senza mandati, senza identità, senza volto. I testimoni parlano di vere e proprie “squadre della morte”, uomini in divise miste, senza gradi né simboli, che sparano gas lacrimogeni e proiettili di gomma su chi protesta, anche solo con un cartello in mano. Gli agenti del regime? “Fascisti!” gridano in strada i manifestanti. E non è una metafora.

Trump non è solo un clown reazionario. È l’incarnazione di un progetto. Un progetto bianco, suprematista, militarizzato. Una visione del mondo che si serve dello Stato per annientare ogni forma di alterità. Una visione che si prepara, con metodo, dal 6 gennaio 2021, quando orde armate e addestrate assalirono il Campidoglio non per caso, ma su mandato implicito di un presidente che aveva già lanciato l’assalto finale alla democrazia. Quel giorno, molti lo scambiarono per una gazzarra di fanatismi. Ma era solo l’inizio.

Oggi assistiamo alla seconda fase. La guerra interna è stata ufficialmente dichiarata. E come ogni guerra, ha bisogno dei suoi nemici: migranti, afroamericani, ispanici, attivisti LGBTQ+, donne, lavoratori organizzati. I numeri parlano chiaro: a Los Angeles vivono oltre 13 milioni di persone, metà delle quali di origine latinoamericana, almeno un milione e mezzo di lavoratori senza documenti. È questa la nuova “minaccia”, il “nemico interno” da deportare, isolare, terrorizzare. In una parola: epurare.

Dietro le quinte, c’è un apparato. Milizie private, corpi paramilitari, estremisti armati che da anni si addestrano nei campi del Midwest, nei deserti dell’Arizona, nelle foreste della Georgia. Trump è il loro comandante simbolico, ma la struttura è autonoma, capillare, ideologizzata. Armi leggere e pesanti, blindati, munizioni da guerra: da dove arrivano? Quali depositi militari sono stati svuotati? Chi fornisce supporto logistico a queste truppe d’assalto? Nessuno indaga. Nessuno ferma questa avanzata.

E mentre l’America sprofonda in un delirio autoritario, l’Europa tace. O peggio, imita. In Italia, lo scellerato Decreto Sicurezza approvato in questi giorni sembra scritto a quattro mani con Stephen Miller, il consigliere xenofobo di Trump. Lo stesso linguaggio, la stessa retorica della “legalità” usata per giustificare la repressione. Anche da noi, presto, potremmo vedere rastrellamenti nei dormitori, fermi arbitrari nei quartieri popolari, deportazioni mascherate da espulsioni amministrative. I segnali ci sono tutti.

Non stiamo assistendo solo alla crisi della democrazia americana. Stiamo vedendo l’affermazione globale di una dottrina post-democratica, in cui il potere esecutivo si trasforma in esercito, la politica in guerra, la cittadinanza in obbedienza. Il progetto di Trump non è finito con il suo primo mandato. È iniziato proprio ora, mentre le città bruciano, i sindacati vengono ridotti al silenzio, e chi grida “ayudenos!” viene rinchiuso nei sotterranei dei tribunali.

Chi non vede il pericolo oggi, sarà suo complice domani. E chi pensa che tutto questo accada “là lontano”, farà presto i conti con la stessa violenza sotto casa. Perché la bestia fascista non conosce confini, né costituzioni. Si nutre di silenzi, di complicità, di paure. E il tempo per fermarla si sta esaurendo.

Fonte delle informazioni: Luca Celada
Stile e denuncia ispirati da TP – Tra Potere e Popolo

“Non in nostro nome: la piazza che ha scelto l’umanità contro la menzogna.

Lo sdegno non è antisemitismo: il grido pacato di una piazza che non dimentica l’umanità

C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui le piazze erano teatro di lotte civili, di voci che si alzavano all’unisono per chiedere giustizia. Poi venne l’epoca dell’indifferenza, dei social come surrogato dell’indignazione, dei like al posto delle barricate. Ma ieri, qualcosa è cambiato.

È tornata una piazza vera. Non urlata, non strumentale. Una piazza compatta, ferma, composta. Una piazza che ha scelto di non cedere alle provocazioni, pur bruciando di una rabbia incontenibile. Una rabbia lucida, che sa distinguere, che rifiuta le semplificazioni e le etichette tossiche. Una rabbia che dice: no, l’antisemitismo non c’entra nulla. Non c’entra con il dolore che proviamo davanti ai bambini di Gaza ridotti in cenere. Non c’entra con lo sdegno per un governo che usa l’Olocausto come scudo per legittimare un nuovo sterminio. Non c’entra con il nostro bisogno di rimanere umani.

L’arma della mistificazione: quando la verità fa paura

Da mesi, chiunque osi denunciare i crimini di guerra compiuti dal governo Netanyahu viene accusato di antisemitismo. È un gioco sporco, un cortocircuito morale costruito ad arte per disinnescare ogni critica. Ma chi confonde il popolo ebraico con un governo reazionario tradisce la memoria di chi, in quel popolo, ha subito la Shoah. Perché oggi, in Palestina, si sta replicando un meccanismo di annientamento che quei sopravvissuti conoscono bene: l’isolamento, la deumanizzazione, il bombardamento sistematico di scuole, ospedali, case.

L’antisemitismo è un’ideologia infame e va combattuta sempre, in ogni sua forma. Ma denunciare un genocidio non è antisemitismo. È dovere civile. È fedeltà ai valori universali della giustizia e della dignità umana. È la stessa indignazione che un tempo ci faceva scendere in piazza per il Vietnam, per il Cile, per il Sudafrica dell’apartheid.

Il terrorismo non giustifica lo sterminio

Combattere Hamas non autorizza a radere al suolo Gaza. Non esiste giustificazione possibile per il massacro di 55.000 civili. E se mai avessimo avuto dubbi, basterebbe fare un esercizio di memoria: l’ETA non ha portato alla cancellazione dei Paesi Baschi; l’IRA non ha giustificato il bombardamento dell’Irlanda; la mafia non ha mai reso legittimo un attacco alla Sicilia.

Chi confonde il terrorismo con un popolo intero, sta preparando il terreno a una pulizia etnica. Ed è proprio questo il disegno in corso in Palestina: deportazioni, bombardamenti, fame, isolamento. Il tutto con il silenzio complice di una parte dell’Europa e il sostegno esplicito degli Stati Uniti di Donald Trump. Una nuova barbarie, sotto l’insegna della “democrazia armata”.

La vergogna dell’ambiguità italiana

E l’Italia? L’Italia è rimasta in silenzio. Il governo Meloni, tanto pronto a condannare la resistenza palestinese, quanto incapace di pronunciare una sola parola contro i crimini documentati dall’ONU. Un governo che parla di pace con le parole e spedisce armi con le mani. Che si rifugia nell’ambiguità per non disturbare i potenti alleati: Israele, gli USA, l’industria bellica.

La manifestazione di ieri è stata anche un messaggio chiaro al governo: non in nostro nome. Non più. L’ambiguità non è più tollerabile. Non è questione di tattica diplomatica, ma di umanità. Quando la coscienza si sveglia, non ci sono calcoli geopolitici che tengano.

Il capitalismo come farsa tragica

E mentre le bombe piovono su Rafah, in Occidente va in scena l’ennesima parodia del potere. Un miliardario e un presidente si scambiano accuse come fossero in un reality show. Elon Musk e Donald Trump, simboli di un capitalismo che ha divorato la democrazia, trasformando i drammi del mondo in un pretesto per nuovi profitti.

Abbiamo consegnato la politica agli algoritmi, la pace agli eserciti privati, la verità alle fabbriche di consenso. È una sitcom grottesca, se non fosse una tragedia. Perché mentre loro litigano per l’egemonia globale, i corpi dei bambini vengono estratti dalle macerie. E non è fiction.

Da che parte stare

Oggi non basta più restare neutrali. Non esiste neutralità davanti a un crimine contro l’umanità. Non si può più fingere di non vedere, di non sapere. Il tempo dell’ignavia è finito.

Benvenuti tutti, anche gli ultimi arrivati. Non importa chi ha cominciato a lottare per primo. Conta chi c’è ora. Conta chi ci sarà. Perché la storia si scrive nei momenti in cui scegliamo da che parte stare.

E questa volta, la parte giusta è quella che rifiuta la guerra, che chiama il genocidio con il suo nome, che alza la voce per chi non può più gridare. Una piazza, finalmente, si è risvegliata. E da oggi, non sarà più sola.

Dai frugali ai falchi: l’evoluzione armata dell’austerità europea

Cinque anni possono sembrare pochi, ma in Europa bastano per capovolgere l’intero impianto ideologico di una generazione politica. Dove prima si ergevano le barricate del rigore fiscale, oggi si stendono i tappeti rossi per la corsa agli armamenti. Un tempo erano i campioni dell’austerità, alfieri di una spesa pubblica centellinata, predicatori di sacrifici e tagli. Oggi sono diventati araldi del riarmo, pronti a stanziare miliardi pur di innalzare l’Europa a potenza militare.

Ma cos’è successo davvero ai cosiddetti “frugali”? Quali trasformazioni geopolitiche, economiche e culturali hanno determinato questa svolta, tanto repentina quanto inquietante?

Il Manifesto dei Frugali: il rigore come ideologia

Nel febbraio del 2020, sull’autorevole Financial Times, appariva un documento firmato dai leader di Austria, Danimarca, Svezia e Paesi Bassi – Sebastian Kurz, Mette Frederiksen, Stefan Löfven e Mark Rutte. In esso si delineava una visione severa del bilancio europeo: nessuna sovvenzione a fondo perduto, solo prestiti da rimborsare. Ogni spesa doveva essere temporanea, straordinaria, calibrata secondo i parametri dell’inflazione e della crescita. L’Europa, dicevano, non poteva diventare un’unione di trasferimenti fiscali.

Quel “club dei frugali”, pur minoritario, riuscì a incidere nel dibattito sul Recovery Fund, limitandone in parte la portata redistributiva e ponendo vincoli che ancora oggi influenzano le politiche economiche europee. Il rigore era una bandiera identitaria, una cifra morale, un dogma. E come tale, sembrava intoccabile.

L’inversione: dalla sobrietà al riarmo

Poi è arrivata la guerra. La pandemia aveva già incrinato alcune certezze, ma è con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia che il paradigma è definitivamente saltato. Oggi, quegli stessi leader (o i loro successori politici e morali) sono in prima linea nel chiedere di aumentare la spesa militare europea. L’ex frugale olandese Mark Rutte, divenuto segretario generale della NATO, è tra i più attivi promotori della linea dura: più fondi, più armi, più eserciti. Frederiksen non ha dubbi: «Se l’Europa non è in grado di difendersi, il resto cade». Non si parla più di tetti di spesa, ma di missili, deterrenza, difesa comune.

Löfven, da presidente del Partito socialista europeo, ha abbracciato senza esitazioni il piano di sostegno militare a Kyiv, vantando un contributo europeo di oltre 113 miliardi di euro. Kurz, invece, travolto dagli scandali di corruzione, è riparato nel mondo dorato delle startup tecnologiche, fondando un’azienda di cybersicurezza con sede tra Tel Aviv, Vienna e Abu Dhabi: crocevia geopolitici della nuova sicurezza globale.

Il cinismo del potere travestito da pragmatismo

Molti osservatori diranno che cambiare idea è segno di intelligenza. E in parte è vero. Ma quando a mutare non è solo una posizione tattica, bensì l’intero impianto ideologico, il sospetto del cinismo torna ad affacciarsi. Dove finisce la flessibilità, e dove comincia l’opportunismo? È davvero cambiato il mondo – o sono semplicemente cambiati i vantaggi politici ed economici nel seguire un’altra strada?

La risposta non è scontata. L’Europa del rigore era la stessa che chiudeva i porti, che rifiutava il mutualismo fiscale, che celebrava i parametri di Maastricht come fossero tavole della legge. L’Europa di oggi è quella che taglia sulla scuola e sulla sanità, ma aumenta le spese militari. Si chiama “difesa”, ma si traduce in industria bellica, logiche securitarie, militarizzazione del linguaggio e delle politiche.

Un’Unione che spende per la guerra e dimentica la pace

Il passaggio da frugalità a prodigalità bellica non è neutrale. Cambia la fisionomia dell’Unione Europea, la sua identità, i suoi scopi fondativi. Se un tempo l’integrazione europea era fondata sulla pace – quella costruita, come ricordava Spinelli, “sull’acciaio e sul carbone” per evitare nuove guerre – oggi l’integrazione si misura in carri armati, interoperabilità tra forze armate e fondi per l’industria della difesa.

Si impone così una logica pericolosa: quella secondo cui la sicurezza si ottiene solo con la minaccia della forza. È la dottrina del deterrente, del nemico necessario, dell’alleanza armata come unica garanzia di sopravvivenza. Ma così facendo, l’Europa si allontana da sé stessa. Perde la sua anima civile, sociale, democratica.

E qui sta la contraddizione più profonda: i vecchi frugali erano ingiusti, ma coerenti. Oggi, invece, il loro trasformismo armato li rende pericolosi. Perché se ieri dicevano “no” in nome del rigore, oggi dicono “sì” in nome della paura. Ma sempre a spese nostre. E sempre contro le vere priorità dei popoli: lavoro, ambiente, istruzione, diritti.

Conclusione: la nuova ipocrisia europea

Se la pandemia non è bastata a convincere l’Europa a costruire un welfare comune, la guerra sembra invece averla persuasa a costruire un esercito comune. Un dato che dovrebbe far riflettere. Perché significa che la solidarietà esiste, ma solo quando si tratta di armi. Che la condivisione è possibile, ma solo se serve a difendere confini e interessi geopolitici.

E allora, a chi oggi invoca più spesa militare, più fondi comuni per il riarmo, più investimenti nella sicurezza bellica, chiediamo: dove eravate quando morivano i migranti nel Mediterraneo? Dove quando gli ospedali chiudevano per mancanza di fondi? Dove quando i giovani scappavano per mancanza di lavoro e prospettive?

È legittimo cambiare idea. Ma è indegno farlo solo quando cambia il profumo dei soldi e delle lobby. L’Europa armata dei nuovi frugali è un’Europa più ricca d’ipocrisia e più povera di umanità. E questa, oggi, è la nostra vera insicurezza.

Articolo originale di Mario Sommella – Tutti i diritti riservati

L’ipocrisia armata: il doppio gioco di Italia e Francia nella guerra contro Gaza

Mentre le bombe continuano a cadere su Gaza e la conta dei morti civili cresce in modo esponenziale, una crepa si apre nel silenzio ipocrita dell’Europa. A Marsiglia, nel porto industriale di Fos-sur-Mer, i portuali francesi hanno detto no. No al genocidio, no alla complicità, no all’indifferenza. Con un gesto di resistenza civile e morale, hanno bloccato l’imbarco di 14 tonnellate di armi destinate a Israele: pezzi di ricambio per fucili mitragliatori e tubi per cannoni destinati all’industria bellica israeliana, pronti a essere caricati sulla nave Contship Era, diretta a Haifa.

“Non parteciperemo al genocidio. Siamo per la pace” – recita il comunicato del sindacato CGT. Una frase che pesa come piombo in un’Europa che continua a pronunciare parole vuote su pace e diritti umani, mentre consente — in silenzio o con cinismo — che il mercato delle armi continui a ingrassare sulla pelle dei civili palestinesi.

Ma la Francia non è sola. Anche in Italia si alzano voci e coscienze. I portuali di Genova annunciano scioperi e si preparano a rifiutare il carico della Contship Era quando attraccherà nel porto ligure. Una mobilitazione dal basso che denuncia ciò che il governo italiano continua a nascondere: la prosecuzione dell’export di armamenti verso Israele, nonostante la guerra e le promesse pubbliche di embargo.

Le bugie del governo Meloni: embargo solo a parole

A ottobre 2023, all’indomani dell’escalation a Gaza, il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro degli Esteri Antonio Tajani dichiaravano solennemente che l’Italia aveva fermato ogni esportazione militare verso Israele. Era una menzogna. E oggi è possibile dimostrarlo con i numeri.

Secondo i dati incrociati di SIPRI, Istat e l’Istituto IRIAD – Archivio Disarmo, l’Italia ha continuato a esportare sistemi d’arma, tecnologie e componentistica bellica a Tel Aviv. Solo tra gennaio e febbraio 2025, sono partite forniture per un valore superiore ai 128.000 euro, cifra che sale vertiginosamente se si considera l’intero 2024: 5,8 milioni di euro in “armi, munizioni e loro accessori”, di cui l’89% non classificato, cioè coperto dal segreto di Stato.

E sotto quel velo di segretezza si cela molto più di quanto si possa immaginare.

Il cuore dell’inganno: droni, radar e IA per la guerra

Mentre i governi europei si arrampicano sugli specchi per giustificare l’ingiustificabile, i dati parlano chiaro: l’Italia è complice nella guerra a Gaza. In particolare, si segnala una voce sospetta nella categoria “navigazione aerea e spaziale”, che ha coinvolto l’esportazione di motori per droni, radar, componenti aeronautici e software militari per oltre 34 milioni di euro.

Tra questi, secondo IRIAD, si nasconde probabilmente la vendita del jet da addestramento M-346 Master, un prodotto della Leonardo S.p.A., utilizzato proprio dalle forze armate israeliane. A ciò si aggiunge il coinvolgimento italiano nella produzione dei caccia F-35, di cui componenti essenziali vengono realizzati in Italia per finire nei cieli mediorientali, a fianco dei bombardamenti contro i civili palestinesi.

E c’è di più: 2,7 milioni di euro in computer e dispositivi per l’elaborazione dati crittografati, fondamentali per l’Intelligenza Artificiale militare. Sistemi già usati, come rivelato da +972 Magazine e Local Call, per guidare il targeting automatizzato che colpisce Gaza con una spietata efficienza digitale: un civile ucciso ogni dieci obiettivi colpiti.

Dalla Francia all’Italia: la rivolta dei portuali e la dignità della disobbedienza

In questo scenario cupo, sono i lavoratori a dare una lezione di umanità e giustizia. I portuali francesi hanno indicato la strada: la disobbedienza morale può diventare azione politica. E i loro colleghi italiani, a Genova, si preparano a fare altrettanto, rilanciando una mobilitazione che parte dai porti ma può e deve contaminare l’intera società civile.

Le menzogne di Stato non possono più bastare. L’articolo 11 della nostra Costituzione parla chiaro: “L’Italia ripudia la guerra”. Ma a cosa serve il ripudio scritto se il denaro sporco dell’industria bellica italiana continua a fluire verso chi commette crimini di guerra?

La resistenza civile è un dovere

Oggi più che mai, il compito della politica, dell’informazione e dell’attivismo è smascherare il doppio gioco, quello che predica la pace e pratica la guerra, che piange i morti e vende le armi.

Questa guerra, che Israele continua a chiamare “difensiva”, è un massacro sistematico, una punizione collettiva, un genocidio che si consuma giorno dopo giorno con la complicità materiale di governi europei ipocriti, incapaci di rinunciare al business delle armi.

È ora di dire basta. Di inchiodare alla verità chi governa con la menzogna. Di far emergere la dignità delle coscienze che si oppongono. La pace non è un’utopia: è una scelta. Ma bisogna avere il coraggio di compierla.

Postilla per chi resiste:
Se la politica tace, parliamo noi. Se i governi armano, disarmiamo noi. Con la parola, con il gesto, con lo sciopero, con il voto. Per Gaza, per la verità, per la dignità umana.

“Non delegare, agisci: votare è Resistenza! Difendi la Costituzione, costruisci il futuro”

L’8 e il 9 giugno non sono semplici date sul calendario: sono una chiamata. Una di quelle che non puoi ignorare senza rinnegare qualcosa di profondo, radicato, che fa parte della tua storia, della tua dignità, della tua libertà. Non è il solito invito al voto. È molto di più. È l’occasione per rientrare nella storia dalla porta principale, dopo anni in cui ci hanno chiusi fuori con il pretesto dell’apatia, della sfiducia, del disincanto. Ma stavolta no. Stavolta non possiamo voltarci dall’altra parte.

Perché a essere in gioco non sono soltanto cinque quesiti tecnici: in gioco c’è la nostra coscienza democratica. Si vota per i diritti sul lavoro, per la sicurezza nei cantieri, per ridare speranza a chi è stato licenziato ingiustamente, per combattere la precarietà come condanna sociale. E si vota per dire sì a una cittadinanza che non sia privilegio di sangue, ma riconoscimento del vissuto, dell’identità, della partecipazione alla comunità.

Di fronte a tutto questo, chi invita all’astensione compie un atto di violenza simbolica. Chi suggerisce “non ritirate le schede” sta dicendo: non disturbate i manovratori, lasciate che decidano sempre gli stessi, nei palazzi, nei salotti, nei centri del potere dove la voce popolare è solo rumore di fondo. Ma noi non siamo rumore. Siamo popolo. Siamo Costituzione incarnata.

E allora sì, politicizziamo! Ma nel senso più alto del termine: come esercizio di cittadinanza attiva, come partecipazione reale alla cosa pubblica, come riscatto collettivo. Politicizzare non è piegare a una bandiera, ma rialzare la testa. È dire: “Io ci sono. Io conto. Io decido”.

Non lasciamoci paralizzare dai cinici del disincanto. Non permettiamo che il cinismo vinca sulla speranza. I referendum non sono solo uno strumento tecnico, sono un baluardo residuo di democrazia diretta in un’epoca di esecutivi autoritari e di Parlamento svuotato. Non andare a votare oggi è come aprire le porte al silenzio, alla rassegnazione, alla disumanizzazione della politica.

Nel mentre, a Gaza si consuma un genocidio sotto gli occhi del mondo. E l’Italia tace. Anzi, legittima, protegge, giustifica. Il governo italiano si rifiuta persino di pronunciare parole nette di condanna. Anche per questo dobbiamo essere in piazza, sabato 7 giugno, per gridare “Non in nostro nome!”, e poi alle urne, domenica e lunedì, per scrivere “Sì” cinque volte, per riaffermare che il potere appartiene al popolo, e non a chi lo tradisce ogni giorno dietro sorrisi istituzionali e vuote parole patriottiche.

Il lavoro, la cittadinanza, la dignità, la sicurezza, la giustizia sociale: non sono favori da chiedere, sono diritti da difendere. Ed è con il voto che possiamo ancora farlo, insieme, uniti, orgogliosi.

Perché votare Sì è un atto di resistenza. È un gesto d’amore per chi verrà. È il modo più diretto per applicare quella Costituzione che ci hanno lasciato in eredità partigiani, donne, operai, intellettuali, martiri di un’Italia che ha saputo risorgere.

Non c’è spazio per l’astensione, oggi. Non c’è tempo per la paura. Non c’è alibi per l’indifferenza. Il referendum è la tua voce. Usala.

Invito finale:
L’8 e il 9 giugno non restare a casa. Non lasciare che altri decidano per te. Esci, partecipa, scegli. Vota cinque volte Sì. Perché la libertà non si delega. Si esercita.

’O referendum ’e ll’ate

Addò finisce ogne cosa:
fama, potere, ricchezza e ventagli,
ce sta ’na croce, ’nu marmo, e due tagli:
chi ha campato a fatica… e chi a spese d’ ’e figli.

Era l’otto giugno, ‘ncopp’ a ‘na tomba
’nu viento leggero faceva penzà
e doje voci, tra ’e rose e ’na bomba,
accuminciaro a parlà.

— Scusate, Signoria, si ve disturbammo,
ma ’e votato sì, quanno stavate ncopp’a sta Terra?
Rispose ’o barone, cu’ tono d’allarme:
— Io no, io stavo a Capri, a guarda’ ’a guerra.

— E allura, chell’ che succede mo,
è pure colpa vostra, nun ce sta scusa!
Siete state zitto, quanno se poteva
dicere: “basta, sta legge è ’na musa!”

— Ma io so’ ’n barone! Che me ne importa
si ’o precario more, si ‘o migrante aspetta?
E l’ate, cu ’na faccia scura scura,
j’ arrispunne: — E mo dormimmo ‘ncopp’ a stessa stretta.

’O referendum, pe’ nun dicere ca staje zitto,
è ‘na chiamata, comm’ ’a campana a matina.
E chi nun vote — scusate ’o ditto —
aiuta a fa’ legge pure a ‘na gallina!

E che legge, figliò! Ce stanno cinque cose:
una pe’ ’a sicurezza, una pe’ ’o lavoro,
una pe’ nun fà sfruttà chi s’ ‘ncroce
quann’ ‘o padrone je dice: “Sta’ zitt’ e muore!”

E po’, chill’ d’ ’a cittadinanza,
ca pare ’na favola, ’na pazzia…
ce sta ’nu criaturo che parla italiano
e nun tene manco ‘na patria sua?

Rispose allora, cu ‘na voce fina,
’nu vecchietto ca stava ‘nfaccia a lloro:
— Stateme a sentì, ve prego, è cosa seria,
votate pure pe’ chi nun tene oro.

Chi sta zitt’, cu’ tutta ‘a libertà,
nun è né saggio, né furbo, né astuto…
è comme ’nu morto ca, vivo, se sta a murì
pecché nun dice “no”, nun dice “aiuto”!

E così, tra ’e tombe, se sentette ‘na risa,
’nu vento s’alzò e portò ’na divisa…
ma ‘sta vota, ‘o popolo, cu tutt’ ‘a passione,
ce mise ‘na croce… ma d’indignazione!

Chi dice: “Nun me ne fotte, nun voto!”,
è comme ’o pazzariello ca corre a vuoto.
Ma chi va e vota, e dice “Sì”,
je fa ‘na pernacchia a chi campa accussì.

“La Repubblica dei Sordi (ma a intermittenza)”

Son passati tanti giorni, tanti ne verranno,
ma se nun voti oggi… domani che t’aspetti?
Te stai a fa’ fregà co’ ‘na mano sui tetti,
mentre l’altra t’arrota le ossa pian piano.

C’è ‘n governo che dice: “Ma che ve frega?
Chi se ne importa dei vostri diritti!”
E poi ride, se vede che molti — distritti —
restano a casa: “Più facile la strega!”

“Nun vota’ è ‘na scelta,” te dicono forti,
ma è ‘na scelta che puzza, tipo porta chiusa.
Chi non vota, se proprio lo vuoi sapere,
sta a regala’ le chiavi al padrone e al carceriere.

“Lavoratore, gira l’altro lato!”

Ce stanno quelli che vanno a faticà
pe’ due spicci e ‘na pacca sulla spalla,
ma mo je levano pure quella — toh, falla! —
e nun je danno manco il tempo de sospirà.

“Precarietà?” dicono, “È flessibilità!”
“Sicurezza?” rispondeno: “Ma dai, sei vecchia!”
E tu te giri, mentre un altro cade a terra,
e i suoi sogni li spazzano via con la scopa a sghècchia.

Pe’ vota’ so’ cinque croci su ‘n foglio,
ma valgono più d’un mese de pianti.
Chi nun ce va, magari pe’ orgoglio,
aiuta ‘sti ladri co’ i loro guanti.

“Er quesito della vergogna”

Er quinto è ’n gioiello, ce dovemo pensà:
se un ragazzo nasce qua, cresce, studia e lavora,
ma nun je danno manco ‘na bandiera, allora
che paese è questo? Che libertà je va a dà?

Nun c’è razza, nun c’è sangue da misura’:
ce sta solo ‘n cuore che batte italiano.
Eppure je dicono: “Stai fori dal branco,”
mentre je stringono er futuro con la mano dura.

“E mo che famo?”

Se resti zitto, resti complice.
Se nun voti, poi nun te lamenta’.
La libertà s’annacqua come ‘n brodo tiepido
se nun ce metti dentro ‘na cucchiaiata de dignità.

So’ cinque sì pe’ riscatta’ ‘sta storia,
cinque scelte pe’ non annà indietro,
cinque occasioni pe’ cambia’ la memoria
prima che ce rifanno er ventennio con il metro.

Un bimbo in cortile ha scritto su un muro:
“Chi nun vota, è come er pesce muto.”
Ma poi ha aggiunto, svelto e sicuro:
“Er popolo svejo, però… fa rumore dappertutto!”

Referendum 8–9 giugno: Perché voto SÌ al quarto quesito sulla sicurezza nei subappalti e contro le morti sul lavoro

Il quarto quesito referendario è forse il più drammaticamente urgente. Riguarda la vita stessa. Riguarda chi, ogni giorno, esce di casa per andare a lavorare e non sempre fa ritorno. Riguarda le vittime invisibili della produttività a ogni costo. Per questo, io voterò SÌ. Perché non si può più tollerare che il profitto valga più della vita.

Cosa propone il quesito?

Oggi, secondo l’articolo 26, comma 4, del Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/2008), un’impresa committente non è responsabile per gli infortuni o le malattie professionali che colpiscono i lavoratori delle ditte appaltatrici o subappaltatrici, quando gli incidenti derivano da “rischi specifici” della loro attività.

In parole semplici: chi affida un lavoro può chiamarsi fuori se qualcosa va storto. Anche se ha beneficiato direttamente di quel lavoro. Anche se avrebbe potuto controllare. Il quarto quesito propone di abrogare questa esclusione di responsabilità, rendendo finalmente corresponsabile il committente.

Perché voto SÌ?

  1. Perché le morti sul lavoro sono una strage quotidiana

Secondo i dati INAIL, solo nel 2024 si sono contati oltre 1.000 morti sul lavoro. Ogni giorno, almeno tre persone perdono la vita mentre lavorano. Nei cantieri, nei magazzini, sui ponteggi, nei campi, nelle fabbriche. Dietro ogni numero c’è un nome, una storia, una famiglia spezzata.

E troppe volte, a morire, sono lavoratori di ditte esterne, subappaltati, assunti con contratti fragili, impiegati in condizioni precarie. Con la normativa attuale, chi affida quei lavori può scrollarsi le spalle. Con il SÌ, dovrà assumersi le proprie responsabilità.

  1. Perché chi appalta deve rispondere di ciò che commissiona

Oggi la catena degli appalti e dei subappalti è una giungla. Ogni livello scarica sull’altro colpe e doveri. L’obbligo di vigilanza spesso resta sulla carta. Ma chi commissiona un lavoro ha il dovere morale e giuridico di verificare che quel lavoro venga svolto in condizioni di sicurezza.

Con il SÌ, il committente non potrà più nascondersi dietro una clausola. Dovrà scegliere imprese serie, pretendere il rispetto delle norme, tutelare ogni vita umana coinvolta nei lavori appaltati.

  1. Perché la sicurezza è un dovere collettivo, non un optional

Negare la responsabilità del committente vuol dire alimentare una cultura dell’impunità. E un Paese dove la sicurezza è una voce di bilancio da tagliare non è un Paese civile. Votare SÌ significa rimettere al centro il valore della vita e della dignità di chi lavora.

  1. Perché la sicurezza non si subappalta

Chi oggi si oppone al referendum o invita all’astensione difende, consapevolmente o meno, uno status quo inaccettabile. Difende una zona grigia dove muoiono gli ultimi, gli appaltati, i precari. Io non voglio più leggere necrologi al posto delle buste paga.

E se vincesse il NO?

Resterebbe in vigore una norma ingiusta e ipocrita. Una norma che solleva chi commissiona da ogni dovere reale. Continueremo a contare i morti, a piangere i caduti sul lavoro senza mai chiederci davvero perché. E soprattutto, senza correggere la radice del problema.

Conclusione

Questo referendum è un grido che viene dal basso. Dai cantieri, dai magazzini, dai silos, dalle impalcature. Viene da chi lavora nel silenzio e nel rischio. Il quarto quesito non è una questione tecnica, è una questione di umanità.

Io voterò SÌ, perché nessuno dovrebbe morire per lavorare.
Perché la vita non è un rischio d’impresa.
Perché la sicurezza non è un lusso.
Perché questo voto non è per altri: è per chi non c’è più.

Referendum 8–9 giugno: Perché voto SÌ al terzo quesito contro l’abuso del lavoro precario

Il lavoro dovrebbe essere il fondamento della Repubblica, come recita l’articolo 1 della nostra Costituzione. Ma da troppo tempo, dietro la parola “flessibilità” si nasconde una realtà brutale: milioni di persone costrette a vivere sospese, senza certezze, in attesa di un rinnovo, di una proroga, di un altro mese. Il terzo quesito del referendum dell’8 e 9 giugno parla proprio a loro, ai precari invisibili. Per questo, io voto SÌ. E invito tutti a fare altrettanto.

Cosa propone il terzo quesito?

Il quesito chiede l’abrogazione di una parte del Decreto Legislativo 81/2015, che consente oggi di stipulare contratti a tempo determinato senza indicare alcuna causale per un periodo fino a 12 mesi. In pratica, il datore di lavoro può assumere una persona con un contratto a termine senza dover spiegare perché non sia a tempo indeterminato.

Questa norma ha aperto la porta all’abuso sistematico del lavoro precario. Oggi il 16,5% dei lavoratori dipendenti ha un contratto a termine, spesso usato come strumento di ricatto: prendi quel che passa il convento, oppure avanti il prossimo.

Votare SÌ significa eliminare questa possibilità, ripristinando l’obbligo di giustificare le assunzioni a termine con esigenze specifiche e temporanee. In altre parole: rendere il precariato di nuovo l’eccezione, non la regola.

Perché voto SÌ?
1. Perché il lavoro non è un favore, ma un diritto

Assumere senza causale, senza un motivo legato all’organizzazione aziendale, significa trasformare il contratto a termine in uno strumento ordinario. Così facendo, si svuota di senso ogni logica di stabilità, si nega il futuro. Io voto SÌ per riportare coerenza tra le parole e i fatti.
2. Perché il precariato uccide la vita sociale

Essere precari significa non poter pianificare nulla: una casa, un figlio, un mutuo, una formazione. Significa vivere a rate, non solo nel portafoglio, ma anche nell’anima. Con il SÌ possiamo arginare questa spirale. Non si cancella il lavoro a termine, ma si costringe chi lo usa ad avere almeno una motivazione seria.
3. Perché la dignità non ha scadenza

Non si può vivere appesi a un foglio che scade ogni due o tre mesi. Non si può essere trattati come tappi da sostituire. Il contratto senza causale è uno strumento che disumanizza. Io voto SÌ perché ogni lavoratore merita rispetto, continuità, valore.
4. Perché si può fare impresa anche rispettando le persone

Non è vero che senza precariato l’impresa muore. L’Italia ha un tessuto produttivo fatto di aziende capaci, che innovano e competono anche senza sfruttare. Votare SÌ è un atto di fiducia in un’economia diversa, più giusta, dove il profitto non si costruisce sulla pelle dei più deboli.

Cosa succede se prevale il NO o non si raggiunge il quorum?

Se il quorum non viene raggiunto o se vincesse il NO, continuerà ad essere possibile assumere senza causale, con contratti a termine “mordi e fuggi”, che non costruiscono nulla. Si rafforzerà ancora di più un modello di mercato del lavoro basato sulla temporaneità e sulla debolezza contrattuale. In sintesi: si conferma la precarietà come norma.

Conclusione

Questo referendum è una chiamata al coraggio. È l’occasione per dire che non vogliamo più vivere in una società in cui il futuro è un lusso e la stabilità un’eccezione.
Io scelgo di votare SÌ al terzo quesito, perché credo che un Paese civile debba garantire certezze, non insicurezza, debba valorizzare il lavoro, non svilirlo.

L’8 e il 9 giugno, non votiamo per altri.
Votiamo per noi. Votiamo per chi lavora e non può più aspettare.

Referendum 8–9 giugno: Perché votare SÌ al secondo quesito sui licenziamenti nelle piccole imprese

L’8 e il 9 giugno siamo chiamati a decidere su cinque referendum che toccano temi fondamentali: il lavoro, la sicurezza, la cittadinanza. Il secondo quesito interviene su una norma che penalizza ingiustamente i lavoratori delle piccole imprese in caso di licenziamento illegittimo. Per questo io sostengo con convinzione il SÌ, perché si tratta di una battaglia di giustizia, equità e dignità.

Cosa prevede il secondo quesito?

Nelle aziende con meno di 16 dipendenti, oggi la legge prevede che, se un lavoratore viene licenziato senza giusta causa, abbia diritto a un’indennità fissa compresa tra 2,5 e 6 mensilità dell’ultima retribuzione. Questo significa che, anche se il licenziamento è riconosciuto come illegittimo, il datore di lavoro se la cava con una cifra bassa e predeterminata.

Il secondo quesito referendario propone di abrogare il limite massimo di questa indennità, lasciando al giudice il potere di decidere – caso per caso – un risarcimento più equo, tenendo conto dell’età, dell’anzianità, della condizione economica e della gravità dell’ingiustizia subita.

Perché votare SÌ?
1. Per affermare l’eguaglianza tra lavoratori
Oggi esistono due categorie di lavoratori: quelli delle grandi imprese, che possono ottenere una tutela più ampia, e quelli delle piccole, che vengono risarciti con il minimo. È una disparità inaccettabile. Votare SÌ significa affermare che tutti i lavoratori, indipendentemente dalle dimensioni dell’impresa, meritano le stesse tutele.
2. Per rafforzare la giustizia del lavoro
L’indennità fissa, oggi prevista, non tiene conto delle reali conseguenze che un licenziamento può avere su una persona. Con il SÌ, sarà un giudice a valutare la situazione e a determinare un risarcimento adeguato. Si passa da una “giustizia automatica” a una “giustizia personalizzata”.
3. Per tutelare i più vulnerabili
I lavoratori delle piccole imprese, spesso meno sindacalizzati e più esposti agli abusi, hanno oggi meno strumenti per difendersi. Votare SÌ è un atto di protezione verso chi è più debole e ha meno voce.
4. Per scoraggiare gli abusi
Un indennizzo proporzionato, deciso dal giudice, ha un effetto deterrente: riduce la tentazione di licenziare senza motivazione. Oggi, al contrario, le imprese sanno di poter “pagare poco” per licenziare anche senza giusta causa.

Cosa succede se prevale il NO o non si raggiunge il quorum?

Resterà in vigore l’attuale sistema, che consente alle imprese di licenziare anche senza ragione, pagando somme basse e predeterminate. I lavoratori delle piccole imprese continueranno a essere considerati lavoratori di serie B. Non ci sarà alcuna valutazione caso per caso, nessuna attenzione alla persona, nessuna giustizia concreta.

Conclusione

Il lavoro non è una concessione, è un diritto. E i diritti non si possono quantificare con due o tre mensilità standard, indipendentemente dalle storie personali. Questo referendum dà finalmente voce a chi oggi non ne ha.

Io voterò SÌ. Per restituire dignità, uguaglianza e giustizia a chi lavora.
Perché questo voto non è per altri: è per noi.
Per chi ha sempre dato tutto, anche in silenzio.
Per chi non ha più paura di chiedere giustizia.