Contro chi marcia alla nostra testa: la guerra che dobbiamo combattere

Non è l’uomo al tuo fianco il vero nemico. Né quello che ti affronta sul campo.
Il nemico marcia alla tua testa.
È chi ti manda a combattere mentre la tua famiglia tira avanti a fatica, è chi ti spinge in guerra mentre a casa tua si taglia sulla sanità, sull’istruzione, sui diritti.

La verità è semplice, antica e sempre rimossa: o si lotta tra capitalisti per il dominio del mondo, o si lotta tra oppressi per la propria liberazione.
In questo bivio storico, il pacifismo da solo non basta più: serve l’antimilitarismo consapevole, quello che riconosce il vero volto della guerra e si organizza per disertarla, boicottarla, sabotarla. Non per servire padroni stranieri o governi asserviti, ma per restituire dignità al nostro stesso popolo.

Valerio Evangelisti ci ricordava che l’Internazionale francese invitava i soldati a rivoltarsi contro i propri ufficiali. E oggi, più che mai, quell’invito suona attuale.
Non si tratta di un atto romantico: è il principio base della guerra alla guerra.
Una guerra che si fa disertando, scioperando, paralizzando la macchina bellica.
Se le condizioni maturano, persino con la resistenza attiva.

Ci hanno addestrato per decenni a credere che ogni atto di ribellione fosse terrorismo, ogni scintilla di lotta una minaccia alla “civiltà democratica”.
Ci hanno fatto credere che l’unica lotta accettabile fosse quella filtrata dai sindacati di regime e dai partiti progressisti venduti, che di progressista hanno ormai solo la retorica vuota.

E ora, quando ai padroni serviamo come carne da cannone per alimentare le guerre del capitale globale, tentano il ribaltone: ci rispolverano l’europeismo da salotto, ce lo impastano con Hegel, Pirandello, e pretendono che combattere per loro sia un dovere morale.
Peccato che il popolo italiano – nonostante l’intossicazione continua dei media – questo inganno non lo beva più.
La stragrande maggioranza rifiuta il riarmo, rifiuta la guerra.
Non serve essere bolscevichi: basta avere buon senso, quello che ti suggerisce di sopravvivere ai prossimi dieci anni invece di farti ammazzare in nome di interessi che non sono i tuoi.

Da qui parte il nostro compito.
La guerra alla guerra non è un gioco di parole.
È lotta vera, capillare, nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di lavoro.
È denuncia serrata contro chi tradisce, contro chi vende il futuro del Paese.
È capacità di parlare al cuore della gente, di riconoscere la loro paura, la loro rabbia, la loro voglia di vivere.
È strategia di comunicazione che scavalchi il muro di menzogne costruito da chi fabbrica nemici interni per giustificare ogni emergenza repressiva.

Per fortuna, qualcosa si sta muovendo.
Durante la pandemia e ancora di più oggi, sono nate voci nuove, indipendenti, fuori dal coro tossico dei Mentana, dei Parenzo, dei loro cloni.
Web TV come Ottolina TV, progetti come Multipopolare, stanno iniziando a dare voce a un altro mondo possibile, a una sinistra che non si accontenta più di piagnucolare ma punta a organizzare la lotta di classe reale, antimilitarista, antimperialista.

Non sarà facile. Dovremo imparare dai nostri errori, riconoscere i nostri limiti.
Ma per la prima volta da anni si intravede una crepa nell’edificio della propaganda imperiale.
Un mondo multipolare emerge, fragile ma potente nella sua promessa: sovranità dei popoli, cooperazione tra nazioni, emancipazione concreta delle classi lavoratrici.
Un mondo dove il Comune prevale sull’avidità privata, dove lo Stato torna a essere il custode del bene collettivo e non il maggiordomo dei gruppi di potere.

Chi è il nemico, oggi, è più chiaro che mai.
È chi calpesta la Costituzione italiana, nata proprio dal rifiuto della guerra, della dittatura, dello sfruttamento.
È chi, mentre la osanna a parole, ne svuota ogni principio.
È chi trasforma l’Italia in un avamposto bellico, un protettorato senz’anima, un magazzino di missili puntati contro altri popoli.

A tutto questo bisogna rispondere.
Con intelligenza, con coraggio, senza illusioni nostalgiche, ma anche senza paura.
Perché questa battaglia non riguarda solo l’ideologia, riguarda la nostra sopravvivenza.
E, in fondo, riguarda anche qualcosa di più grande: il diritto dell’umanità a un futuro diverso da quello che i padroni della guerra stanno preparando.

La guerra alla guerra è iniziata.
E non torneremo indietro.

“Abbiamo costruito la nostra Guantanamo: il lager di Gjader e l’abisso dell’Italia”

Nel silenzio complice di molte istituzioni e nel cinismo di chi brandisce la paura come strumento di potere, è nato il nuovo volto della vergogna italiana: il centro di Gjader, in Albania. Un lager contemporaneo, costruito sotto il velo della legalità, ma intriso di violazioni dei diritti umani, torture psicologiche, isolamento forzato e disumanizzazione sistematica.

Le prime deportazioni verso Gjader si sono consumate nel buio più totale. Le persone, strappate dai Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) italiani, sono state trasferite con la forza, spesso ammanettate per ore, private dei loro cellulari, senza alcuna possibilità di comunicazione. Una volta varcato l’Adriatico, sono state inghiottite da un sistema di isolamento assoluto, in una “cattedrale del deserto” sorvegliata dal silenzio e dalla paura.

Nei prefabbricati di Gjader, il regime è spietato: nessun contatto libero con l’esterno, telefonate ridotte a pochi minuti sorvegliati e costose, cibo gettato a terra come per animali, celle chiuse giorno e notte. L’acqua bollente dai rubinetti, la luce accesa 24 ore su 24 come strumento di tortura psicologica, l’assenza di spazi comuni e di cure mediche adeguate sono la normalità. Su tutto, l’incubo della segregazione e dell’invisibilità.

La detenzione è trasformata in annientamento. I tentativi di suicidio si moltiplicano, i corpi sono legati, le menti schiacciate dalla paura. Chi prova a protestare viene isolato ulteriormente, rinchiuso in celle ancora più anguste. Non siamo più nel terreno della gestione dell’immigrazione: siamo nella gestione dell’annientamento della dignità umana.

Un sistema pensato per fallire, lo ammettono ora anche le sentenze: la Corte d’Appello di Roma ha smascherato il trucco della “extraterritorialità” che avrebbe dovuto giustificare il confino in Albania. Chi fa domanda di asilo da Gjader, secondo il diritto, deve essere trattato come se fosse ancora in Italia. E deve tornare. La propaganda della fermezza, i milioni sperperati per allestire questa moderna colonia penale, rischiano di sbriciolarsi sotto il peso del diritto e della coscienza.

Ma mentre il diritto ancora resiste, la carne viva di chi subisce resta martoriata.

Dietro i muri invisibili di Gjader, la violenza non è solo fisica. È l’umiliazione dell’essere ridotto a numero, a problema da spostare, a corpo inutile da segregare. È la risposta “pisciati addosso” data a chi chiedeva di andare in bagno. È il cibo portato per terra. È la privazione del sonno, la solitudine, la disperazione fatta sistema.

Questo è il frutto avvelenato del nuovo decreto sicurezza, già messo sotto accusa per incostituzionalità. Una legge che, con il pretesto dell’urgenza, ha eretto nuove barriere contro i più deboli, ampliato la repressione del dissenso, rafforzato lo Stato-padrone a scapito dei diritti fondamentali.

Gjader non è un incidente. Non è una svista. È il prodotto coerente di una strategia di governo che usa il dolore come moneta politica, che coltiva l’odio per raccogliere consenso, che mercifica la sofferenza umana per mascherare il proprio fallimento.

La nostra Guantanamo è realtà.

E non si trova su un’isola sperduta, ma a poche ore di navigazione dalle nostre coste. Creata con i soldi dei contribuenti italiani, applaudita da chi, senza vergogna, ha venduto il nostro diritto alla giustizia in cambio di una propaganda che odora di sangue.

Davanti a questa mostruosità, il silenzio è complicità. Denunciare, resistere, disobbedire a questa nuova normalità è un dovere morale prima ancora che politico.

Non possiamo e non dobbiamo voltare lo sguardo.

Il nome di Gjader deve pesare sulle nostre coscienze come un macigno. E sulle pagine future della storia, sarà ricordato come il simbolo di una vergogna da cui non potremo lavarci le mani.

La dignità umana non conosce confini.

È tempo di demolire i muri dell’odio. È tempo di riprendersi l’umanità.

25 aprile 2025. Ottant’anni dopo: resistere è scegliere ancora

Ottant’anni fa, sulle macerie del fascismo e dell’occupazione nazista, l’Italia scelse di rialzarsi. Non fu un miracolo, ma il frutto di una scelta collettiva, il risultato di migliaia di scelte individuali compiute in un tempo di dissoluzione dello Stato, di fuga delle élite, di diserzione delle istituzioni. Era l’8 settembre 1943 quando il re fuggiva, i generali si spogliavano delle loro divise, e il potere si sbriciolava lasciando il Paese in balìa di se stesso. Ed è lì che iniziò davvero il 25 aprile: quando in basso, nel cuore della società, si fece strada il coraggio di dire no. La Resistenza non fu una reazione spontanea, ma una presa di coscienza. Etica, politica, umana.

Oggi, a ottant’anni esatti da quella Liberazione, siamo chiamati a un esame di coscienza altrettanto radicale. Perché la festa del 25 aprile rischia di diventare un cerimoniale svuotato, un rito commemorativo incapace di incidere sul presente. Ma non è così che si onora la memoria dei partigiani. Non sono i vivi a celebrare i morti: sono i morti che convocano i vivi, come ammoniva Calamandrei, per chiedere conto di ciò che abbiamo fatto per non tradirli. E ciò che ci chiedono oggi non è nostalgia. È coerenza. È scelta.

Viviamo in un’epoca segnata da un rigurgito di autoritarismo, in cui il linguaggio e le pratiche del potere odorano di repressione e propaganda. Al governo siedono forze che non si limitano a strizzare l’occhio alla cultura fascista, ma che la rivendicano senza vergogna, con alleanze ambigue e pantheon inquietanti. Il loro armamentario politico si fonda sul nazionalismo bellicoso, sull’ossessione identitaria, sulla guerra ai migranti, sull’addomesticamento dell’informazione e sul disciplinamento delle coscienze, a partire dalla scuola. E in questo contesto la guerra diventa normalità, l’umanitarismo è sospetto, il dissenso è reato.

Ma se c’è una lezione che il 25 aprile ci ha lasciato, è che la libertà è figlia del conflitto. La democrazia non è mai neutrale: nasce da una scelta di campo. È antifascista, oppure non è. È inclusiva, oppure è discriminatoria. È partecipata, oppure è svuotata. Ed è proprio questo il punto: oggi siamo di nuovo chiamati a scegliere. Tra l’inerzia e la mobilitazione. Tra la fedeltà alla Costituzione o la sua riscrittura autoritaria. Tra la pace come valore irrinunciabile o il riarmo travestito da “sicurezza”.

La Costituzione come Resistenza presente

La nostra Costituzione non è una reliquia. È il lascito vivente della Resistenza, il suo corpo giuridico e politico. Non una carta astratta, ma un progetto in tensione, un patto da difendere e da attuare. Lo dice l’articolo 11, con parole inequivocabili: “L’Italia ripudia la guerra”. Ripudiare, non tollerare. E invece assistiamo al capovolgimento del senso: armi in Ucraina, silenzi su Gaza, investimenti miliardari in armamenti mentre i diritti sociali vengono erosi. L’ideologia della sicurezza armata si impone, e la guerra diventa strumento di legittimazione. Ma la Costituzione non prevede “guerre giuste”. Prevede la pace come orizzonte costituzionale. E chi oggi difende la pace, chi diserta il bellicismo di Stato, è più partigiano dei tanti che celebrano senza agire.

Lo stesso vale per l’articolo 10, che riconosce il diritto d’asilo a chi fugge da guerre e persecuzioni. Eppure ci siamo abituati a vedere morire in mare donne e bambini, mentre i CPR diventano lager legali, e le frontiere si militarizzano. La violenza non è più proiettata all’esterno, come nelle guerre coloniali: ora si esercita nel respingere, nell’indifferenza, nell’abbandono. Una nuova forma di fascismo quotidiano che si nutre di paura e disumanizzazione. La scelta, anche qui, è chiara: o si sta dalla parte dell’accoglienza e della dignità, o si è complici.

Libertà sotto attacco: il fascismo delle forme

Il nuovo fascismo non ha bisogno di stivaloni e camicie nere. Ha il volto dell’algoritmo, la voce delle conferenze stampa, la penna del legislatore. Oggi il dissenso è sotto attacco sistemico: decreti d’urgenza che reprimono il diritto a manifestare, sanzioni sproporzionate per chi resiste passivamente, restrizioni alla libertà di associazione e di parola. Il diritto alla protesta viene criminalizzato, e chi si oppone al pensiero unico dominante diventa nemico pubblico. La differenza tra “ordine” e “obbedienza” si fa sottile, e chi rifiuta di allinearsi viene isolato. È questa la nuova faccia del regime: legale, normativa, asettica. Ma non per questo meno pericolosa.

E mentre i corpi intermedi vengono svuotati, il Parlamento marginalizzato e la magistratura intimidita, prende forma un assetto di potere monocratico, fondato sulla verticalizzazione estrema delle decisioni. Il progetto del premierato elettivo, l’erosione dell’obbligatorietà dell’azione penale, la delegittimazione della Corte costituzionale sono tasselli di un disegno che punta a svuotare il pluralismo e a concentrare il potere nelle mani di pochi. È il “fascismo del nuovo millennio”, come lo ha chiamato Carlo Smuraglia. Non servono manganelli, bastano algoritmi, decreti, narrazioni egemoniche.

Memoria come scelta, non come nostalgia

Allora, che senso ha celebrare il 25 aprile nel 2025? Ha senso se diventa un giorno di impegno, di militanza, di scelta. Se torniamo a pensare alla libertà come a qualcosa che si conquista, ogni giorno. Se smettiamo di considerare la Resistenza un evento chiuso nel passato, e iniziamo a vederla come un processo aperto, una chiamata permanente. La Resistenza non è finita il 25 aprile 1945: è un dovere civile, una postura etica, un atto di coerenza.

Chi oggi lotta contro la guerra, contro il razzismo, contro le disuguaglianze, chi difende i beni comuni, la libertà di stampa, l’autonomia del pensiero, chi protegge gli ultimi e non si arrende alla propaganda del cinismo, è il nuovo partigiano. E la Costituzione, se vissuta davvero, è il nostro bastione. Non per nostalgia, ma per necessità. Perché, come ammoniva Gastone Cottino, oggi siamo di nuovo sull’orlo del baratro. E la storia non perdona chi si volta dall’altra parte.

25 aprile: scegliere, ancora.

“L’Italia in ginocchio davanti a Trump: Meloni firma il Patto dell’Obbedienza”

Armi, gas, Big Tech e anti-Cina: nessun beneficio per gli italiani, solo servitù atlantica

A Washington non è andato in scena un incontro tra pari. Non c’è stato scambio, non c’è stato equilibrio, non c’è stato neanche il teatrino della diplomazia. C’è stato un inginocchiamento. Giorgia Meloni, leader della destra italiana ed esponente di spicco dell’ondata nera occidentale, ha detto “sì” a tutto: al gas americano, alle armi, alla linea dura contro la Cina, alle reti digitali affidate agli amici di Silicon Valley. Ha portato in dono agli Stati Uniti ciò che resta della sovranità italiana, senza ottenere nulla in cambio. Neppure una promessa credibile sull’abbattimento dei dazi o sulla tutela delle imprese italiane.

In cambio, ha ottenuto l’onore della “dichiarazione congiunta”, un documento che Trump ha finora riservato solo agli alleati strategici di primissimo livello come Modi e Ishiba. Per Meloni, l’investitura simbolica come vassalla prediletta del nuovo imperatore d’Occidente. Per l’Italia, l’ennesima perdita di autonomia, l’ennesimo “patto” firmato col cappello in mano.

Il cuore dell’accordo è un’alleanza totale: più gas liquefatto americano nelle nostre centrali, più armi statunitensi nei nostri arsenali, più soldi spesi per la NATO (e Trump ha già detto che il 2% del PIL non basta), più presenza USA nella nostra industria militare. In cambio, le imprese italiane potranno – forse – entrare nei porti americani per partecipare alla “rinascita cantieristica” a stelle e strisce. Ma nulla è certo: gli Stati Uniti “valuteranno”. Tradotto: vi faremo sapere.

Poi c’è il vero nodo strategico: l’Italia dovrà allinearsi completamente all’asse Washington-Tel Aviv-Riad, rinunciando al dialogo con la Cina, estromettendo le aziende cinesi dai nostri appalti, accettando standard di sicurezza dettati da chi, nel frattempo, vende al mondo intero spyware, armi e controllo digitale. Meloni si impegna a spezzare definitivamente i ponti con la Via della Seta, in ossequio al nuovo “corridoio” India-Medio Oriente-Europa, tracciato sotto dettatura americana per soffocare Pechino.

Nel settore tecnologico, l’Italia si offre come hub privilegiato delle Big Tech USA, rinunciando di fatto alla propria autonomia digitale. Si parla di “fornitori affidabili”, che nella neolingua atlantista significa: solo aziende americane. La Silicon Valley, già immune da regole europee grazie alla complicità di Meloni contro il Digital Service Act e la web tax, potrà ora colonizzare il nostro spazio digitale senza alcun vincolo. E magari, un giorno, anche Starlink sarà il nostro cielo.

In tutto questo, l’Italia non ottiene nemmeno uno sconto. Nessuna riduzione dei dazi, nessuna contropartita economica concreta. Solo promesse vaghe, buone per i comunicati stampa e le campagne social, mentre le famiglie italiane continueranno a pagare bollette gonfiate dal gas americano e a vedere la propria economia soffocata da un protezionismo che vale solo in un senso.

Meloni torna a Roma con un pugno di promesse e un inchino profondo. Trump incassa tutto, compresa la certezza che, nell’Europa balbettante, c’è almeno un leader pronta a obbedire senza discutere. Non è una vittoria diplomatica. È una sottomissione consapevole. E per l’Italia, è una perdita storica.

Stato di Polizia: la democratura è servita

C’è un confine sottile, quasi impercettibile, che separa una democrazia imperfetta da una democratura compiuta. In Italia, quel confine sta svanendo. E lo fa nel silenzio assordante delle istituzioni e con il fragore dei manganelli, delle urla di sopraffazione, dei tesserini sbattuti in faccia a chi osa opporsi. Un caso su tutti: Marco, 23 anni, picchiato a Roma da due agenti fuori servizio dopo un banale scambio verbale. Il tesserino come scudo, il pugno come firma. E lo Stato? Muto. Immobile. Complice.

Il nuovo Decreto Sicurezza, entrato in vigore l’11 aprile 2025, non è che l’ennesimo tassello di un mosaico repressivo costruito con cura chirurgica. Una chirurgia della paura, che non cura le ferite sociali, ma le infetta. Un decreto che, secondo l’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale, rappresenta un uso “simbolico” del diritto penale, un’arma retorica che trasforma il dissenso in crimine e la marginalità in colpa.

Una Costituzione sotto assedio

Quattordici nuove fattispecie di reato, pene inasprite per almeno altri nove, molte delle quali rivolte non a criminali incalliti ma a cittadini, spesso giovani, precari, studenti, manifestanti. La sproporzione è evidente: sette anni di carcere per chi occupa abusivamente un immobile, la stessa pena prevista per un omicidio sul lavoro. Non è solo un’ingiustizia: è un messaggio. Un codice penale che diventa codice di guerra contro i poveri.

E lo strumento? Ancora una volta la decretazione d’urgenza, aggirando il Parlamento, svuotandolo, umiliando il dibattito democratico. La Corte Costituzionale è stata chiara: l’urgenza non può diventare la norma. Eppure, nel nostro Paese, l’eccezione è ormai prassi. E le prassi fanno i regimi.

La violenza che indossa la divisa

Il caso di Marco non è un’eccezione. È sintomo di un corpo malato. E non si può più parlare di “mele marce”. Il marciume è sistemico. Lo dimostrano i continui episodi di abusi, di pestaggi, di impunità. Lo dimostra il silenzio delle questure, la retorica del “difendiamo gli agenti”, il sostegno legale garantito dal ministero fino a 10.000 euro a testa, anche quando l’agente è imputato per aver picchiato un cittadino inerte. Un paradosso tragico: lo Stato paga la difesa di chi ha violato la legge, ma lascia sole le vittime, i testimoni, i corpi martoriati.

E che dire del poliziotto in servizio alla manifestazione pro Palestina a Milano, fotografato con una felpa recante un simbolo riconducibile all’estrema destra polacca? La Duma Narodowa, il “pride” nazionalista con inquietanti ascendenze neonaziste. Un agente, in servizio d’ordine, con addosso un emblema che grida odio, che insulta la Costituzione che dovrebbe difendere. Reazione della questura? Un’indagine interna. Reazione dello Stato? Zero.

Il manganello come politica pubblica

Questo decreto, in fin dei conti, non nasce dal nulla. È figlio di una visione distorta della sicurezza, che ignora le radici sociali del disagio e preferisce reprimere invece che comprendere. Come denunciato dai giuristi, il carcere viene evocato come unica soluzione. E se non basta, si criminalizzano perfino le donne incinte, le madri con figli piccoli, senza prevedere strutture adeguate né alternative reali. Il risultato? Sovraffollamento, suicidi, disperazione. E un diritto penale che punisce prima ancora di giudicare.

Beccaria l’aveva capito più di due secoli fa: non è il numero delle pene, ma la certezza della loro giustizia a rendere sicura una società. Ma oggi, in Italia, lo Stato preferisce illuminare la notte con la luce sinistra del potere, anziché con quella della cultura, dell’educazione, dell’inclusione.

Non più Stato di diritto, ma diritto di Stato

Ci stiamo avviando verso uno Stato di polizia, dove la repressione è prassi, il dissenso un crimine, e la democrazia una maschera. Le forze dell’ordine dovrebbero essere presidio di legalità e garanzia per i cittadini. Ma se diventano strumento di intimidazione, se si trasformano in scudo dell’arbitrio, se si nascondono dietro tesserini usati come lasciapassare per l’impunità, allora la Repubblica ha un problema. Un problema grande. Sistemico. Strutturale.

È tempo di una pulizia democratica. Non in senso punitivo, ma rigenerativo. Una pulizia fatta di formazione, controllo, trasparenza. Una riforma profonda che ristabilisca un principio semplice e potente: la divisa non è un lasciapassare per la violenza, ma un vincolo di responsabilità. E chi la indossa deve rispondere prima di tutto al popolo sovrano, non ai comandi ciechi di un’autorità che ha smarrito il senso del limite.

La sicurezza non si garantisce con il manganello, ma con la giustizia sociale. Non con l’impunità degli agenti, ma con la fiducia dei cittadini. Non con la paura, ma con la dignità.

Finché potremo scrivere, denunciare, raccontare, lo faremo. Ma sappiate che la notte sta scendendo. E chi non urla oggi, domani non potrà nemmeno sussurrare.

Per un nuovo senso comune. Contro l’indifferenza, la propaganda e la disumanità: la sfida dei referendum

C’è un vento gelido che attraversa la democrazia italiana, una corrente d’aria stagnante che odora di resa, indifferenza e paura. Luigi Ferrajoli lo ha definito senza mezzi termini come «il crollo del senso morale a livello di massa». Eppure non è solo una questione morale, è politica fino in fondo. È l’incapacità strutturale delle nostre istituzioni, e di chi oggi le governa, di rappresentare la società reale. La spaccatura tra il potere e la comunità si è fatta crepa, voragine, abisso.

Nel mezzo di questo abisso si muove una maggioranza parlamentare forte solo dell’astensione popolare. Governa con meno del 25% del corpo elettorale, mentre il restante 75% si divide tra opposizione dispersa e masse di ex elettori, lavoratori e cittadini impoveriti, che hanno smesso di credere nella politica. È l’Italia della Rust Belt mediterranea, quella che un tempo si stringeva attorno ai valori della sinistra, dei sindacati, della Costituzione, e che oggi si attacca ai messaggi securitari e razzisti del potere dominante. È un’Italia smarrita, affaticata, logorata da quarant’anni di neoliberismo che hanno svuotato il lavoro di diritti e la cittadinanza di significato.

La globalizzazione dell’indifferenza: Gaza, Lampedusa, Almasri

Gli effetti di questa crisi non si misurano solo con le statistiche, ma con gli occhi sbarrati dei bambini sotto le bombe a Gaza, con i corpi annegati a pochi metri da Lampedusa, ignorati dai notiziari e dalla politica. È l’indifferenza istituzionalizzata, che diventa normalità. Il genocidio del popolo palestinese, a cui l’Europa continua a rispondere con silenzi compiaciuti, e il naufragio dimenticato nel Mediterraneo non sono eventi isolati, sono il sintomo di una caduta profonda. Un abisso etico, prima ancora che politico.

Nel 2013, papa Francesco parlava di “globalizzazione dell’indifferenza” proprio a Lampedusa. Oggi quella formula non è più solo una denuncia, è una radiografia fedele dell’Occidente: un mondo che ha smesso di provare compassione, che distingue il valore della vita in base al colore della pelle, alla nazionalità, alla rendita utile o meno al sistema economico.

E quando in Parlamento si discute della liberazione di un torturatore come Almasri, comandante libico accusato di crimini disumani, e il ministro Nordio non mostra neppure un’ombra di pietà per le vittime, si comprende quanto il potere abbia introiettato quella disumanità. Peggio: quanto ne abbia fatto dottrina di governo.

I referendum come occasione: dignità del lavoro e cittadinanza come diritti fondanti

In questo contesto, i cinque referendum promossi da CGIL e altre realtà sindacali e civiche appaiono come un barlume di risveglio. Non sono solo quesiti giuridici. Sono tentativi di ricostruzione di senso, semi di una possibile rinascita democratica.

Tre riguardano il lavoro: ripristino delle tutele contro i licenziamenti illegittimi (l’articolo 18 demolito dal Jobs Act), stop ai contratti precari, responsabilità delle aziende nella catena degli appalti e subappalti. Quest’ultimo punto è fondamentale: perché è lì, nella giungla degli appalti al ribasso, che si muore più spesso, che si sfruttano gli immigrati irregolari, che il lavoro torna ad essere servitù. Il profitto come unico valore ha prodotto lavoro senza diritti, senza sicurezza, senza futuro.

Due quesiti riguardano la cittadinanza: abbreviare il tempo necessario per ottenerla e garantire ai figli dei migranti nati e cresciuti in Italia ciò che è già loro di fatto. In un paese in cui si grida contro l’immigrazione ma si sfruttano i migranti nei campi e nei cantieri, questo referendum rappresenta la possibilità di riscrivere la narrazione collettiva, rifiutando il paradigma securitario per abbracciare quello della giustizia sociale.

La crisi della rappresentanza e il voto come atto rivoluzionario

Chi governa teme questi referendum. E non solo per il merito dei quesiti. Li teme perché possono risvegliare ciò che oggi è addormentato: la partecipazione popolare, l’autodeterminazione democratica, il conflitto. Per questo li affronteranno con l’unico strumento che conoscono: la propaganda.

Una propaganda che oscura, semplifica, mistifica. Lo ha già fatto con il Jobs Act (“serve a creare lavoro”), con la cittadinanza (“non possiamo regalarla a tutti”), con i migranti (“ci invadono”). Lo farà ancora. Confiderà nell’astensionismo, nella rassegnazione, nel cinismo costruito in anni di campagne mediatiche tossiche.

Ma il referendum è, per definizione, una breccia nel muro. È l’unico strumento che consente al popolo di decidere direttamente su questioni fondamentali, scavalcando i partiti, gli interessi, le lobby. È democrazia diretta. È Costituzione vivente.

Ricostruire un nuovo umanesimo

Per tutto questo, i referendum sono anche una sfida culturale. Perché non ci sarà cambiamento giuridico senza un cambiamento del senso comune. La politica non basta, serve un nuovo umanesimo. Serve la voce della scuola, dell’università, dell’arte, del cinema, della ricerca, del giornalismo indipendente. Serve un lavoro capillare che smascheri le menzogne e riscopra la verità delle cose. La verità che il lavoro senza diritti è schiavitù. Che la cittadinanza non si nega per strategia elettorale. Che le vite dei poveri, dei migranti, degli invisibili valgono quanto le nostre.

La Costituzione è ancora la nostra stella polare

Nel 1948, l’Italia seppe scrivere una Costituzione che fu al tempo stesso atto fondativo e promessa di giustizia. Oggi quella promessa è in frantumi, ma non è perduta. Il voto dell’8 e 9 giugno è molto più di una scelta tecnica. È una dichiarazione d’intenti. È la possibilità di dire: noi ci siamo. Vogliamo una società in cui il lavoro sia tutelato, in cui nessuno sia invisibile, in cui la cittadinanza non sia una frontiera, ma un ponte.

È il momento di scegliere. Non tra destra e sinistra, ma tra umanità e barbarie.

Dal Superbonus al Superbluff: il grande inganno contabile di un governo senza visione

Per mesi hanno raccontato la favola nera di un’Italia travolta da una “voragine” nei conti pubblici, colpa — si diceva — del Superbonus 110%. Un Vajont fiscale, un disastro annunciato, un’eredità tossica lasciata dai governi precedenti. Eppure, la realtà — come spesso accade — è molto più ostinata della propaganda.

Standard & Poor’s, una delle tre principali agenzie di rating internazionali, ha appena fatto ciò che non accadeva da 23 anni: ha alzato il giudizio sul debito sovrano italiano, portandolo da BBB a BBB+. Una promozione figlia proprio di quel provvedimento così vituperato, il Superbonus, varato nel pieno della crisi pandemica dal governo Conte. Altro che bomba a orologeria: fu una leva espansiva, un volano di crescita, un’azione anticiclica concreta che ha rilanciato il settore edilizio, ridotto la disoccupazione e rafforzato il PIL. I conti pubblici — dicono gli analisti — reggono meglio quando si sostiene la crescita, non quando si insegue ossessivamente un saldo di bilancio sterile e senza orizzonte.

E allora viene da chiedersi: dove sono finite le sirene dell’allarme? Dov’è la valanga? La stessa S&P ammette che l’impatto del Superbonus è contenuto, gestibile e in diminuzione. Il debito scende, l’avanzo commerciale è robusto, la posizione netta sull’estero è positiva. Una smentita sonora a chi ha costruito un racconto tossico, utile solo a screditare ciò che funzionava per non dover costruire nulla di nuovo.

Il bluff dei tecnici e l’economia della stagnazione redistribuita

Questo governo ha eretto la contabilità a religione, ma ha dimenticato l’economia reale. Redistribuisce briciole di bilancio senza visione, mentre taglia su sanità, scuola, welfare, cultura. Resta immobile nel mezzo della tempesta, armato solo di ragionieri e slogan. Ha svuotato di senso ogni politica industriale, ignorato il potenziale di misure come il Superbonus, e scelto la via della regressione sociale camuffata da prudenza finanziaria.

La verità è che un governo senza visione teme ciò che non controlla. E nulla è più incontrollabile — per chi vive di rendite e consensi — di un popolo che comincia a respirare. Il Superbonus, con tutti i suoi limiti, ha mostrato che lo Stato può essere leva, non solo gendarme. Può costruire, non solo punire. Ma chi oggi ci governa preferisce un Paese sedato a un Paese in cantiere.

Dalla casa al lavoro: la doppia verità della dignità negata

Se l’edilizia ha conosciuto una ripartenza, il lavoro continua a precipitare in un baratro silenzioso. Il recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro è impietoso: l’Italia è l’unico Paese del G20 in cui i salari reali sono crollati costantemente dal 2008. Si lavora di più, si guadagna di meno. È il trionfo della precarietà istituzionalizzata, del lavoro svuotato di dignità, del potere contrattuale polverizzato.

Dal Jobs Act all’abolizione dell’articolo 18, dai contratti a tutele crescenti alle false partite IVA, ogni intervento degli ultimi trent’anni ha avuto un unico scopo: rendere il lavoratore ricattabile. Un ingranaggio muto, piegato alla logica del profitto, incapace di conflitto. La disoccupazione non serve più come leva per schiacciare i salari: basta aver tolto la voce a chi lavora.

L’8 e 9 giugno: un voto per la riconquista

In questo scenario, il referendum promosso dalla CGIL per l’8 e 9 giugno rappresenta un bivio storico. È molto più di una consultazione tecnica: è un’occasione politica per dire basta. Per rivendicare la centralità del lavoro contro le logiche del profitto. Per abrogare norme ingiuste e umilianti, e rimettere al centro la dignità delle persone.

Cinque quesiti per cinque ferite aperte: l’abrogazione del contratto a tutele crescenti, il ripristino della reintegrazione per i licenziamenti illegittimi, la cancellazione del tetto massimo di indennizzo, la limitazione dell’uso abusivo dei contratti a termine, e la responsabilità solidale negli appalti per la sicurezza sul lavoro. Non sono dettagli. Sono la mappa per uscire dal deserto.

Lotta o resa: non ci sono alternative

Oggi l’Italia è un Paese che celebra la stabilità dell’impiego mentre affonda nella povertà del lavoro. Un Paese che ha smesso di lottare e si limita a sopravvivere. Ma senza conflitto, non c’è trasformazione. E senza trasformazione, non c’è futuro.

Il tempo della narrazione è finito. È l’ora della scelta. Servono parole nuove, ma soprattutto azioni nuove. Serve un’alleanza sociale tra chi ha costruito muri e chi oggi viene murato vivo nel silenzio della precarietà. Serve tornare a dire “noi”, ricostruendo dal basso una società che ha smesso di guardarsi negli occhi.

Il Superbonus ci ha insegnato che si può investire per crescere. Il referendum ci ricorda che si può votare per resistere. In mezzo, c’è la nostra responsabilità. Perché una casa senza lavoro è una prigione. Ma un lavoro senza diritti è solo una casa in fiamme.

Lavorare per perdere: il nuovo paradigma del salario impoverito nell’Italia dell’illusione occupazionale

Nel cuore della presunta ripartenza economica italiana, la verità si nasconde tra le pieghe delle statistiche: si lavora di più, si guadagna di meno. Una contraddizione solo apparente, che si chiarisce alla luce di un modello economico e politico che da decenni si nutre della debolezza strutturale del lavoro, trasformando il mito dell’occupazione in uno strumento di dominio e impoverimento.

Il recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro non lascia spazio a interpretazioni edulcorate. L’Italia, tra tutte le economie del G20, è l’unico Paese in cui i salari reali — ovvero il potere d’acquisto effettivo — sono crollati in modo sistematico e profondo dal 2008 a oggi: una perdita dell’8,7% in sedici anni. Nonostante un modesto recupero del 2,3% nel 2024, il livello medio dei salari resta al di sotto persino del 2019, l’ultimo anno prima della pandemia. Un dato che, anziché segnare una ripresa, sancisce il fallimento di una strategia economica di lungo corso.

Ma non è solo la media salariale a tracciare la geografia del disagio. I dati dell’INPS relativi al periodo 2019–2024 rivelano che, a fronte di un’inflazione cumulata del 17%, i salari nel settore privato a tempo indeterminato sono aumentati dell’8,3%. Nel pubblico si è fatto appena meglio: +9,2%. Significa che in entrambi i casi i lavoratori hanno perso potere d’acquisto in modo netto e trasversale. La parola chiave, in questo contesto, non è “occupazione”, ma “impoverimento”.

Eppure, il governo italiano, sostenuto da una narrazione mediatica compiacente, celebra un’espansione dell’occupazione che sembrerebbe storica. I dati ISTAT di febbraio 2025 registrano un tasso di occupazione al 63% e una disoccupazione al 5,9%, con un incremento dei contratti a tempo indeterminato. Sulla carta, sembra un’epoca d’oro. Ma è sufficiente grattare la superficie per scoprire l’amara verità: la crescita occupazionale si accompagna a un impoverimento crescente, e dietro la parvenza della “stabilità” si nasconde una nuova servitù del lavoro.

Il meccanismo è sottile e potente. Oggi le imprese riescono a estrarre profitti anche in assenza di disoccupazione di massa, poiché il potere contrattuale dei lavoratori è stato sistematicamente smantellato. Non è più necessario mantenere alto il numero dei disoccupati per controllare i salari: è sufficiente che chi lavora sia reso strutturalmente incapace di esigere. E questa condizione è il prodotto di trent’anni di controriforme, tagli, flessibilizzazione, deregulation e riduzione dei diritti.

Dall’abolizione dell’articolo 18 all’introduzione del contratto a tutele crescenti, dai decreti Poletti agli attacchi al reddito di cittadinanza, fino all’addomesticamento della rappresentanza sindacale, ogni passaggio ha avuto un unico effetto: ridurre la forza negoziale di chi lavora, per aumentare quella di chi comanda. La lotta per l’aumento dei salari è diventata un’impresa titanica, ostacolata da un intero impianto istituzionale e culturale che considera la dignità del lavoro una variabile d’aggiustamento.

Nel frattempo, si è affermata una logica perversa: quella che scambia la quantità di occupati con la qualità del lavoro. Ma un posto di lavoro senza potere contrattuale è un posto di lavoro senza futuro. Il paradigma dell’“occupazione a qualunque costo” si traduce in una corsa al ribasso sui diritti, sulle tutele, sulla sicurezza, sulla vita stessa. È una competizione al massacro, dove la guerra tra poveri diventa il terreno su cui si stabilizzano i profitti.

Il vero obiettivo, mai dichiarato ma sempre perseguito, è stato neutralizzare ogni possibilità di conflitto sociale. E quando anche la paura padronale della piena occupazione — un tempo considerata pericolosa perché potenziava la forza dei lavoratori — viene superata, vuol dire che l’egemonia del capitale ha raggiunto un livello qualitativamente nuovo. In questo senso, il lavoro non è più il motore dello sviluppo, ma lo strumento del controllo.

Per spezzare questo meccanismo servono risposte che non possono essere né timide né isolate. Non si tratta solo di chiedere aumenti salariali — necessari ma insufficienti. Occorre un rovesciamento dell’architettura istituzionale che ha generato la crisi del lavoro: dalla reintroduzione di tutele contro i licenziamenti, alla lotta contro le delocalizzazioni, fino alla messa in discussione dei vincoli europei di bilancio che strangolano la spesa sociale e deprimono la domanda interna.

Ma soprattutto, serve una nuova unità politica e sindacale che sappia ridefinire il conflitto. Non con i linguaggi sterilizzati della concertazione, ma con la consapevolezza che i rapporti di forza si costruiscono nelle lotte quotidiane, nelle vertenze, nella ricostruzione di un immaginario collettivo che rimetta il lavoro al centro della democrazia. Perché senza lavoro libero e dignitoso, la democrazia resta una promessa tradita.

In questo contesto, l’appuntamento referendario dell’8 e 9 giugno 2025 rappresenta un crocevia storico. I cinque quesiti proposti dalla CGIL — e sostenuti da una rete di movimenti, associazioni e forze sociali — non sono una battaglia settoriale, ma una chiamata generale alla mobilitazione per rovesciare l’impianto neoliberista del diritto del lavoro in Italia.

I quesiti referendari riguardano:
1. L’abrogazione del contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act, per ripristinare la piena reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo.
2. L’eliminazione del tetto massimo di indennizzo per i lavoratori delle piccole imprese licenziati senza giusta causa.
3. La limitazione dell’abuso dei contratti a termine, vera piaga del precariato strutturale.
4. Il ripristino della piena responsabilità solidale negli appalti, per impedire lo scaricabarile che oggi rende invisibili i diritti.
5. L’estensione delle tutele contro i licenziamenti anche ai lavoratori delle piccole imprese, che oggi ne sono esclusi.

Cinque referendum che puntano a restituire dignità, sicurezza, stabilità e voce a chi lavora. Un’occasione concreta per rimettere al centro della scena politica il conflitto capitale-lavoro, dopo anni di passività e concertazione a ribasso.

Il tempo dell’attesa è finito. Non ci si libera lavorando di più per guadagnare di meno. Ci si libera quando si spezza il ricatto, quando si ridà voce e potere a chi ogni giorno produce la ricchezza che altri accumulano. Il salario impoverito non è una necessità storica, è una scelta politica. E come ogni scelta, può — e deve — essere cambiata. Anche con una scheda elettorale. Anche con un referendum. Anche — e soprattutto — con una nuova stagione di lotta e consapevolezza collettiva.(

Premierato: la maschera democratica della restaurazione autoritaria

Nel cuore delle tensioni geopolitiche, tra escalation belliche e nuove guerre commerciali, il governo Meloni riporta sul tavolo la riforma del premierato, come se nulla fosse. Un ritorno degno del titolo di un horror d’autore: A volte ritornano. Ma qui non si tratta di spettri letterari, bensì di un passato politico che tenta di rifarsi vivo con un vestito nuovo. Quello della “stabilità”, della “governabilità”, della “centralità popolare”. Parole nobili, usate per un’operazione che ha poco a che vedere con il rafforzamento della democrazia e molto con la concentrazione del potere.

La riforma sul premierato – così come formulata – rappresenta la vera uscita di Giorgia Meloni dal recinto costituzionale antifascista. Non è solo una svolta tecnica. È il compimento simbolico e politico di un progetto che si pone in radicale discontinuità con il compromesso fondativo del 1948. Un progetto di chi, fino ad ora, in quella storia repubblicana, non aveva mai toccato palla. E che ora, sfruttando le crepe del presente, pretende di riscrivere le regole del futuro. Non solo quelle elettorali. Ma quelle stesse che hanno retto, tra mille contraddizioni, l’equilibrio democratico italiano dopo la caduta del fascismo.

Il volto della riforma: plebiscito mascherato da partecipazione

La narrazione proposta dal governo è semplice: oggi l’Italia è instabile, governata da maggioranze fragili e parlamenti ballerini; domani, grazie al premierato, il cittadino potrà scegliere direttamente il suo leader, che potrà così governare in pace per cinque anni. Peccato che questa narrazione ignori il principio cardine di una democrazia parlamentare: l’equilibrio tra rappresentanza e responsabilità. La possibilità, cioè, di rimuovere un governo che ha perso il consenso, senza dover ribaltare l’intera architettura istituzionale.

Nel modello meloniano, invece, si va verso un sistema ibrido che unisce il peggio di due mondi: da un lato la rigidità dei regimi presidenziali, dove chi vince comanda fino alla fine; dall’altro l’assenza dei contrappesi che in quei regimi limitano l’esecutivo. Il tutto con un Parlamento svuotato, ridotto a megafono del leader e con un presidente della Repubblica retrocesso a semplice notaio, espropriato della sua funzione di garante.

Non è un caso che il premier possa decidere lo scioglimento delle Camere anche in assenza di sfiducia parlamentare. Un potere che nemmeno il presidente degli Stati Uniti possiede. Ma che in Italia verrebbe affidato a un capo del governo eletto con una legge che – per “garantire la stabilità” – attribuisce automaticamente una maggioranza assoluta alla sua coalizione. Un bonus di potere che cancella la distinzione tra governo e parlamento, tra esecutivo e legislativo. E che consegna nelle mani di un solo soggetto la chiave di volta dell’intero edificio democratico.

Chi comanda davvero? Un quarto del Paese

Il dato più inquietante, tuttavia, non è solo nella natura della riforma, ma nella sua legittimità politica. Perché chi oggi propone un cambiamento così radicale della forma di governo, rappresenta di fatto meno del 25% del corpo elettorale. Questo è il vero paradosso: un quarto degli italiani, grazie a un sistema elettorale distorto e all’astensionismo dilagante, si arroga il diritto di stravolgere una Costituzione nata dal compromesso, dalla partecipazione, dalla lotta antifascista. È il tentativo di chi è rimasto ai margini della Repubblica per decenni – i nostalgici del Msi, gli orfani del Ventennio – di apporre finalmente il proprio sigillo sulla nuova Italia.

Non è solo riscrivere la storia: è rifare la storia, secondo una narrazione unilaterale, escludente, plebiscitaria. Ecco perché questa riforma non può essere trattata come una delle tante modifiche istituzionali. È il cuore di un progetto identitario e autoritario, che intende rilegittimare culturalmente una destra post-fascista, dando ad essa non solo il potere di governare, ma anche quello di riscrivere le regole della democrazia.

La necessità di un fronte democratico unito

Di fronte a questa minaccia, le forze democratiche non possono limitarsi alla testimonianza. È tempo di unire le forze, superando steccati ideologici e personalismi, per costruire un fronte comune. Non solo in Parlamento, ma soprattutto nel Paese. Una mobilitazione capillare, popolare, consapevole. Che sappia parlare a chi non vota più, a chi si sente tradito, a chi si è rassegnato. Perché la posta in gioco non è una riforma. È l’identità della nostra Repubblica.

Serve una nuova Resistenza civile, culturale e politica. Una spinta dal basso che riaffermi i valori della partecipazione, del pluralismo, della rappresentanza. Che ricordi a chi oggi governa che la Costituzione non è un ostacolo, ma una garanzia. E che non esiste alcuna stabilità che valga quanto la libertà.

Conclusione: la memoria come baluardo

Se oggi possiamo ancora discutere di Costituzione, lo dobbiamo a chi, nel 1948, costruì un argine all’autoritarismo. A chi comprese che la democrazia non è il potere di uno solo, ma la responsabilità condivisa di tanti. La riforma del premierato tenta di spezzare questo patto. Sta a noi, oggi, dimostrare che quel patto è ancora vivo. E che l’Italia, quella vera, non ha intenzione di tornare indietro.

25 mesi di declino industriale: la crisi è qui, ma il governo guarda altrove

L’Italia sprofonda nel venticinquesimo mese consecutivo di calo della produzione industriale. Di fronte ai dati impietosi dell’Istat, il governo Meloni preferisce la propaganda alla responsabilità. Tagliando strumenti utili come il Superbonus e il Reddito di Cittadinanza, ha spento i motori della ripresa. La crisi non è casuale, è politica.

Una crisi industriale senza precedenti

A febbraio 2025, la produzione industriale italiana segna un nuovo calo: –2,7% su base annua, –0,9% rispetto a gennaio. Si tratta del venticinquesimo mese consecutivo di contrazione del comparto manifatturiero. Un declino ininterrotto e allarmante che, mese dopo mese, sta erodendo la capacità produttiva del Paese.

Settori storicamente forti – come meccanica, auto, tessile, elettronica e chimica – registrano performance negative a doppia cifra. Si salva soltanto il comparto energetico (+19,4%), sospinto però da dinamiche speculative sulle materie prime, non da una strategia industriale.

Questo arretramento non è un’anomalia statistica: è il sintomo di una crisi strutturale, aggravata da scelte politiche inadeguate e dalla mancanza di visione. Nonostante l’allarme degli analisti e dei dati ufficiali, il governo continua a ignorare la realtà o, peggio, a distorcerla.

Governo Meloni: tra propaganda e immobilismo

Dal suo insediamento nell’ottobre 2022, il governo guidato da Giorgia Meloni ha ereditato un Paese in ripresa post-pandemica, con risorse straordinarie come il PNRR già pronte. Ma anziché accelerare gli investimenti e sostenere l’industria, ha preferito colpire misure sociali e produttive introdotte dai governi precedenti, come il Superbonus 110% e il Reddito di Cittadinanza.

Sul fronte economico, l’azione dell’esecutivo si è limitata a misure-tampone (taglio temporaneo del cuneo fiscale, pochi crediti d’imposta), senza affrontare le vere cause della crisi: alta tassazione, burocrazia inefficiente, carenza di investimenti pubblici produttivi.

Il Ministero del “Made in Italy” ha prodotto più slogan che soluzioni. E intanto decine di tavoli di crisi aziendali – dalla ex ILVA alla Whirlpool – restano irrisolti.

Peggio ancora è la gestione del PNRR: ritardi, revisioni continue, blocchi amministrativi. Le risorse europee, che avrebbero dovuto modernizzare l’apparato produttivo, giacciono inutilizzate o mal distribuite.

Superbonus e Reddito di Cittadinanza: bersagli di comodo

Il governo attuale ha scelto la strada della colpevolizzazione del passato, additando il Superbonus e il Reddito di Cittadinanza come origine di ogni male economico. Ma i numeri raccontano altro.

Il Superbonus 110%, pur con criticità gestionali, ha generato un boom edilizio tra il 2021 e il 2022, creando migliaia di posti di lavoro e spingendo il PIL. Ha dato ossigeno a piccole imprese e famiglie, migliorando il patrimonio immobiliare nazionale.

Il Reddito di Cittadinanza, invece, ha rappresentato una barriera contro la povertà assoluta, sostenendo milioni di cittadini e garantendo consumi minimi. I dati Istat ed Eurostat hanno mostrato un calo della povertà relativa nel biennio 2020-2021 anche grazie a questo strumento.

La loro eliminazione – senza alternative credibili – ha significato privare il Paese di due leve fondamentali: una per la crescita economica e una per la coesione sociale.

Una crisi negata, una società spaccata

Il governo ha scelto una narrazione ideologica e divisiva: ha dipinto i percettori di sussidi come fannulloni, gli investimenti pubblici come sprechi, il passato come un fallimento. In questo quadro, si è alimentata una vera e propria “guerra contro i poveri”, che anziché colpire la povertà, colpisce chi la subisce.

Il risultato è un Paese più diseguale, con il 63% delle famiglie che fatica ad arrivare a fine mese, e un’industria sempre più fiacca. Il tutto, mentre la classe dirigente si rifugia nella propaganda e nelle accuse ai predecessori.

Negare la crisi non la risolve. Anzi, la aggrava.

Invertire la rotta: proposte concrete

La crisi industriale e sociale dell’Italia è affrontabile solo con scelte coraggiose e di visione. Serve un’inversione totale di rotta. Ecco alcune linee guida imprescindibili:
1. Piano Industriale Nazionale: rilancio della manifattura con i fondi del PNRR, investimenti pubblici in tecnologie, energia verde, logistica, formazione.
2. Riforma fiscale e burocratica: taglio strutturale del cuneo fiscale, semplificazione amministrativa radicale, digitalizzazione reale della PA.
3. Sostegno all’innovazione e alle PMI: incentivi a ricerca e sviluppo, internazionalizzazione, creazione di cluster tecnologici territoriali.
4. Welfare equo e inclusivo: reintroduzione di un reddito minimo garantito e attivo, legato alla formazione e al lavoro, insieme a un salario minimo legale.
5. Un nuovo patto sociale: che coinvolga lavoratori, sindacati, imprese e comunità locali per ricostruire fiducia e dignità nel lavoro.

Conclusione

L’Italia sta vivendo una crisi che non è solo economica, ma anche democratica. Quando un governo nega i dati, colpevolizza i deboli e distorce la realtà, si entra in una fase pericolosa. Il declino industriale non è solo un problema di PIL: è lo specchio di un Paese che non investe nel proprio futuro.

Non serve continuare a cercare colpevoli: servono idee, visione, giustizia sociale. Perché senza giustizia non c’è crescita. E senza crescita, la democrazia si svuota.

La politica che ignora la realtà produce solo danni. Ma la realtà, prima o poi, presenta il conto.