
È morta a Roma, a ottant’anni, la giornalista ed ex europarlamentare. Il ricordo di due incontri, la verità sulla vicenda del seggio, il lavoro a Strasburgo e un’idea di Europa che il riarmo vorrebbe seppellire
1. Una donna che non apparteneva a nessuna parte
Ci sono persone che attraversano la politica senza mai appartenere davvero alla politica.
Non perché la rifiutino, ma perché non accettano di ridurre le proprie idee alle convenienze di una parte, alle geometrie di un partito, alle fedeltà di una corrente.
Barbara Spinelli è stata una di queste persone.
È morta oggi, 7 ottobre 2026, a Roma, all’età di ottant’anni. La notizia, data dal Fatto Quotidiano, il giornale con cui collaborava da un decennio, è stata confermata da fonti del Parlamento europeo a Strasburgo. La famiglia ha ringraziato i medici e il personale della clinica Villa del Rosario e ha fatto sapere che i funerali si svolgeranno in forma strettamente privata.
La sua scomparsa lascia un vuoto enorme nel giornalismo e nella cultura politica italiana ed europea. Ma soprattutto lascia un’assenza difficile da colmare in quella parte della società che ha continuato a considerare l’Europa non come un mercato, non come una burocrazia, non come una fortezza, e oggi nemmeno come una caserma, ma come un progetto politico e umano.
Io Barbara Spinelli l’ho sempre guardata con grande rispetto e con grande ammirazione. E ho avuto anche la fortuna di incontrarla personalmente, due volte. Ma prima di raccontare quei due incontri, e prima di tornare sulle pagine più controverse della sua storia politica, vale la pena ricordare chi era.
2. Figlia di Altiero, ma non soltanto
Barbara Spinelli era nata a Roma il 31 maggio 1946. Era figlia di Altiero Spinelli, uno dei padri del federalismo europeo, e di Ursula Hirschmann, antifascista tedesca di origine ebraica, anche lei figura decisiva del movimento federalista. È cresciuta dentro una storia familiare che coincideva, letteralmente, con la storia dell’idea europea: il confino di Ventotene, il Manifesto scritto nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, la Resistenza, il Movimento federalista europeo.
Sarebbe però profondamente ingiusto ricordarla soltanto come la figlia di qualcuno. Barbara costruì un percorso proprio, e lo costruì nel giornalismo. Cominciò nella redazione del Globo, fu tra i fondatori di Repubblica, divenne corrispondente da Parigi per il Corriere della Sera e poi per La Stampa, di cui fu a lungo editorialista prima di tornare a scrivere per Repubblica. Dal 2016 firmava i suoi commenti sul Fatto Quotidiano. Ha scritto di Europa, di antifascismo, del rapporto tra democrazia e potere, di memoria e di diritti, sempre con una scrittura colta, densa, mai compiacente.
Fu compagna di Tommaso Padoa-Schioppa, uno degli architetti dell’unione monetaria, scomparso nel 2010. Anche per questo colpisce che proprio lei, negli anni della crisi greca, sia diventata una delle voci più dure contro l’Europa dell’austerità e della troika. Non era un rinnegamento. Era la conseguenza logica di una convinzione: una moneta senza democrazia, senza solidarietà fiscale e senza un governo politico federale non è l’Europa di Ventotene, ne è la caricatura.
Barbara non si limitò a ereditare un nome. Ne raccolse l’eredità più difficile: quella di considerare l’Europa un progetto ancora incompiuto e, proprio per questo, da difendere, criticare e trasformare.
Altiero Spinelli aveva immaginato un’Europa capace di superare la sovranità assoluta degli Stati nazionali attraverso una federazione democratica. Barbara, molti decenni dopo, continuò a interrogarsi su quella stessa promessa. Non sull’Europa dei tecnocrati, ma sull’Europa dei cittadini. Non sull’Europa delle banche, ma sull’Europa dei diritti. Non sull’Europa delle frontiere, ma su quella capace di riconoscere nella persona il proprio centro.
E soprattutto su un’Europa realmente federale, dotata di poteri democratici autentici. Non è un’interpretazione che le attribuisco oggi. Nel giugno del 2014, quando annunciò la decisione di accettare il seggio al Parlamento europeo, scrisse esplicitamente che avrebbe lavorato per «un’Europa federale dotata di poteri autentici e democratici».
Il suo impegno civile, del resto, non era cominciato con la candidatura. Nel 2013 era stata tra le protagoniste, insieme al gruppo di MicroMega, della richiesta di dichiarare Silvio Berlusconi ineleggibile. Una battaglia di legalità costituzionale, condotta da una giornalista che non aveva mai confuso l’indipendenza con l’indifferenza.
3. Acerra e Palermo, due incontri
La prima volta che la incontrai fu ad Acerra, in piazza Duomo, durante la campagna elettorale per le elezioni europee del 2014. Barbara era candidata non soltanto nella circoscrizione Centro ma anche in quella Meridionale, ed era lì, in una città della provincia di Napoli segnata dall’inceneritore e dalla Terra dei fuochi, a spiegare che un’altra Europa era possibile. Erano i giorni nei quali prendeva forma quella straordinaria, e per certi versi irripetibile, esperienza politica de L’Altra Europa con Tsipras.
La seconda volta fu a Palermo, l’anno successivo, durante un’iniziativa promossa da Prima le Persone, dedicata alla pace, ai diritti e alle politiche europee nel Mediterraneo. Nel novembre 2015 Barbara era ormai parlamentare europea e interveniva nel confronto sulle frontiere e sui diritti delle persone migranti, i temi che a Strasburgo stava seguendo con maggiore ostinazione.
Due momenti diversi, due contesti diversi, ma una stessa impressione: quella di trovarsi davanti a una donna che non aveva bisogno di costruirsi un personaggio politico. La sua autorevolezza veniva dalla storia, dalla cultura, dalla coerenza delle sue idee. Ascoltava prima di parlare. E quando parlava non cercava l’applauso, cercava di farti pensare.
4. L’appello dei sei e la nascita de L’Altra Europa
Per capire la vicenda che più di ogni altra le è stata rinfacciata, bisogna tornare all’inizio. L’Altra Europa con Tsipras non nacque dentro una segreteria di partito. Nacque da un appello pubblicato all’inizio del 2014 da un gruppo di intellettuali: Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Luciano Gallino, Marco Revelli, Guido Viale e la stessa Barbara Spinelli. L’idea era semplice e ambiziosa: presentare alle europee una lista unitaria, aperta alla società civile, a sostegno della candidatura di Alexis Tsipras, leader di Syriza, alla presidenza della Commissione europea.
La lista fu costruita in pochi mesi, in una corsa contro il tempo e contro il silenzio dei grandi media. Il 25 maggio 2014 raccolse oltre un milione e centomila voti e il 4,03 per cento, superando lo sbarramento e conquistando tre seggi. Per la prima volta dopo anni, una lista alla sinistra del Partito democratico tornava a essere rappresentata a Strasburgo.
Quel risultato non fu la somma aritmetica dei partiti che vi avevano aderito. Fu il prodotto di una scommessa: costruire una casa nella quale potessero incontrarsi partiti, movimenti, associazioni, intellettuali, militanti e soprattutto quella parte della società civile che non trovava più rappresentanza nelle forme tradizionali della politica. È lecito dubitare che Sinistra Ecologia e Libertà e Rifondazione comunista, ciascuna per conto proprio, avrebbero superato quella soglia.
5. Il seggio, Furfaro e la rabbia di Sel
Prima del voto, Barbara Spinelli aveva dichiarato che la sua sarebbe stata una candidatura di garanzia e che, se eletta, avrebbe lasciato il seggio. Lo stesso aveva annunciato Moni Ovadia, capolista nel Nord-Ovest. L’equilibrio previsto era preciso: rinunciando lei, sarebbero entrati Marco Furfaro di Sel nella circoscrizione Centro ed Eleonora Forenza di Rifondazione al Sud, mentre al Nord-Ovest il posto di Ovadia sarebbe andato a Curzio Maltese. Società civile, Sel e Rifondazione: tre anime, tre seggi.
Ma le urne dissero una cosa che nessuno aveva previsto in quella misura. Barbara risultò la più votata sia al Centro sia al Sud, con circa 78.000 preferenze complessive. Il 2 giugno Alexis Tsipras le scrisse una lettera chiedendole esplicitamente di accettare il mandato: secondo il leader di Syriza la sua presenza era più importante in quel momento che nella fase di nascita della lista, e gli elettori lo avevano riconosciuto eleggendola in due circoscrizioni.
Il 7 giugno Barbara annunciò la sua decisione. Spiegò di essere rimasta sorpresa dal numero di preferenze e dalle forti sollecitazioni ricevute da elettori, candidati, comitati e garanti della lista. Optò per il seggio del Centro, consentendo così l’elezione di Eleonora Forenza al Sud. A restare fuori fu Marco Furfaro, l’unico eletto di Sel.
La reazione fu violentissima. Nicola Fratoianni, allora coordinatore di Sel, parlò di «una logica proprietaria e anche un po’ miserabile». Arturo Scotto la accusò di comportarsi come un’esponente della casta. Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione, le espresse invece solidarietà. Furfaro le indirizzò una lunga lettera aperta, amara e personale.
Barbara rispose respingendo l’accusa di aver trattato i candidati come pedine. Sostenne che Sel considerava Furfaro il proprio candidato e non un candidato della lista, e indicò il vero nodo politico con una frase destinata a far discutere: Sel, disse, non sapeva decidersi «tra Tsipras e Schulz». Tradotto: tra il progetto di una sinistra europea autonoma e il ritorno nell’orbita del socialismo europeo e del Partito democratico.
Ed è precisamente questo il punto che, a mio giudizio, è stato troppo spesso rimosso dalla narrazione successiva.
6. La prova dei fatti
C’è una domanda che quella polemica ha sempre evitato: che cosa stava accadendo, in quelle stesse settimane, dentro Sel?
La risposta la diedero i suoi stessi dirigenti. Il 3 giugno 2014, mentre la decisione era ancora sospesa, Nichi Vendola definiva L’Altra Europa una scelta dell’ultimo minuto e dichiarava all’Unità che l’orizzonte del suo partito restava l’alleanza con il Pd. Dentro Sel si fronteggiavano due linee: quella filo Pd del capogruppo alla Camera Gennaro Migliore e quella di chi, come Fratoianni, voleva dare continuità all’esperienza della lista. Nel giro di poche settimane Migliore e un gruppo di parlamentari lasciarono Sel; Migliore sarebbe poi approdato al Pd di Matteo Renzi.
E Marco Furfaro? Negli anni successivi ha compiuto lo stesso tragitto: oggi siede alla Camera dei deputati con il Partito democratico, nel quale è stato eletto nel 2022.
Non lo ricordo per spirito di rivalsa. Lo ricordo perché i fatti, con il tempo, hanno chiarito che cosa fosse in gioco. Barbara aveva colto, prima di altri, che una parte dei soggetti organizzati che avevano aderito alla lista la consideravano una stazione di passaggio, un veicolo elettorale per tornare a negoziare con il centrosinistra. Lei invece la considerava l’inizio di un soggetto nuovo, autonomo, capace di parlare anche agli astenuti e ai delusi dal Pd e dal Movimento 5 Stelle.
La storia successiva avrebbe mostrato che il problema non era la presenza di Barbara Spinelli a Strasburgo. Il problema era la difficoltà, e forse la mancanza di volontà, delle forze politiche che componevano quella esperienza di costruire davvero il soggetto nuovo che avevano promesso.
7. La discussione dentro ALBA
Io ricordo anche un altro elemento di quella vicenda, che ritengo importante riportare.
ALBA, Alleanza Lavoro Beni Comuni Ambiente, era nata nel 2012 attorno al manifesto per un soggetto politico nuovo promosso, tra gli altri, da Paul Ginsborg, Marco Revelli, Luciano Gallino e Guido Viale. L’idea era costruire una forma politica distante dalle degenerazioni del partito novecentesco, capace di tenere insieme lavoro, beni comuni, ambiente, diritti e democrazia partecipativa. Molti dei suoi promotori furono tra gli animatori della lista Tsipras, e Guido Viale fu uno dei più stretti collaboratori di Barbara.
Nel materiale politico di ALBA l’idea di un’altra Europa era centrale: un’Europa politica e democratica, fondata sulla partecipazione dei cittadini, sui diritti e sull’uguaglianza, contrapposta all’Europa dei vincoli di bilancio e del Fiscal compact.
In quel contesto maturò una discussione interna molto critica sulla fragilità dell’esperienza che si stava costruendo intorno alla lista. Il timore era che le logiche dei partiti, con le loro quote, le loro identità e i loro calcoli di sopravvivenza, finissero per prevalere sul progetto originario e per riassorbirlo. Era un timore tutt’altro che infondato. La vicenda del seggio ne fu la prima, clamorosa conferma: mentre si sarebbe dovuto discutere di programmi e di radicamento, si contavano i posti.
8. La rottura del 2015
Il 18 aprile 2015 Barbara Spinelli firmò, insieme a molti ex garanti e militanti della lista, una lettera aperta di dissenso indirizzata ai dirigenti de L’Altra Europa. L’11 maggio annunciò l’uscita. Nella nota con cui motivò la scelta ricostruì il senso originario dell’esperienza: un progetto nato per superare i piccoli partiti della sinistra, per conquistare un elettorato deluso dal Pd, dal Movimento 5 Stelle e dal voto stesso, quindi non esclusivamente di sinistra, e per elaborare un’idea di Unione attenta all’ambiente, solidale, capace di chiudere la stagione dell’austerità e dei nazionalismi xenofobi che quella stagione aveva alimentato. A suo giudizio, L’Altra Europa non era più all’altezza di quel progetto.
Non aderì ad altri partiti. Dal 18 maggio 2015 il Parlamento europeo la registra come indipendente, sempre all’interno del gruppo della Sinistra unitaria europea, il GUE/NGL, del quale dal 2017 fino alla fine della legislatura fece parte dell’ufficio di presidenza.
E qui, a mio avviso, c’è uno dei passaggi più significativi di tutta questa storia. Barbara era stata accusata di aver accettato il seggio per difendere il progetto de L’Altra Europa. Quando constatò che quel progetto si stava allontanando dalla sua ispirazione originaria, non si dimise dal Parlamento. Rimase. Ed è proprio questa la prova della sua coerenza: il mandato ricevuto da decine di migliaia di elettori era più importante della struttura organizzativa che nel frattempo si stava sgretolando.
La frammentazione che Barbara denunciò nel 2015 è esattamente ciò che si è verificato negli anni successivi, elezione dopo elezione, sigla dopo sigla. Aveva visto giusto, e lo aveva visto prima di altri.
9. I numeri smentiscono l’accusa di assenteismo
C’è un’altra cosa che voglio dire con chiarezza. In questi anni è circolata anche l’accusa di assenteismo. Nacque nell’estate del 2014, quando un settimanale costruì un articolo su un conteggio delle sue presenze nelle primissime settimane della legislatura, prima ancora che il lavoro parlamentare entrasse a regime. Da allora quell’etichetta le è rimasta addosso, ripetuta per inerzia.
Ebbene, questa accusa non trova riscontro nei dati. Secondo Openpolis, durante la legislatura europea 2014-2019 Barbara Spinelli partecipò al 98,81 per cento delle votazioni elettroniche per appello nominale. Era quinta tra gli europarlamentari italiani e ventiquattresima nell’intero Parlamento europeo. Il dato è talmente alto da rendere francamente impossibile sostenere che fosse una parlamentare assente.
Ma la questione non riguarda soltanto la presenza fisica. Riguarda ciò che fece durante quella presenza. Fu vicepresidente della Commissione per gli affari costituzionali, AFCO, il luogo nel quale si discutono la struttura istituzionale dell’Unione, i Trattati e il futuro dell’integrazione europea. Già nel giugno 2014 la sua collocazione in quella commissione veniva letta come coerente con l’obiettivo di lavorare alla riforma dei Trattati. Fece parte della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, LIBE, prima come membro sostituto e poi, dal 2017, come membro titolare. Per l’intera legislatura sedette inoltre nella delegazione per le relazioni con Israele, nella commissione parlamentare di cooperazione tra Unione europea e Russia e nell’Assemblea parlamentare dell’Unione per il Mediterraneo. Tre osservatori che, letti oggi, dicono molto della sua sensibilità: la questione palestinese, il rapporto con la Russia, il Mediterraneo trasformato in frontiera di morte.
Su quest’ultimo fronte la sua azione fu concreta. Il 4 aprile 2016, pochi giorni dopo la dichiarazione tra Unione europea e Turchia sui rifugiati, presentò alla Commissione un’interrogazione scritta, poi sottoscritta da cinquantanove deputati, nella quale chiedeva conto della compatibilità di quell’accordo con il principio di non respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra. Richiamava le denunce dell’UNHCR sulle gravi carenze dei sistemi di accoglienza in Grecia e in Turchia e il giudizio di Peter Sutherland, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per le migrazioni, secondo cui rimandare indietro persone senza esaminarne le domande di asilo violava il diritto internazionale.
Era il primo grande accordo di esternalizzazione delle frontiere europee: sei miliardi di euro ad Ankara perché trattenesse i profughi lontano dalle coste greche. Sarebbe diventato il modello di quelli successivi, dalla Libia alla Tunisia fino ai centri in Albania voluti dal governo Meloni. Barbara lo aveva denunciato quando quasi nessuno, nelle istituzioni, aveva il coraggio di farlo.
La donna accusata di essersi presa un seggio che non le spettava finì così per occuparsi esattamente di ciò a cui aveva dedicato la vita: l’Europa, le sue istituzioni, i suoi confini e il modo in cui quei confini decidono chi ha diritti e chi no.
10. Grecia 2015, il colpo di Stato postmoderno
C’è un momento in cui la Barbara Spinelli federalista e la Barbara Spinelli di sinistra coincidono perfettamente: l’estate del 2015, quando le istituzioni europee e il Fondo monetario internazionale strinsero la Grecia di Tsipras in una morsa.
Il 29 giugno 2015, alla vigilia del referendum greco sul memorandum della troika, firmò con il filosofo francese Étienne Balibar una lettera aperta pubblicata su Repubblica. La tesi era netta: la resistenza del governo greco alle nuove misure di austerità, e la scelta di sottoporle al voto popolare, erano la risposta a un colpo di Stato postmoderno che le istituzioni europee, insieme al Fondo monetario, stavano sperimentando contro Atene e che domani avrebbero potuto replicare contro altri Paesi membri. I due autori ricordavano alla Commissione e alla Banca centrale europea che il loro compito non era rappresentare gli Stati più forti, ma l’Unione nel suo insieme.
Dopo il 5 luglio, quando il popolo greco respinse il memorandum con il suo OXI, Barbara andò oltre. Chiese le dimissioni del presidente del Parlamento europeo, il socialdemocratico tedesco Martin Schulz, che aveva fatto apertamente campagna per il Sì e auspicato la sostituzione del governo legittimo di Atene con un esecutivo tecnico. Definì il suo comportamento «parziale, brutale, ottuso», senza precedenti nella storia dell’Unione e del suo Parlamento.
È qui che si misura la distanza tra il suo europeismo e quello di maniera. Per l’europeismo ufficiale, l’Europa coincide con le sue istituzioni, qualunque cosa facciano. Per Barbara, un’istituzione europea che piegava la volontà democratica di un popolo agli interessi dei creditori tradiva l’Europa, anche se sventolava la bandiera blu con le dodici stelle. Era, a mio modo di vedere, la stessa intuizione che attraversa il Manifesto di Ventotene, dove l’unità del continente non è mai separata dalla trasformazione sociale e dalla democrazia.
11. Ventotene contro il riarmo
L’ultima grande battaglia pubblica di Barbara Spinelli l’abbiamo vista nella primavera del 2025.
Il 19 marzo, alla Camera, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni lesse alcuni passaggi del Manifesto di Ventotene, estrapolati dal contesto, per concludere che quella non era la sua Europa. Era il giorno in cui la Lega le contestava il mandato per approvare il piano di riarmo europeo da 800 miliardi presentato da Ursula von der Leyen. Barbara rispose sul Fatto Quotidiano con un’analisi lucidissima: Meloni aveva usato il Manifesto come silenziatore delle divisioni con la Lega e come arma di distrazione parlamentare. L’attacco a Ventotene serviva a non parlare del riarmo.
Il 5 aprile 2025 salì sul palco della manifestazione contro il riarmo europeo che, promossa dal Movimento 5 Stelle, riempì le strade di Roma. Davanti a quella piazza tornò sul voto con cui il Partito democratico aveva sostenuto il piano, e dalla folla partirono i fischi all’indirizzo dei dem. La figlia dell’autore del Manifesto, su un palco contro il riarmo: un’immagine che vale più di molti editoriali.
Questo è il punto che oggi conta di più. Le classi dirigenti europee stanno compiendo un’operazione di rovesciamento: invocano Altiero Spinelli e Ventotene per giustificare l’economia di guerra, la corsa agli armamenti, la trasformazione dell’Unione in un polo militare e industriale al servizio della competizione tra potenze. Barbara, che di quell’eredità era la custode più legittima, ha detto con chiarezza da che parte stava. Un’Europa federale non è un esercito con una banca centrale. È una comunità politica fondata sulla pace, sui diritti sociali, sulla democrazia. Chi oggi brandisce Ventotene per armare il continente fa al Manifesto ciò che Meloni ha fatto alla Camera: lo usa contro sé stesso.
12. L’attualità del suo federalismo
Il pensiero di Barbara Spinelli era quello di una federalista democratica, erede della tradizione di Ventotene, convinta che l’Europa potesse e dovesse essere trasformata a partire dalle sue fondamenta, con una revisione profonda dei Trattati e con istituzioni finalmente rispondenti ai cittadini.
Il suo lavoro è prezioso proprio per questo. Ha dimostrato, con i fatti, che l’europeismo non coincide con l’obbedienza alla troika, e che si può essere europeisti fino in fondo e allo stesso tempo denunciare l’Europa dell’austerità, dei respingimenti e del riarmo. Lo ha fatto con la Grecia nel 2015, quando difese la sovranità democratica di un popolo contro la pressione dei creditori. Lo ha fatto con i profughi, quando chiese conto alla Commissione dell’accordo con la Turchia. Lo ha fatto nel 2025, quando difese il Manifesto di Ventotene dall’uso strumentale che se ne voleva fare per giustificare il riarmo.
In un tempo in cui il campo sembra diviso tra un europeismo liberista e bellicista e un sovranismo nazionalista e reazionario, lei ha indicato un’altra strada: un’Europa dei popoli, federale, democratica e di pace, che la sinistra non dovrebbe lasciare né agli uni né agli altri. È un’eredità che oggi pesa più che mai, e che merita di essere raccolta.
13. Una donna libera
È questo, alla fine, ciò che vorrei ricordare di Barbara Spinelli. La sua libertà.
La libertà di pensare controcorrente. La libertà di criticare anche la propria parte. La libertà di non farsi rinchiudere dentro una sigla. La libertà di accettare un mandato quando riteneva giusto farlo e di abbandonare quella stessa struttura politica quando riteneva che avesse tradito il progetto originario.
Non è facile, nella politica italiana, mantenere una simile indipendenza. E forse è proprio per questo che Barbara Spinelli è stata tante volte contestata. Gli indipendenti sono scomodi. Gli intellettuali che non accettano di diventare funzionari di partito sono scomodi. Le persone che ricordano ai partiti perché erano nati sono ancora più scomode.
Io l’ho incontrata due volte. La prima ad Acerra, in quella piazza Duomo nella quale la campagna de L’Altra Europa con Tsipras portava nelle strade l’idea che un’altra politica fosse possibile. La seconda a Palermo, l’anno dopo, quando era già parlamentare europea e discuteva di Mediterraneo, migrazioni e diritti.
A distanza di anni, ciò che rimane di quei due incontri non è soltanto il ricordo personale. Rimane la sensazione di aver incontrato una donna che credeva ancora che la politica potesse essere qualcosa di diverso dalla semplice conquista del potere.
Per questo oggi non vorrei scrivere un necrologio. Vorrei scrivere un elogio. L’elogio di una donna che ha avuto il coraggio di portare dentro le istituzioni la propria idea di Europa senza lasciarsi trasformare dalle istituzioni.
Barbara Spinelli era figlia di Altiero. Ma non è stata soltanto la figlia di Altiero Spinelli. È stata Barbara Spinelli. Una giornalista. Un’intellettuale. Una donna libera. Un’europeista. Una parlamentare che, dati alla mano, ha lavorato e partecipato. E soprattutto una persona che ha continuato a credere che l’Europa potesse essere qualcosa di molto più grande dell’Europa che abbiamo costruito.
Un’Europa federale. Democratica. Solidale. Di pace. Fondata sui diritti. Un’Europa dei cittadini e non soltanto dei governi, e tanto meno dei mercati e delle industrie belliche.
Quella battaglia non è finita. Anzi, oggi è ancora più difficile, perché l’idea di Europa viene usata per giustificare il contrario di ciò che prometteva. Ed è per questo che Barbara Spinelli continuerà a essere presente ogni volta che qualcuno proverà a riprendere in mano quell’idea.
Le persone muoiono. Le idee, quando sono davvero profonde, attraversano le generazioni. Quella di un’Europa veramente federale e di pace è una di queste, e Barbara ha contribuito a tenerla viva anche quando sembrava che nessuno volesse più ascoltarla.
Fonti
ANSA, «E’ morta Barbara Spinelli», 7 ottobre 2026. https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/10/07/e-morta-barbara-spinelli_8f7b03d7-bc4a-4912-95e9-5bd3eddb7028.html
Quotidiano Nazionale, «Barbara Spinelli è morta, addio alla sorella d’Europa», 7 ottobre 2026. https://www.quotidiano.net/cronaca/barbara-spinelli-morta-c7zhq0vo
Antimafia Duemila, «È morta Barbara Spinelli, giornalista ed ex europarlamentare: aveva 80 anni», 7 ottobre 2026. https://antimafiaduemila.com/home/mafie-news/topnews/e-morta-barbara-spinelli-giornalista-ed-ex-europarlamentare-aveva-80-anni.html
Parlamento europeo, scheda di Barbara Spinelli, cronologia dell’ottava legislatura (affiliazioni, commissioni, delegazioni). https://www.europarl.europa.eu/meps/en/124810/BARBARA_SPINELLI/history/8
Openpolis, dati sulla partecipazione al voto degli europarlamentari italiani, legislatura 2014-2019.
RaiNews, lettera di Barbara Spinelli sull’accettazione del seggio, giugno 2014.
HuffPost Italia, la decisione di Barbara Spinelli di accettare il seggio, giugno 2014.
Eunews, «Spinelli manda Sel nel caos, Vendola guarda a Renzi, Fratoianni spinge per l’unità a sinistra», 3 giugno 2014. https://eunews.it/2014/06/03/spinelli-manda-sel-nel-caos-vendola-guarda-a-renzi-fratoinanni-spinge-per-lunita-a-sinistra
Eunews, «Tsipras scrive a Spinelli: accetta l’elezione e vieni al Parlamento di Strasburgo», 3 giugno 2014. https://eunews.it/2014/06/03/tsipras-scrive-a-spinelli-accetta-lelezione-e-vieni-al-parlamento-di-strasburgo/16832
l’Unità, archivio, edizioni del 27 maggio 2014 e del 9 giugno 2014. https://archivio.unita.news/assets/main/2014/06/09/page_006.pdf
Il Fatto Quotidiano, «Spinelli: Furfaro al macello? Sel non sa decidersi tra Tsipras e Schulz», 9 giugno 2014. https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/09/spinelli-furfaro-al-macello-macche-sel-non-sa-decidersi-tra-tsipras-e-schulz/1019690/
la Repubblica, intervista a Barbara Spinelli sulla vicenda del seggio, giugno 2014.
Il Post, «Il simbolo e i candidati della Lista Tsipras», 5 marzo 2014. https://www.ilpost.it/2014/03/05/candidati-lista-tsipras-simbolo/
Eunews, «Spinelli lascia L’Altra Europa: non rispettato progetto iniziale», 11 maggio 2015. https://www.eunews.it/2015/05/11/spinelli-lascia-laltra-europa-non-rispettato-progetto-iniziale-ma-si-tiene-il-seggio/
Il Post, «Barbara Spinelli lascia la lista Tsipras», 11 maggio 2015. https://www.ilpost.it/2015/05/11/barbara-spinelli-altra-europa/
Barbara Spinelli, lettera aperta a L’Altra Europa, 2015, pubblicata sul sito personale di Barbara Spinelli.
Il Fatto Quotidiano, «Grecia, appello di Barbara Spinelli contro Schulz: brutale e ottuso, si dimetta», 6 luglio 2015. https://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/06/referendum-grecia-barbara-spinelli-contro-schulz-brutale-e-ottuso-si-dimetta/1849122/
Barbara Spinelli ed Étienne Balibar, «Così si salva la democrazia», la Repubblica, 29 giugno 2015; traduzione tedesca su der Freitag. https://www.freitag.de/autoren/marian-schraube/so-rettet-sich-die-demokratie
Cronache di ordinario razzismo, «Rimandare i migranti in Turchia viola il principio di non respingimento», interrogazione di Barbara Spinelli del 4 aprile 2016. https://www.cronachediordinariorazzismo.org/rimandare-i-migranti-in-turchia-viola-il-principio-di-non-respingimento
Panorama, «La lunga estate di Barbara Spinelli», 2014. https://www.panorama.it/news/barbara-spinelli-europa-assenteismo-tsipras-sel
Il Fatto Quotidiano, diretta del dibattito alla Camera sul Manifesto di Ventotene, 19 marzo 2025. https://www.ilfattoquotidiano.it/live-post/2025/03/19/camera-meloni-assente-dibattito-ventotene-lega-mandato-riarmo-schlein-conte/7920389/
Il Fatto Quotidiano, edizione del 22 marzo 2025, commento di Barbara Spinelli sul Manifesto di Ventotene. https://www.ilfattoquotidiano.it/fq-newsletter/oggi-in-edicola-del-22-marzo-2025/
Quotidiano Nazionale, «Corteo M5s a Roma contro il riarmo europeo», 5 aprile 2025. https://www.quotidiano.net/cronaca/corteo-m5s-roma-jjkumzzv
UDGDP, iniziativa di Prima le Persone a Palermo, novembre 2015.
NTR24 e Sindacato Cobas Lecce, materiali su ALBA, Alleanza Lavoro Beni Comuni Ambiente.
Eunews, sulla collocazione di Barbara Spinelli nella Commissione AFCO, giugno 2014.
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