“L’età dell’oro della propaganda: radiografia di un’Italia che arretra”

Mentre il governo Meloni continua a raccontare all’opinione pubblica una narrazione trionfante, parlando di “età dell’oro” e di presunti “record occupazionali”, la realtà — quella vera, quella che non si presta ai filtri dell’autocompiacimento — emerge con la freddezza spietata dei numeri. Il Rapporto annuale 2024 dell’Istat è un atto d’accusa implicito ma inequivocabile contro un esecutivo che confonde la comunicazione con il governo, la retorica con la giustizia sociale.

Occupazione: il grande inganno statistico

Partiamo dal dato più sbandierato: la crescita dell’occupazione. A prima vista, i numeri sembrano positivi: +325 mila occupati nel 2024. Ma scavando oltre la superficie, si scopre che l’80% di questi nuovi occupati ha più di 50 anni. Il “miracolo occupazionale” ha dunque un volto ben preciso: quello della generazione che dovrebbe prepararsi alla pensione e che invece viene trattenuta nel mercato del lavoro a causa del continuo innalzamento dell’età pensionabile. Una scelta strutturale e politica, mascherata da risultato economico.

Nel frattempo, i giovani restano esclusi: il tasso di occupazione degli under 24 cala, e la fascia 25-44 cresce appena. In dieci anni, l’Italia ha perso 97.000 giovani laureati, fuggiti all’estero per cercare prospettive che qui mancano. Un dato, questo, che dovrebbe essere al centro del dibattito nazionale, e che invece viene ignorato come se non si trattasse di un’emorragia vitale.

Disuguaglianze e vulnerabilità: il vero volto del lavoro italiano

L’Istat rileva che oltre un terzo dei lavoratori under 35 e un quarto delle donne vive una condizione di “vulnerabilità occupazionale”: contratti a termine o part-time involontari. L’occupazione, dunque, cresce, ma è precaria, fragile, sottopagata. E mentre si plaude al calo dei contratti a termine, si omette di dire che il lavoro stabile non è affatto sinonimo di lavoro sicuro o dignitoso.

Inoltre, il lavoro cresce solo tra chi ha un livello di istruzione più elevato. Per chi ha al massimo la terza media, l’occupazione è in calo dell’1,8%. Un dato che smaschera l’ipocrisia di un governo che dice di voler difendere “gli ultimi”, ma che costruisce un modello sociale sempre più elitario e selettivo.

Salari: il potere d’acquisto continua a sgretolarsi

Sul fronte salariale, la situazione è ancora più drammatica. Tra il 2019 e il 2024, i salari nominali sono cresciuti del 10,1%, a fronte di un’inflazione cumulata del 21,6%. Il risultato è una perdita di potere d’acquisto del 4,4%. In Germania la perdita è stata dell’1,3%; in Spagna, i salari reali sono addirittura aumentati. Solo l’Italia resta ferma, immobile, anzi, regredisce.

Eppure, proprio il 1° maggio, Giorgia Meloni si è vantata — in un video autopromozionale — di aver “fatto crescere i salari”. Una distorsione comunicativa che in qualsiasi democrazia sana verrebbe smentita da un’opposizione politica e mediatica vigorosa. Ma in Italia, l’opposizione è marginale, e l’informazione spesso ridotta a megafono del potere.

Sanità negata e povertà crescente: il prezzo sociale dell’austerità mascherata

Il 9,9% della popolazione ha rinunciato a curarsi nel 2024. Una persona su dieci ha evitato visite mediche o esami diagnostici per via delle interminabili liste d’attesa e dell’impossibilità di pagare la sanità privata. È il sintomo più evidente del collasso del sistema sanitario pubblico, sempre più svilito, tagliato, marginalizzato. Eppure, il governo continua a sventolare il “grande successo” dell’Italia post-Covid, ignorando che milioni di cittadini vivono oggi in condizioni sanitarie e sociali peggiori rispetto al 2019.

La povertà assoluta tocca 5,7 milioni di persone. Il 23,1% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale. Ma nel linguaggio ufficiale tutto questo viene nascosto dietro espressioni edulcorate, come “sfide”, “opportunità” o “transizione”. Il disagio sociale reale viene così trasformato in un problema di comunicazione da correggere, anziché in una priorità politica da affrontare.

Produttività in calo: l’economia si svuota, il lavoro si svilisce

Altro dato ignorato dalla propaganda è il crollo della produttività del lavoro: -1,4% per ora lavorata. L’Italia lavora di più, ma produce di meno. Segno che il modello economico promosso dal governo è incapace di generare valore, innovazione e competitività. L’aumento degli occupati non si traduce in crescita del PIL, ma in un logoramento delle risorse umane e materiali. In sintesi: si lavora di più per guadagnare meno.

La retorica che copre il declino

Dietro l’autocelebrazione del governo Meloni si nasconde una realtà di declino strutturale, di impoverimento diffuso, di emigrazione intellettuale, di abbandono dei giovani e delle fasce più fragili della popolazione. Si è costruita una narrazione dorata su fondamenta di sabbia: si invoca il “miracolo italiano”, ma si governa con le logiche dell’austerità mascherata, del neoliberismo di ritorno, della compressione dei diritti sociali.

L’Italia, più che vivere un’età dell’oro, sembra attraversare un’epoca di ferro arrugginito: un tempo in cui il potere preferisce investire in propaganda anziché in giustizia sociale, in storytelling piuttosto che in redistribuzione.

Conclusione: il risveglio necessario

I dati dell’Istat sono un campanello d’allarme per chiunque voglia ancora guardare alla realtà senza filtri. Dimostrano che serve un’inversione di rotta, profonda e radicale. Occorre riscrivere l’agenda politica partendo dal lavoro vero, dai salari dignitosi, dalla sanità pubblica e dalla lotta alla povertà. Serve coraggio, serve verità. Ma soprattutto serve una nuova classe dirigente che non confonda l’illusione con la governance, e il marketing con la democrazia.
Una risposta concreta arriva dai referendum sul lavoro

Di fronte a questo quadro sconfortante, fatto di occupazione precaria, salari erosi, giovani in fuga e un welfare allo stremo, c’è però una strada concreta per invertire la rotta: quella dei referendum sul lavoro promossi dalla CGIL e sostenuti da numerose realtà sociali, civili e sindacali. Cinque quesiti per restituire dignità al lavoro, sicurezza nei cantieri e nei subappalti, giustizia per chi è licenziato senza giusta causa, diritti ai lavoratori delle piccole imprese, e cittadinanza a chi lavora e cresce in Italia.

Non si tratta di un sogno, ma di strumenti reali per ricostruire ciò che le politiche neoliberiste hanno demolito. Se approvati, questi referendum rappresenterebbero un primo, deciso passo per migliorare i numeri che l’Istat oggi denuncia con cruda precisione: più contratti stabili, più sicurezza, più equità salariale. Un segnale di risveglio collettivo, una risposta politica e popolare alla propaganda del potere.

Il voto dell’8 e 9 giugno è dunque un bivio: possiamo continuare a inseguire narrazioni autocelebrative, oppure scegliere la strada della partecipazione attiva, del cambiamento dal basso. Perché solo restituendo forza al lavoro, alla sua dignità e al suo valore, potremo davvero riscrivere il destino di questo Paese. Cinque SÌ per ricominciare a costruire un’Italia più giusta. Dal lavoro, e per chi lavora.

“L’astensione è un reato (quando conviene): la legge, la propaganda e l’ipocrisia di Stato”

In un Paese dove la legge è spesso trattata come un optional e la Costituzione viene evocata solo quando fa comodo, sta accadendo qualcosa di particolarmente grave: ministri, presidenti di Regione, capi di partito – tutti con ruoli pubblici e funzioni istituzionali – stanno apertamente invitando i cittadini all’astensione referendaria. Non si tratta di opinioni da bar o di libere esternazioni da parte di comuni cittadini: siamo di fronte a dichiarazioni pubbliche, reiterate e programmatiche, pronunciate da figure dello Stato nell’esercizio delle loro funzioni. E questo – è bene ricordarlo – è un reato.

Sì, un reato. Non una metafora, né un giudizio morale. Lo dice il diritto. Lo dice una legge tuttora in vigore.
L’articolo 98 del Testo unico delle leggi elettorali per la Camera dei Deputati, risalente al 1948, è cristallino: “Il pubblico ufficiale, e in ogni caso chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile o militare, abusando delle proprie attribuzioni e nell’esercizio di esse, che si adopera a costringere gli elettori in favore di questa o quella lista o a indurli all’astensione, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.”

Nel 1970, con l’introduzione della disciplina specifica sui referendum, l’articolo 51 della legge n. 352 ha esteso espressamente quella norma ai casi di astensione riferiti alle consultazioni referendarie. Eppure, oggi, in piena campagna referendaria sui diritti del lavoro, si assiste a un coro istituzionale di “non andate a votare”, come se fosse normale, come se la legalità fosse una questione di opportunità politica.

Un reato dimenticato, o volutamente ignorato?
Forse, come recita un antico brocardo, “ignorantia legis non excusat”. Nessuno può scusarsi per un furto dicendo di non sapere che rubare è vietato. Tanto più se il presunto colpevole è un legislatore, ovvero colui che le leggi le scrive, le modifica e le dovrebbe far rispettare. Quando a promuovere l’astensionismo non è un passante qualsiasi, ma il presidente del Senato Ignazio La Russa, che da un palco di Fratelli d’Italia promette pubblicamente che farà “campagna per restare a casa”, la questione assume contorni istituzionali preoccupanti. E non è solo: da Tajani a Lollobrigida, da Salvini a Fontana e Fedriga, l’elenco degli “induttori all’astensione” è lungo e in crescita.

A ognuno di questi si potrebbe applicare la stessa definizione: “uomo di fede”, magari in buona fede, come ironicamente si dice. Ma è lecito che la propaganda elettorale (o meglio, antielettorale) venga condotta da chi riveste incarichi pubblici? È normale che si scoraggino i cittadini dal votare su temi centrali per la vita sociale e democratica del Paese?

Non è solo una questione giuridica, ma democratica.
Perché il punto centrale non è solo se sia o meno penalmente perseguibile l’appello all’astensione da parte di un ministro. Il vero nodo è la deformazione culturale che si sta tentando di imporre: l’idea che votare non serva, che partecipare sia inutile, che la democrazia sia un fastidio. Un sistema in cui le urne sono viste come minaccia piuttosto che come strumento di sovranità popolare, è un sistema che sta scivolando verso l’oligarchia. Il richiamo alla “libertà di espressione” da parte di chi ha un microfono istituzionale fisso è una scusa ipocrita: quando parla una carica dello Stato, non è mai un’opinione neutra, è un atto politico e simbolico che ha conseguenze pubbliche.

Come giustamente osservato, esistono due verbi nel testo di legge: costringere e indurre. Il primo riguarda la coercizione diretta – come nel caso di un sindaco che non fa allestire i seggi. Il secondo, invece, riguarda la pressione indiretta, la persuasione istituzionale, le parole cariche di potere che spingono le persone ad allontanarsi dalle urne. Anche questo è “abuso di funzione”.

Il paradosso dell’anacronismo
Forse quelle norme sono anacronistiche, figlie di un tempo in cui la partecipazione era considerata un dovere civico e la Repubblica prendeva sul serio la propria Costituzione. Forse. Ma se sono davvero obsolete, il Parlamento le abroghi. Non può esistere una giustizia intermittente, che si applica ai deboli e si interpreta per i forti, come diceva Giolitti. La legge o vale per tutti o non vale per nessuno. In caso contrario, siamo nella legge della giungla travestita da Stato di diritto.

Nel 1993 furono abolite le sanzioni per i cittadini che non votavano. Ma le sanzioni per chi induce alla non partecipazione restano attive. Solo che non vengono applicate. Come se lo Stato stesso si rifiutasse di difendere il proprio corpo democratico, lasciando che siano proprio le sue articolazioni più alte a sabotarlo.

Un messaggio pericoloso
Quello che sta passando è un messaggio devastante: se voti, sei complice; se non voti, sei un cittadino illuminato. È l’esatto contrario della pedagogia costituzionale. Ed è un messaggio che scoraggia soprattutto i più fragili, i più giovani, i più disillusi, ovvero proprio coloro che avrebbero bisogno di vedere la politica come strumento di cambiamento e non come uno spettacolo riservato ai poteri forti.

In un Paese dove il disincanto è già alto e la fiducia istituzionale ai minimi storici, l’invito all’astensione è la più vile delle scorciatoie, un trucco per svuotare di senso il dissenso. Perché non si teme tanto il voto in sé, quanto ciò che potrebbe emergere da un pronunciamento chiaro del popolo su temi scomodi come l’articolo 18, il precariato, la sicurezza nei subappalti, la cittadinanza. E allora meglio zittirlo, quel popolo. O meglio, convincerlo a zittirsi da solo.

Conclusione: chi teme il voto, teme la democrazia
Non si invochino manette. Non servono. Basterebbe un po’ di decenza istituzionale, un rispetto minimo delle regole, un senso della funzione pubblica che vada oltre la convenienza del momento. Se la legge c’è, va rispettata. Se non serve più, va abrogata. Ma non si può calpestare a comando. E soprattutto, non si può combattere la partecipazione popolare con la complicità dello Stato.

Chi ha paura di cinque “sì”, non teme solo una riforma. Trema davanti alla democrazia. E questo, sì, dovrebbe fare davvero paura.

Cinque volte SÌ. Una scelta per cambiare il presente, non per delegarlo

L’8 e il 9 giugno non voteremo per qualcuno. Voteremo per noi stessi. Non si tratta di scegliere un partito, un candidato o una coalizione. Non si tratta di affidare ad altri il compito di rappresentarci. Si tratta di decidere, in prima persona, su cinque temi cruciali che riguardano la vita quotidiana di milioni di persone. Il lavoro, la sicurezza, la cittadinanza: ciò che tocca nel profondo la dignità di ognuno.

È un’occasione rara. Ma soprattutto è un’occasione da non perdere.

Questi cinque referendum popolari, promossi dal mondo sindacale, dalle associazioni sociali e da tanti cittadini attivi, ci danno la possibilità concreta di correggere storture legislative che da troppi anni affliggono il nostro ordinamento. Storture che hanno indebolito il potere contrattuale dei lavoratori, reso precaria l’esistenza di intere generazioni, permesso licenziamenti senza giusta causa, eluso le responsabilità sulla sicurezza, negato diritti fondamentali a chi vive, lavora e cresce in Italia.

Ma allora la domanda vera è una sola:
Se il quorum sarà raggiunto e vinceranno i SÌ, i cittadini italiani staranno meglio o peggio? Le lavoratrici e i lavoratori avranno più tutele o meno? I luoghi di lavoro saranno più sicuri o più rischiosi? Ci sarà più giustizia, oppure più ingiustizia?

La risposta è implicita nel contenuto stesso dei referendum. Chi si oppone, chi invita all’astensione, chi si rifugia nell’indifferenza o nel boicottaggio del quorum, di fatto accetta che tutto rimanga così com’è: insicurezza, precarietà, ingiustizie. Sta dicendo che il lavoro deve restare una merce usa e getta, che morire sul lavoro è il prezzo da pagare per la competitività, che chi è nato e cresciuto qui non merita di essere cittadino. È un atto politico, mascherato da neutralità.

Ma votare ai referendum non è come votare alle elezioni.

Alle elezioni si può anche non andare perché non ci si sente rappresentati, perché si è delusi dai partiti, perché non si riconosce alcun volto credibile nelle liste. È legittimo. Ma ai referendum, si vota per sé stessi. Per il proprio lavoro. Per i propri diritti. Per la vita reale. Non si elegge un rappresentante: si esercita sovranità diretta, si mette un timbro su un cambiamento che incide subito e concretamente.

Vediamoli uno a uno, questi referendum, per capire di cosa parliamo.

  1. Per fermare i licenziamenti illegittimi

Il primo quesito chiede di ripristinare l’obbligo di reintegro per chi viene licenziato ingiustamente. È una questione di civiltà. Oggi, per chi è stato assunto dopo il 2015, l’imprenditore può cavarsela con un indennizzo monetario. Ma un diritto non è tale se può essere monetizzato. Reinserire il reintegro significa restituire dignità al lavoro e alle persone. Significa anche difendere le imprese oneste, che non fanno del licenziamento uno strumento ordinario di gestione aziendale.

  1. Per una giusta sanzione anche nelle piccole imprese

Il secondo quesito mira a correggere una discriminazione assurda: oggi chi lavora in una piccola impresa, sotto i 15 dipendenti, se viene licenziato ingiustamente ha diritto a un risarcimento fisso, spesso irrisorio. Votare SÌ vuol dire rendere quel risarcimento equo e dissuasivo, affinché la giustizia non sia una questione di dimensioni aziendali, ma di principi universali.

  1. Per fermare l’abuso del precariato

Il terzo referendum vuole riportare il lavoro a tempo determinato entro un quadro normativo più serio e coerente. Non si tratta di abolirlo, ma di impedire che venga usato in modo indiscriminato, senza un vero progetto, senza una strategia. Oggi il 16,5% dei lavoratori dipendenti è precario, spesso senza motivo. Una distorsione che mina la stabilità di milioni di vite.

  1. Per responsabilizzare le imprese sulla sicurezza

Il quarto quesito riguarda la responsabilità delle aziende committenti negli appalti. Attualmente, chi affida un lavoro a una ditta esterna può lavarsene le mani, anche se quell’appalto si traduce in infortuni o morti sul lavoro. È immorale. È una vergogna. Votare SÌ significa ribaltare questa logica, ridare dignità alla vita di chi lavora e fermare il far west del subappalto.

  1. Per una cittadinanza più giusta

Il quinto referendum interviene su una norma profondamente ingiusta: oggi per chiedere la cittadinanza italiana servono 10 anni di residenza. In Germania e in Francia ne bastano 5. Il quesito propone di portare l’Italia allo stesso livello. Due milioni e mezzo di persone potrebbero diventare finalmente cittadini. Non per favore, ma per giustizia.

Votare SÌ significa scegliere un Paese più giusto. Non votare, significa accettare quello che c’è.

Il referendum è uno strumento potente e fragile allo stesso tempo. Potente perché ci rende protagonisti. Fragile perché ha bisogno di partecipazione. Senza il 50% + 1 dei votanti, tutto decade. E chi oggi invita a non andare a votare, sa perfettamente che sta difendendo lo status quo. Sa che ogni astensione è una conferma dell’ingiustizia esistente.

Chi sceglie il silenzio, non è neutrale. Sta semplicemente scegliendo di non cambiare nulla.

Noi invece vogliamo cambiare. Vogliamo un Paese in cui il lavoro non sia più sfruttamento, in cui la cittadinanza sia un diritto, in cui la sicurezza non sia un lusso ma un dovere. Un Paese in cui si possa ancora credere nella giustizia sociale.

Cinque volte SÌ. Per cambiare il presente. Per costruire un futuro più umano. Perché questo voto non è per altri: è per noi.

Il silenzio che uccide: le stragi del ‘93, la Commissione Antimafia e l’auto-censura di Stato

C’è un momento, nella storia di un Paese, in cui il silenzio non è più una scelta diplomatica o un errore istituzionale, ma una complicità attiva. È il caso della Commissione Parlamentare Antimafia guidata da Chiara Colosimo, dove il tema delle stragi del 1993 – gli attentati di Firenze, Milano e Roma – e del loro legame con la transizione politica che portò alla nascita di Forza Italia, è stato trattato come un tabù da seppellire, non come un dovere da indagare.

Siamo nel cuore di una delle stagioni più oscure della Repubblica. Anni in cui la mafia non si limitava a dettare legge nel proprio territorio, ma pretendeva di riscrivere l’intero assetto dello Stato, scegliendo referenti, eliminando ostacoli, condizionando le transizioni politiche. È in questo contesto che si inseriscono le stragi continentali del 1993, prosecuzione della strategia stragista iniziata nel 1992 con gli omicidi di Falcone e Borsellino. Stragi che non furono semplici vendette o atti dimostrativi, ma veri e propri segnali lanciati al cuore delle istituzioni, affinché certi equilibri cambiassero.

Eppure, ieri a Palazzo San Macuto, durante l’audizione dell’ex generale dei ROS Mario Mori e del colonnello Giuseppe De Donno, questi nodi cruciali sono stati volutamente disinnescati. Anzi, peggio: silenziati. Quando i parlamentari del PD, Walter Verini e Giuseppe Provenzano, hanno posto domande legittime e necessarie – sul legame tra via D’Amelio e le bombe del 1993, sui rapporti tra mafia e politica, su Dell’Utri e D’Alì, politici condannati per concorso esterno in associazione mafiosa – la presidente Colosimo li ha redarguiti, invitandoli a rispettare “le risposte che gli auditi vogliono o non vogliono dare”.

Una frase che suona come un ossimoro nella sede della verità istituzionale: perché un’audizione in una Commissione d’inchiesta non è un tè tra amici, ma un atto di responsabilità repubblicana. Tanto più quando si parla di sangue versato e di poteri occulti.

Il paradosso si fa beffa quando si osserva il trattamento riservato ad altri membri della maggioranza. Il deputato De Corato ha potuto divagare citando libri complottisti sull’architetto della Seconda Repubblica; il leghista Cantalamessa ha portato la discussione sugli appalti TAV del 1996, completamente fuori tema. Il colonnello De Donno, con verve teatrale, ha narrato le gesta di un infiltrato ROS senza che nessuno lo interrompesse. Ma quando Provenzano ha osato chiedere se Mori, nei suoi anni al SISDE, avesse avuto contatti con i fratelli Graviano – protagonisti chiave della strategia stragista – Colosimo ha interrotto tutto, blindando il dibattito.

È il riflesso condizionato di chi teme non la menzogna, ma la verità. Perché dentro quel filo che unisce Palermo a Firenze, da via D’Amelio a via dei Georgofili, passando per lo Stadio Olimpico e finendo in via Palestro, c’è un pezzo di verità sulla Seconda Repubblica. Una verità che riguarda l’ingresso in campo di Silvio Berlusconi, l’opera di raccordo di Marcello Dell’Utri, le trattative tra pezzi deviati dello Stato e boss mafiosi, e il ruolo ambiguo – ora sotto nuova indagine a Firenze – dello stesso Mario Mori.

A denunciare questo quadro è arrivata oggi una contro-relazione del Movimento 5 Stelle, redatta da Scarpinato, De Raho e Giuseppe Conte, che smonta pezzo per pezzo la narrazione dei due ex ROS. Il documento mette in evidenza incongruenze cronologiche, omissioni e persino tentativi di manipolazione dei documenti da parte di Mori. Basti pensare all’incontro con Borsellino del 25 giugno 1992: secondo Mori, fu un confronto cruciale per la pista mafia-appalti, ma di quell’incontro non si seppe nulla fino al 1998, e quando fu chiesto a De Donno di riferire, omise persino la presenza del suo superiore. Una dimenticanza più che sospetta.

La contro-relazione del M5S ricorda anche come l’informativa “mafia-appalti” fosse tutt’altro che insabbiata: fu depositata regolarmente al CSM nel luglio 1992, e l’inchiesta fu omissata per oltre 300 pagine su 900, smentendo così la tesi che la Procura avesse voluto occultare qualcosa. Ancora più grave la distorsione operata sul collaboratore Lo Cicero, che secondo Mori sarebbe stato ritenuto inattendibile da Falcone, il quale però era già morto quando Lo Cicero cominciò a collaborare.

Insomma, più che un’audizione, quella di ieri è sembrata una rappresentazione ideologica, dove i fatti sono stati piegati a una narrazione funzionale alla destra di governo. Una destra che non vuole più indagare sulle stragi, ma riscriverne il significato. Una destra che teme, forse, che scavare a fondo possa riportare alla luce verità imbarazzanti sulle proprie radici.

E allora si capisce perché, dentro la Commissione Antimafia, non ci sia spazio per parlare del ruolo di Dell’Utri, della trattativa Stato-mafia, delle indagini aperte a Firenze, e dei legami tra Cosa Nostra e Forza Italia. Troppo pericoloso. Troppo vicino al cuore del potere.

Ma se l’Antimafia smette di fare luce, chi può farlo? Se la Commissione diventa scudo anziché lente, allora è lo Stato stesso a voltarsi dall’altra parte. Ed è in quel voltarsi che si consuma un nuovo tradimento verso Falcone e Borsellino: non con il tritolo, ma con l’oblio.

Nel nostro Paese non manca la verità. Manca il coraggio di dirla fino in fondo.

“La guerra ai civili: come il riarmo sta uccidendo il Servizio Sanitario Nazionale”

Articolo inedito di denuncia sociale e politica

C’è un nesso invisibile ma feroce tra la guerra che ci raccontano di dover preparare e la morte silenziosa che si consuma ogni giorno tra i corridoi sporchi e affollati dei nostri ospedali. È un nesso che ha il sapore dell’abbandono, dell’ingiustizia, della complicità. È il risultato di una scelta politica scellerata, portata avanti da decenni di governi che hanno smantellato pezzo dopo pezzo il nostro Servizio Sanitario Nazionale, sacrificato sull’altare del neoliberismo e del militarismo.

Il racconto di una morte annunciata

Una donna di valore, sessant’anni, entra in una clinica privata per un piccolo intervento in anestesia locale. Ne esce con un’infezione che le devasta i polmoni. Viene trasferita in un ospedale pubblico dove si apre un calvario degno di un racconto dantesco: sedici ore di attesa al pronto soccorso, pazienti in barella nei corridoi, un solo bagno, infermieri impotenti e medici smarriti. Poi la rianimazione, la terapia subintensiva, il ritorno in reparto. E ancora infezioni nosocomiali, disidratazione, piaghe da decubito, atrofia muscolare. Le ultime settimane di vita sono una sequenza di torture, dolore e abbandono. Fino alla morte. Non per la patologia iniziale, ma per il collasso del sistema sanitario.

La guerra non è solo sui fronti, ma nei bilanci pubblici

Chi cerca la guerra la trova nei bilanci. I numeri parlano chiaro: miliardi destinati al riarmo, al Ponte sullo Stretto, al Tav, mentre gli ospedali chiudono, il personale sanitario scappa, le liste d’attesa si allungano, le infezioni proliferano, la vita diventa scarto. L’Italia, Paese fondatore del welfare europeo, ha convertito la cura in un costo da tagliare. I soldi ci sono, ma sono altrove: nel fondo europeo per la difesa, nei contratti miliardari con le industrie belliche, nei progetti faraonici senza impatto sulla vita reale delle persone.

In nome della “sicurezza”, si smantella la sanità pubblica. In nome della “libertà”, si privatizzano i servizi essenziali. In nome della “difesa della pace”, si finanziano i preparativi di guerra. È una spirale ipocrita e criminale che scambia i diritti con gli affari e la salute con il profitto.

Un SSN al collasso, tra appalti, precarietà e carenza strutturale

Oggi negli ospedali italiani i servizi sono sempre più appaltati a cooperative al ribasso. Gli infermieri e gli operatori hanno una formazione frettolosa, stipendi da fame, turni massacranti. Mancano decine di migliaia di medici. I servizi di igiene sono carenti, le stanze condivise da pazienti con infezioni gravi, i virus viaggiano liberamente nei reparti. E mentre la politica si riempie la bocca con parole come “merito” e “efficienza”, chi ha bisogno di cure muore aspettando una Tac.

Siamo alla resa dei conti. La sanità italiana, una volta modello per l’Europa, oggi è al collasso. Non per fatalità, ma per scelta. La stessa scelta che consente alla ministra della Difesa di firmare contratti per nuove portaerei, mentre nei pronto soccorso si muore per una bombola di ossigeno senza ruote.

La pace non si costruisce con i carri armati, ma con le ambulanze

Se la guerra è preparata col riarmo, la pace lo è con la cura. La vera sicurezza non viene dalle bombe, ma dagli ospedali funzionanti, dalle scuole ben tenute, dai trasporti accessibili, da un territorio protetto dal dissesto. Invece, mentre ci raccontano la favola dell’“uomo nero” pronto ad invaderci, il nemico vero ci consuma dall’interno: è l’ideologia del profitto, la politica dell’abbandono, il cinismo del potere.


la guerra invisibile che uccide la speranza

Questa non è solo la storia di una donna morta per incuria. È la storia di un’Italia che ha smesso di credere nella cura, nella prevenzione, nell’umanità. È la testimonianza atroce di una “guerra ai civili” combattuta senza armi, ma con gli stessi effetti devastanti: dolore, morte, disperazione.

Quando smetteremo di piangere i nostri morti – morti di tagli, di attese, di infezioni evitabili – dobbiamo tornare a lottare. Non per un privilegio, ma per un diritto: quello alla salute, alla dignità, alla vita. E per gridare forte che la vera pace si costruisce disarmando la politica, non riempiendo gli arsenali.

Questa è la nostra guerra: una guerra per la vita.

“Non nel mio nome”: armi italiane per il genocidio. Il governo confessa, l’etica affonda

C’è una linea che divide la complicità dalla criminalità morale. E l’Italia, con la risposta del sottosegretario Giorgio Silli in Commissione Esteri, l’ha appena attraversata.

Con parole fredde, burocratiche, quasi rassicuranti nel loro tono anestetizzante, il governo Meloni ha ammesso quello che da mesi denunciamo: l’Italia continua a esportare armi verso Israele anche dopo il 7 ottobre 2023. Non nuove licenze, è vero. Ma quelle precedenti sì. Come se il tempo rendesse etico ciò che oggi è inaccettabile. Come se la data potesse cancellare la responsabilità politica e morale di rifornire un esercito che sta compiendo un genocidio sotto gli occhi del mondo.

Le armi “intelligenti” del sottosegretario

Ma l’aspetto più sconcertante non è solo la confessione in sé. È la giustificazione. Silli ha dichiarato che le forniture autorizzate sono state valutate “caso per caso”, e che si è proceduto solo con armamenti che “non potessero essere utilizzati contro la popolazione civile”.

Ora, facciamo un esercizio di immaginazione. Immaginiamo un’arma italiana dotata di un selettore magico: se davanti ha un bambino, un disabile, una donna o un anziano, si disattiva. Se invece rileva un militante di Hamas, si attiva. Un’arma selettiva, etica, obbediente ai valori costituzionali. È chiaro: siamo nel campo della fantascienza. Anzi, del grottesco.

Perché non esistono armi “buone” in mano a eserciti che bombardano ospedali, scuole, campi profughi. Non esistono munizioni etiche quando servono a tenere in funzione l’ingranaggio di una macchina militare che ha già ucciso oltre 55.000 persone, in gran parte civili. Non esistono componenti “innocui” se finiscono negli elicotteri, nei droni o nei carri armati di chi ha trasformato Gaza in un cimitero a cielo aperto.

E non esiste nessuna scusa tecnocratica che possa giustificare una tale complicità. Dire che “quelle armi non colpiscono civili” è una menzogna oscena, paragonabile a chi, davanti ad Auschwitz, si preoccupava della qualità del carbone usato nei forni.

Il silenzio della Meloni? Tutto tiene

Il silenzio di Giorgia Meloni, come ho già scritto nel mio precedente articolo “Il panico morale e il genocidio in diretta”, non è solo vile. È strategico. Non è semplice ossequio verso Donald Trump. È allineamento strutturale a un’ideologia di guerra permanente, dove il diritto internazionale vale solo per gli sconfitti e le vittime sono divise in “degne” e “non degne” di lutto.

Oggi sappiamo anche perché tace: non solo per non disturbare il suo nuovo “alleato” d’oltreoceano, ma perché in ballo c’è un flusso di affari bilaterale vergognoso. L’Italia non solo esporta, ma importa armi da Israele. E lo fa in misura crescente: nel 2024 le autorizzazioni sono più che raddoppiate rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 154 milioni di euro. Siamo passati dal settimo al secondo posto tra i clienti di Tel Aviv. Tutto questo mentre Israele pratica l’apartheid, la pulizia etnica e la fame come arma.

Dunque, mentre Gaza brucia, l’Italia compra e vende morte. E lo fa invocando “l’aderenza alla normativa europea e internazionale”. Ma che senso ha una norma che permette lo sterminio? Che valore ha una legge se non si accompagna alla giustizia? È l’ennesima forma di ipocrisia occidentale: ci si nasconde dietro i codici per coprire l’assenza totale di coscienza.

La responsabilità è politica, non tecnica

Non possiamo permettere che la questione venga relegata a un livello tecnico, da archivio ministeriale. Qui non stiamo parlando di cavilli burocratici, ma di etica pubblica, di valori costituzionali, di umanità. Se una fornitura militare, anche vecchia, contribuisce al genocidio di un popolo, va interrotta. Punto.

Il sottosegretario ha detto che “l’approccio italiano è particolarmente restrittivo”. È falso. È l’esatto contrario. Restrittivo sarebbe stato bloccare ogni tipo di transazione militare, sia in uscita che in entrata. Restrittivo sarebbe stato chiudere le collaborazioni accademiche con le università israeliane coinvolte nella ricerca bellica. Restrittivo sarebbe stato schierarsi apertamente per l’embargo militare internazionale nei confronti di Israele, come richiesto da centinaia di organizzazioni per i diritti umani.

Non nel mio nome
Chi finanzia la morte non è neutrale. Chi tace davanti a un crimine, lo favorisce. Chi fa affari con un governo etno-teocratico che predica la “depopolazione” di Gaza è un complice. Non servono giri di parole.

A nome di tanti cittadini italiani che non si riconoscono in questa vergogna, lo dico chiaramente: non nel mio nome.

Non voglio che le mie tasse servano a finanziare il genocidio. Non voglio che il mio Paese sia complice dell’apartheid. Non voglio che l’Italia sia corresponsabile dello sterminio di un popolo.

Se la democrazia ha ancora un senso, deve cominciare da qui: dal rifiuto radicale di ogni complicità, dalla costruzione di una coscienza pubblica che dica basta alla menzogna, alla violenza e alla diplomazia dei cadaveri.

È il momento di scegliere da che parte stare. Davvero.

Mario Sommella è attivista, scrittore e coordinatore responsabile delle politiche sociali e disabilità di Azione Civile. Da anni si occupa di giustizia sociale, diritti civili, comunicazione politica e Palestina.

“Sicurezza negata, profitto garantito: l’Italia e la strage silenziosa dei lavoratori”

C’è una guerra che non fa rumore, ma ogni giorno fa vittime. Non si combatte con carri armati o droni, non occupa le prime pagine dei giornali, non provoca indignazione internazionale. Eppure, ha già ucciso più di 15.000 persone negli ultimi dieci anni. È la guerra del profitto contro la vita. È la strage quotidiana dei lavoratori italiani.

La chiamano “morte bianca” come fosse un destino naturale, un incidente sfortunato, una tragica fatalità. Ma non c’è nulla di naturale nello schiacciamento di un operaio sotto un macchinario non a norma, nulla di sfortunato nel volo da un’impalcatura senza protezioni, nulla di accidentale nell’avvelenamento per esposizione a sostanze tossiche.
C’è invece una responsabilità sistemica, diffusa, precisa. E soprattutto impunita.

Uccidere un lavoratore, oggi in Italia, è il crimine più conveniente: non paga nessuno. Secondo l’INAIL, nel solo 2023 sono state denunciate 1.041 morti sul lavoro, quasi tre al giorno. Ma il dato più inquietante è che oltre il 90% dei casi giudiziari si conclude con archiviazioni, patteggiamenti simbolici o assoluzioni. In Toscana, i padroni dell’azienda dove morì Luana D’Orazio – ventidue anni, stritolata da un orditoio manomesso – hanno patteggiato pochi mesi, pena sospesa. In Veneto, pochi giorni fa, un altro operaio ha perso la vita in circostanze simili. Chi pagherà? Nessuno, di nuovo.

Questa impunità non è una stortura del sistema. È il sistema. Un sistema produttivo che trova più conveniente risparmiare sulla sicurezza che investire sulla vita. Un capitalismo senza freni che premia la violazione delle norme e penalizza chi le rispetta. Un apparato statale che dovrebbe vigilare, sanzionare, prevenire… ma che invece latita, o peggio: agevola.

Giorgia Meloni lo ha detto con chiarezza nel suo discorso di insediamento: “Non disturberemo il fare”. Un programma politico tradotto in atti concreti: repressione per i poveri, deregolamentazione per i padroni. Mentre si varano decreti sicurezza che colpiscono il dissenso e le libertà civili, si stanziano 600 milioni di euro per incentivare le imprese a fare quello che dovrebbero già fare per legge: proteggere i propri lavoratori.

E mentre si lesina su ispettori del lavoro, prevenzione e controlli, lo stesso governo trova senza esitazione oltre un miliardo di euro per finanziare un’operazione tanto cinica quanto inutile: la deportazione degli immigrati in Albania.
Un provvedimento dispendioso, inefficace e indegno, con cui si sottraggono risorse che avrebbero potuto essere destinate alla sicurezza nei cantieri, nelle fabbriche, nei magazzini. Invece di salvare vite, si finanziano campagne elettorali giocate sulla pelle degli ultimi.

Il governo ignora ostinatamente il progetto di legge presentato da diversi parlamentari per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro, che punirebbe con pene adeguate le responsabilità gravi in caso di decessi causati da violazioni delle norme di sicurezza. Il ministro Nordio lo ha respinto con cieca ideologia liberista. Nessuna procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, nessun rafforzamento degli organi ispettivi, nessuna volontà reale di colpire i responsabili.

Il sistema si regge su una verità brutale: la vita del lavoratore vale meno del profitto del datore. E a questo sistema partecipano tutti: i governi che smantellano il diritto del lavoro, i sindacati concertativi che rinunciano al conflitto, i media che normalizzano le morti come “cronaca”, invece di chiamarle con il loro nome: omicidi industriali.

La precarizzazione selvaggia del lavoro, la liberalizzazione degli appalti, le riforme che hanno smantellato l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, sono leggi criminali che alimentano la mattanza. È da lì che bisogna partire: invertendo il senso di marcia.

Servono:
• migliaia di ispettori del lavoro, dotati di poteri reali e indipendenza;
• controlli a sorpresa, frequenti e incisivi;
• pene severe, senza possibilità di patteggiamento per omicidi sul lavoro;
• un fondo nazionale per la sicurezza finanziato con i profitti delle imprese recidive;
• il ripristino delle tutele sostanziali per i lavoratori precari e a tempo determinato;
• una procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, come quella antimafia.

Ma soprattutto serve un cambiamento culturale e politico. Un sindacalismo conflittuale, non concertativo, che fermi la produzione quando la salute è a rischio. Una sinistra che non parli solo di transizione ecologica, ma di giustizia sociale nei luoghi di lavoro. Un popolo che non si abitui alla strage.

Se non ora, quando?
Quanti altri morti servono prima che la politica smetta di fare da megafono ai padroni e si assuma le sue responsabilità? Quante vite sacrificate sull’altare del PIL, prima che qualcuno dica: basta?

Non bastano le lacrime né i minuti di silenzio. Serve lotta. Serve giustizia.
Serve soprattutto partecipazione attiva e consapevole.

L’8 e 9 giugno 2025, ogni cittadino italiano ha uno strumento potente nelle proprie mani: il voto referendario.
Non sprechiamolo. È fondamentale recarsi alle urne, partecipare in massa e raggiungere il quorum per invertire la rotta.

Votiamo SÌ ai quattro referendum sul lavoro, per:
• ripristinare l’articolo 18 e la tutela reale contro i licenziamenti illegittimi,
• cancellare i voucher che legalizzano il lavoro grigio,
• abolire l’abuso degli appalti a cascata,
• contrastare la precarizzazione strutturale dell’occupazione.

E votiamo SÌ anche al quinto quesito, per concedere la cittadinanza a chi nasce e cresce in Italia, rompendo il muro dell’esclusione e della discriminazione.

Solo così potremo iniziare a ricostruire una Repubblica fondata non solo sul lavoro, ma anche sulla dignità e sulla vita di chi lavora.

Non è una battaglia tecnica, è una battaglia morale.
È tempo di scegliere da che parte stare.

“Lotta di classe dall’alto: la disfatta delle sinistre, l’avanzata delle destre, il sangue degli ultimi”

“Certo che c’è una lotta di classe. Ma è la mia classe, quella dei ricchi, che la sta facendo. E stiamo vincendo.”
Così parlava Warren Buffett, il miliardario gentile. Non un rivoluzionario in incognito, ma uno dei simboli dell’1% globale. Una confessione che pesa più di mille analisi accademiche: la lotta di classe non è scomparsa, ha solo cambiato direzione. È diventata unilaterale, verticale, silenziosa ma spietata. Si combatte dall’alto verso il basso. E chi la subisce non ha più strumenti né rappresentanza per reagire.

La sinistra, un tempo baluardo dei diritti sociali, si è arresa senza combattere. Ha smesso di essere opposizione per diventare garanzia di sistema. Dal Partito Democratico americano ai suoi cloni europei, compreso l’evanescente PD italiano, la “sinistra di governo” ha adottato la grammatica del neoliberismo, accettando le sue regole e tradendo le sue origini. La finanziarizzazione dell’economia, la deregulation, la precarizzazione del lavoro, il culto del mercato: tutto ciò che un tempo veniva combattuto oggi è amministrato con zelo da coloro che si definiscono progressisti.

Il risultato? Milioni di persone tradite, impoverite, disilluse. Una massa disorganizzata, senza più voce né tutela, che ha smesso di credere nella democrazia rappresentativa. E come ogni vuoto politico e culturale, anche questo è stato colmato: non da movimenti radicali o alternativi, ma dalla destra più estrema, reazionaria e autoritaria.
Negli Stati Uniti il trumpismo non è solo sopravvissuto: è tornato al potere, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca. Ma oggi è ancora più determinato, più radicale, più organizzato. Dietro la retorica populista si nasconde un progetto sistemico di smantellamento delle istituzioni democratiche, di repressione interna e di ritorno a un suprematismo bianco che divide la società, rafforza le élite economiche e alimenta il mito del nemico interno ed esterno.
In Europa, da Le Pen a Orbán, da Meloni a Vox, le destre marciano. E in Italia, per la prima volta dalla fine del fascismo, governa una destra-destra, xenofoba e autoritaria, che riscrive la storia, reprime la dissidenza e svende diritti in nome dell’ordine.

La deriva è globale. E il sintomo più feroce di questa barbarie sistemica è la Palestina. Lì, in quella terra martoriata, la violenza non è solo militare: è economica, coloniale, razziale. È la manifestazione più cruda di un potere che non conosce limiti, che distrugge per profitto e si legittima attraverso una propaganda ipnotica.
Il governo sionista israeliano agisce come un regime suprematista etnico, fondato su una visione teocratica del potere e sulla convinzione della superiorità del “popolo eletto”. Non solo commette un genocidio, ma mette in atto un apartheid sistemico, pianificato, volto a cancellare l’identità, la storia e l’esistenza stessa del popolo palestinese. E l’Occidente, che predica diritti e democrazia, guarda, tace o applaude. Complici le sinistre addomesticate, prigioniere del ricatto atlantista.

E allora sì, ha ragione Bernie Sanders: tutto ciò che ci dicevano fosse il comunismo — la perdita del potere politico, dei beni, della dignità — ce lo ha inflitto il capitalismo stesso. Il volto attuale del capitalismo non è quello delle fabbriche, ma dei fondi speculativi. Non crea ricchezza: la concentra. Non eleva: sotterra. Non libera: opprime. Accumula nelle mani di pochi e distrugge le vite dei molti. Svuota le parole, sbriciola le conquiste sociali, trasforma la guerra in business e la miseria in colpa individuale.

Lottare oggi significa disertare il linguaggio del potere, denunciare le sue menzogne, e unirsi a chi resiste — da Gaza a Napoli, da Chicago a Parigi. Serve una nuova internazionalità della rabbia, una nuova alleanza tra oppressi. Perché se la lotta di classe continua, è tempo di invertire la direzione del fuoco.

Boicottare il voto è un atto antidemocratico: la sovranità popolare non si tocca, non si diserta

Che questo governo fosse antidemocratico e reazionario lo si sapeva sin dal suo insediamento. Ma ora, con l’invito ufficiale da parte dei principali partiti di maggioranza a disertare le urne in occasione dei referendum su lavoro e cittadinanza dell’8 e 9 giugno, si tocca una nuova soglia: quella dell’attacco diretto alla sovranità popolare.

Antonio Tajani, ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia, ha dichiarato esplicitamente che la linea del partito è quella di non votare. Un messaggio subito raccolto anche da Fratelli d’Italia e Lega. E poco importa se questa posizione, sul piano strettamente costituzionale, è legittima: sul piano politico e morale è profondamente antidemocratica. Perché scoraggiare la partecipazione, nel tentativo di far fallire il raggiungimento del quorum, significa sabotare l’unico strumento diretto di democrazia popolare previsto dalla nostra Carta: il referendum abrogativo.

È una pratica antica e subdola, già utilizzata in passato contro consultazioni scomode. Una strategia che mira a impedire non solo la vittoria del “sì” o del “no”, ma il voto stesso. Si cancella il conflitto, si disinnesca la scelta, si svuota il diritto. Ed è questa la vera posta in gioco: non solo l’abrogazione del Jobs Act, non solo la riforma dei contratti a termine o la responsabilità negli appalti, ma la possibilità concreta per i cittadini di decidere, di contare, di esprimersi liberamente.

C’è, tuttavia, un’ipocrisia che non possiamo ignorare. Quando, nel settembre 2022, questo stesso governo si presentava agli elettori con un appello enfatico alla partecipazione, lo faceva in nome della libertà e della sovranità del popolo. Allora il voto era “sacro”, “fondamentale”, “strumento della democrazia”. Oggi, di fronte a una chiamata alle urne che riguarda temi cruciali per i lavoratori, i migranti, i giovani e i precari, il voto diventa un fastidio, un ostacolo, qualcosa da boicottare.

Questa doppia morale non è solo contraddittoria. È la prova evidente che il governo teme l’espressione del popolo.
Teme che milioni di cittadini possano esprimersi autonomamente, fuori dai suoi schemi di controllo e propaganda.
Teme un segnale politico chiaro, anche se il referendum formalmente non lo riguarda direttamente.
Teme, in sintesi, la democrazia attiva, quella vera, fatta di partecipazione e conflitto.

Il boicottaggio, dunque, non è solo un espediente tattico per impedire il quorum. È un’ammissione di debolezza politica, la paura malcelata di chi sa di aver perso consenso, di chi governa per inerzia, con incompetenza, di chi – in fondo – si comporta come uno “scappato di casa” che occupa il potere senza averne la legittimazione profonda. Ed è proprio per questo che oggi non possiamo restare fermi. Perché se accettiamo che il voto venga svuotato di significato, allora stiamo spogliando la nostra democrazia dell’unico strumento diretto che ancora ci appartiene.

Nel frattempo, i grandi media – gli stessi che ogni giorno dedicano intere trasmissioni alle beghe interne del potere – tacciono. A un mese dal voto, i cinque quesiti referendari sono completamente oscurati. Nessuna informazione, nessuna analisi, nessuna educazione civica. È un silenzio assordante, che ha un solo scopo: l’indifferenza. Perché senza informazione non c’è consapevolezza, e senza consapevolezza non c’è partecipazione.

E allora è qui che entra in gioco la nostra responsabilità. Occorre rilanciare la mobilitazione, fare appello alla dignità e al senso civico dei cittadini. Non importa se si è d’accordo o meno con i quesiti: votare è un diritto, ma soprattutto è un dovere democratico. È una presa di posizione contro chi vuole ridurre la democrazia a un rituale vuoto. È una risposta collettiva contro chi trasforma il Parlamento in un monologo e la Repubblica in una proprietà privata.

Se oggi restiamo a casa, domani potrebbero toglierci anche questa possibilità. E allora, quando lo strumento referendario sarà svuotato per sempre, dovremo fare i conti con la nostra complicità e la nostra inerzia.

Per questo, l’invito delle destre a non votare è molto più che una mossa tattica. È un’ulteriore conferma della deriva autoritaria in atto. Ed è per questo che, al di là delle bandiere, delle sigle, delle divisioni autoreferenziali e dei posizionamenti tattici, bisogna rilanciare un fronte comune di resistenza democratica. Un’alleanza sociale e politica, ampia e determinata, che unisca tutte le forze progressiste, laiche, cattoliche, civiche e sindacali. Non per un nostalgico ritorno al passato, ma per arginare un presente che somiglia sempre di più a un futuro distopico.

In molte nazioni europee la destra è già riuscita, una volta al potere, a restringere le libertà civili e costituzionali. Purtroppo questo sta avvenendo ora in Italia. Difendiamo il referendum. Difendiamo la democrazia.
un passa parola assordante,l’8 e il 9 giugno  Andiamo a votare!

Il veleno dell’odio e la dignità della verità: il caso di Taverna Santa Chiara e la repressione del dissenso filopalestinese

L’episodio accaduto il 3 maggio presso la Taverna Santa Chiara non è un semplice caso di tensione tra cliente e gestori. È, piuttosto, un termometro impietoso di un clima culturale avvelenato, nel quale il diritto alla parola, alla solidarietà e alla coscienza civile rischia di trasformarsi in un crimine. A essere colpita, in questo caso, è stata una realtà ristorativa e sociale che ha avuto l’unico “torto” di prendere pubblicamente posizione contro il genocidio in corso a Gaza, aderendo alla campagna internazionale per gli Spazi Liberi dall’apartheid israeliano. Il risultato? Una campagna d’odio organizzata, minacce di stupro e violenza fisica, diffamazioni pubbliche e intimidazioni che ricordano inquietantemente i metodi delle squadracce. Ma chi sono i veri violenti in questa vicenda?

Dal diritto all’indignazione alla criminalizzazione della solidarietà
Chi ha seguito la vicenda sa che tutto è iniziato quando una turista, dopo aver pranzato tranquillamente nel locale, ha iniziato a manifestare ad alta voce il proprio sostegno al governo israeliano e alle sue azioni contro il popolo palestinese. Una provocazione verbale che si è trasformata, nel momento in cui i gestori hanno ribadito — con lucidità e coscienza civile — la loro opposizione a un crimine contro l’umanità come il genocidio in atto. A quel punto, la turista ha accusato i presenti di antisemitismo, ha ripreso i lavoratori e i clienti senza alcun consenso — incluso un minore — e ha pubblicato i video sulla rete, accompagnandoli con accuse infamanti e bugie, scatenando un linciaggio mediatico.

La reazione, se non fosse tragica, sarebbe grottesca: minacce di spedizioni punitive, intimidazioni telefoniche, messaggi carichi di odio, auspici di stupro. Tutto questo per aver pronunciato una verità ormai conclamata da numerose organizzazioni internazionali, accademici, giuristi, testimoni: quello che Israele sta facendo a Gaza è un genocidio. E chi lo nega o lo giustifica è moralmente e storicamente complice.

Genocidio in diretta, ma censurato

Secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità di Gaza, più di 54.000 palestinesi sono stati uccisi in pochi mesi, la metà dei quali bambini. Ogni 15 minuti un bambino muore. Le infrastrutture sanitarie sono state distrutte, l’accesso all’acqua e al cibo è stato deliberatamente ostacolato, centinaia di migliaia di sfollati vivono senza riparo né cure. Tutto questo è stato documentato da agenzie umanitarie, medici sul campo, giornalisti indipendenti. Ma a nulla valgono i numeri se la propaganda riesce a rovesciare la realtà: il popolo che resiste viene accusato di terrorismo, quello che bombarda ospedali viene definito “difensore della democrazia”.

In questo contesto, chi osa anche solo nominare la parola “Palestina” senza associarla alla parola “terrorismo” diventa un bersaglio. Come lo è diventato il personale della Taverna Santa Chiara. La loro unica colpa? Aver detto la verità. E, soprattutto, averlo fatto in un Paese dove la stampa e la politica — salvo rare eccezioni — hanno smesso da tempo di raccontare i fatti, preferendo ripetere acriticamente le veline dell’ambasciata israeliana.

Un clima da caccia alle streghe

La reazione scatenata contro il locale è un segnale preciso: il dissenso va messo a tacere. E se non bastano le campagne denigratorie online, allora si passa all’intimidazione fisica, alle minacce sessuali, alla distruzione morale. Non è solo una questione di solidarietà alla Palestina. È, più in generale, la dimostrazione che nel nostro tempo dire la verità è diventato un atto rivoluzionario, come ammoniva George Orwell. E chi si permette di farlo in un clima ideologico costruito sulla censura, sulla menzogna e sulla criminalizzazione della resistenza, viene trattato da criminale.

Ma c’è di più. Ciò che emerge è un razzismo nuovo e antico allo stesso tempo: un razzismo antipalestinese, che permette di disumanizzare un intero popolo, ridurlo a “terroristi”, e legittimare il loro sterminio. Un razzismo che si nasconde dietro accuse infondate di antisemitismo, svuotando di significato l’autentica lotta contro l’odio verso gli ebrei per trasformarla in uno scudo ideologico a difesa dell’apartheid e del colonialismo.

Una questione di civiltà, non di schieramenti

Chi oggi si schiera dalla parte della Palestina non difende un partito o un movimento. Difende un principio di civiltà: il diritto di un popolo a non essere sterminato, a non essere deportato  dalla propria terra, a non essere considerato una “razza inferiore”. Difende l’idea che nessun crimine possa essere giustificato, neanche quando a commetterlo è uno Stato “alleato” dell’Occidente. Difende la verità contro la menzogna, la dignità contro il cinismo.

Conclusione: restare umani, costi quel che costi

Il caso della Taverna Santa Chiara non deve rimanere un episodio isolato da relegare alle cronache locali. Deve diventare un simbolo di resistenza civile. Perché se oggi si colpisce un piccolo ristorante che ha avuto il coraggio di esprimere un pensiero libero, domani chi sarà il prossimo? I docenti che parlano di Palestina a scuola? I giornalisti indipendenti? I cittadini che manifestano?

In un’epoca in cui il genocidio viene trasmesso in diretta ma rimosso dalla coscienza collettiva, l’indifferenza è complicità. E il silenzio è un crimine.

A chi oggi minaccia e diffama, noi rispondiamo con una sola parola: non vi temiamo. E a chi ancora non ha preso posizione, ricordiamo le parole di Desmond Tutu: “Se sei neutrale in situazioni di ingiustizia, hai scelto la parte dell’oppressore.”