Un’opera inutile, un contorto esercizio di contabilità creativa, un insulto alle priorità del Sud. Mentre crollano le strade, manca l’acqua e la sanità si svuota, si insiste su un ponte che serve solo al narcisismo politico e agli appetiti dei soliti noti.
Il ponte sullo Stretto di Messina è tornato, come uno spettro, al centro del dibattito pubblico. Stavolta però non per i suoi rischi geologici, l’insostenibilità ambientale o la totale inutilità economica: ma per l’incredibile tentativo del governo italiano di farlo passare come una “spesa militare”. La notizia, riportata da Bloomberg, ha suscitato lo sconcerto dell’ambasciatore USA alla NATO, Matthew Whitaker, che ha bollato come “contabilità creativa” l’ipotesi di finanziare il ponte all’interno del 3,5% del PIL destinato alla difesa.
La strategia è chiara: spacciare un’opera faraonica da 13,5 miliardi di euro come “infrastruttura strategica” per la mobilità militare, inserendola a forza nei fondi NATO o nel programma europeo Military Mobility. Un colpo di teatro contabile per aggirare i vincoli di bilancio e dare un alibi all’ennesimo spreco.
La realtà del Sud: altro che corridoio baltico-mediterraneo
L’idea che il Ponte sullo Stretto rappresenti un “corridoio strategico” nella rete transeuropea è un esercizio di propaganda scollegato dalla realtà delle due regioni coinvolte: Sicilia e Calabria. Chi conosce quei territori sa bene che, al di là dello Stretto, c’è il deserto infrastrutturale.
In Calabria, molte strade interne versano in condizioni disastrose: la SS106 jonica, ribattezzata “la strada della morte”, è un simbolo di abbandono. In Sicilia, il sistema ferroviario è in gran parte a binario unico, lento, obsoleto e privo di elettrificazione su numerose tratte. I treni a lunga percorrenza da Palermo a Roma impiegano ancora oltre 12 ore. A che serve un ponte da 3,3 km sospeso sul mare, se prima e dopo il traffico si imbatte in un medioevo viario?
E non si tratta solo di trasporti. In molti comuni dell’entroterra siciliano e calabrese manca l’acqua potabile per settimane, si registrano interruzioni nella raccolta dei rifiuti e chiusure ospedaliere che trasformano le emergenze mediche in roulette russe. La priorità, oggi, dovrebbe essere l’accesso ai diritti fondamentali, non il finanziamento di un’opera da vetrina.
Una grande opera per piccoli interessi
Matteo Salvini si è intestato politicamente il progetto del ponte come simbolo del “fare”. Ma la realtà è che si tratta dell’ennesima grande opera usata come leva elettorale e merce di scambio tra imprese, interessi lobbistici e promesse clientelari.
Dietro la retorica dell’innovazione e del rilancio del Sud, si nasconde la solita logica emergenziale: creare una bolla finanziaria che attira appalti, commissariamenti, deroghe normative e centralizzazione del potere decisionale. Come dimostrano i precedenti, da Mose a Tav, passando per l’Expo, queste opere raramente rispettano i tempi e i costi previsti. E quando sono terminate – se mai lo sono – spesso risultano sottoutilizzate o addirittura abbandonate.
Secondo la Corte dei Conti, già nei primi anni Duemila il Ponte sullo Stretto aveva prodotto “una rilevante dispersione di risorse pubbliche” senza alcuna ricaduta concreta. Dopo vent’anni, non è cambiato nulla. Se non che ora, nella disperazione di giustificare l’indefendibile, si tenta di farlo passare come investimento militare.
Difesa e inganni contabili: cosa c’entra la NATO?
L’idea di finanziare il ponte attraverso la quota del 5% del PIL destinata alle spese militari è tanto ardita quanto pericolosa. Primo, perché distorce completamente il senso della spesa per la difesa, che dovrebbe riguardare la sicurezza nazionale, non opere civili dalle dubbie utilità strategiche. Secondo, perché apre la strada a una nuova forma di manipolazione contabile in stile greenwashing: il “military-washing”, ovvero coprire ogni spesa inutile con la foglia di fico della “sicurezza”.
L’ambasciatore Whitaker è stato chiaro: l’obiettivo del 5% nelle spese NATO deve riferirsi “specificamente alla difesa e alle spese correlate”. Tradotto: non provateci nemmeno.
Ma c’è di più. Quel 5% stesso è un obiettivo inquietante, a cui occorre opporsi con forza. Alimentare la corsa agli armamenti, vincolare bilanci pubblici già in difficoltà a una spesa militare sempre più invasiva, significa svuotare lo Stato sociale per ingrassare i complessi militari-industriali. In un’epoca in cui le vere sfide sono sanitarie, climatiche, educative e sociali, aumentare le spese belliche è un errore storico, una capitolazione davanti a una visione del mondo fondata sulla forza anziché sulla cooperazione.
Opporsi al ponte significa anche opporsi al paradigma che lo sostiene: quello del riarmo, della propaganda securitaria e dello spreco sistemico delle risorse pubbliche. Il Mezzogiorno non ha bisogno di elicotteri da guerra, ma di ambulanze e treni che arrivino in orario. Ha bisogno di maestri, non di generali.
Il Sud come laboratorio di mistificazione
Il ponte è l’ennesimo atto di una commedia che si ripete da decenni: invece di un vero piano di sviluppo per il Sud – fatto di sanità, trasporti locali, scuola, accesso all’acqua e digitalizzazione – si punta tutto su una grande opera simbolica, pensata per stupire, distrarre e dividere. Una specie di specchio per le allodole che permette di deviare l’attenzione dai problemi reali.
Se davvero si volesse rilanciare il Mezzogiorno, basterebbe iniziare col mettere in sicurezza le infrastrutture esistenti, con creare una rete di treni veloci ed economici, garantire l’accesso alla sanità pubblica e ripristinare il diritto alla mobilità per i milioni di cittadini oggi intrappolati nel degrado. Ma ciò non produce visibilità immediata, né favorisce le grandi centrali degli appalti.
Un ponte verso il nulla
Il ponte sullo Stretto, presentato come una porta d’accesso al futuro, è in realtà il simbolo di una politica che si rifiuta di guardare in faccia la realtà. Un’opera scollegata dal contesto, slegata dai bisogni, imposta con la forza di una narrazione tossica e fallace.
L’Italia, e soprattutto il Mezzogiorno, non ha bisogno di un ponte tra Scilla e Cariddi. Ha bisogno di ponti tra le persone, tra territori dimenticati e Stato, tra diritti costituzionali e vita quotidiana. Ha bisogno di un piano d’investimento sociale e infrastrutturale vero, non di monumenti al cemento e alla vanità politica.
E ha bisogno, oggi più che mai, di pace, non di nuove spese militari.
Fonti principali:
• Bloomberg – “Italy’s Bridge to Nowhere: NATO Ambassador Rejects Military Funding Trick”, 3 settembre 2025
• Corte dei Conti – Relazioni sulle grandi opere pubbliche, 2006-2011
• ISTAT e ANCE – Rapporto infrastrutture Sud Italia, 2023
• Agenzia del Demanio – Condizioni strutturali degli edifici pubblici nel Mezzogiorno, 2024
• European Court of Auditors – Military Mobility Progress Report,2025