Tecnocrazia e immortalità: la sinistra ha perso la terra sotto i piedi

Nel dialogo filosofico-immaginifico tra Putin e Xi Jinping sull’immortalità, come lo racconta Sergio Labate nel suo brillante articolo, non c’è solo l’eco di una battuta platonica. C’è la spia inquietante di una civiltà che, nel declino dell’Occidente, cerca nuove fondamenta non nella giustizia, non nell’uguaglianza, ma nel controllo assoluto della vita. E forse, persino della morte. È qui che la riflessione si fa urgente, e politica.

Labate ha il merito di cogliere il nodo: l’ossessione tecnocratica per l’immortalità non è una devianza dei tiranni, ma un’epifania del potere nella sua forma più perversa. È l’ultimo stadio del dominio: non accontentarsi più del controllo sulla vita sociale, ma pretendere la sovranità sulla vita biologica. E, per quanto possa sembrare paradossale, l’immortalità come progetto politico è la negazione definitiva della democrazia.

Perché? Perché, come giustamente osserva Labate, la morte è l’unica livella, per dirla con Totò. L’ultima garanzia di uguaglianza, anche se drammatica. Chi vuole abolirla – e ha i mezzi per tentare di farlo – non sta solo sognando un futuro post-umano, ma sta già oggi consolidando un privilegio di casta, di classe, di potere. L’immortalità è, prima di tutto, un’esclusiva: non è il futuro dell’umanità, è l’arroganza dei pochi che pensano di vivere per sempre sulle spalle di molti che non vivono nemmeno abbastanza.

Ed è qui che il discorso tocca la sinistra. Una sinistra che, troppo spesso, si è fatta sedurre dalle mitologie della tecnica, abbandonando il suo compito originario: emancipare i corpi, non potenziarli; liberare le vite, non renderle infinite. Una sinistra che, dimentica del suo mandato storico, si accoda al culto della potenza, smarrendo il senso della giustizia.

Labate è lucido: non basta criticare l’Occidente per sentirsi dalla parte giusta. Il rischio è che, nella foga di abbattere l’impero decadente, si finisca per celebrare gli autocrati del nuovo ordine mondiale. Ma cosa hanno da offrire, questi “novelli re” che promettono la vita eterna ai ricchi e la guerra ai poveri? Dove sta il progetto alternativo? Dov’è la pace? Dov’è la redistribuzione? Dov’è la democrazia?

La Cina e la Russia non mettono in discussione il capitalismo, ma lo riorganizzano secondo modelli autoritari e tecnocratici. Non contestano la guerra, ma la gestiscono con razionalità glaciale. Non credono nella democrazia, ma nell’efficienza del comando. E nel frattempo, noi – noi che dovremmo essere la sinistra – ci accontentiamo di tifare per “chi si oppone all’Occidente”, senza domandarci cosa propone in cambio. Come se la critica fosse già una politica. Come se l’opposizione fosse già rivoluzione.

Ecco allora la posta in gioco: ritrovare un pensiero radicale, che non si limiti a sostituire un polo imperiale con un altro, ma che immagini davvero un’alternativa. Una sinistra che non sogni l’immortalità dei potenti, ma la felicità dei viventi. Una sinistra che, come dice Labate, torni ad avere il coraggio e la presunzione di voler “abolire la povertà”, non la morte.

Ed è proprio su questa frase – la più importante di tutto il pezzo – che vale la pena insistere. L’abolizione della povertà non è un’utopia più modesta dell’abolizione della morte. È un’utopia più giusta. Perché riguarda tutti, e non solo chi può pagarsi un cuore artificiale. Perché tocca la qualità della vita, non la sua durata. Perché è un progetto politico, non un delirio aristocratico. E perché è possibile: la ricchezza mondiale basterebbe, oggi, a sradicare la fame e la miseria da ogni angolo del pianeta. Se non lo si fa, non è per mancanza di mezzi, ma per mancanza di volontà. E di giustizia.

Il futuro della sinistra, allora, non sta né a Ovest né a Est. Sta nel tornare a pensare la libertà non come prestazione o durata, ma come condizione collettiva. Sta nel liberarsi sia dall’americanismo decadente sia dal tecnonichilismo autocratico. Sta nel dire che non ci interessa vivere 150 anni in un mondo ingiusto, ma vivere bene – insieme – per quanto il nostro corpo fragile ci consente.

Perché il vero scandalo politico non è morire. È vivere male, sotto il giogo dell’ingiustizia. È nascere in una periferia senza sanità, crescere senza scuola, invecchiare senza cure. È vedere la morte distribuita secondo il PIL, i vaccini secondo le borse, la speranza secondo il capitale.

Allora sì, aboliamo qualcosa. Ma non la morte: aboliamo la sua distribuzione diseguale. Aboliamo la povertà, la fame, la disuguaglianza. Aboliamo la condanna a una vita breve per chi non può permettersela lunga. E facciamolo con una sinistra che torni ad essere radicale, umana, e terrena. Profondamente terrena. Perché è qui che si gioca la vera immortalità: nella memoria di ciò che abbiamo fatto per gli altri. Non nel numero degli anni vissuti.

Fonte dell’articolo citato: Sergio Labate, La sinistra e l’immortalità, pubblicato su Volere la luna, 9 settembre 2025.
Link diretto all’articolo: https://volerelaluna.it

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