Il 7 ottobre, gli avvertimenti ignorati, la direttiva Annibale e la fabbrica delle atrocità: perché l’accusa di «propaganda di Hamas» serve a non guardare i fatti
1. L’accusa che si rovescia
C’è una formula che, da tre anni, funziona come un interruttore. Quando un fatto scomodo su Israele arriva nel dibattito pubblico italiano, qualcuno la pronuncia e la luce si spegne: «propaganda di Hamas». Non serve smentire il fatto, basta collocarlo dalla parte sbagliata della barricata. L’ha pronunciata, in un incontro pubblico intitolato «La notte di Israele, un anno di guerra» e promosso tra gli altri dalla ADEI WIZO, la federazione italiana dell’organizzazione femminile sionista internazionale, il caporedattore e corrispondente Rai da Gerusalemme Giovan Battista Brunori: Israele sarebbe un Paese dalla resilienza leggendaria, deformato da un’informazione che ama le cattive notizie e in parte sensibile, appunto, alla propaganda di Hamas.
Brunori è lo stesso giornalista che, nell’estate del 2026, ha definito «un gruppo di escursionisti» i coloni dell’avamposto di Havat Gilad entrati nei pressi di un villaggio palestinese, scortati da un coordinatore della sicurezza armato e da un ufficiale dell’esercito, entrambi uccisi dopo che un palestinese aveva sottratto l’arma al primo. Lui stesso, intervistato da Ynet, ha poi ammesso che la loro presenza poteva essere percepita come una provocazione. La parola scelta per il servizio pubblico, però, era «escursionisti». Va detto con chiarezza, perché la chiarezza è la prima arma di chi critica: la campagna contro di lui ha prodotto anche una vignetta con tratti apertamente antisemiti, che va respinta senza esitazioni. La critica a un giornalista si fa sulle sue parole, non sulla sua presunta identità. Ed è proprio sulle parole che conviene restare.
La stessa formula ricorre altrove. Il Riformista ha scritto che la macchina comunicativa di Hamas sarebbe riuscita a «mostrificare» Israele e a far dimenticare le responsabilità dell’organizzazione islamista. Il conduttore Rai Antonino Monteleone ha pubblicato immagini di abitanti di Gaza al mare sotto il titolo «Il genocidio va in spiaggia» e ha fatto propria la tesi israeliana secondo cui Anas al-Sharif, il giornalista di Al Jazeera ucciso nell’agosto 2025 in un raid mirato insieme ai suoi colleghi, sarebbe stato un affiliato di Hamas. Sulle centinaia di altri operatori dell’informazione uccisi nella Striscia, nessuna parola. Eppure nel 2024 l’UNESCO aveva assegnato il Premio mondiale per la libertà di stampa Guillermo Cano proprio ai giornalisti palestinesi che coprono Gaza. Anche l’UNESCO, evidentemente, era stata raggiunta dalla propaganda.
Proviamo allora a prendere sul serio l’accusa e a rovesciarla. Se esiste una propaganda capace di deformare la percezione del 7 ottobre e di ciò che ne è seguito, dove la troviamo? Le pagine che seguono non si basano su comunicati di Hamas né su fonti di parte palestinese. Si basano quasi interamente su Haaretz, Yedioth Ahronoth, Ynet, Walla, Canale 12, il New York Times, il Wall Street Journal, le Nazioni Unite. Fonti israeliane e occidentali. Se c’è un inganno, lo raccontano loro.
2. Gli avvertimenti che nessuno doveva ascoltare
Il 28 settembre 2026 il Wall Street Journal ha scritto che, prima del 7 ottobre, l’Egitto avvertì Israele tre volte. I primi due allarmi caddero nel vuoto; il terzo arrivò a inizio ottobre con una telefonata del capo dell’intelligence egiziana, Abbas Kamel, direttamente all’ufficio di Benjamin Netanyahu, per segnalare un attacco imminente da Gaza. Secondo una delle fonti, gli avvertimenti egiziani proseguirono fino a quarantotto ore prima dell’incursione.
Pochi giorni prima, Haaretz aveva pubblicato un’anticipazione del libro dei giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval, «Ostaggi: 843 giorni di abbandono». La ricostruzione è dettagliata. All’inizio di settembre 2023 Yahya Sinwar interrompe i contatti sullo scambio di prigionieri e fa sapere, tramite un intermediario di Fatah, che sta preparando uno «zilzal», un terremoto, «la madre di tutte le sorprese». Il 15 settembre l’avvertimento arriva allo Shin Bet attraverso quell’intermediario e un consigliere palestinese del presidente emiratino Mohammed bin Zayed. Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, informa Netanyahu per telefono; due giorni dopo, in una riunione di sicurezza, avverte che Israele è «in rotta di collisione». A fine settembre bin Zayed parla direttamente con Netanyahu per quarantacinque minuti, preoccupato per il bagno di sangue e per il destino degli Accordi di Abramo. Netanyahu lo rassicura: Israele è pronto, la minaccia vera è in Cisgiordania. Nella riunione di sicurezza del 1° ottobre, secondo Haaretz, il premier non menziona né l’avvertimento emiratino né quello egiziano.
La risposta dell’ufficio del primo ministro è stata una «menzogna assoluta», accompagnata dalla minaccia di querela contro Haaretz e contro Eldar. Il Likud è andato oltre, chiedendo un’indagine penale contro i giornalisti, il quotidiano e il leader dell’opposizione Yair Golan per presunta interferenza elettorale, senza presentare alcuna prova. Haaretz conferma la propria ricostruzione; una fonte emiratina ha confermato la telefonata al Times of Israel.
Fermiamoci un momento. Se la tesi della «propaganda di Hamas» fosse coerente, dovremmo concludere che l’apparato di Hamas sia riuscito a rendere sordo il primo ministro israeliano di fronte agli allarmi di due Stati alleati e del suo stesso servizio di sicurezza interna. È una conclusione assurda, e proprio per questo istruttiva: rivela che la formula non spiega nulla, serve soltanto a distogliere lo sguardo dalla catena di comando.
3. Il piano Muro di Gerico
Già il 30 novembre 2023 il New York Times aveva rivelato che i vertici militari e dell’intelligence israeliani possedevano da oltre un anno il piano di battaglia di Hamas, un documento di una quarantina di pagine con il nome in codice «Muro di Gerico». Non conteneva una data, ma conteneva tutto il resto: lo sfondamento delle fortificazioni attorno alla Striscia, l’assalto alle basi militari, l’attacco al quartier generale di divisione. Hamas lo ha eseguito, scriveva il quotidiano, «con una precisione scioccante». Il documento era stato giudicato un’aspirazione, non un piano realistico.
Tre mesi prima del 7 ottobre, un’analista veterana dell’Unità 8200, il reparto di intelligence dei segnali, aveva segnalato che Hamas aveva appena condotto un’esercitazione intensiva di un giorno che ricalcava quel piano. Fu ignorata. Il programma d’inchiesta Uvda di Canale 12 ha poi mostrato un documento in cui si descriveva l’obiettivo dell’operazione: penetrare in territorio israeliano, attaccare militari e civili, catturare ostaggi vivi o i loro corpi. Vi si leggeva perfino che Hamas avrebbe addormentato Israele con un periodo di calma per colpire quando le forze al confine fossero state ridotte. È esattamente ciò che è avvenuto.
Qui non serve alcuna teoria del complotto. Serve la documentazione, ed è sufficiente a formulare una domanda politica precisa: perché un apparato di sicurezza tra i più sofisticati del mondo, che ha venduto al pianeta le proprie tecnologie di sorveglianza come prodotti collaudati sulla popolazione palestinese, ha scelto di non credere a ciò che vedeva? La risposta più plausibile non sta in una regia occulta, ma in un’ideologia: la convinzione, coltivata per anni dal governo Netanyahu, che Hamas fosse un nemico gestibile e perfino utile.
4. Il denaro del Qatar e la dottrina del nemico utile
Quella convinzione ha un nome e un flusso di cassa. Il documentario «The Bibi Files» di Alexis Bloom, costruito sui video trapelati degli interrogatori di polizia di Netanyahu nei procedimenti per corruzione, dedica un capitolo al denaro qatariota destinato a Gaza: circa trenta milioni di dollari al mese, oltre un miliardo nel corso degli anni, transitati con l’assenso del governo israeliano e talvolta trasportati fisicamente in valigie scortate. Durante gli interrogatori Netanyahu evoca Il Padrino: tieni stretti gli amici, ma ancora più stretti i nemici. Secondo il documentario i qatarioti, diffidenti, pretesero che le richieste fossero messe per iscritto.
L’ex primo ministro Ehud Olmert lo dice senza giri di parole: Netanyahu ha lasciato arrivare quel denaro ad Hamas perché pensava di poter così controllare il livello di odio. La logica era chiara a chiunque volesse vederla. Un’Autorità nazionale palestinese indebolita a Ramallah e un Hamas finanziato e contenuto a Gaza significavano un movimento nazionale palestinese diviso, e un movimento diviso significava che nessuno avrebbe potuto chiedere seriamente uno Stato palestinese. La separazione tra Gaza e Cisgiordania non era un incidente della storia: era una politica.
Questa è la vera inversione. Non è Hamas ad aver ipnotizzato Israele; è il governo israeliano ad aver puntato su Hamas come strumento della propria strategia di frammentazione, salvo scoprire il 7 ottobre che lo strumento aveva un’agenda propria. Chi parla di «propaganda di Hamas» dovrebbe spiegare perché questa vicenda, documentata da fonti israeliane e da un ex premier israeliano, sia quasi assente dai notiziari del servizio pubblico italiano.
5. La direttiva Annibale
Nel luglio 2024 Haaretz ha pubblicato un’inchiesta, basata su documenti interni e testimonianze di soldati e ufficiali, sull’applicazione della direttiva Annibale il 7 ottobre. Si tratta della procedura con cui l’esercito israeliano autorizza l’uso della forza per impedire la cattura di propri soldati, anche a rischio della loro vita. Secondo il quotidiano, alle 7:18 del mattino, dopo la segnalazione di un rapimento al valico di Erez, fu ordinato un attacco con un drone sul valico; il valico e la base adiacente vennero colpiti più volte nel corso della giornata. Il comandante della Divisione di Gaza, il generale di brigata Avi Rosenfeld, ordinò a tutte le forze di sparare colpi di mortaio verso la Striscia pur in assenza di informazioni precise sulla posizione di soldati e civili. Ore dopo l’ordine fu esteso: nessun veicolo doveva rientrare a Gaza. «Tutti sapevano che cosa significava non lasciar tornare alcun veicolo», ha detto una fonte.
Già nel gennaio 2024 Yedioth Ahronoth aveva riferito che, a mezzogiorno del 7 ottobre, l’ordine di impedire a ogni costo il rientro dei miliziani a Gaza, anche con ostaggi israeliani a bordo, era stato di fatto esteso a tutte le unità combattenti. Haaretz precisa che non è possibile stabilire quanti israeliani siano stati colpiti dal fuoco del proprio esercito, ma che i dati disponibili indicano che molti rapiti furono esposti a quel fuoco. A Be’eri, il responsabile della sicurezza del kibbutz, Tuval Escapa, ha raccontato al quotidiano che i comandanti sul campo presero «decisioni difficili», compresa quella di colpire le case con i loro occupanti per eliminare i miliziani insieme agli ostaggi. Nella casa di Pessi Cohen, dove i miliziani tenevano in ostaggio quattordici civili, un carro armato aprì il fuoco sull’edificio su ordine del comando: ne sopravvisse una sola, e l’inchiesta interna dell’esercito non ha chiarito quanti siano morti per quei colpi.
Haaretz ha riportato anche indiscrezioni di fonti di polizia secondo cui un elicottero militare, sparando sugli assalitori, avrebbe colpito alcuni partecipanti al rave Nova, il luogo con il più alto numero di vittime. L’esercito ha reagito con durezza a queste ricostruzioni. Nessuno di questi elementi riduce di un grammo la responsabilità di chi ha attaccato civili inermi il 7 ottobre. Ma dimostrano che il bilancio di quella giornata è anche il prodotto di una dottrina militare che antepone la negazione degli ostaggi al nemico alla vita degli ostaggi stessi. Per mesi chi lo diceva in Occidente veniva liquidato come complottista. Oggi lo scrive la stampa israeliana.
6. Le registrazioni scomparse
Nel dicembre 2023 il sito israeliano Walla, in un articolo ripreso dal Jerusalem Post, ha riferito che i filmati delle telecamere di sorveglianza lungo il confine con Gaza, raccolti nella rete militare denominata Zi-Tube, non erano più accessibili. Un ufficiale della riserva, che cercava di mostrare un video a un alto responsabile incaricato delle verifiche, li avrebbe trovati cancellati. Fonti della Divisione di Gaza parlarono anche di una «interruzione» nelle registrazioni delle comunicazioni del 7 ottobre, alcune delle quali sarebbero state scaricate e spostate su ordine dei comandanti, diventando inaccessibili, proprio per le prime otto ore. L’esercito ha smentito: il materiale sarebbe conservato e accessibile a chi ne ha titolo.
Le spiegazioni possibili sono due, e non si escludono. La prima è la volontà di proteggere una catena di comando che quel giorno ha fallito in modo clamoroso. La seconda è che le registrazioni contengano decisioni ancora più difficili da rendere pubbliche, a cominciare dall’applicazione della direttiva Annibale. A tre anni di distanza, il governo israeliano ha continuato a resistere all’istituzione di una commissione statale d’inchiesta indipendente, lo strumento previsto dall’ordinamento israeliano per i grandi disastri nazionali. Una democrazia che non vuole indagare su sé stessa ha qualcosa da nascondere a sé stessa, prima ancora che al mondo.
Circola inoltre la testimonianza di un soldato della Brigata Golani, rilanciata dall’emittente nazionalista Arutz Sheva e presentata alla Knesset, su un presunto ordine di sospendere le pattuglie lungo la recinzione nelle prime ore di quella mattina. È un racconto che attende verifiche indipendenti e che va trattato con prudenza. Lo segnalo proprio per marcare la differenza tra ciò che è documentato e ciò che non lo è ancora: è la distinzione che chi agita la «propaganda di Hamas» non fa mai.
7. Gli ostaggi che non erano una priorità
Il 30 settembre 2026, in un’intervista a Piers Morgan, il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha dichiarato che subito dopo il 7 ottobre Hamas si era detta pronta a liberare tutti gli ostaggi civili in cambio di una breve finestra di cessate il fuoco, e che Israele non era interessato nemmeno a prendere in considerazione l’idea. Nella stessa intervista ha definito Netanyahu un criminale di guerra.
La versione qatariota coincide con la ricostruzione di Eldar e Yuval pubblicata da Haaretz. Alle 19 del 7 ottobre Al Thani avrebbe chiamato il capo del Mossad, David Barnea, comunicando la disponibilità di Hamas a rilasciare subito i civili, cioè i minori di diciotto anni e gli ultracinquantenni, senza altre condizioni che la definizione di un mediatore. Barnea avrebbe risposto che Israele non era pronto a parlare con Hamas. Al Thani avrebbe allora chiamato il segretario di Stato statunitense Antony Blinken, che gli avrebbe detto di aspettare tre giorni; Blinken smentisce. Un alto funzionario della difesa israeliana ha ammesso che la liberazione degli ostaggi non figurava tra gli obiettivi di guerra fissati quella notte.
Il 2 ottobre 2026 il generale in congedo Nitzan Alon, che all’inizio della guerra guidava per l’esercito i negoziati sugli ostaggi, ha dichiarato che un accordo per riportare a casa tutti i prigionieri si sarebbe potuto raggiungere forse un anno prima del cessate il fuoco dell’ottobre 2025, e che la dottrina della «vittoria totale» era falsa. Alcuni ostaggi morti in prigionia, ha aggiunto, sarebbero potuti tornare vivi. Chi ha strumentalizzato il dolore delle famiglie degli ostaggi per giustificare la distruzione di Gaza dovrebbe fare i conti con queste parole, pronunciate non da un attivista ma da un generale israeliano.
8. Buttate giù le case
Il giornalista Nahum Barnea ha raccontato su Ynet la riunione del 9 ottobre 2023. Il capo di Stato maggiore Herzi Halevi riferisce che l’aviazione colpisce già circa 1.500 obiettivi al giorno. Netanyahu batte il pugno sul tavolo: «Perché non 5.000?». Gli rispondono che non ci sono informazioni di intelligence sufficienti. La replica, secondo le fonti di Barnea: «Non mi interessano gli obiettivi. Buttate giù le case, bombardate con tutto quello che avete».
Pochi mesi dopo +972 Magazine e Local Call hanno rivelato l’esistenza di Lavender, un sistema di intelligenza artificiale che ha classificato circa 37.000 palestinesi come presunti militanti, con una supervisione umana ridotta in molti casi a pochi secondi di verifica. Molte delle persone individuate sono state colpite in casa, di notte, insieme alle loro famiglie. Un ufficiale ha raccontato di aver aggiunto di propria iniziativa circa 1.200 nuovi obiettivi perché il numero degli attacchi era calato. Ecco il capitalismo della sorveglianza applicato alla guerra: l’estrazione di dati dalla vita quotidiana di un popolo occupato trasformata in una catena di montaggio della morte.
Nel settembre 2026 la Mostra del cinema di Venezia ha assegnato il Premio speciale della giuria a «Naza», il documentario dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, prodotto insieme al Guardian, a +972 Magazine e a Local Call. Ventiquattro membri dell’intelligence israeliana, con volto e voce oscurati, descrivono il sistema che ha guidato gli attacchi su Gaza; «Naza» è la sigla con cui l’esercito indica le vittime civili previste prima di un bombardamento. Alla domanda se ciò a cui hanno partecipato sia un genocidio, uno di loro risponde di sì. Il ministro della Cultura israeliano, Miki Zohar, ha annunciato di voler revocare la cittadinanza ai due registi. Anche loro, a quanto pare, al soldo della propaganda.
9. La fabbrica delle atrocità
Ogni guerra ha bisogno di un racconto che renda accettabile l’inaccettabile. Il 10 ottobre 2023, alle 12:56, la corrispondente di i24 News Nicole Zedek, in diretta da Kfar Aza, riferisce che Hamas ha decapitato quaranta bambini. Poco dopo precisa di non aver visto i corpi: glielo hanno raccontato i soldati. Il racconto rimbalza ovunque, rilanciato dal portavoce del governo israeliano. L’11 ottobre il presidente Biden afferma di aver visto foto di bambini decapitati; poche ore dopo la Casa Bianca deve precisare che né lui né i suoi funzionari hanno visto alcuna prova e che il presidente si riferiva a notizie di stampa e a dichiarazioni israeliane. Il 12 ottobre il Jerusalem Post presenta come prova un post dell’esercito su X, poi cancellato, nel quale di decapitazioni non c’è traccia.
In Italia La Repubblica scrive il 10 ottobre di corpi di quaranta neonati o bambini piccoli, «molti di questi decapitati», sulla sola base di fonti militari israeliane. L’ANSA riprende il giorno dopo il racconto dei soldati; il 12 ottobre Il Messaggero sostiene che le foto del Jerusalem Post «certificano» che non si tratta di notizie false. Nessuna di queste testate ha poi pubblicato una rettifica comparabile per rilievo alla notizia originale. I dati, oggi, sono noti. Action on Armed Violence ha contato tra le vittime del 7 ottobre dieci bambini sotto i dodici anni; il Times of Israel ne ha contati quattordici sotto i dieci anni in tutto Israele. Haaretz ha pubblicato un database con nome, fotografia ed età di ogni vittima. Ogni bambino ucciso è una tragedia. Ma la cifra di quaranta neonati decapitati a Kfar Aza non è mai esistita.
Sulla violenza sessuale serve una precisione ancora maggiore, perché qui la verità è stata danneggiata due volte. L’inchiesta del New York Times sugli stupri sistematici del 7 ottobre, ripresa da BBC, Guardian, CNN, Associated Press e Reuters, è stata contestata in modo serio, a partire da alcune sue testimonianze chiave. Il rapporto della Rappresentante speciale dell’ONU Pramila Patten, nel marzo 2024, ha concluso che esistono «fondati motivi» per ritenere che in almeno tre luoghi si siano verificate violenze sessuali, compresi stupri, e che alcuni ostaggi abbiano subito violenze sessuali in prigionia. Lo stesso rapporto ha giudicato infondate alcune delle accuse più diffuse, come quelle relative a Be’eri, e non ha trovato riscontri delle cifre di centinaia o migliaia di casi evocate dalle autorità israeliane. La lezione è precisa: le invenzioni della propaganda di guerra non servono le vittime reali, le espongono al sospetto. Chi ha gonfiato i fatti per giustificare la vendetta su Gaza ha reso un pessimo servizio anche alle donne israeliane che hanno subito violenza.
10. Contare i bambini
Il confronto tra le due conte di morti dice tutto sulla gerarchia del dolore nei nostri media. Nel luglio 2025 il Washington Post ha pubblicato i nomi di oltre 18.500 bambini palestinesi uccisi a Gaza dall’ottobre 2023. Nel 2024 l’elenco del Ministero della Salute di Gaza, con oltre 34.000 vittime identificate e ordinate per età, impiegava quattordici pagine soltanto per i bambini nati e morti sotto le bombe, e occorreva arrivare a pagina 215 per trovare il primo adulto. Quella lista non ha mai avuto, nei nostri telegiornali, lo spazio concesso ai quaranta neonati che non esistevano.
Nel settembre 2025, nella trasmissione «È sempre Cartabianca», il presidente della Federazione Amici di Israele Eyal Mizrahi ha risposto a Enzo Iacchetti, che parlava di bambini uccisi, con una domanda rimasta nella memoria collettiva: «Definisci bambino». È la sintesi perfetta di un’operazione culturale: rendere discutibile perfino l’infanzia delle vittime, quando le vittime sono palestinesi.
Nell’ottobre 2024 novantanove medici e infermieri statunitensi rientrati da Gaza hanno scritto a Joe Biden e Kamala Harris chiedendo l’embargo sulle armi. «Vorremmo che poteste vedere gli incubi che affliggono molti di noi», scrivevano, descrivendo bambini mutilati dalle armi americane e madri che imploravano di salvarli. Sulla base di una documentazione scientifica estesa stimavano, già allora, almeno 118.908 morti: oltre il 5 per cento della popolazione di Gaza, l’equivalente di più di tre milioni di persone in Italia. Una lettera di epidemiologi pubblicata su The Lancet nel luglio 2024 aveva proiettato in circa 186.000 il numero dei morti complessivi, includendo le morti indirette dovute alla distruzione di ospedali, acqua e cibo. Si può discutere ogni stima, ed è giusto farlo. Ma chi liquida tutto come propaganda dovrebbe spiegare quale interesse avrebbero The Lancet e novantanove medici americani a mentire.
Il 16 settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso quattro dei cinque atti di genocidio previsti dalla Convenzione del 1948. Nel giugno 2026 la stessa Commissione ha pubblicato un rapporto specifico sull’infanzia, secondo il quale i bambini palestinesi sono stati colpiti deliberatamente, nell’ambito di una strategia volta a distruggere il futuro dei palestinesi di Gaza: almeno 21.000 bambini uccisi e 44.000 feriti, con le operazioni militari proseguite anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Israele ha respinto il rapporto come una «farsa diffamatoria». È la risposta prevedibile. Meno prevedibile, e più grave, è il silenzio di chi in Italia dovrebbe informare.
11. L’Iran e il cinismo imperiale
C’è un episodio che rivela meglio di qualsiasi analisi la natura delle strategie occidentali in Medio Oriente. Il 20 maggio 2026 il New York Times ha rivelato che il piano di cambio di regime elaborato da Israele e condiviso con gli Stati Uniti all’avvio della guerra contro l’Iran prevedeva di affidare il potere a Teheran a Mahmoud Ahmadinejad. Proprio lui: l’uomo noto per gli appelli a «cancellare Israele dalla mappa» e per la violenta repressione del dissenso interno. Secondo il quotidiano, Ahmadinejad sarebbe stato ferito il primo giorno di guerra da un raid israeliano sulla sua abitazione, concepito per liberarlo dagli arresti domiciliari; sopravvissuto, si sarebbe poi rivoltato contro il piano, e da allora non se ne hanno notizie certe.
È lo stesso schema del denaro qatariota a Gaza. Il nemico dichiarato diventa una pedina da muovere quando serve, e i principi proclamati, dalla democrazia ai diritti umani, si rivelano per ciò che sono: confezioni retoriche per una politica di potenza. Non c’è bisogno di Hamas per spiegare questo cinismo. Basta la lunga storia dell’imperialismo occidentale in Medio Oriente, dal colpo di Stato contro Mossadeq nel 1953 in poi.
12. Chi sapeva in Borsa
Nel dicembre 2023 due docenti di diritto, Robert Jackson della New York University e Joshua Mitts della Columbia University, hanno pubblicato uno studio secondo cui, nei giorni precedenti il 7 ottobre, si registrarono operazioni anomale di vendita allo scoperto su titoli israeliani, in particolare su un fondo quotato a New York legato alla borsa di Tel Aviv, come se qualcuno scommettesse in anticipo sul crollo dei mercati. Il crollo arrivò. L’Autorità israeliana per i valori mobiliari ha avviato verifiche, e altri analisti hanno contestato la lettura dei dati proposta dagli autori.
Non ci sono conclusioni definitive, ed è doveroso dirlo. Ma la vicenda ricorda che, nelle guerre del capitalismo finanziario, qualcuno guadagna sempre, e che raramente le inchieste su chi ha guadagnato arrivano in fondo. La finanza non ha patria né lutto: ha soltanto posizioni aperte.
13. A che cosa serve la parola «propaganda»
Rimettiamo in fila i fatti. Netanyahu ha ricevuto avvertimenti dagli Emirati, dall’Egitto e dal proprio servizio di sicurezza interna. L’intelligence aveva il piano di Hamas da oltre un anno. Il governo israeliano aveva favorito per anni il flusso di denaro verso Hamas come strumento di divisione dei palestinesi. Il 7 ottobre l’esercito ha applicato una dottrina che ha esposto al proprio fuoco civili e ostaggi. Le registrazioni di quella giornata sono, almeno in parte, inaccessibili. Un’offerta per liberare gli ostaggi civili sarebbe stata respinta la sera stessa. La risposta militare è stata concepita fin dal primo giorno come distruzione di massa, con l’ausilio di macchine che producono bersagli. E il racconto delle atrocità è stato in parte gonfiato da notizie mai verificate, rilanciate senza rettifica dai principali media italiani.
Nessuno di questi fatti proviene da Hamas. Provengono, quasi tutti, da giornalisti, ufficiali e istituzioni israeliani e occidentali. Ecco perché l’accusa di «propaganda di Hamas» è così preziosa per chi la usa: non serve a confutare, serve a non dover confutare. È un dispositivo di egemonia nel senso gramsciano del termine, che stabilisce il perimetro del dicibile prima ancora che si apra la discussione. Lo stesso dispositivo che, in Italia, ispira i tentativi di trasformare in legge una definizione di antisemitismo capace di confondere la critica allo Stato di Israele con l’odio verso gli ebrei.
Va ripetuto ancora una volta, perché è la condizione di ogni discorso onesto: il massacro di civili del 7 ottobre è un crimine e resta un crimine. Ma la verità sul 7 ottobre non appartiene né a Hamas né al governo Netanyahu. Appartiene alle vittime israeliane, che hanno diritto di sapere perché nessuno le ha protette e perché alcune sono morte sotto il fuoco del proprio esercito; e appartiene alle vittime palestinesi, decine di migliaia, che hanno diritto di non essere cancellate due volte, prima dalle bombe e poi dal racconto. Pretendere quella verità, con una commissione d’inchiesta indipendente in Israele e con la giustizia internazionale per i crimini commessi a Gaza, non è propaganda. È il minimo che il giornalismo, e la politica, devono a entrambe.
14. Fonti
1. Ynetnews, intervista a Giovan Battista Brunori sul termine «escursionisti», 10 agosto 2026: https://www.ynetnews.com/culture/article/s1ecl00dufl
2. ONU, UNISPAL, Premio UNESCO Guillermo Cano 2024 ai giornalisti palestinesi che coprono Gaza: https://www.un.org/unispal/?p=295650
3. LaPresse, «Wsj: l’Egitto avvertì tre volte Netanyahu di un imminente attacco prima del 7 ottobre», 28 settembre 2026: https://www.lapresse.it/esteri/2026/09/28/israele-wsj-egitto-avverti-tre-volte-netanyahu-di-un-imminente-attacco-prima-del-7-ottobre/
4. Ynetnews, telefonata del capo dell’intelligence egiziana a Netanyahu prima del 7 ottobre: https://www.ynetnews.com/article/syza7gdcfl
5. The New American, sintesi dell’inchiesta di Haaretz di Shlomi Eldar e Ruth Yuval sugli avvertimenti e sull’offerta per gli ostaggi, 10 settembre 2026: https://thenewamerican.com/world-news/middle-east/haaretz-netanyahu-ignored-october-7-warnings-rejected-early-hostage-offer/
6. KTVU, sintesi dell’inchiesta del New York Times sul piano «Muro di Gerico», 30 novembre 2023: https://www.ktvu.com/news/israel-knew-about-hamas-attack-new-york-times
7. Fanpage, «The Bibi Files»: così Netanyahu chiese al Qatar di finanziare Hamas: https://www.fanpage.it/esteri/bibi-files-cosi-netanyahu-chiese-al-qatar-di-finanziare-hamas-io-uso-la-tecnica-de-il-padrino/
8. Middle East Eye, sintesi dell’inchiesta di Haaretz sulla direttiva Annibale, 7 luglio 2024: https://www.middleeasteye.net/news/israeli-army-widely-employed-hannibal-directive-target-its-citizens-7-october
9. The Jerusalem Post e Walla, filmati Zi-Tube e registrazioni del 7 ottobre non più accessibili, 3 dicembre 2023: https://www.jpost.com/arab-israeli-conflict/article-776318
10. Middle East Eye, il premier del Qatar a Piers Morgan sull’offerta di Hamas per gli ostaggi, 1 ottobre 2026: https://www.middleeasteye.net/live-blog/live-blog-update/israel-not-interested-hamas-proposal-release-hostages-ceasefire-qatari
11. The New Arab, il premier del Qatar a Piers Morgan: Netanyahu criminale di guerra: https://newarab.com/news/qatar-pm-tells-piers-morgan-netanyahu-war-criminal
12. Al Jazeera, l’ex negoziatore Nitzan Alon: Israele avrebbe potuto liberare prima gli ostaggi, 2 ottobre 2026: https://www.aljazeera.com/news/2026/10/2/israel-couldve-ended-gaza-war-freed-captives-sooner-israel-ex-negotiator
13. Libertarian Institute, sintesi del racconto di Nahum Barnea su Ynet della riunione del 9 ottobre 2023: https://libertarianinstitute.org/news/report-netanyahu-demanded-the-idf-bomb-homes-without-intelligence
14. +972 Magazine, «Lavender: la macchina di intelligenza artificiale che dirige i bombardamenti israeliani su Gaza», aprile 2024: https://www.972mag.com/lavender-ai-israeli-army-gaza/
15. L’Espresso, «Naza» a Venezia, 11 settembre 2026: https://lespresso.it/c/cultura/2026/9/11/naza-venezia-film-israele-palestina-gaza-idf-trama-abraham-szor/64654
16. Euronews, il ministro israeliano minaccia di revocare la cittadinanza ai registi di «Naza», 14 settembre 2026: https://it.euronews.com/2026/09/14/ministro-israeliano-cittadinanza-a-rischio-per-i-registi-di-naza-doc-su-gaza-vincitore-a-v
17. Al Jazeera, la Casa Bianca ridimensiona le parole di Biden sui bambini decapitati, 12 ottobre 2023: https://www.aljazeera.com/news/2023/10/12/white-house-walks-back-bidens-claim-he-saw-children-beheaded-by-hamas
18. The Intercept, la falsa notizia dei bambini decapitati, 14 dicembre 2023: https://theintercept.com/2023/12/14/israel-biden-beheaded-babies-false/
19. Snopes, verifica sui «40 bambini decapitati»: https://www.snopes.com/news/2023/10/12/40-israeli-babies-beheaded-by-hamas/
20. Al Jazeera, il rapporto ONU di Pramila Patten sulla violenza sessuale del 7 ottobre, 4 marzo 2024: https://www.aljazeera.com/news/2024/3/4/reasonable-grounds-to-believe-hamas-committed-sexual-violence-un
21. PassBlue, che cosa conferma e che cosa smentisce il rapporto ONU sulla violenza sessuale, 6 marzo 2024: https://passblue.com/2024/03/06/un-report-on-oct-7-sexual-violence-disproves-israeli-contentions-while-confirming-others/
22. Observador, il Washington Post pubblica i nomi di 18.500 bambini uccisi a Gaza, 1 agosto 2025: https://observador.pt/2025/08/01/washington-post-publica-lista-com-o-nome-das-18-500-criancas-que-morreram-em-gaza-durante-o-conflito-com-israel/
23. Il Fatto Quotidiano, Enzo Iacchetti ed Eyal Mizrahi a «È sempre Cartabianca», 17 settembre 2025: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/17/enzo-iacchetti-al-presidente-della-federazione-amici-disraele-cosa-hai-detto-strono-non-conosci-la-storia-dei-palestinesi-ne-del-tuo-paese-cosa-e-successo-a-e-sempre-cartabianca/8129467/
24. Il Fatto Quotidiano, la lettera dei 99 medici statunitensi a Biden e Harris, 21 ottobre 2024: https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/10/21/119mila-morti-gazalettera-appello-99-medici-biden-harris/7735864/
25. Peoples Dispatch, la lettera su The Lancet che stima fino a 186.000 morti a Gaza, 9 luglio 2024: https://peoplesdispatch.org/2024/07/09/lancet-letter-estimates-there-could-be-as-many-as-186000-deaths-in-gaza/
26. ONU, UNISPAL, la Commissione d’inchiesta conclude che Israele ha commesso genocidio a Gaza, 16 settembre 2025: https://www.un.org/unispal/document/israel-has-committed-genocide-in-the-gaza-strip-un-commission-finds-16sep25/
27. Novara Media, la Commissione ONU: Israele colpisce deliberatamente i bambini palestinesi, 23 giugno 2026: https://novaramedia.com/2026/06/23/israel-deliberately-targeting-palestinian-children-un-commission-finds/
28. Al Jazeera, Stati Uniti e Israele pianificavano di insediare Ahmadinejad, secondo il New York Times, 20 maggio 2026: https://www.aljazeera.com/news/2026/5/20/us-and-israel-planned-to-install-ahmadinejad-as-iranian-leader-nyt-says
29. The Times of Israel, il piano israeliano per affidare l’Iran ad Ahmadinejad: https://www.timesofisrael.com/nyt-israeli-developed-plan-sought-to-have-ahmadinejad-run-iran-after-khamenei-killed/
30. L’Orient Today, Israele indaga su possibili operazioni finanziarie anticipate prima del 7 ottobre, dicembre 2023: https://today.lorientlejour.com/article/1359625/israel-investigates-possible-trading-knowledge-ahead-of-oct-7-hamas-attack.html
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