Israele colpisce il tavolo della pace: i negoziatori assassinati, il diritto internazionale umiliato

C’è un momento in cui l’orrore oltrepassa la soglia dell’assuefazione. Un punto di non ritorno in cui il crimine smette di essere solo un fatto e diventa metodo di governo, forma di dominio e dichiarazione di impunità.

L’attacco sferrato da Israele contro un’abitazione a Doha, capitale del Qatar, uccidendo due mediatori di Hamas coinvolti nel negoziato per la liberazione degli ostaggi e per il cessate il fuoco a Gaza, rappresenta esattamente questo: un atto di terrorismo di Stato, come denunciato dallo stesso governo qatariota, ma anche qualcosa di più profondo e spaventoso. Una sfida cinica e arrogante all’intero diritto internazionale, ai governi del mondo, alle organizzazioni multilaterali e alle coscienze collettive.

L’attacco a Doha: l’assassinio della diplomazia

Secondo Al Jazeera, l’attacco ha avuto luogo nella notte tra il 6 e il 7 settembre. Un drone israeliano ha colpito un’abitazione nel distretto diplomatico della capitale qatariota, dove si trovavano due membri dell’ala politica di Hamas, impegnati in colloqui riservati con mediatori internazionali per riaprire il canale negoziale. L’edificio era noto ai servizi di intelligence occidentali, e l’incontro era stato autorizzato e garantito dal governo del Qatar.

La reazione del Ministero degli Esteri di Doha è stata durissima: “Atto di terrorismo in violazione diretta della nostra sovranità”, si legge nel comunicato ufficiale.
Fonti interne, citate da Middle East Eye, riferiscono che il Qatar sta valutando la chiusura degli uffici diplomatici israeliani e la sospensione della cooperazione con Washington sul dossier palestinese.

Eppure la reazione degli Stati Uniti è stata debole, per non dire complice. Donald Trump ha definito l’attacco “non utile alla causa comune” e ha fatto sapere di aver chiesto al consigliere Witkoff di informare il Qatar, ma “troppo tardi”. Un goffo tentativo di lavarsene le mani, che alimenta il sospetto che la Casa Bianca fosse al corrente, se non addirittura complice dell’attacco.

Il doppio standard dell’Occidente

Nel frattempo, l’Europa balbetta. Mentre si valuta il 19° pacchetto di sanzioni contro la Russia, per la violazione del diritto internazionale in Ucraina, non si trova il coraggio neppure di pronunciare la parola “sanzioni” nei confronti di Israele, nonostante un crescendo di crimini documentati: bombardamenti su ospedali, uso di armi al fosforo, blocchi umanitari, e ora anche l’eliminazione fisica dei negoziatori.

Giorgia Meloni, da parte sua, ha affermato che l’Italia “rimane contraria a ogni forma di escalation”, troppo poco!
Ma chi è che aggrava la tensione? Chi viola la sovranità del Qatar, dopo aver già violato quella di Libano, Siria, Iraq e persino Iran?

In questo gioco delle retoriche malate, anche la parola “proporzionalità” viene svuotata di senso. Come si può parlare di risposta sproporzionata, quando Israele colpisce ospedali, giornalisti, bambini, e persino minaccia volontari umanitari diretti a Gaza?

Il caso della Flottiglia Global Sumud: coraggio sotto minaccia

In contemporanea all’attacco in Qatar, un drone israeliano ha sorvolato una barca civile ancorata al largo della Tunisia, nella rada di Sfax, sganciando un razzo incendiario che ha provocato un incendio all’imbarcazione. A bordo si trovava il comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, composto da parlamentari europei, volontari, operatori sanitari e membri della missione umanitaria diretta a Gaza.

Non si registrano vittime, ma il sorvolo con il lancio del razzo incendiario, è stato denunciato da Greta Thunberg stessa, presente sulla nave, come un atto intimidatorio mirato a scoraggiare la partenza della missione.
Tra le prime a correre al porto, Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, che da Tunisi ha seguito tutta la preparazione della Flottiglia:

“Mi hanno chiamata nel cuore della notte, ho passato ore d’insonnia. Ma su quella nave ci sono esperti, non sprovveduti”.

La sua testimonianza aggiunge un tassello inquietante:

“L’organizzazione è molto più complessa del solito, ci sono tante imbarcazioni e il rischio che qualcosa sfugga di mano è reale. Ci sono anche barche che non fanno parte della rete ufficiale della Flottilla e il pericolo di infiltrazioni è concreto”.

Un sospetto confermato anche da un episodio recente:

“Ieri a Tunisi ho incontrato un personaggio ambiguo, che ostentava appartenenze politiche e faceva interviste. Nessuno nella Flottilla lo conosceva”.

La missione umanitaria, dunque, non è solo sotto attacco militare, ma anche sotto pressione psicologica e destabilizzante. E la responsabilità, secondo Albanese, è tutta dell’Occidente:

“Sono gli Stati europei che dovrebbero rompere l’assedio e portare aiuti con flotte di Stato. Invece lasciano tutto sulle spalle di cittadini comuni che non accettano il genocidio in corso”.

L’impunità che uccide: esecuzioni extragiudiziali e punizioni collettive

Ma c’è di più. L’attacco a Doha è avvenuto a poche ore dalla presunta accettazione, da parte di Hamas, del cosiddetto “piano Trump” per il cessate il fuoco. Una trappola, secondo Albanese, funzionale a colpire i negoziatori nel momento di massima apertura diplomatica.

“Israele e Stati Uniti basano le loro azioni sull’uso della forza non regolato dal diritto. Questo è il progetto del Grande Israele: controllo, dominio, sottomissione e sostituzione della popolazione”.

Albanese chiarisce anche un punto cruciale di diritto internazionale:

“Non è mai lecito uccidere persone non coinvolte direttamente in combattimenti. Neanche se fanno parte di un’organizzazione considerata nemica”.

E pone una domanda provocatoria e rivelatrice:

“Sarebbe giusto colpire i ministri Ben-Gvir o Smotrich, che impongono crimini alla popolazione palestinese? No. Se fossero uccisi mentre non agiscono come combattenti, l’attacco sarebbe da condannare. Le esecuzioni extragiudiziali sono crimini internazionali”.

Anche l’ultima mossa del ministro israeliano Katz — la revoca dei permessi di lavoro a 750 palestinesi solo per abitare nei villaggi di due attentatori, alla fermata del bus di due giorni fa, è per Albanese una punizione collettiva illegale, che andrebbe condannata dalla comunità internazionale.

Crimini senza pudore, senza giustizia

Di fronte a tutto questo, la propaganda israeliana continua a giocare la carta dell’“antisemitismo”. Ma è ormai chiaro che i crimini commessi da Netanyahu e dai suoi alleati non hanno nulla a che vedere con la protezione del popolo ebraico. Al contrario, infangano la memoria dell’Olocausto, del Ghetto di Varsavia, della Brigata Ebraica, dei campi di sterminio.

La verità è che l’ideologia sionista radicale oggi al potere in Israele ha perso ogni contatto con l’umanità e con il diritto. Ha perso il senso del limite, della storia, della decenza.

L’Italia e la società civile: la responsabilità del silenzio

Davanti a questo abisso, l’Italia tace. Non protegge i parlamentari della Flottiglia, non prende posizione sull’attacco al Qatar, non spinge per un’indagine internazionale. L’Europa nel suo complesso si è ridotta a comitato d’affari prono alle lobby israeliane e alle linee di politica estera dettate da Tel Aviv e Washington.

Intanto al festival del cinema di Venezia, una bambina — Hind Rajab, simbolo dell’orrore vissuto dai civili palestinesi — ha commosso una platea con “The Voice of Hind”, premiato col Leone d’Argento.
Ma quel cinema che riesce ancora a raccontare verità indicibili è lontano anni luce dalla politica italiana, cieca, complice, inetta.

Non è troppo tardi

Di fronte a una guerra che ha già assunto i contorni di un genocidio, il silenzio è complicità. La moderazione è vigliaccheria. E il diritto internazionale, se non è difeso, muore nella prassi.

Tutti possiamo fare qualcosa. Anche una voce, una firma, una parola scritta con coscienza può contribuire a far vacillare l’impalcatura del terrore legalizzato.
Perché chi oggi si crede intoccabile, domani — come insegna la storia — sarà giudicato.

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