Millequattrocentotredici giorni. E quattro milioni di persone che rinunciano a curarsi

Il 4 settembre il governo Meloni diventa il più longevo della storia repubblicana. Nella stessa settimana il Senato riprende in mano la legge elettorale che quella durata dovrebbe rendere strutturale. Ma la stabilità non è stata la condizione per risolvere i problemi del Paese: è stata la condizione per non doverli risolvere.

1. Due numeri nella stessa settimana

Venerdì 4 settembre 2026 il governo guidato da Giorgia Meloni diventa il più longevo della storia repubblicana. Millequattrocentotredici giorni dal giuramento del 22 ottobre 2022, uno in più del secondo governo Berlusconi, che deteneva il primato dal 2005. È il sessantottesimo governo in diciannove legislature dal 1946. Fratelli d’Italia ha preparato una manifestazione a Bari per trasformare la ricorrenza in argomento elettorale: la durata come risultato politico da spendere.

Nella stessa settimana, il 9 settembre, la nuova legge elettorale approda in aula al Senato. Il voto è previsto per il 15. È la legge che dovrebbe rendere strutturale ciò che finora è stato un risultato: una maggioranza che non si rompe.

E nella stessa settimana, come in tutte le settimane che l’hanno preceduta, milioni di persone in questo Paese rinunciano a curarsi. L’Istat le ha contate: quattro milioni e mezzo nel 2023, il 7,6 per cento della popolazione, saliti l’anno successivo verso una persona su dieci. Il rapporto statistico nazionale 2026 di Caritas Italiana parla di 5,8 milioni di persone che almeno una volta hanno rinunciato a una visita specialistica o a un accertamento diagnostico pur avendone bisogno.

Non sono numeri astratti. Sono un nodulo che non viene controllato perché la prima data utile è tra undici mesi e il privato costa quanto una settimana di spesa. Sono una gastroscopia rinviata a data da destinarsi. Sono un dolore che si impara a sopportare, e che qualche volta diventa una diagnosi arrivata troppo tardi. Questa è la parola che manca in ogni celebrazione: tardi.

I due numeri non compaiono mai nella stessa pagina. Proviamo a metterceli, perché raccontano la stessa storia.

2. Che cosa chiamiamo stabilità

Da trent’anni la parola stabilità viene usata in Italia come se fosse un valore in sé, un bene pubblico che si aggiunge agli altri senza toglierne nessuno. Non è così. La stabilità di un governo non dice nulla sulla sua legittimità: dice soltanto quanto tempo passa prima che qualcuno riesca a sostituirlo. E il tempo che passa dipende da due cose molto diverse tra loro. Un governo può durare perché convince, cioè perché il consenso che lo sostiene si rinnova. Oppure può durare perché è stato reso difficile sostituirlo.

La differenza non è filosofica, è materiale. Un governo che dipende dal consenso deve continuamente rispondere: se taglia la sanità lo paga, se comprime i salari lo paga, se firma impegni militari che valgono decine di miliardi lo paga. Un governo che dipende soltanto da una maggioranza parlamentare costruita da una legge elettorale non deve rispondere a nessuno fino alla scadenza naturale della legislatura. Può fare esattamente ciò che il consenso non gli consentirebbe.

È questo il punto che nessuna festa di Bari affronterà. La longevità di questo governo non è la prova che il Paese sta bene. È la misura di quanto il Paese non riesca a incidere su ciò che gli viene fatto.

3. Vent’anni di leggi scritte da chi ne beneficia

Per capire come si sia arrivati fin qui bisogna guardare la sequenza, non il singolo episodio. Nel 2005 il Porcellum introduce liste bloccate e premio di maggioranza senza soglia minima. Chi lo scrisse lo definì lui stesso una porcata, e per otto anni i partiti che promettevano di cambiarlo non lo cambiarono, perché consentiva di nominare i parlamentari invece di farli eleggere. Nel gennaio 2014 la Corte costituzionale, con la sentenza numero 1, lo dichiara illegittimo proprio su quei due punti: un premio senza soglia distorce la rappresentanza, liste bloccate lunghe impediscono all’elettore di scegliere.

Nel 2017 arriva il Rosatellum, approvato in via definitiva il 26 ottobre, meno di cinque mesi prima del voto, con la fiducia posta dal governo. Mantiene le liste bloccate, elimina il voto disgiunto, premia chi si coalizza. Nel frattempo, con la sentenza 35 del 2017, la Consulta aveva censurato il ballottaggio dell’Italicum ma aveva lasciato in piedi l’idea di un premio di maggioranza assegnato a chi superi il quaranta per cento.

Da quel momento la giurisprudenza costituzionale smette di funzionare come argine e comincia a funzionare come manuale di progettazione. Si è imparato dove passa il confine, e si costruisce appena al di là. Non è un’illazione: è il modo più semplice per spiegare perché la nuova legge elettorale fissa la soglia del premio al quarantadue per cento, due punti sopra la soglia che la Corte non aveva censurato.

4. Lo Stabilicum, ovvero la maggioranza fabbricata

La legge che il Senato voterà il 15 settembre è stata ribattezzata Stabilicum. Il nome dice già tutto quello che c’è da sapere sul bene che promette. È stata approvata alla Camera il 16 luglio 2026 con 217 voti favorevoli, 152 contrari e due astenuti, a scrutinio segreto.

Il meccanismo è un proporzionale con premio: alla coalizione o alla lista che supera il quarantadue per cento vanno settanta seggi aggiuntivi alla Camera e trentacinque al Senato, entro un tetto complessivo. I collegi uninominali, cioè gli unici luoghi in cui un candidato ha ancora un rapporto diretto con un territorio, vengono quasi del tutto eliminati. Un emendamento di Forza Italia stabilisce che i voti delle liste coalizzate al di sotto del migliore dei perdenti non concorrano al calcolo del premio, il che scoraggia le liste piccole e spinge tutti dentro due blocchi. E al momento del deposito del contrassegno ogni lista o coalizione deve indicare, pena l’inammissibilità, il nome del proprio candidato alla presidenza del Consiglio.

Quest’ultimo punto merita attenzione, perché è il premierato che rientra dalla finestra dopo essere uscito dalla porta. Non si riesce a cambiare la Costituzione per far eleggere direttamente il capo del governo, e allora lo si ottiene con una legge ordinaria: il nome sulla scheda, la personalizzazione del voto, il Parlamento ridotto a corollario di una scelta già fatta altrove.

Poi c’è la questione delle preferenze, che è il punto più rivelatore di tutta la vicenda. Alla Camera l’emendamento che le reintroduceva è stato respinto per un solo voto, a scrutinio segreto, grazie a una ventina di franchi tiratori della stessa maggioranza. Al Senato lo scrutinio segreto non è previsto, e la maggioranza punta a reintrodurle proprio perché lì nessuno può nascondersi. Tradotto: sulla facoltà dei cittadini di scegliere il proprio parlamentare, una parte consistente degli eletti vota in un modo quando può farlo in segreto e in un altro quando è costretta a farlo alla luce del sole. Il termine per gli emendamenti scade il primo settembre. Ogni modifica imporrebbe una terza lettura alla Camera.

Vale la pena fermarsi un istante su questo dettaglio, perché è la fotografia più onesta dell’intero sistema. Il potere di scegliere chi ci rappresenta è stato deciso da parlamentari che non volevano essere visti mentre lo decidevano.

5. Il conto materiale di quasi quattro anni di durata

La stabilità, ci è stato ripetuto, è la premessa di ogni riforma seria: senza governi che durano non si può programmare nulla. Bene, i governi che durano ora ci sono. Vediamo che cosa hanno prodotto per chi vive del proprio lavoro o della propria pensione.

I salari. Secondo l’Employment Outlook 2026 dell’Ocse, nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani risultano inferiori del 6,1 per cento rispetto al primo trimestre del 2021. È il peggior risultato tra le grandi economie avanzate. Per il 2026 l’Ocse prevede un’ulteriore contrazione dello 0,9 per cento e per il 2027 un recupero dello 0,2. Nel frattempo l’occupazione tocca livelli record e la disoccupazione scende ai minimi storici. Non è un paradosso: è la descrizione di un Paese in cui si lavora di più e si compra di meno. Il lavoro c’è, ma non basta più a vivere.

La sanità. Il rapporto Ocse Profilo della sanità 2025 sull’Italia, presentato al Cnel nel maggio 2026, certifica che le liste d’attesa sono il principale ostacolo all’accesso alle cure e che la quota della spesa pubblica destinata alla sanità è scesa al minimo storico del dodici per cento. Gli adulti a rischio di povertà hanno una probabilità oltre due volte e mezzo maggiore di segnalare bisogni sanitari insoddisfatti. Il Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes aggiunge il lato domestico della stessa statistica: il 34,6 per cento degli italiani ha rinunciato ai controlli medici periodici per motivi economici, contro il 27,2 per cento dell’anno precedente, mentre circa sei famiglie su dieci dichiarano di arrivare a fine mese con difficoltà e per una su quattro le spese mediche sono ormai una voce critica del bilancio.

Questo è il punto in cui l’astrazione finisce. Il diritto alla salute non viene abolito con una legge: viene reso inesigibile con un’attesa. Nessuno vieta a chi vive con una pensione minima di prenotare un’ecografia. Gli viene offerta una data che arriva troppo tardi, e la libertà di pagarsela. Le due cose insieme si chiamano razionamento, e sono la forma che l’ingiustizia assume quando non ha bisogno di dichiararsi.

6. Undici miliardi di contabilità creativa

Se la stabilità non è servita a risolvere i problemi dei cittadini, a che cosa è servita? A tenere impegni presi altrove, e a tenerli senza doverli mai sottoporre a un voto.

Nel giugno 2025, al vertice dell’Aja, la Nato ha fissato l’obiettivo del cinque per cento del prodotto interno lordo entro il 2035, ripartito in un tre e mezzo per la difesa in senso stretto e un uno e mezzo per la sicurezza in senso lato. L’Italia ha aderito. Le stime indipendenti dell’Osservatorio Mil€x quantificano il differenziale in circa quaranta miliardi di euro l’anno rispetto alla traiettoria precedente. Per avere un ordine di grandezza: una legge di bilancio ordinaria vale intorno ai quindici o venti miliardi.

Ma il dato più istruttivo è un altro. Per il 2026 la Nato certifica all’Italia una spesa militare pari al 2,01 per cento del Pil, oltre quarantacinque miliardi. Mil€x stima che la spesa militare diretta reale sia di circa 33,9 miliardi, l’1,46 per cento. La differenza, undici miliardi, non è denaro speso: è denaro riclassificato, cioè voci di bilancio che prima non erano considerate militari e che sono state fatte rientrare nel perimetro per far tornare il conto davanti agli alleati. Nel frattempo i programmi di acquisto di armamenti hanno superato i tredici miliardi, con una crescita di circa il sessanta per cento rispetto al 2022.

Ecco che cosa significa, concretamente, un governo che non deve rispondere a nessuno. Significa che davanti a Washington si esibisce una cifra e davanti ai cittadini se ne spende un’altra, e che nessuna delle due è mai stata sottoposta al giudizio di chi la paga. Nessuno ha votato il cinque per cento. Nessuno è stato consultato su una scelta che riorienta per un decennio l’intera spesa pubblica di un Paese in cui la sanità è al minimo storico. Questa non è sovranità: è un mandato ricevuto altrove ed eseguito qui.

Vale lo stesso per i vincoli europei di bilancio, che stringono la spesa sociale e lasciano invece margini di flessibilità e clausole di salvaguardia per quella militare. È una gerarchia di priorità scritta nero su bianco nelle regole, e nessuno la difenderebbe apertamente davanti a un elettorato consapevole. Ma non deve farlo. Ha la stabilità.

7. Il 22 marzo, quando la scelta è stata vera

Chi difende l’attuale assetto ha un argomento pronto: gli italiani non votano perché sono disinteressati, distratti, individualisti. La democrazia non c’entra, dicono, è la società che è cambiata.

Il 22 e 23 marzo 2026 questo argomento è stato smentito dai fatti. Al referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati si è recato alle urne il 58,9 per cento degli aventi diritto, un dato nettamente superiore a quello di ogni consultazione recente. Il No ha vinto con circa il 53,6 per cento, prevalendo in diciassette regioni su venti. E c’è un dato che andrebbe scolpito: secondo le stime Opinio per la Rai, il 57,7 per cento di chi non aveva votato alle europee del 2024 ma è andato a votare al referendum ha scelto il No.

Chi non vota, quando gli si mette davanti una scelta vera, vota. E vota contro. Non è apatia: è astensione da un’offerta, non dalla politica. Quando la domanda è secca e la posta è reale, quella riserva di persone torna alle urne e si schiera. Il governo ha perso il referendum e ha continuato a governare esattamente come prima, perché la sua durata non dipende dal consenso. È la dimostrazione empirica di tutto il ragionamento fatto fin qui, ed è avvenuta cinque mesi fa.

8. L’astensione è l’unica opposizione che nessuna legge sa contare

I numeri della partecipazione ordinaria restano quelli di una emorragia. Alle politiche del settembre 2022 ha votato il 63,9 per cento degli aventi diritto, il minimo storico della Repubblica per un’elezione generale. Alle europee del 2024 si è recato alle urne il 49,69 per cento, la prima volta nella storia repubblicana in cui in una consultazione nazionale hanno votato meno della metà degli elettori. Nel 1958 votava il 93,9 per cento. Nel 1992 ancora l’87,1.

Se l’instabilità fosse stata la malattia, dopo quasi quattro anni di governo saldo dovremmo osservare cittadini più fiduciosi e più coinvolti. Osserviamo il contrario. La durata è arrivata, la partecipazione ha continuato a scendere. Il che dimostra che l’ingrediente mancante non era quello.

Ed è qui che si chiude il cerchio. L’astensione è l’unica forma di opposizione che nessuna legge elettorale sa tradurre in seggi. Un premio di maggioranza si calcola sui voti validi, non sugli aventi diritto: più cresce l’astensione, più una minoranza reale del corpo elettorale può diventare una maggioranza assoluta in Parlamento. Il sistema, cioè, si nutre esattamente della sfiducia che produce. Più si chiude, più il dissenso si sposta fuori dalle urne, e più il dissenso si sposta fuori dalle urne, meno costa restare chiusi. La stabilità cresce mentre la legittimità evapora, e i due movimenti sono lo stesso movimento.

9. Perché si finisce per votare contro se stessi

Resta la domanda più scomoda, quella che ogni militante conosce e che nessuno affronta volentieri. Perché una persona che aspetta undici mesi per una risonanza, che non riesce a pagare la bolletta e che vive con una pensione minima dovrebbe votare per chi ha portato la spesa sanitaria al minimo storico e ha promesso quaranta miliardi l’anno alle armi?

La risposta non è che quella persona è stupida, e chi lo pensa a sinistra ha già perso. La risposta è che il conflitto sociale è stato sostituito da un conflitto identitario. Al posto della domanda su chi prende e chi paga, il dibattito pubblico offre ogni giorno un nemico a costo zero: lo straniero che sbarca, il magistrato politicizzato, il giovane che non ha voglia di lavorare, il povero che approfitta. Sono nemici perfetti perché non hanno potere. Prendersela con loro non toglie un euro a nessuno di quelli che contano.

In questo dispositivo l’informazione non è un osservatore, è un ingranaggio. Un sistema mediatico concentrato, dipendente dalla pubblicità e sempre più intrecciato con il potere politico non racconta all’elettore che le sue liste d’attesa e il riarmo stanno nello stesso bilancio. Racconta la festa di Bari come un fatto sportivo, la longevità come una prodezza, i quarantacinque miliardi come un dovere internazionale, e le quattro milioni di rinunce alle cure come un problema tecnico di organizzazione regionale. Le tre notizie non vengono mai messe l’una accanto all’altra. Non serve censurare nulla: basta non collegare.

Quel pensionato non vota contro i propri interessi. Vota dentro l’unico quadro che gli è stato reso disponibile. Ricostruire il collegamento tra la sua bolletta e le decisioni di bilancio, tra la sua attesa e il perimetro contabile della difesa, è esattamente il lavoro politico che è stato abbandonato e che va ripreso.

10. La cura come misura della democrazia

C’è un modo semplice per verificare se una democrazia funziona, e non passa dalle classifiche di longevità dei governi. Passa da che cosa succede a una persona quando si ammala, invecchia, perde l’autosufficienza. Se in quel momento trova un servizio pubblico che la prende in carico, allora l’articolo 32 della Costituzione è ancora una norma vigente. Se trova una lista d’attesa, un preventivo e una famiglia lasciata sola a fare da infermiere, ospedale e badante insieme, allora quell’articolo è diventato un ricordo.

Per questo la sanità non è un capitolo tra gli altri di questo ragionamento: è la prova materiale. Quattro milioni e mezzo di rinunce, cinque milioni e ottocentomila secondo la rilevazione più recente, il dodici per cento di spesa pubblica, un milione di caregiver familiari che sostengono senza riconoscimento e senza tutele il peso che lo Stato ha smesso di portare. Sono le persone che pagano il conto della stabilità, e nessuna di loro compare nei comunicati di questa settimana.

È il motivo per cui da mesi porto avanti, con il libro La cura negata e con la raccolta di firme sulla piattaforma IoScelgo, la campagna La cura non è un costo. È un diritto, articolata in sette impegni programmatici sulla sanità pubblica, sulla non autosufficienza e sul riconoscimento dei caregiver. Il libro è scaricabile gratuitamente a questo indirizzo. Non è un appello morale. È la richiesta che una parte di quel bilancio torni dove la Costituzione dice che deve stare.

Perché se dobbiamo scegliere tra la stabilità di un governo e gli interessi della stragrande maggioranza dei cittadini, la risposta per me non ha mai avuto bisogno di essere argomentata. E il fatto che questa sia diventata una scelta, e non un presupposto, è già la misura di quanto lontano siamo andati.

11. Il 15 settembre

Il 15 settembre il Senato voterà. Se il testo verrà modificato sulle preferenze servirà una terza lettura alla Camera; se non lo sarà, la legge sarà legge e si voterà con liste bloccate e con il nome del premier stampato sul simbolo. In entrambi i casi la quarta legge elettorale in vent’anni sarà stata scritta, ancora una volta, da chi ne trarrà vantaggio e a ridosso della consultazione in cui verrà usata. In nessuno dei due casi i cittadini avranno avuto voce in capitolo.

La festa di Bari misurerà quanto può durare un governo italiano. È un dato vero, e nessuno può toglierlo a chi lo ha ottenuto. Ma non è la domanda.

La domanda è a chi risponde un potere che non ha più bisogno di essere confermato. È la stessa domanda che poneva l’articolo 1 della Costituzione quando stabiliva che la sovranità appartiene al popolo, e che quel popolo la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione stessa. Nelle forme, non nonostante le forme. Una legge elettorale che sottrae all’elettore la scelta della persona e consegna a una minoranza reale una maggioranza artificiale non è una modalità tecnica: è una sottrazione di sovranità.

Millequattrocentotredici giorni sono un record. Quattro milioni e mezzo di persone che rinunciano a curarsi sono una condanna. Il compito di chi fa politica per mestiere o per dovere civile è impedire che il primo numero continui a essere raccontato senza il secondo.

Fonti

  • ANSA, Da sabato sarà il secondo governo più longevo, Meloni punta al record, 29 aprile 2026.
  • Stampa Parlamento, Meloni entra nella storia. Il 4 settembre il governo più longevo della Repubblica, FdI prepara la grande festa di Bari, 1 agosto 2026.
  • MilanoFinanza, Riforma elettorale, primo ok dalla Camera. Ecco le principali novità della legge, 16 luglio 2026.
  • L’Espresso, Premio di maggioranza, assenza di preferenze, voto ai fuorisede: cosa prevede la legge elettorale approvata dalla Camera, 16 luglio 2026.
  • Carteinregola, Riforma della legge elettorale 2026, cronologia e materiali, aggiornamento agosto 2026.
  • Internazionale, Come dovrebbe cambiare la legge elettorale secondo il governo, 3 marzo 2026.
  • YouTrend, Referendum Giustizia 2026, vince il No: bocciata la riforma della separazione delle carriere, 23 marzo 2026.
  • Il Dubbio, Referendum giustizia, affluenza decisiva in un’Italia che vota meno, 17 marzo 2026.
  • Pagella Politica, Tutto sul crollo dell’affluenza elettorale in quattro grafici.
  • OCSE, Employment Outlook 2026, luglio 2026.
  • OCSE, Profilo della sanità 2025: Italia, presentato al Cnel, maggio 2026.
  • Istat, Rapporto Bes, dati sulla rinuncia alle prestazioni sanitarie.
  • Caritas Italiana, Report statistico nazionale 2026. La povertà in Italia secondo i dati della rete Caritas, giugno 2026.
  • Eurispes, Rapporto Italia 2026, maggio 2026.
  • Osservatorio Mil€x sulle spese militari italiane, dati 2026 su spesa dichiarata e spesa reale.
  • Altreconomia, La spesa militare italiana rispetto al Pil. Quanto costa l’obiettivo della Nato dal 2 al 5 per cento, 19 giugno 2025.
  • Corte costituzionale, sentenza n. 1 del 2014 e sentenza n. 35 del 2017.

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