La fantasia scabrosa di ridurre le disuguaglianze

Il capitalismo contemporaneo non solo tollera le disuguaglianze: le trasforma in carburante del proprio motore. È un sistema che funziona dividendo i poveri tra loro, convincendoli ad amare i propri oppressori e a odiare chi condivide la loro stessa condizione. Una guerra tra poveri costruita a colpi di propaganda, mentre i ricchi accumulano profitti sempre più smisurati.

In questo quadro si colloca la stagione politica di Matteo Renzi, che ha segnato un punto di rottura nella storia della sinistra italiana. L’uomo che avrebbe dovuto rappresentare lavoratori e ceti popolari si è presentato come il cavallo di Troia dei poteri forti. Con il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18, ha privato milioni di lavoratori della principale tutela contro i licenziamenti ingiusti, rendendo il lavoro ancora più precario e ricattabile. Quella riforma, mascherata da modernizzazione, ha in realtà sancito il trionfo dell’impresa sul diritto, dello sfruttamento sulla dignità, riducendo il lavoratore a variabile usa e getta del mercato.

Non pago, Renzi ha lasciato un’ulteriore eredità velenosa: la flat tax per i super-ricchi. Introdotta nel 2017, ha trasformato l’Italia in un paradiso fiscale per miliardari, con un’imposta sostitutiva di soli centomila euro sui redditi esteri. Una misura che ha spalancato le porte a una nuova colonizzazione economica: attici con piscina a Milano e ville sul lago di Como per i nuovi signori globali, mentre i giovani italiani devono emigrare o accontentarsi di stipendi da fame.

La destra meloniana non ha invertito questa rotta: l’ha radicalizzata. Ha raddoppiato la flat tax per i ricchi, stendendo un tappeto rosso agli evasori internazionali. Ha rifiutato ogni ipotesi di patrimoniale, lasciando intatti i profitti stellari delle banche, degli speculatori e dei grandi gruppi industriali, mentre taglia i fondi per scuola, sanità e welfare. Ha difeso interessi privati e privilegi, mentre i ceti popolari sono schiacciati da inflazione, precarietà e disoccupazione giovanile.

E intanto, mentre milioni di famiglie faticano a pagare il mutuo o l’affitto, le banche italiane registrano utili miliardari grazie all’aumento dei tassi d’interesse imposto dalla BCE. Profitti stratosferici che non vengono redistribuiti né in salari più alti né in servizi migliori, ma che finiscono in dividendi per gli azionisti e bonus per i manager. Un banchetto indecente a spese di chi ogni giorno stringe la cinghia.

A ciò si aggiungono i continui condoni fiscali varati dai governi, compreso quello guidato da Giorgia Meloni, che hanno premiato evasori e grandi patrimoni. Un segnale chiaro: in Italia chi evade viene premiato, mentre chi paga le tasse fino all’ultimo centesimo è considerato un ingenuo da spremere. La logica è sempre la stessa: proteggere i privilegiati, scaricare i costi sui più deboli.

La continuità è lampante: la sinistra renziana e la destra meloniana appaiono come facce diverse della stessa medaglia. Entrambe hanno tradito la funzione originaria della politica: rappresentare il popolo e difendere i più deboli. Entrambe hanno scelto di essere strumenti del capitale finanziario, abbandonando la Costituzione che al contrario sancisce la centralità del lavoro, la solidarietà e la giustizia sociale.

Gli economisti Matteo Dalle Luche, Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro hanno dimostrato che il 7% più ricco della popolazione paga oggi proporzionalmente meno tasse di lavoratori e ceti medi. Una regressività fiscale che non è frutto del caso, ma di precise scelte politiche. Come nota Quinn Slobodian nel suo Capitalismo della frammentazione, le élite stanno cercando di liberarsi da ogni vincolo democratico, costruendo una società a misura dei ricchi e ostile ai poveri.

Robert Reich, ex ministro del lavoro statunitense, ha avvertito che simili politiche rischiano di riportarci al darwinismo sociale: sopravvive solo chi possiede, gli altri sono scartati. E in Italia questo processo è già in atto.

La vera domanda, allora, è se vogliamo continuare a vivere in una società governata dall’egoismo dei pochi, dove i ricchi non contribuiscono e i poveri vengono accusati di essere un peso, o se siamo ancora in grado di coltivare quella che qualcuno chiama “fantasia scabrosa”: l’idea che ogni persona abbia diritto a un tetto, a un lavoro dignitoso e a una vita libera dall’incubo della miseria.

Forse oggi sembra un sogno anacronistico, ma è l’unica via per salvare non solo la giustizia sociale, ma la stessa democrazia.

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