L’oscenità che si finge opinione: la vergogna firmata Mariarosa Mancuso

Ci sono parole che non si possono commentare con pacatezza. Ci sono parole che gridano vendetta, perché violano non solo l’etica del giornalismo, ma il cuore stesso dell’umanità. Quelle scritte da Mariarosa Mancuso sul Foglio appartengono a questa categoria. E non possono essere lasciate scivolare via come una goccia di fango sul vetro: vanno chiamate per quello che sono.
Oscenità. Disumanità. Complicità.

Parliamo di Hind Rajab, una bambina di cinque anni, assassinata a freddo dall’esercito israeliano mentre implorava aiuto, intrappolata in un’auto, sotto il fuoco dei blindati. La sua voce spezzata, trasmessa in diretta via radio, è diventata il simbolo del genocidio in corso a Gaza. E davanti a questo strazio, Mancuso ha avuto il coraggio – o meglio, la crudeltà ideologica – di commentare così:

“È morta perché i soccorsi non sono arrivati in tempo”.

Non è solo una frase cinica. È una menzogna deliberata. È una cancellazione delle responsabilità, un’aberrazione che trasforma un crimine di guerra in un banale errore di gestione. È l’applicazione fredda di una narrazione tossica che punta sempre a spostare il fuoco: non chi ha sparato, ma chi non ha “salvato”. E così, l’assassino scompare. E la vittima viene archiviata in silenzio.

Ma non è finita qui. Perché in un’altra parte dell’articolo pubblicato dal Foglio, Mancuso scivola ancora più in basso, quando scrive:

“Di lì a qualche anno le avrebbero imposto di non mostrare neppure una ciocca di capelli”.

Con questa frase, l’insulto alla memoria di Hind si fa ideologico. La sua morte non solo viene sminuita: viene persino strumentalizzata per attaccare l’Islam, la cultura palestinese, e legittimare implicitamente il colonialismo israeliano. Secondo Mancuso, dunque, l’orrore non è che Hind sia stata uccisa da soldati armati, ma che – se fosse sopravvissuta – avrebbe potuto vivere in una cultura dove si indossa il velo.

Questa è islamofobia travestita da emancipazione. È razzismo mascherato da femminismo.

Ecco che riemerge la vecchia retorica coloniale, quella che da decenni giustifica guerre, bombardamenti e occupazioni nel nome della “liberazione delle donne”. Come denunciato da Laetitia Tamburrino di Memo Films, questa stessa logica è codificata nei documenti del Pentagono come arma di guerra culturale: il femminismo liberale usato come grimaldello per penetrare e distruggere i tessuti sociali dei paesi non allineati.

“Che una giornalista italiana vi si inserisca inconsapevolmente non sorprende: non conosce i documenti, non padroneggia la materia, ma ripete meccanismi retorici consolidati”, scrive Tamburrino.

Ed è qui che la questione si fa politica, culturale e generazionale. Perché The Voice of Hind Rajab – il film-documentario che ha emozionato il pubblico della Mostra del Cinema di Venezia con 23 minuti di applausi ininterrotti – è stato vissuto da molti giovani della Generazione Z come un punto di svolta. Una presa di coscienza. Un “basta” collettivo alla propaganda, al razzismo istituzionale, al giornalismo servile.

Eppure, per Mancuso, tutto questo non è che un fastidio. Una sbavatura nel copione. Uno spettacolo da ridicolizzare, con frasi da bar sport geopolitico che suonano più come tweet da troll che come riflessioni da pubblicare su una testata nazionale.

“Nessuno ha ricordato la carneficina del 7 ottobre”, aggiunge, mescolando senza pudore due tragedie per giustificare l’indifendibile.

Ma il punto non è neanche più se Mancuso conosca davvero i fatti. Il punto è che sta giocando con le parole come si gioca con le vite. Che pretende di ridurre un genocidio a uno scontro di opinioni. Che usa il dolore di una bambina come palcoscenico per la propria propaganda.

E questo non può passare.

Non possiamo permettere che le nostre redazioni diventino fogne ideologiche dove si spaccia per giornalismo la più torbida delle disumanità. Non possiamo tollerare che in Italia si possa infangare impunemente la memoria di una bambina uccisa, solo perché è palestinese, solo perché è musulmana, solo perché – forse – avrebbe messo il velo.

Chi fa questo non è un giornalista.
Non è un’opinionista.
È un mostro travestito da penna.

E chi tace, acconsente.
Chi lascia passare queste parole, diventa complice.
Perché, come diceva Hannah Arendt, il male peggiore non è quello gridato, ma quello normalizzato.

Fonti e riferimenti:
• Post e commenti di Andrea Scanzi e Alessandro Robecchi
• Articolo di Laetitia Tamburrino su Speaker’s Corner, 8 settembre 2025
• Frasi di Mariarosa Mancuso pubblicate su Il Foglio, settembre 2025
• Documento del Dipartimento della Difesa USA “Women, Peace, and Security Implementation Plan”
• Report ONU e ONG internazionali sul genocidio in Palestina (2023–2025)

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