Il sangue dei bambini ha lo stesso colore ovunque. Ma non lo stesso valore.
Due guerre, due narrazioni. Da un lato l’Ucraina, con i suoi 44 milioni di abitanti, dove – secondo dati ONU – oltre 2400 bambini sono stati uccisi. Ma è doveroso precisare che le vittime infantili non sono riconducibili solo ai bombardamenti russi dal 2022 in poi, ma anche – e in modo sostanziale – ai bombardamenti dell’esercito ucraino contro le popolazioni russofone del Donbass e del Lugansk fin dal 2014, in un clima di assedio militare che si è protratto per anni nel silenzio totale dell’Occidente.
Dall’altro lato Gaza, un lembo di terra lungo appena 41 chilometri, densamente popolato, con 2.200.000 abitanti all’inizio del conflitto, di cui oltre la metà sono minori. Qui, secondo l’ultimo aggiornamento dell’ONU e di fonti mediche indipendenti, più di 19.000 bambini sono stati uccisi e oltre 50.000 risultano feriti. Alcuni rimarranno sfigurati a vita, mutilati, ciechi, paralizzati. La metà di questi ultimi ha subito amputazioni multiple senza anestesia.
È questa la sproporzione che grida vendetta.
Non è solo una questione di numeri, ma di coscienza. In Ucraina, la narrazione dominante ha giustamente indignato l’opinione pubblica globale. Eppure, a Gaza, dove la densità di vittime infantili è proporzionalmente decine di volte superiore, l’Occidente chiude un occhio, anzi due. Anestetizza la coscienza collettiva e impone un silenzio assordante, fatto di ipocrisia, censura e complicità.
I numeri dell’orrore e il genocidio negato
Secondo Victoria Rose, chirurga britannica volontaria all’ospedale Nasser di Khan Yunis, “il numero di bambini feriti è totalmente inaccettabile”. Lo ha dichiarato pubblicamente durante il Tribunale Informale di Londra su Gaza. Le sue parole non lasciano spazio a fraintendimenti: non si tratta di effetti collaterali, ma di un sistematico attacco ai civili, e in particolare ai più vulnerabili.
A Gaza non ci sono più scuole, né ospedali funzionanti. Le madri partoriscono tra le macerie, senza antibiotici, senza luce. I neonati muoiono per disidratazione, le incubatrici sono ferme. E i bambini, in molti casi, muoiono due volte: prima nel corpo, poi nella narrazione distorta di chi nega la realtà.
Complicità occidentale: l’arma del silenzio
La sproporzione tra le vittime infantili in Ucraina e Gaza mette in luce un doppio standard indegno di una civiltà democratica. L’Europa, che ha pianto giustamente per ogni bambino ucraino morto nei combattimenti, oggi si gira dall’altra parte mentre Israele annienta un’intera generazione di palestinesi, spesso con armi fornite dagli stessi Paesi europei.
La verità è che il genocidio a Gaza è sostenuto, coperto, giustificato o ignorato da gran parte dell’Occidente. Israele non agisce da solo, ma con la copertura politica, diplomatica e militare delle maggiori potenze mondiali. E l’Italia, in questo scenario, non è affatto estranea.
Il paradosso italiano: armi a Israele, colpiti i caschi blu
Il paradosso è tanto crudele quanto grottesco. Secondo fonti giornalistiche autorevoli, alcune delle armi utilizzate da Israele contro obiettivi in Libano, tra cui la base ONU-UNIFIL al confine, sono prodotte o co-prodotte in Italia. Armi esportate legalmente da governi che si professano “per la pace” e che, nel contempo, autorizzano forniture belliche a un Paese coinvolto in atti che Amnesty International, Human Rights Watch e numerose Nazioni Unite hanno definito crimini di guerra e potenziali atti genocidari.
Così, l’Italia fornisce armi che Israele utilizza non solo per massacrare civili palestinesi, ma persino per attaccare una missione di pace ONU in Libano, della quale l’Italia fa parte. È l’ennesimo schiaffo all’intelligenza, alla logica, alla Costituzione e al diritto internazionale. Un’oscenità geopolitica e morale che dovrebbe suscitare un’indignazione collettiva.
La responsabilità dell’informazione e il silenzio criminale
In questo contesto, l’informazione ha un ruolo chiave. I numeri di Gaza non vengono raccontati, non fanno notizia. Sono sistematicamente minimizzati, oscurati, spacciati per “danni collaterali” di una guerra asimmetrica che è in realtà un’occupazione coloniale trasformata in sterminio programmato.
Il sistema mediatico occidentale si è fatto megafono della narrativa israeliana, rimuovendo la parola “genocidio” dal vocabolario ufficiale e trasformando i carnefici in vittime perenni, in nome di una memoria strumentalizzata e di un potere geopolitico che non ammette incrinature.
Conclusione: la vergogna dell’Occidente
La morte di un bambino è sempre una tragedia. Ma l’accettazione selettiva di queste morti è un crimine ben più grande. È la testimonianza viva di un’epoca in cui la civiltà occidentale ha abdicato ai propri principi, in nome del profitto, della geopolitica e della fedeltà a un alleato che oggi pratica l’apartheid, la pulizia etnica e la guerra totale.
La sproporzione tra i bambini morti a Gaza e quelli uccisi in Ucraina non può essere taciuta. Non è un attacco all’Ucraina, ma una chiamata in correità per chi tace, per chi vota in Parlamento a favore di forniture militari, per chi finge di non vedere.
È tempo di rompere il silenzio, di togliere ogni alibi a governi, partiti e media, e di dire con voce alta e chiara: nessun bambino vale meno di un altro. Nessun genocidio può essere giustificato. Nessuna bomba può essere benedetta in nome della democrazia.
Fonti utilizzate
• Dichiarazioni di Victoria Rose, chirurga volontaria in Gaza
• Rapporto UNICEF e UN OCHA aggiornati al 2024
• Dati UNRWA su Gaza
• Amnesty International, “Israel’s apartheid against Palestinians: A cruel system of domination”, 2022
• Human Rights Watch, “A Threshold Crossed: Israeli Authorities and the Crimes of Apartheid and Persecution”, 2021
• Al Jazeera, a cura di Anealla Safdar
• Agenzie stampa italiane su attacco a UNIFIL
• Interrogazioni parlamentari italiane su export armi verso Israele