L’Italia ha scelto l’astensione: quando la rinuncia diventa complicità

Il dato è ufficiale: il quorum del referendum abrogativo dell’8 e 9 giugno 2025 non è stato raggiunto. L’affluenza si è fermata tra il 22,7% e il 30%, a seconda dei quesiti. Una débâcle annunciata, certo, ma non per questo meno dolorosa. Il popolo italiano ha deciso di voltarsi dall’altra parte, rinunciando a esercitare uno degli ultimi strumenti rimasti di democrazia diretta.

Cinque quesiti. Cinque possibilità concrete di porre rimedio a leggi inique, che hanno minato i diritti dei lavoratori, reso più fragile il tessuto sociale, escluso migliaia di giovani nati e cresciuti in Italia da ogni percorso di cittadinanza. Non era in gioco un tecnicismo giuridico, ma un principio costituzionale: la sovranità popolare.

Eppure, la risposta è stata l’indifferenza.

Il Paese che non si difende

Non si dica che mancava l’informazione: comitati civici, attivisti, associazioni, giuristi e persino alcuni esponenti del mondo culturale si sono spesi per settimane in campagne di sensibilizzazione, assemblee, presìdi, dibattiti pubblici. La risposta istituzionale? Un silenzio assordante. I media mainstream hanno relegato i quesiti in fondo ai notiziari, i partiti hanno fatto a gara a chi si disimpegnava prima. E la destra – coerente con la sua linea – ha apertamente invitato all’astensione, ben sapendo che l’arma del non voto è oggi il miglior alleato dello status quo.

Ma oltre alle responsabilità delle élite, occorre dirlo chiaramente: anche una parte consistente del popolo ha fallito. Non ha voluto vedere, non ha voluto ascoltare, non ha voluto capire. Perché era più comodo restare a casa. Perché “tanto non cambia nulla”. E così facendo, ha consegnato la propria sovranità a chi già la sta tradendo da tempo.

Una sconfitta che pesa

Chi oggi gioisce per il fallimento del referendum dovrebbe riflettere sul messaggio che ha contribuito a rafforzare: che i diritti sociali sono negoziabili, che il lavoro può essere precarizzato senza limiti, che l’appartenenza a questa Repubblica è un privilegio, non un diritto. Nessuno potrà più dire: “non lo sapevamo”. Oggi l’occasione per cambiare le cose era reale, concreta, accessibile. Bastava votare.

E invece no. Abbiamo preferito l’astensione. Abbiamo lasciato che la disillusione prevalesse sulla partecipazione, che il cinismo avesse la meglio sull’impegno. Così facendo, abbiamo spalancato la porta a un futuro ancora più cupo. Non è allarmismo, è un dato storico: quando la democrazia diretta fallisce, cresce la tentazione del potere forte, dell’uomo solo al comando, dell’autoritarismo strisciante.

Chi può, se ne va. E ha ragione.

Sarà forse una reazione a caldo, figlia della frustrazione. Ma guardando ai dati, alla disaffezione crescente, al disprezzo diffuso verso ogni forma di partecipazione civica, diventa difficile condannare i giovani che decidono di lasciare questo Paese. Perché restare, se la propria voce non conta? Perché combattere, se gli stessi compagni di viaggio si voltano dall’altra parte?

L’Italia sta scivolando verso una deriva autoritaria, lenta ma inesorabile. E ora non potremo dire di non aver avuto la possibilità di fermarla.

Un fallimento che grida vendetta

C’è chi dirà che i promotori erano sbagliati. Che mancava una campagna unitaria. Che la sinistra è divisa. Ma nulla giustifica la rinuncia collettiva a un diritto sacrosanto: votare. Non lo avrebbero fatto i partiti, lo avremmo potuto fare noi cittadini. E invece ci siamo tirati indietro. Un popolo che non sa difendere i propri diritti è un popolo che, presto o tardi, li perderà tutti.

E allora, complimenti a tutte e tutti: questo fallimento ve lo dedico tutto.

Non ci resta che fare silenzio. O ricominciare da capo. Chi resta, ha il dovere morale di organizzarsi, di resistere, di risvegliare coscienze sopite. Ma il prezzo da pagare sarà alto. Perché chi non partecipa, non solo perde. Si arrende.

L’ipocrisia armata: il doppio gioco di Italia e Francia nella guerra contro Gaza

Mentre le bombe continuano a cadere su Gaza e la conta dei morti civili cresce in modo esponenziale, una crepa si apre nel silenzio ipocrita dell’Europa. A Marsiglia, nel porto industriale di Fos-sur-Mer, i portuali francesi hanno detto no. No al genocidio, no alla complicità, no all’indifferenza. Con un gesto di resistenza civile e morale, hanno bloccato l’imbarco di 14 tonnellate di armi destinate a Israele: pezzi di ricambio per fucili mitragliatori e tubi per cannoni destinati all’industria bellica israeliana, pronti a essere caricati sulla nave Contship Era, diretta a Haifa.

“Non parteciperemo al genocidio. Siamo per la pace” – recita il comunicato del sindacato CGT. Una frase che pesa come piombo in un’Europa che continua a pronunciare parole vuote su pace e diritti umani, mentre consente — in silenzio o con cinismo — che il mercato delle armi continui a ingrassare sulla pelle dei civili palestinesi.

Ma la Francia non è sola. Anche in Italia si alzano voci e coscienze. I portuali di Genova annunciano scioperi e si preparano a rifiutare il carico della Contship Era quando attraccherà nel porto ligure. Una mobilitazione dal basso che denuncia ciò che il governo italiano continua a nascondere: la prosecuzione dell’export di armamenti verso Israele, nonostante la guerra e le promesse pubbliche di embargo.

Le bugie del governo Meloni: embargo solo a parole

A ottobre 2023, all’indomani dell’escalation a Gaza, il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro degli Esteri Antonio Tajani dichiaravano solennemente che l’Italia aveva fermato ogni esportazione militare verso Israele. Era una menzogna. E oggi è possibile dimostrarlo con i numeri.

Secondo i dati incrociati di SIPRI, Istat e l’Istituto IRIAD – Archivio Disarmo, l’Italia ha continuato a esportare sistemi d’arma, tecnologie e componentistica bellica a Tel Aviv. Solo tra gennaio e febbraio 2025, sono partite forniture per un valore superiore ai 128.000 euro, cifra che sale vertiginosamente se si considera l’intero 2024: 5,8 milioni di euro in “armi, munizioni e loro accessori”, di cui l’89% non classificato, cioè coperto dal segreto di Stato.

E sotto quel velo di segretezza si cela molto più di quanto si possa immaginare.

Il cuore dell’inganno: droni, radar e IA per la guerra

Mentre i governi europei si arrampicano sugli specchi per giustificare l’ingiustificabile, i dati parlano chiaro: l’Italia è complice nella guerra a Gaza. In particolare, si segnala una voce sospetta nella categoria “navigazione aerea e spaziale”, che ha coinvolto l’esportazione di motori per droni, radar, componenti aeronautici e software militari per oltre 34 milioni di euro.

Tra questi, secondo IRIAD, si nasconde probabilmente la vendita del jet da addestramento M-346 Master, un prodotto della Leonardo S.p.A., utilizzato proprio dalle forze armate israeliane. A ciò si aggiunge il coinvolgimento italiano nella produzione dei caccia F-35, di cui componenti essenziali vengono realizzati in Italia per finire nei cieli mediorientali, a fianco dei bombardamenti contro i civili palestinesi.

E c’è di più: 2,7 milioni di euro in computer e dispositivi per l’elaborazione dati crittografati, fondamentali per l’Intelligenza Artificiale militare. Sistemi già usati, come rivelato da +972 Magazine e Local Call, per guidare il targeting automatizzato che colpisce Gaza con una spietata efficienza digitale: un civile ucciso ogni dieci obiettivi colpiti.

Dalla Francia all’Italia: la rivolta dei portuali e la dignità della disobbedienza

In questo scenario cupo, sono i lavoratori a dare una lezione di umanità e giustizia. I portuali francesi hanno indicato la strada: la disobbedienza morale può diventare azione politica. E i loro colleghi italiani, a Genova, si preparano a fare altrettanto, rilanciando una mobilitazione che parte dai porti ma può e deve contaminare l’intera società civile.

Le menzogne di Stato non possono più bastare. L’articolo 11 della nostra Costituzione parla chiaro: “L’Italia ripudia la guerra”. Ma a cosa serve il ripudio scritto se il denaro sporco dell’industria bellica italiana continua a fluire verso chi commette crimini di guerra?

La resistenza civile è un dovere

Oggi più che mai, il compito della politica, dell’informazione e dell’attivismo è smascherare il doppio gioco, quello che predica la pace e pratica la guerra, che piange i morti e vende le armi.

Questa guerra, che Israele continua a chiamare “difensiva”, è un massacro sistematico, una punizione collettiva, un genocidio che si consuma giorno dopo giorno con la complicità materiale di governi europei ipocriti, incapaci di rinunciare al business delle armi.

È ora di dire basta. Di inchiodare alla verità chi governa con la menzogna. Di far emergere la dignità delle coscienze che si oppongono. La pace non è un’utopia: è una scelta. Ma bisogna avere il coraggio di compierla.

Postilla per chi resiste:
Se la politica tace, parliamo noi. Se i governi armano, disarmiamo noi. Con la parola, con il gesto, con lo sciopero, con il voto. Per Gaza, per la verità, per la dignità umana.

’O referendum ’e ll’ate

Addò finisce ogne cosa:
fama, potere, ricchezza e ventagli,
ce sta ’na croce, ’nu marmo, e due tagli:
chi ha campato a fatica… e chi a spese d’ ’e figli.

Era l’otto giugno, ‘ncopp’ a ‘na tomba
’nu viento leggero faceva penzà
e doje voci, tra ’e rose e ’na bomba,
accuminciaro a parlà.

— Scusate, Signoria, si ve disturbammo,
ma ’e votato sì, quanno stavate ncopp’a sta Terra?
Rispose ’o barone, cu’ tono d’allarme:
— Io no, io stavo a Capri, a guarda’ ’a guerra.

— E allura, chell’ che succede mo,
è pure colpa vostra, nun ce sta scusa!
Siete state zitto, quanno se poteva
dicere: “basta, sta legge è ’na musa!”

— Ma io so’ ’n barone! Che me ne importa
si ’o precario more, si ‘o migrante aspetta?
E l’ate, cu ’na faccia scura scura,
j’ arrispunne: — E mo dormimmo ‘ncopp’ a stessa stretta.

’O referendum, pe’ nun dicere ca staje zitto,
è ‘na chiamata, comm’ ’a campana a matina.
E chi nun vote — scusate ’o ditto —
aiuta a fa’ legge pure a ‘na gallina!

E che legge, figliò! Ce stanno cinque cose:
una pe’ ’a sicurezza, una pe’ ’o lavoro,
una pe’ nun fà sfruttà chi s’ ‘ncroce
quann’ ‘o padrone je dice: “Sta’ zitt’ e muore!”

E po’, chill’ d’ ’a cittadinanza,
ca pare ’na favola, ’na pazzia…
ce sta ’nu criaturo che parla italiano
e nun tene manco ‘na patria sua?

Rispose allora, cu ‘na voce fina,
’nu vecchietto ca stava ‘nfaccia a lloro:
— Stateme a sentì, ve prego, è cosa seria,
votate pure pe’ chi nun tene oro.

Chi sta zitt’, cu’ tutta ‘a libertà,
nun è né saggio, né furbo, né astuto…
è comme ’nu morto ca, vivo, se sta a murì
pecché nun dice “no”, nun dice “aiuto”!

E così, tra ’e tombe, se sentette ‘na risa,
’nu vento s’alzò e portò ’na divisa…
ma ‘sta vota, ‘o popolo, cu tutt’ ‘a passione,
ce mise ‘na croce… ma d’indignazione!

Chi dice: “Nun me ne fotte, nun voto!”,
è comme ’o pazzariello ca corre a vuoto.
Ma chi va e vota, e dice “Sì”,
je fa ‘na pernacchia a chi campa accussì.

“La Repubblica dei Sordi (ma a intermittenza)”

Son passati tanti giorni, tanti ne verranno,
ma se nun voti oggi… domani che t’aspetti?
Te stai a fa’ fregà co’ ‘na mano sui tetti,
mentre l’altra t’arrota le ossa pian piano.

C’è ‘n governo che dice: “Ma che ve frega?
Chi se ne importa dei vostri diritti!”
E poi ride, se vede che molti — distritti —
restano a casa: “Più facile la strega!”

“Nun vota’ è ‘na scelta,” te dicono forti,
ma è ‘na scelta che puzza, tipo porta chiusa.
Chi non vota, se proprio lo vuoi sapere,
sta a regala’ le chiavi al padrone e al carceriere.

“Lavoratore, gira l’altro lato!”

Ce stanno quelli che vanno a faticà
pe’ due spicci e ‘na pacca sulla spalla,
ma mo je levano pure quella — toh, falla! —
e nun je danno manco il tempo de sospirà.

“Precarietà?” dicono, “È flessibilità!”
“Sicurezza?” rispondeno: “Ma dai, sei vecchia!”
E tu te giri, mentre un altro cade a terra,
e i suoi sogni li spazzano via con la scopa a sghècchia.

Pe’ vota’ so’ cinque croci su ‘n foglio,
ma valgono più d’un mese de pianti.
Chi nun ce va, magari pe’ orgoglio,
aiuta ‘sti ladri co’ i loro guanti.

“Er quesito della vergogna”

Er quinto è ’n gioiello, ce dovemo pensà:
se un ragazzo nasce qua, cresce, studia e lavora,
ma nun je danno manco ‘na bandiera, allora
che paese è questo? Che libertà je va a dà?

Nun c’è razza, nun c’è sangue da misura’:
ce sta solo ‘n cuore che batte italiano.
Eppure je dicono: “Stai fori dal branco,”
mentre je stringono er futuro con la mano dura.

“E mo che famo?”

Se resti zitto, resti complice.
Se nun voti, poi nun te lamenta’.
La libertà s’annacqua come ‘n brodo tiepido
se nun ce metti dentro ‘na cucchiaiata de dignità.

So’ cinque sì pe’ riscatta’ ‘sta storia,
cinque scelte pe’ non annà indietro,
cinque occasioni pe’ cambia’ la memoria
prima che ce rifanno er ventennio con il metro.

Un bimbo in cortile ha scritto su un muro:
“Chi nun vota, è come er pesce muto.”
Ma poi ha aggiunto, svelto e sicuro:
“Er popolo svejo, però… fa rumore dappertutto!”

Contro i sognatori: quando lo Stato ha paura della gioventù che sogna giustizia

Ci sono episodi che, se non ci indignano nel profondo, dovrebbero almeno farci aprire gli occhi sulla direzione che ha preso questo governo, il più fascista dei governi della Repubblica sin dal 25 aprile del 45. La vicenda dell’infiltrazione – perché tale è, al di là delle goffe smentite – all’interno dell’ex OPG “Je so’ pazzo”, cuore pulsante di un’attività sociale e politica coraggiosa e radicalmente alternativa, non è un fatto da archiviare come una leggerezza amministrativa o uno “sbandamento amoroso” di un giovane poliziotto.

È un segnale politico. E come tale va letto.

Chi conosce davvero quell’ambiente, chi ha avuto l’onore di attraversare quei corridoi pieni di murales e libri, chi ha ascoltato le voci giovani e determinate di ragazze e ragazzi che hanno scelto di dedicare le proprie vite a combattere le disuguaglianze, a curare le ferite della città, a sostenere chi è stato abbandonato dallo Stato – non può restare in silenzio.

Io stesso ho frequentato l’ex OPG, quando vivevo in provincia di Napoli. Ho visto nascere lì dentro il seme di Potere al Popolo, tra mani sporche di vernice e parole urlate nei megafoni delle assemblee. Non erano terroristi, non erano sovversivi nel senso che vogliono farci credere: erano e sono un baluardo di speranza, un risveglio necessario in un Paese in cui la rassegnazione è diventata disciplina di Stato.

E oggi quello stesso Stato manda un suo agente, con metodi che portano alla memoria della polizia fascista e della sezione OVRA, ovvero la polizia politica del regime, – con la sua vera identità, persino con un profilo social dal quale si poteva risalire facilmente alla sua funzione – a spiare, a sedurre, a vivere dall’interno la quotidianità di chi lotta per una scuola pubblica, per la casa, per il diritto al lavoro, per la Palestina, per la Costituzione.
Che messaggio arriva alle nuove generazioni? Che se sogni, se organizzi un presidio, se leggi Gramsci o ti batti contro il neoliberismo, allora sei un pericolo da monitorare?

Non è una questione giudiziaria, è una questione morale e politica. L’infiltrazione all’OPG, come già accaduto con altri collettivi e centri sociali, dimostra che esiste una chiara volontà di criminalizzare il dissenso politico non violento, soprattutto quando questo dissenso viene da giovani. Non mafiosi, non fascisti, non corrotti: loro non si toccano. Ma chi crede che un altro mondo sia possibile, chi prova a costruirlo dal basso, allora sì, merita la sorveglianza, la manipolazione, la diffamazione.

Viviamo in un Paese in cui si lasciano proliferare indisturbate organizzazioni neofasciste che negano la Resistenza e oltraggiano la memoria delle vittime del fascismo. In cui le norme approvate dal governo strizzano l’occhio ai corrotti e smontano pezzo dopo pezzo la giustizia sociale. In cui i partiti al governo sono complici delle stragi a Gaza, del razzismo istituzionalizzato, della distruzione dei diritti sociali.

Eppure, proprio in questo scenario distopico, si decide di infiltrare chi porta cibo alle famiglie povere, chi organizza doposcuola per i bambini dimenticati dalle istituzioni, chi si batte per un Paese più giusto.

La verità è che questi giovani fanno paura. Perché non sono domabili. Perché non cercano carriere, ma giustizia. Perché non vendono sogni preconfezionati, ma seminano libertà reale. Perché sono l’unica vera alternativa a questo sistema marcio e sempre più autoritario.

Lo Stato, quello che dovrebbe tutelare i diritti e garantire la democrazia, ha smesso da tempo di essere imparziale. Ha scelto di proteggere gli interessi dei potenti, di sorvegliare i fragili e di reprimere chi non si conforma. Ma c’è qualcosa che non potrà mai infiltrare, né spegnere: la coscienza.

E allora, che restino pure romantici, agitati, indisciplinati. Ma veri. Sognatori. Partigiani della Costituzione tradita. La nostra società non solo non può permettersi di perderli: deve proteggerli, ascoltarli, imparare da loro.
Perché senza questi giovani, l’Italia è solo un Paese stanco, che marcisce in silenzio. Con loro, invece, può ancora sperare di tornare a vivere.

“La cittadinanza è appartenenza, non burocrazia: diamo dignità al futuro”

In una democrazia matura, la cittadinanza non può essere ridotta a un premio da elargire a discrezione del potere, né a un lasciapassare per chi ha vinto una lotteria anagrafica. È, invece, un atto di giustizia. Un riconoscimento. Un legame che si stringe tra chi vive, lavora, cresce e contribuisce ogni giorno al bene comune e la comunità che lo accoglie.

L’8 e 9 giugno siamo chiamati a decidere se ridurre da dieci a cinque anni il periodo di residenza necessario per ottenere la cittadinanza italiana. Non è una questione di regole formali, ma di visione del mondo. Non si tratta di “concedere qualcosa”, ma di riconoscere ciò che già è. Di vedere l’altro come parte integrante del nostro presente e del nostro destino.

Nel nostro Paese vivono oltre cinque milioni di stranieri. Molti di loro sono qui da anni, lavorano con noi, pagano le tasse, mandano i figli a scuola, curano i nostri anziani, animano i nostri quartieri, soffrono e gioiscono insieme a noi. Eppure, restano giuridicamente esclusi, confinati in una terra di mezzo, senza pieno accesso ai diritti politici, senza voce, senza rappresentanza, senza radici formalmente riconosciute. Come se la loro appartenenza fosse sospesa in eterno.

Ma non possiamo più permettere che lo sguardo dello Stato sia cieco di fronte a questa realtà. Non possiamo accettare che un giovane nato e cresciuto in Italia venga trattato come straniero nella sua stessa casa. Non possiamo più ignorare l’ingiustizia di chi, pur essendo parte viva della nostra società, continua a vivere nell’ombra dell’irregolarità solo per un cavillo anagrafico.

Votare Sì a questo referendum significa rispondere a una domanda semplice e potente: vogliamo essere una Repubblica che riconosce il valore della presenza, dell’impegno, della convivenza? Oppure vogliamo restare fermi a una concezione ottocentesca della cittadinanza, fondata su sangue e confini, anziché su legami, progetti e responsabilità condivise?

Ridurre gli anni di attesa da dieci a cinque non è un azzardo. È un atto di civiltà. È il riconoscimento di un percorso di vita già compiuto: cinque anni di residenza continuativa, conoscenza della lingua, assenza di condanne, reddito dimostrato. Nessun regalo, ma un giusto equilibrio tra diritti e doveri. E soprattutto, è un investimento sulla coesione sociale, sulla stabilità delle famiglie, sull’integrazione culturale, sull’uguaglianza dei minori.

Chi otterrà la cittadinanza grazie a questa riforma non è un “altro”, ma è già parte di noi. È il nostro vicino di casa, la nostra collega, il compagno di banco di nostro figlio. Persone che chiedono solo di essere riconosciute per quello che già sono: membri della nostra comunità.

Ci raccontano che così si “svende” la cittadinanza. È falso. La si onora, invece, dandole il significato che merita: non barriera, ma ponte. Non esclusione, ma partecipazione. Non proprietà di pochi, ma diritto di chi condivide il destino comune.

In un’epoca segnata da crisi demografica, da divisioni e conflitti, da smarrimento di senso, questo referendum può essere una risposta concreta e umana. Un passo verso un’Italia più giusta, più accogliente, più vera.

Votare Sì significa scegliere la dignità sull’indifferenza. La giustizia sulla paura. Il futuro sulla chiusura.

L’8 e 9 giugno, facciamoci trovare dalla parte giusta della storia.
Votiamo Sì per una cittadinanza che riconosca l’essere umano prima del documento.
Votiamo Sì per un’Italia che non esclude, ma include.
Votiamo Sì perché il futuro ha bisogno di appartenenza, non di burocrazia.

Mario Sommella
– Per chi crede che i diritti non debbano aspettare dieci anni per fiorire.

Il vizio oscuro del potere: l’allergia al diritto e la nostalgia per il comando assoluto

Nel cuore nero del nostro tempo, si fa strada un’ombra lunga e infetta, quella di un potere che rigetta le fondamenta stesse della civiltà democratica per inseguire un sogno autoritario. Un potere che non proviene dai padri della Costituzione, ma dai figli dei suoi carnefici. Un potere che non nasce da chi ha scritto con il sangue e la dignità la Repubblica, ma da chi l’ha sempre disprezzata. È il potere dell’elefantessa Meloni, guida di un governo allergico al diritto, insofferente ai limiti, ossessionato dal controllo e determinato a gettare nella fogna ogni ostacolo posto dalla civiltà giuridica.

Il 22 maggio 2025, Giorgia Meloni ha reso pubblica una lettera collettiva, priva di destinatario ma gravida di significato politico. Con essa, assieme a otto capi di governo europei – tutti provenienti da quell’estrema destra che si traveste da democrazia per meglio colpirla – ha avviato una rivolta senza precedenti contro la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. L’attacco è diretto e sfacciato: la Corte avrebbe osato “limitare” l’azione politica in tema di immigrazione, impedendo espulsioni collettive, respingimenti in mare e deportazioni in Paesi dove si pratica la tortura.

Dietro la maschera di belle parole sullo “Stato di diritto” e la “dignità dell’individuo”, si nasconde la più antica delle menzogne: “Crediamo nei diritti, ma…”. Ma i tempi cambiano. Ma i migranti sono troppi. Ma i giudici sono un ostacolo. Ma noi vogliamo mani libere. È il mantra della restaurazione autoritaria, della regressione giuridica, dell’oblio deliberato della storia. È la negazione del principio fondativo del costituzionalismo moderno: il diritto come limite al potere, non come suo complice.

Questa offensiva non è isolata. È parte di un disegno più ampio, più torbido, più inquietante. La destra di governo, figlia spirituale del fascismo storico, manifesta con sempre maggiore arroganza il desiderio di sottrarre ogni decisione al vaglio del diritto, ogni azione al giudizio della legalità internazionale. È il medesimo impianto ideologico che consente oggi all’Italia di continuare a intrattenere relazioni militari con Israele, malgrado quattro pronunce della Corte Internazionale di Giustizia abbiano riconosciuto violazioni delle misure urgenti contro il genocidio a Gaza. È lo stesso filo rosso che lega l’aggressione ai giudici all’omertà istituzionale verso lo sterminio in Palestina.

C’è un passo che distingue una democrazia da un regime: la possibilità di agire entro i confini della legge, anche quando questa impone limiti scomodi. Quando quei limiti vengono demonizzati, quando si preferisce la forza bruta alla giurisdizione, quando si rispolverano fantasmi del passato con il volto rassicurante della “governabilità”, allora bisogna dirlo senza ambiguità: siamo davanti a un tentativo di restaurazione autoritaria.

La nostra Costituzione, nata dal sangue della Resistenza, stabilisce in modo inequivocabile che l’Italia “ripudia la guerra” e “accoglie i principi del diritto internazionale”. Non sono dichiarazioni d’intenti: sono vincoli. Vincoli che impediscono all’Italia di collaborare con chi commette crimini di guerra. Vincoli che obbligano ogni governo, anche il più reazionario, a rispettare la dignità umana. Vincoli che oggi Meloni e i suoi sodali tentano di spezzare con un ghigno neofascista, rispolverando la retorica del nemico, la propaganda dell’assedio, il culto del sovrano infallibile.

L’elefantessa del potere non dimentica da dove viene. La sua memoria storica è una palude in cui si agitano simboli e nostalgie di un tempo buio, quello del manganello e dell’olio di ricino, quello delle leggi razziali e del confino, quello della guerra fascista e della censura. Questo governo porta impressa una macchia indelebile, la stessa che l’antifascismo storico ha giurato di non lasciare più salire al potere. E invece eccoli: si sono travestiti da democratici, ma restano figliastri di un’ideologia criminale.

Noi non staremo fermi. Non assisteremo in silenzio alla demolizione dello Stato di diritto. Non lasceremo che la civiltà giuridica venga annientata da chi la teme. La nostra risposta sarà costituzionale, ma sarà implacabile. Difenderemo le Carte, i giudici, i diritti, le minoranze, le vittime. Non cederemo un centimetro al nuovo autoritarismo, che indossa i panni del populismo per nascondere la brama di dominio.

Resisteremo. Con le parole e con le azioni. Con la cultura e con la lotta. Con la memoria e con la denuncia. E se necessario, come i partigiani del secolo scorso, sporgeremo le mani nella fogna da cui riemerge oggi il fascismo travestito, e lo ributteremo nel luogo che gli è congeniale.

Perché la Costituzione non è un pezzo di carta. È il giuramento di un popolo che ha scelto di non essere mai più schiavo. E questo giuramento, finché avremo voce, continueremo a pronunciarlo.

Processo al soccorso: quando la giustizia criminalizza l’umanità e premia la tortura

Il mondo si è capovolto. Nel Mediterraneo, oggi, salvare vite è diventato un atto criminale, perseguito con un accanimento giudiziario senza precedenti. E mentre si celebrano processi grotteschi contro chi rispetta le leggi del mare, si continuano ad ignorare sistematicamente i crimini veri: quelli commessi nei lager della Libia, dove uomini, donne e bambini vengono stuprati, torturati e annientati nella dignità, mentre chi dirige quei centri di detenzione viene premiato con voli di Stato e accompagnamenti ufficiali. È questo il paradosso agghiacciante della nostra epoca, cristallizzato nel processo che si aprirà a Ragusa il prossimo 21 ottobre contro Luca Casarini e gli attivisti di Mediterranea Saving Humans.

Luca Casarini, Alessandro Metz, Beppe Caccia e l’equipaggio della Mare Jonio non hanno fatto altro che rispettare la più antica delle leggi del mare: soccorrere chi è in difficoltà. Ma per il giudice Eleonora Schirinà, quel gesto di umanità si traduce in favoreggiamento dell’immigrazione clandestina con la ridicola aggravante del profitto. Quale profitto? Una donazione ricevuta otto mesi dopo il salvataggio dalla Maersk, società armatrice della petroliera Etienne, che era rimasta intrappolata per ben 38 giorni in mezzo al mare, ostaggio dell’inerzia e della vigliaccheria delle autorità maltesi ed europee, inclusa quella italiana.

Nonostante la stessa Maersk, gigante danese dei trasporti marittimi, abbia chiaramente e ripetutamente dichiarato che quella somma di 125.000 euro era semplicemente una donazione in segno di riconoscimento e solidarietà, per la procura quella è diventata la prova di un assurdo reato: un soccorso “su commissione”.

È importante ricordare in che condizioni disperate si trovassero i naufraghi a bordo della petroliera Etienne nell’estate del 2020: ostaggi di un estenuante rimpallo di responsabilità tra Malta, Italia e altri Stati europei, con ripetuti episodi di autolesionismo e persone che, spinte da disperazione estrema, si lanciavano in mare per tentare di raggiungere la salvezza o la morte. Fu allora che intervenne Mare Jonio, evitando che la vicenda si trasformasse in un’ecatombe in diretta sotto gli occhi complici dell’Europa.

Ma chi salva vite non è solo perseguitato dalle procure. Mediterranea e Casarini sono stati anche bersaglio di un controllo spionistico di Stato attraverso l’inquietante spyware Paragon Graphite, rivelato di recente, con cui servizi e istituzioni hanno intercettato illegalmente gli attivisti e gli equipaggi delle ONG. Un sistema degno di regimi autoritari che mostra l’accanimento del governo italiano non contro i trafficanti, ma contro chi protegge i più vulnerabili e denuncia i veri crimini commessi alle porte d’Europa.

E mentre gli attivisti che salvano vite vengono sorvegliati, intercettati e criminalizzati, chi organizza e gestisce veri e propri lager, come nel caso dell’inquietante figura di Bija Almasri, torna tranquillamente a casa accompagnato da un volo ufficiale del governo italiano. Almasri, potente capo milizia libico noto per essere implicato in traffici di esseri umani e nelle atroci violenze nei centri di detenzione, è stato infatti ricevuto in Italia nel 2017 con tanto di visto ufficiale, scortato e trattato come un interlocutore affidabile. Una vergogna italiana ed europea che pesa come un macigno sulla coscienza collettiva.

Il processo di Ragusa, quindi, non è solo contro Casarini e Mediterranea. È un processo contro chi ancora crede nella solidarietà umana, contro chi non chiude gli occhi di fronte alle atrocità perpetrate con la complicità attiva o passiva dei governi europei. È un processo che vuole intimidire e distruggere le ONG per coprire le vergogne di una politica incapace di affrontare le proprie responsabilità.

Ma sarà soprattutto un processo all’omissione di soccorso. Ministri e autorità saranno obbligati a spiegare perché per quasi quaranta giorni ventisette persone, tra cui una donna allo stremo delle forze, furono lasciate nell’abbandono, dimenticate da Malta, ignorate dall’Italia, lasciate alla deriva da un’Europa cinica e spietata.

Questo è il vero scandalo: la criminalizzazione di chi salva e l’impunità garantita a chi lascia morire. Ed è proprio su questo che si giocherà la battaglia di Ragusa. Mediterranea non arretra e Casarini promette di trasformare quel processo nella più grande denuncia pubblica contro la disumanità istituzionale.

Questa non è giustizia. Questo è un processo alla coscienza civile, al diritto internazionale, all’umanità stessa. È il mondo alla rovescia, dove l’Europa si perde nel mare del suo cinismo e rischia di affondare definitivamente, trascinando con sé ciò che resta della sua anima.

“Il sorriso del complice: l’Italia che volta le spalle a Gaza”

Quando in Parlamento si sorride davanti a 50.000 morti, non siamo più solo di fronte a una crisi diplomatica, ma a una vergogna nazionale. La giornata infuocata a Montecitorio, segnata dall’informativa del ministro degli Esteri Antonio Tajani sulla strage in corso a Gaza, ha mostrato senza più veli il volto ipocrita e pavido di un governo che si professa “equilibrato”, ma che nei fatti si dimostra complice di un genocidio in diretta.

Tajani, con toni apparentemente più duri del solito, ha dichiarato che “i bombardamenti devono finire”, che “l’espulsione dei palestinesi non è un’opzione accettabile”, e che “le morti innocenti indignano le coscienze”. Ma si è ben guardato dal pronunciare il nome del mandante di questa carneficina: Benjamin Netanyahu. Un silenzio assordante, che le opposizioni non hanno mancato di denunciare come paura politica, viltà diplomatica e calcolo elettorale.

Nel momento in cui le opposizioni accusavano il governo di essere “complice del genocidio”, Tajani ha avuto il coraggio di sorridere. E quando gli è stato chiesto conto di quelle risate, ha risposto che rideva “degli insulti”. Ma non erano insulti: erano accuse documentate, domande legittime, appelli disperati a prendere posizione contro una carneficina che il mondo intero, tranne pochi vassalli di Washington e Tel Aviv, riconosce come un crimine contro l’umanità.

Non è bastato ricordare i 110 milioni spesi per gli aiuti umanitari, né l’accoglienza di pochi bambini palestinesi. Non si lava con qualche sacco di farina il sangue che scorre lungo le macerie di Rafah. Non basta citare i numeri dell’export di armi per nascondere che gli F-35 israeliani si sono esercitati nei cieli italiani prima di seminare morte su Gaza.

Il governo italiano continua a giocare su un crinale ambiguo, cercando di mantenere un equilibrio impossibile tra il sostegno all’alleato israeliano e la salvaguardia di una reputazione internazionale che si sgretola giorno dopo giorno. Ma in politica estera, come nella vita, non si può stare con le vittime e con i carnefici.

Rifiutarsi di isolare Israele, di sospendere i memorandum militari, di riconoscere lo Stato di Palestina, significa una sola cosa: essere parte del problema, non della soluzione. E chi continua a parlare di “dialogo” mentre si stermina un popolo, non è un pacificatore, ma un complice ben vestito.

Il 7 giugno, le piazze d’Italia si riempiranno di chi rifiuta questa narrazione tossica, di chi non accetta che le istituzioni democratiche sorridano sull’abisso. Perché c’è un tempo per il dialogo e un tempo per la verità. E oggi è tempo di dire, con chiarezza e coraggio: questo governo è parte del genocidio. E come tale, dovrà rispondere non solo alla storia, ma alla giustizia.

“Feste, farina e forca: Napoli, la coscienza smarrita e le bandiere che resistono”

C’è un grido che attraversa Napoli, e non è quello di gioia per uno scudetto conquistato. È un grido silenzioso, soffocato dal rumore delle trombette da stadio, ma che qualcuno – come Raffaele Di Francia – ha avuto il coraggio di ascoltare, interpretare e rilanciare. È il grido dei dimenticati, dei massacrati, degli oppressi. È il grido di Gaza, che giunge fino ai vicoli di Forcella, troppo spesso trasformati in scenografia folcloristica per un popolo tenuto in stato di ipnosi collettiva.

Ma qualcosa si è mosso. Qualcosa di piccolo, quasi invisibile, ma immensamente importante: durante i festeggiamenti, nel cuore della città, sono apparse alcune bandiere palestinesi. Uno striscione. Un gesto. Una voce nel deserto. Poche? Sì. Ma sufficienti a dire che Napoli non è morta. Che la coscienza resiste. Che qualcuno, pur dentro l’ebbrezza del tifo, ha osato ricordare la tragedia di un altro popolo.

Una città in apnea, ma ancora viva

Napoli oggi è una città schiacciata. Non solo dalla criminalità organizzata, che continua a dettare legge nei quartieri, ma da uno Stato che l’ha abbandonata. Senza trasporti, senza lavoro, senza ospedali, senza diritti. Senza un futuro. In questo scenario desolante, la vittoria calcistica diventa anestetico di massa, sostanza stupefacente diffusa legalmente. È la versione moderna delle tre F di Ferdinando di Borbone: feste, farina e forca, il vecchio metodo per tenere buono un popolo ribelle.

Ma mentre la città festeggia, altrove si muore. E si muore davvero. Si muore a Gaza, dove l’Italia invia armi e finge neutralità. Si muore tra le macerie prodotte da bombe made in Italy. E Napoli – che fu capitale di umanità e solidarietà – sembra non accorgersene. O peggio: accorgersene e girarsi dall’altra parte.

Palestina: il risveglio di chi non dimentica

Eppure, c’è chi non ci sta. La notizia – riportata dallo stesso Raffaele – che a Forcella è comparso uno striscione per la Palestina, e che alcune bandiere sono state alzate durante i festeggiamenti, è come un seme gettato nel cemento. Segno che qualcosa si muove. Che anche dentro il trionfalismo sportivo, qualcuno ha conservato lo spazio per la memoria, per la giustizia, per la denuncia.

Non importa quanti erano. Conta che c’erano. Che hanno rotto il silenzio. Che hanno ricordato a Napoli chi è, e da dove viene. E, soprattutto, chi dovrebbe essere.

Il calcio come trappola identitaria

Non è il calcio il problema. Il problema è cosa il calcio è diventato: un contenitore svuotato e riempito di consumo, identitarismo becero e conformismo. A Napoli, dove la fede calcistica è religione laica, tutto questo si amplifica. Ma quando la passione diventa pretesto per dimenticare il mondo, allora è il momento di fermarsi. Di chiedersi se stiamo ancora parlando di sport, o di un rituale di rimozione collettiva.

Il vero tifo non è quello che urla sotto la curva, ma quello che difende i valori di giustizia anche quando non sono comodi. Il vero orgoglio napoletano non è il coro da stadio, ma la bandiera della Palestina alzata nel cuore della festa.

Napoli e la memoria del dolore

Questa città, Napoli, non è fatta solo di folklore. È la città delle Quattro Giornate, dei preti di strada, delle madri che sfamano altri figli. È la città che si è sempre schierata con gli ultimi. Che ha saputo trasformare la sofferenza in resistenza, la miseria in arte, il lutto in rivolta. E se oggi la vediamo sfigurata, imbavagliata, intossicata di indifferenza, non dobbiamo disperare: ogni bandiera che sventola per Gaza, ogni parola di denuncia, ogni gesto di rottura, è una prova che Napoli è ancora viva.

La rinascita è iniziata

Forse è presto per parlare di risveglio collettivo. Ma la rinascita morale, come scrive Raffaele, è già cominciata. Non serve che siano in tanti: bastano i primi. E loro ci sono. Hanno preso una bandiera e l’hanno sollevata nel cuore della festa. Hanno disturbato l’omertà del silenzio con la voce scomoda della verità.

Ed è da lì, da quella crepa, che può entrare la luce.

Napoli, alza lo sguardo.
Napoli deve scegliere. Continuare ad applaudire se stessa in una festa infinita, o riscoprire il suo volto più autentico: quello della solidarietà, della lotta, della dignità. Ogni silenzio di fronte all’ingiustizia è complicità. Ogni bandiera palestinese sventolata è un atto di resistenza. Ogni parola come quella di Raffaele è una scintilla.

Ora tocca a noi. Non servono eroi. Serve coscienza. Serve amore. Serve rabbia.

Serve che Napoli torni a guardare oltre il pallone. Verso Gaza. Verso il mondo. Verso sé stessa.