Da Cambridge Analytica al gas liquefatto, dalle armi al clima fino al cloud: perché la debolezza europea non è soltanto una disgrazia storica, ma un mercato con dei beneficiari precisi
1. Una domanda che quasi nessuno fa
Questo articolo nasce da una risposta che avrei dovuto dare e non ho dato. Su X, Luca Bottura ha scritto che «la Russia ha devastato l’Europa favorendo la Brexit», collocando quella presunta azione dentro una strategia complessiva di destabilizzazione del continente. Ho letto quella frase, ho pensato che meritasse una replica, e poi ho lasciato perdere, come si fa quasi sempre con le discussioni sui social. Ho fatto male. Non per Bottura, che è un polemista bravo e che stimo. Per la frase.
Perché quella frase non è un’opinione isolata. È il senso comune di un pezzo enorme di opinione pubblica progressista europea. Ogni volta che si parla della crisi del continente, il dito si alza sempre nella stessa direzione. Mosca. È diventato un riflesso, quasi una liturgia laica. E contiene un errore che non è di fatto, ma di metodo.
Nessuno qui nega che esistano interferenze russe. Esistono, sono documentate in più occasioni, vanno studiate e denunciate come qualunque altra ingerenza straniera. Il problema nasce quando una spiegazione smette di essere una pista e diventa una scorciatoia. Quando serve non a capire, ma a evitare di capire.
Perché c’è una domanda che dovremmo porci prima di ogni altra, ed è la domanda più antica dell’inchiesta politica: a chi giova. Non nel senso vago del sospetto, ma nel senso contabile del termine. Chi ha guadagnato, in euro, in dollari, in quote di mercato, da un’Europa frammentata, energeticamente scoperta, militarmente dipendente e tecnologicamente subalterna?
La risposta a questa domanda non porta a Mosca. Porta a Washington. E il percorso comincia in un posto che credevamo di avere già archiviato.
2. Il laboratorio americano
Cambridge Analytica non nasce in Russia. Andrebbe ripetuto ogni volta che qualcuno costruisce il racconto della manipolazione digitale come un’aggressione venuta da fuori.
Nasce dentro l’ecosistema anglo-americano, collegata al gruppo SCL, e trova nel miliardario Robert Mercer, tra i principali finanziatori della destra statunitense, uno dei suoi sostenitori decisivi. È lì che capitale privato, politica conservatrice, scienza comportamentale e tecnologia digitale si incontrano e cominciano a produrre qualcosa di nuovo.
Quando ho lavorato a Cyberfascismo, anatomia di un dominio invisibile, a quella vicenda avevo dedicato un’analisi lunga. Non perché fosse uno scandalo interessante, ma perché dentro quello scandalo si vedeva già la forma di una mutazione del potere.
Il potere politico tradizionale cercava di convincere il cittadino: il comizio, il manifesto, il giornale, la televisione. Il potere digitale può fare qualcosa di diverso e di più profondo. Può osservare, raccogliere, classificare, profilare, prevedere. E poi provare a persuadere ciascuno in modo diverso da tutti gli altri.
Il dato personale diventa materia prima. La materia prima diventa profilo. Il profilo diventa previsione. La previsione diventa bersaglio. E il bersaglio riceve un messaggio costruito su misura per le sue fragilità.
È questo il dominio invisibile. Non quello che ordina, ma quello che persuade. Non quello che censura, ma quello che seleziona ciò che vediamo. Non quello che ci impedisce di scegliere, ma quello che lavora sulle condizioni in cui la nostra scelta maturerà.
3. Trump, ovvero l’ingegneria del consenso
Nel 2016 quel laboratorio entra in una campagna presidenziale americana. Qui però bisogna essere precisi, perché la precisione è l’unica cosa che distingue un’inchiesta da una leggenda.
Cambridge Analytica non fu una società onnipotente che da sola decise l’esito del voto. La macchina della campagna Trump era molto più ampia e comprendeva il Republican National Committee e altri fornitori di analisi. La ricostruzione più documentata, quella pubblicata da WIRED, descrive un ruolo concreto ma circoscritto: personale della società inserito nella campagna, analisi dei dati, strumenti di targeting degli elettori, e un compenso complessivo intorno ai 5,9 milioni di dollari.
Questa distinzione conta. Non abbiamo bisogno di attribuire poteri miracolosi a una società di consulenza. Ci basta capire che cosa entrò, in quel momento, nella politica occidentale: un’industria della conoscenza dell’elettore.
La domanda politica cambia natura. Non è più soltanto quale programma proporre agli elettori. Diventa quale messaggio proporre a ciascun elettore. La propaganda parlava a una collettività. Il microtargeting parla a segmenti sempre più piccoli, e la piattaforma consente di farlo su una scala che nessun apparato novecentesco avrebbe potuto sognare.
Il cittadino può vedere un messaggio che nessun altro vede. Può ricevere una versione della realtà diversa da quella del suo vicino di casa. E nessuno dei due può sapere che cosa è stato mostrato all’altro. La sfera pubblica, cioè il presupposto materiale della democrazia, comincia a frantumarsi.
4. La Brexit e la circolazione delle tecniche
Il Parlamento britannico ha esaminato a lungo l’intreccio tra Facebook, Cambridge Analytica, SCL e AggregateIQ nelle campagne politiche. AggregateIQ lavorò per Vote Leave e aveva già collaborato con SCL allo sviluppo di strumenti di gestione e analisi dei dati politici negli Stati Uniti.
Attenzione a quello che questo significa e a quello che non significa. Non significa che Cambridge Analytica abbia deciso la Brexit. Non significa che gli elettori britannici siano stati burattini. Significa che il referendum si svolse dentro un ambiente in cui le tecniche di analisi dei dati, segmentazione e comunicazione digitale sviluppate nel laboratorio americano erano già diventate parte ordinaria della competizione politica.
Non c’è una mano unica. C’è una circolazione: di strumenti, di persone, di competenze, di metodologie. E quella circolazione ha una direzione geografica precisa. Va da ovest a est, non da est a ovest.
Fin qui l’inchiesta sui dati. Ma i dati, da soli, non spiegano perché l’Europa sia oggi più debole, più povera di energia, più cara, più dipendente. Per capirlo bisogna smettere di parlare di algoritmi e cominciare a parlare di soldi.
5. Il gasdotto che nessuno ha rivendicato
Il 26 settembre 2022, sui fondali del Mar Baltico, saltano i gasdotti Nord Stream 1 e 2. In poche ore viene distrutta l’infrastruttura che aveva legato per decenni l’industria tedesca al gas russo a basso costo.
Quattro anni dopo, la ricostruzione ufficiale ha un volto. La Procura federale tedesca ha formalizzato nel luglio 2026 l’accusa contro il cittadino ucraino Serhij Kuznietsov, arrestato in Italia nell’agosto 2025 e successivamente estradato, ritenuto parte di un commando di sette persone che avrebbe raggiunto la zona con lo yacht Andromeda. Le accuse sono pesantissime: crimini di guerra, provocazione di esplosione, distruzione di opere. Nell’agosto 2026 un secondo sospettato, il subacqueo Volodymyr Zhuravlev, è stato arrestato a Pola, in Croazia, su mandato europeo. Secondo quanto riferito dall’agenzia France Presse citando fonti vicine all’inchiesta, i magistrati tedeschi ritengono che l’operazione sia stata commissionata dalle autorità ucraine. Non risultano, al momento, contestazioni penali formali nei confronti di esponenti del governo di Kiev.
Va detto con chiarezza, perché il rigore vale anche quando è scomodo: non esiste ad oggi alcuna prova giudiziaria di un coinvolgimento statunitense nel sabotaggio. Le ipotesi circolate in questi anni restano ipotesi, e come tali vanno trattate.
Ma c’è un elemento che nessuna sentenza potrà cancellare, ed è puramente contabile. Chiunque abbia collocato quelle cariche, il risultato economico è stato uno solo: la fine definitiva della possibilità, per l’Europa, di tornare al gas russo via tubo. E quel vuoto qualcuno lo ha riempito.
6. Cinque volte il prezzo
Veniamo al numero che sta all’origine di tutto il resto. Nell’aprile 2022 il Sole 24 Ore pubblicò un’analisi costruita solo su dati ufficiali, prendendo come riferimento il dicembre 2021, l’ultimo mese con elementi di comparazione sufficienti. Il risultato: un carico di GNL americano portato in rete in Europa costava circa 34,5 euro per megawattora, il gas dichiarato da Gazprom 22,6. Circa il cinquanta per cento in più. Ma chi non comprava direttamente dai produttori e si rivolgeva agli intermediari del commercio globale di gas liquefatto, i Shell, i Vitol, i Trafigura, poteva arrivare a pagare fino a cinque volte quello che avrebbe pagato con Gazprom.
Quel cinque volte non è uno slogan. È un dato pubblicato, con una metodologia dichiarata, riferito a un mese preciso e a una modalità precisa di acquisto. Va citato per quello che è, non gonfiato e non nascosto.
Poi è arrivata la sostituzione strutturale. E i numeri, oggi, sono questi. Le importazioni europee di GNL statunitense sono più che triplicate tra il 2021 e il 2025. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno fornito quasi il 58 per cento di tutto il GNL importato dall’Unione europea. Nel primo trimestre del 2026 hanno coperto il 63 per cento delle importazioni europee di gas liquefatto e il 29 per cento del totale delle importazioni di gas dell’Unione. L’Institute for Energy Economics and Financial Analysis prevede che nel 2026 gli Stati Uniti superino la Norvegia come primo fornitore di gas dell’Europa e che entro il 2028 possano arrivare all’ottanta per cento del GNL importato dall’Unione. La stessa analisi aggiunge, senza giri di parole, che in media il GNL americano è il più caro per gli acquirenti europei.
Nel frattempo la quota russa nelle importazioni europee di gas via tubo è crollata da circa il quaranta per cento del 2021 a circa il sei per cento del 2025.
Abbiamo sostituito una dipendenza con un’altra dipendenza. Solo che questa costa di più, ed è pagata in dollari.
7. Settecentocinquanta miliardi
Il 27 luglio 2025, in Scozia, l’Unione europea chiude con l’amministrazione Trump l’accordo commerciale che evita un’escalation tariffaria al trenta per cento. Il prezzo di quell’accordo ha una cifra: l’impegno ad acquistare fino a 750 miliardi di dollari di prodotti energetici statunitensi entro il 2028, circa 250 miliardi l’anno, tra petrolio, gas liquefatto e prodotti nucleari. A questo si aggiungono 600 miliardi di investimenti europei negli Stati Uniti e 40 miliardi per l’acquisto di chip americani per l’intelligenza artificiale. Sul resto, una tariffa base del quindici per cento sulla gran parte delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti.
Il dettaglio che rende evidente la natura politica dell’operazione è la sproporzione. Nel 2024 l’Unione aveva importato dagli Stati Uniti energia per circa 77 miliardi di euro, poco più di un quinto delle sue importazioni energetiche complessive. Per rispettare l’impegno bisognerebbe triplicare quei volumi in tre anni, cosa che gli analisti considerano materialmente irrealizzabile, tra capacità di rigassificazione limitata in diversi Stati membri e concorrenza asiatica.
Quando un impegno è tecnicamente impossibile ma viene sottoscritto lo stesso, non è un contratto. È un atto di sottomissione negoziale. E ha un costo di opportunità che qualcuno ha quantificato: secondo l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis, quei 750 miliardi investiti in rinnovabili avrebbero permesso all’Unione di installare 321 gigawatt di solare, 151 di eolico offshore e 74 di eolico onshore. Un aumento del novanta per cento della capacità rinnovabile complessiva.
Cioè: l’indipendenza energetica. Che è esattamente ciò che quell’accordo rende più lontano.
8. Il cinque per cento, e chi lo incassa
All’Aia, il 24 e 25 giugno 2025, la NATO approva l’aumento della spesa dal due al cinque per cento del prodotto interno lordo entro il 2035. Almeno il 3,5 per cento per le esigenze militari centrali, fino all’1,5 per cento per infrastrutture critiche, reti, preparazione civile e base industriale della difesa. Tutti gli alleati tranne la Spagna, che ottiene un’esenzione. Verifica intermedia nel 2029. Trump lo definisce un traguardo storico e rivendica di averlo chiesto per anni.
Qui devo fare una correzione onesta a una cifra che circola molto negli ambienti in cui mi muovo, e che ho sentito ripetere anche da compagni che stimo: quella secondo cui tra il 65 e il 70 per cento di quella spesa finirebbe all’industria bellica americana. Quel numero, in quella forma, non è documentato. E non serve.
Quello che è documentato è più interessante. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, nel periodo 2020-2024 il 64 per cento delle importazioni di armamenti maggiori dei paesi europei della NATO è arrivato dagli Stati Uniti, contro il 52 per cento del quinquennio precedente. Nello stesso periodo le esportazioni militari americane verso l’Europa sono cresciute del 233 per cento e, per la prima volta in vent’anni, l’Europa è diventata il primo mercato di sbocco dell’industria bellica statunitense. Gli Stati Uniti detengono il 43 per cento delle esportazioni mondiali di armi. Alla fine del 2024 i paesi europei della NATO avevano 472 aerei da combattimento in ordine dagli Stati Uniti.
Un dato più recente racconta anche l’altra metà della storia. Nel rapporto SIPRI del marzo 2026, riferito al periodo 2021-2025, la quota statunitense scende al 58 per cento. E l’International Institute for Strategic Studies stima che, degli oltre 180 miliardi di dollari di contratti firmati dai paesi europei della NATO tra il febbraio 2022 e il settembre 2024, almeno il 52 per cento sia andato a sistemi europei e il 34 per cento a sistemi americani.
Le due misure non si contraddicono: una riguarda le importazioni di armamenti maggiori, l’altra il totale dei contratti, compreso ciò che l’Europa produce in casa. Ma insieme dicono una cosa che vale più di qualunque cifra gonfiata: il riarmo europeo trasferisce una quota enorme di ricchezza pubblica all’industria militare, e in modo strutturale una quota decisiva di quella ricchezza attraversa l’Atlantico. Ogni punto di prodotto interno lordo spostato sulla difesa è un punto sottratto alla sanità, alla scuola, alla non autosufficienza, ai salari. Questo lo sappiamo bene noi che ci occupiamo di persone abbandonate.
E c’è un dettaglio che nessuno vuole guardare in faccia: il cinque per cento non nasce dal calcolo di una minaccia. Nasce da una richiesta politica americana, ripetuta per anni, accolta da alleati che non avevano la forza contrattuale per discuterla.
9. Il clima come merce di scambio
Il 20 gennaio 2025, poche ore dopo l’insediamento, Trump firma il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi. Nel discorso inaugurale annuncia la fine del green new deal. Il ritiro diventa effettivo nel gennaio 2026: gli Stati Uniti si ritrovano fuori dall’accordo insieme a Iran, Libia e Yemen. La produzione americana di greggio tocca il record nel 2025 e le esportazioni di gas naturale sono avviate a raddoppiare entro fine decennio.
Questo non è soltanto negazionismo ideologico. È coerenza industriale. Un paese che ha costruito il proprio vantaggio competitivo sul fracking e che sta diventando il fornitore energetico dell’Europa ha un interesse materiale evidente a rallentare la decarbonizzazione del proprio mercato di sbocco.
E infatti l’operazione non si è fermata ai confini americani. La direttiva europea sulla dovuta diligenza delle imprese, la CSDDD, insieme alla direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità, è stata smantellata in modo sostanziale dal pacchetto Omnibus I, entrato in vigore il 18 marzo 2026. Il giorno stesso della presentazione della proposta, i presidenti delle commissioni finanziarie della Camera e del Senato statunitensi scrivevano al segretario al Tesoro Bessent e al direttore del National Economic Council Hassett indicando quelle direttive come barriere commerciali non economiche da colpire nei negoziati con l’Unione. L’amministratore delegato di ExxonMobil, Darren Woods, secondo la ricostruzione pubblicata da EU Perspectives, aveva personalmente sollecitato il presidente a usare i negoziati come leva. Nel dicembre 2025 l’ambasciatore statunitense presso l’Unione, Andrew Puzder, ha definito pubblicamente la CSDDD un suicidio economico per l’Europa.
Un’inchiesta della ONG Bloom, realizzata con Der Spiegel e Aftonbladet, ha ricostruito una strategia di pressione coordinata dall’industria fossile statunitense, con sostegno politico dell’amministrazione, arrivata fin dentro il Parlamento europeo.
Non è complottismo. Sono lettere firmate, dichiarazioni pubbliche di ambasciatori, atti parlamentari, condizioni inserite in un accordo commerciale. È lobbying di uno Stato sovrano sulla legislazione di un altro soggetto politico. Con un risultato: l’Europa ha indebolito le proprie regole ambientali mentre aumentava gli acquisti di combustibili fossili americani.
10. L’infrastruttura invisibile
Resta il quarto pilastro, quello di cui parlo da anni e che chiude il cerchio con Cambridge Analytica.
Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud controllano oltre il settanta per cento del mercato europeo del cloud. I fornitori europei si fermano intorno al quindici per cento. Significa che ospedali, amministrazioni pubbliche, banche, scuole, imprese europee funzionano su infrastrutture di proprietà americana, sottoposte alla giurisdizione americana. Un data center a Francoforte resta un data center di una società soggetta al CLOUD Act e alla sezione 702 del FISA.
La Commissione ha provato a reagire. Il 3 giugno 2026 ha adottato la proposta di Cloud and AI Development Act, che introduce quattro livelli di sovranità per gli appalti pubblici ed esclude di fatto gli operatori americani dai livelli più sensibili. La risposta della Computer and Communications Industry Association è stata immediata: una ricetta pericolosa per una chiusura progressiva del mercato.
La risposta politica era arrivata prima. Nel dicembre 2025 l’ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti ha accusato i regolatori europei di condurre una campagna discriminatoria di cause, tasse, multe e direttive contro i fornitori di servizi statunitensi, minacciando di usare ogni strumento a disposizione e nominando esplicitamente imprese europee, tra cui Spotify e DHL, come possibili bersagli di ritorsione. Trump aveva già paragonato il Digital Services Act a una tariffa e minacciato dazi contro chi lo applica.
Il punto non è tecnico. Uno Stato che minaccia sanzioni commerciali contro un continente perché quel continente prova a regolare le proprie infrastrutture informative sta rivendicando un diritto di veto sulla legislazione altrui. E qui l’inchiesta si chiude su sé stessa: l’infrastruttura attraverso cui si forma il consenso europeo è di proprietà di un altro Stato, che ha appena dichiarato di non tollerare che venga regolata.
11. Che cosa possiamo dire e che cosa no
Qui devo fermarmi e mettere un confine, perché senza confini l’inchiesta diventa mitologia.
Non esiste, sulla base delle fonti disponibili, la prova di un piano unico e coordinato in cui Cambridge Analytica, la campagna Trump, la Brexit, il sabotaggio del Nord Stream, la guerra in Ucraina e l’indebolimento dell’Unione europea siano stati progettati insieme da un unico centro. Affermarlo sarebbe falso, e sarebbe anche il modo migliore per rendere inattaccabile chi ha davvero delle responsabilità.
Ma sarebbe altrettanto falso, e molto più ingenuo, concludere che gli Stati Uniti non abbiano interessi strategici in Europa e non li perseguano. Le grandi potenze perseguono interessi. Non è complottismo: è geopolitica, ed è l’unica cosa che si insegna in tutte le scuole di relazioni internazionali del mondo.
Quello che possiamo affermare, perché è documentato riga per riga, è che negli ultimi quattro anni si è realizzata una convergenza di risultati straordinariamente coerente. L’Europa ha perso il gas a basso costo e lo ha sostituito con gas americano più caro, arrivando a coprirne quasi due terzi del fabbisogno di liquefatto. Ha sottoscritto un impegno d’acquisto energetico da 750 miliardi che gli analisti giudicano irrealizzabile. Ha accettato di portare la spesa militare al cinque per cento, alimentando un flusso di ordini in cui l’industria statunitense è di gran lunga il primo fornitore esterno. Ha indebolito le proprie regole ambientali sotto pressione documentata di Washington e delle multinazionali fossili. E continua a far girare le proprie amministrazioni pubbliche sull’infrastruttura digitale di tre società americane, che il governo americano difende con la minaccia di ritorsioni commerciali.
Non serve un complotto. Serve molto meno: serve una potenza che persegue i propri interessi e una classe dirigente europea che non ha né gli strumenti né la volontà politica di difendere i propri.
12. Chi paga davvero
Tutto questo, per come lo si racconta di solito, sembra una partita tra sigle. Ma dietro ogni percentuale ci sono persone, e vale la pena nominarle.
Nel 2025 i prezzi dell’elettricità per le industrie europee ad alta intensità energetica erano mediamente più del doppio rispetto a quelli statunitensi e circa il cinquanta per cento sopra i livelli cinesi. Il rapporto Draghi aveva già certificato che i prezzi del gas in Europa erano da tre a cinque volte quelli americani, contro un divario storico di due o tre volte. Quel differenziale non è un’astrazione. È un’acciaieria che chiude, una vetreria che si sposta in Louisiana, una filiera che sparisce, un capannone vuoto in una provincia italiana dove nessuno tornerà ad assumere.
È una bolletta che arriva a casa di una famiglia che deve scegliere se accendere il riscaldamento o comprare le medicine. È una persona non autosufficiente che aspetta un servizio domiciliare che non arriverà, perché la sanità pubblica è sotto finanziata mentre si trovano miliardi per il riarmo. È un caregiver che continua a non esistere per lo Stato. Sono le persone di cui mi occupo tutti i giorni, e che nessuno ha mai consultato su nessuna di queste decisioni.
L’articolo 11 della nostra Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa. L’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. Il combinato disposto di questi due articoli è oggi la misura esatta della distanza tra la Repubblica che abbiamo scritto e le scelte che stiamo eseguendo.
13. La domanda che continuiamo a non farci
Per questo la risposta a chi indica sempre Mosca non può essere semplicemente: non sono stati i russi. Sarebbe una risposta piccola, e per giunta sbagliata nel metodo, perché rimarrebbe dentro la stessa logica del capro espiatorio.
La risposta è più ambiziosa e più scomoda. Se vuoi capire la crisi europea, devi guardare a Cambridge Analytica e all’industria americana della persuasione. Devi guardare alla campagna Trump. Devi guardare a Facebook e all’infrastruttura che ha reso possibile la trasformazione del dato personale in arma politica. Devi guardare alla Brexit come laboratorio di quelle tecniche. E poi devi guardare al gas, alle armi, al clima e al cloud, cioè ai quattro canali attraverso cui la dipendenza europea si trasforma ogni giorno in profitto altrui.
Cambridge Analytica ci ha insegnato una cosa che va detta senza sconti. Il potere contemporaneo non ha dovuto rinunciare a niente di quello che possedeva prima. I giornali continua a possederli. Le televisioni continua a controllarle. Le radio, le agenzie, le concessionarie di pubblicità, i consigli di amministrazione degli editori: tutto è rimasto dov’era, nelle stesse mani o in mani molto simili. Semplicemente, a quell’arsenale novecentesco ha aggiunto un piano nuovo, e infinitamente più efficace.
Oggi possiede anche i dati. Possiede la rete su cui quei dati viaggiano e il cloud in cui vengono conservati. E soprattutto controlla l’algoritmo, cioè il meccanismo che decide che cosa vediamo, in quale ordine, quante volte e con quale accompagnamento emotivo. Non ha più nemmeno bisogno di censurare: gli basta far arrivare alcune opinioni milioni di volte e altre quasi mai. La vecchia egemonia sui mezzi di comunicazione e la nuova egemonia sulle infrastrutture digitali non si sono sostituite. Si sono sommate.
Il decennio successivo ci ha insegnato qualcosa di più duro: che quel potere ha anche un bilancio, e che il bilancio è in attivo. Un’Europa autonoma sarebbe un partner. Un’Europa dipendente è un cliente. Un’Europa frammentata è un cliente che non può nemmeno negoziare il prezzo.
Non abbiamo ancora tutte le risposte. Ma la domanda vale più di mille indignazioni: e se il problema dell’Europa non fosse soltanto chi vuole aggredirla dall’esterno, ma anche chi ha costruito un modello di affari sulla sua debolezza?
Finché continueremo a non farcela, quella domanda, saremo esattamente ciò che il dominio invisibile ha bisogno che siamo. Non un soggetto politico. Un mercato.
Fonti
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SIPRI, Trends in International Arms Transfers 2024, Fact Sheet, marzo 2025.
Defense News, US arms exports to Europe triple, boosted by Ukraine aid, 10 marzo 2025.
Defense News, European NATO nations reduce reliance on US arms imports, 9 marzo 2026.
NATO, Defence investment and NATO’s 5% commitment.
OSW Centre for Eastern Studies, NATO summit in The Hague, 26 giugno 2025.
Il Sole 24 Ore, analisi comparativa sui costi del GNL statunitense e del gas russo riferita a dicembre 2021, aprile 2022, ripresa in Perché acquistare il Gnl americano costa il 50% in più del gas russo.
IEEFA, Europe to source two-thirds of its LNG imports from US in 2026 as dependence deepens, 13 maggio 2026.
IEEFA, EU Gas Flows Tracker.
Consiglio dell’Unione europea, Where does the EU’s gas come from?, aggiornamento 11 luglio 2026.
ECCO, Europe’s deal with Trump risks undermining competitiveness and the transition, settembre 2025.
Commissione europea, EU-US trade deal explained, energy aspects, 29 luglio 2025.
Il Fatto Quotidiano, Sabotaggio Nord Stream, la Germania formalizza le accuse contro il sospettato ucraino, 1 luglio 2026.
Il Fatto Quotidiano, Nord Stream, per la Germania il sabotaggio fu commissionato dalle autorità ucraine, 2 luglio 2026.
ANSA, È un sub ucraino l’arrestato in Croazia per presunto sabotaggio a Nord Stream, 21 agosto 2026.
Center for American Progress, The Trump Administration’s Retreat From Global Climate Leadership, 21 gennaio 2025.
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ECCO, The Green Deal under attack: US influence and the struggle for European autonomy, 10 febbraio 2026.
Renewable Matter, US fossil fuel lobbyists infiltrate the EU Parliament to dismantle the Green Deal, 26 febbraio 2026.
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Fortune, The Trump administration says it could go after Spotify if Europe doesn’t back off American tech companies, 17 dicembre 2025.
The Irish Times, EU readies tougher tech enforcement in 2026 as Trump warns of retaliation, 5 gennaio 2026.
Confindustria, Energia per competere: prezzi, divari e autonomia strategica nell’Unione europea, luglio 2026.
Eunews, Rapporto Draghi: politiche settoriali, Energia, ottobre 2024.
Brittany Kaiser, Targeted: My Inside Story of Cambridge Analytica and How Trump, Brexit and Facebook Broke Democracy, HarperCollins, 2019.
Mario Sommella, Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile, autopubblicazione, 2026.
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