Dai licei francesi alle disuguaglianze sociali, il problema non è scegliere tra la piazza e il governo. È capire come trasformare la rabbia dei giovani in diritti, senza normalizzare la violenza e senza confondere la pace sociale con la giustizia.
C’è un ragazzo di quindici anni che, durante una mobilitazione davanti a una scuola francese, ha perso una mano a causa dell’esplosione di una granata stordente. C’è Eden, quattordici anni, ferito gravemente al volto il 28 settembre a Saint-Ouen-l’Aumône, dopo essere stato raggiunto da una granata lacrimogena sparata da un agente. C’è un altro sedicenne che ha perso la vista da un occhio durante le proteste. E ci sono migliaia di ragazzi che, da settimane, manifestano contro le condizioni delle loro scuole, mentre le immagini degli scontri alimentano una discussione che riguarda molto più della Francia.
Dietro queste vicende ci sono corpi feriti, famiglie che dovranno affrontare conseguenze durature, insegnanti e studenti che chiedono di essere ascoltati. Ci sono anche agenti feriti, chiamati a intervenire in situazioni difficili e talvolta violente. Nessuna analisi seria può ignorare una parte di questa realtà per raccontare soltanto l’altra.
Le notizie diffuse dalla stampa francese e internazionale nei primi giorni di ottobre documentano una mobilitazione nazionale segnata da migliaia di fermi, centinaia di feriti e numerose indagini sugli interventi delle forze dell’ordine. Il 7 ottobre il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha annunciato la sospensione temporanea dell’impiego delle granate stordenti durante le proteste studentesche, dopo la gravissima mutilazione subita dal quindicenne a Lens. Una decisione che dimostra quanto sia urgente fare chiarezza sull’impiego di questi dispositivi e sulle responsabilità operative.
È da qui che dobbiamo partire. Non dalla celebrazione della rivolta, ma neppure dalla condanna indiscriminata di chi scende in piazza. La questione politica è più impegnativa: perché tanti giovani arrivano a considerare la protesta di strada l’unico strumento capace di rendere visibile il proprio disagio? E perché le istituzioni, quando quel disagio esplode, sembrano spesso più attrezzate a contenere il conflitto che a rimuoverne le cause?
La scuola che promette uguaglianza e riproduce i privilegi
Le proteste francesi non nascono nel vuoto. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, gli studenti denunciano edifici scolastici degradati, classi sovraffollate, carenza di insegnanti e difficoltà crescenti nell’accesso a un’istruzione di qualità. Al centro della contestazione c’è anche Parcoursup, la piattaforma attraverso cui vengono gestite le candidature all’istruzione superiore, accusata da molti studenti di rendere ancora più difficile l’accesso ai percorsi universitari desiderati per chi parte da condizioni sociali svantaggiate.
Non tutte le accuse rivolte al sistema scolastico hanno lo stesso fondamento e non ogni problema può essere ricondotto a una sola causa. Ma esiste un dato che merita attenzione: le condizioni economiche e sociali delle famiglie continuano a influenzare profondamente i risultati scolastici.
L’OCSE, nei risultati dell’indagine PISA 2022 relativi alla Francia, ha rilevato una differenza di 113 punti in matematica tra gli studenti appartenenti al quartile socioeconomico più avvantaggiato e quelli del quartile più svantaggiato. La distanza media registrata nei Paesi OCSE era di 93 punti. L’indagine evidenzia inoltre che lo status socioeconomico spiegava il 21 per cento della variabilità dei risultati in matematica degli studenti francesi, contro una media OCSE del 15 per cento.
Questi numeri non dimostrano che ogni studente proveniente da una famiglia benestante sia favorito in ogni circostanza, né che il successo scolastico sia impossibile per chi nasce in una famiglia povera. Dimostrano però che il punto di partenza conta, e conta molto.
Un ragazzo che cresce in una famiglia con risorse economiche può disporre di libri, spazi tranquilli per studiare, viaggi, corsi integrativi, strumenti digitali, conoscenze linguistiche e relazioni che aprono porte. Un altro ragazzo, magari altrettanto intelligente e determinato, può dover dividere il proprio tempo tra lo studio, le difficoltà economiche familiari e l’assenza di strumenti adeguati.
Quando entrambi vengono valutati come se avessero avuto le stesse opportunità, il risultato rischia di trasformare una disuguaglianza sociale in una presunta differenza individuale di capacità.
È questo il cuore del problema della meritocrazia intesa come ideologia, distinta dal riconoscimento del merito. Premiare l’impegno, le competenze e i risultati è giusto. Fare finta che tutti abbiano potuto svilupparli nelle medesime condizioni non lo è.
Pierre Bourdieu e Jean-Claude Passeron avevano già affrontato questa contraddizione nel libro Les Héritiers. Les étudiants et la culture, pubblicato nel 1964. La loro analisi mostrava come il sistema educativo potesse trasformare i privilegi culturali ereditati dalla famiglia in qualità apparentemente individuali, legittimando così disuguaglianze che avrebbe dovuto contribuire a ridurre.
Non si tratta di applicare meccanicamente una teoria elaborata sessant’anni fa a ogni vicenda contemporanea. Si tratta di riconoscere che una questione rimasta aperta allora continua a interrogarci oggi: può dirsi davvero meritocratico un sistema che valuta i risultati senza misurarsi fino in fondo con le disuguaglianze che li precedono?
Il conflitto non è una teoria da venerare
È su questo terreno che si inserisce la riflessione di Nicola Lanza, autore del post da cui prende le mosse questo articolo.
Lanza contesta i teorici del conflitto, mette in guardia dal prezzo umano degli scontri e invita a investire sulla conoscenza, sulla responsabilità personale e sulla capacità di governare i processi di trasformazione sociale. La sua preoccupazione è comprensibile: se una mobilitazione produce feriti, distruzione e conseguenze penali per ragazzi giovanissimi, è doveroso interrogarsi sulle strategie adottate e sugli obiettivi perseguiti.
È altrettanto giusto ricordare ai giovani che la responsabilità penale è personale e che partecipare a una protesta non autorizza a commettere violenze contro le persone, incendiare edifici o aggredire chi svolge il proprio lavoro.
Ma la riflessione di Lanza apre anche una questione teorica sulla quale vale la pena soffermarsi.
Il conflitto sociale non è una dottrina unica, né una prescrizione secondo cui ogni cambiamento debba necessariamente passare attraverso lo scontro fisico. Esistono conflitti sindacali, parlamentari, culturali, economici e istituzionali. Esistono scioperi, campagne referendarie, mobilitazioni pacifiche, vertenze territoriali, associazioni e movimenti che rendono visibili interessi contrapposti e chiedono di modificare decisioni ingiuste.
Confondere il conflitto con la violenza significa cancellare questa distinzione fondamentale.
Quando un lavoratore chiede un salario dignitoso contro la volontà dell’impresa, quando una persona con disabilità rivendica servizi che le istituzioni non garantiscono, quando una comunità protesta contro la chiusura di un ospedale, emerge un conflitto. Non perché qualcuno abbia scelto necessariamente la violenza, ma perché esiste una distanza concreta tra bisogni sociali e decisioni di chi detiene il potere.
Il conflitto, in questi casi, non è un incidente da eliminare. È la manifestazione di una contraddizione che chiede di essere risolta.
La storia delle conquiste sociali lo dimostra. Il diritto di sciopero, la riduzione dell’orario di lavoro, le tutele sindacali, l’estensione dei diritti politici e civili non sono stati semplici regali concessi spontaneamente da chi governava. Sono il risultato di processi nei quali la mobilitazione collettiva ha avuto un ruolo decisivo, insieme alla costruzione di organizzazioni, alla mediazione politica, alle lotte parlamentari e al lavoro culturale.
Questo non significa che ogni protesta sia giusta, che ogni movimento abbia ragione o che ogni forma di radicalizzazione produca progresso. Significa che non possiamo giudicare il conflitto soltanto dai suoi momenti più drammatici, senza considerare le condizioni che lo hanno generato e le alternative che esistevano prima che esplodesse.
Una società può reprimere una protesta e ottenere temporaneamente strade più tranquille. Ma se lascia intatti i problemi che hanno portato migliaia di persone in piazza, non ha risolto il conflitto. Lo ha soltanto rinviato.
La piazza e il governo non sono necessariamente nemici
Il punto più interessante della riflessione di Lanza è l’invito a costruire strategie, definire obiettivi misurabili e assumersi la responsabilità di governare.
È una questione politica seria. Una mobilitazione può essere necessaria per rompere il silenzio, ma non basta a garantire che le rivendicazioni diventino leggi, finanziamenti, servizi e diritti effettivi. Occorrono organizzazione, competenze, rappresentanza, alleanze sociali e capacità di tradurre le domande collettive in decisioni verificabili.
Tuttavia, sarebbe un errore contrapporre rigidamente il governo alla protesta, come se chi manifesta dovesse scegliere tra la piazza e le istituzioni.
Le istituzioni democratiche non sono luoghi separati dalla società, né devono diventare il rifugio di una classe politica che pretende di essere ascoltata soltanto quando ha già ottenuto il consenso elettorale. La loro funzione è anche quella di raccogliere le domande che emergono dalla società, confrontarle, renderle compatibili con i diritti di tutti e trasformarle in politiche pubbliche.
La protesta pacifica può essere uno strumento di partecipazione democratica. Il governo può essere lo strumento attraverso cui le rivendicazioni diventano cambiamento strutturale.
Ma perché questo rapporto funzioni, chi governa deve essere disposto a farsi mettere in discussione.
Se ai cittadini viene chiesto di aspettare le elezioni ogni volta che contestano una decisione, se le loro richieste vengono considerate legittime soltanto quando non disturbano gli equilibri politici ed economici, la partecipazione democratica si riduce a una delega periodica, mentre le disuguaglianze continuano a riprodursi nella vita quotidiana.
Il problema non è che la piazza voglia sostituirsi al Parlamento. Il problema nasce quando il Parlamento non riesce più a essere percepito come il luogo nel quale le domande della piazza trovano una risposta.
La Costituzione italiana, all’articolo 3, non si limita a proclamare l’uguaglianza formale dei cittadini. Al secondo comma affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
È un principio che va ben oltre l’uguaglianza davanti alla legge. Chiede alla politica di intervenire sulle condizioni materiali che impediscono alle persone di esercitare concretamente i propri diritti.
Se un ragazzo non dispone delle stesse opportunità di un altro perché la sua famiglia è povera, non basta dirgli che la scuola è aperta a tutti. Bisogna verificare se può davvero frequentarla, apprendere, proseguire gli studi e costruirsi un futuro.
Se una persona con disabilità dispone formalmente di un diritto, ma non trova i servizi necessari per esercitarlo, quel diritto rischia di restare scritto sulla carta.
Se un lavoratore è formalmente libero di cambiare impiego, ma non può permettersi di perdere il reddito necessario a mantenere la famiglia, la sua libertà concreta è condizionata da un rapporto di forza economico.
In tutti questi casi, governare significa rimuovere gli ostacoli, non chiedere a chi li subisce di adattarsi.
La responsabilità dei giovani e quella degli adulti
C’è un altro aspetto che merita attenzione nel dibattito francese: il rapporto tra le responsabilità individuali e quelle delle istituzioni.
È giusto spiegare ai ragazzi che le loro azioni producono conseguenze. Un adolescente non diventa irresponsabile soltanto perché protesta per una causa giusta. L’aggressione a una persona, la distruzione di una scuola o il danneggiamento di beni non diventano accettabili per il solo fatto di avvenire durante una mobilitazione.
Ma la responsabilità individuale non può essere utilizzata per chiudere ogni discussione sulle responsabilità politiche.
Quando un quattordicenne viene gravemente ferito durante un intervento di polizia, occorre accertare come siano avvenuti i fatti, quali ordini siano stati impartiti, quali regole disciplinino l’impiego delle armi e se siano state rispettate. Quando un agente viene aggredito, occorre accertare le responsabilità di chi ha commesso l’aggressione. Sono piani diversi, che non devono essere confusi né messi in competizione.
Le indagini sulle condotte delle forze dell’ordine non equivalgono a una condanna preventiva degli agenti. Allo stesso modo, il riconoscimento delle difficoltà operative delle forze dell’ordine non può trasformarsi in un’esenzione dal controllo sulla legittimità e sulla proporzionalità della forza impiegata.
La cronaca francese dei primi giorni di ottobre mostra proprio quanto sia necessario mantenere questa distinzione. Le autorità hanno aperto indagini su diversi episodi e il governo ha sospeso temporaneamente l’impiego di alcune granate stordenti durante le manifestazioni studentesche. Restano da accertare le responsabilità nei singoli casi, che non possono essere considerate tutte uguali.
La tutela dell’ordine pubblico non è incompatibile con la tutela dei diritti. In uno Stato democratico, la prima deve essere esercitata nel rispetto della seconda.
E c’è una responsabilità ancora più ampia, che riguarda gli adulti, le famiglie, la scuola, i partiti e le istituzioni: non lasciare che la rabbia dei giovani diventi l’unico linguaggio attraverso il quale riescono a farsi ascoltare.
La risposta non può essere soltanto repressiva. Deve comprendere l’ascolto, la prevenzione, l’educazione civica, la mediazione, la possibilità di partecipare alle decisioni e la certezza che le richieste ragionevoli ricevano risposte concrete.
Dalla protesta alle riforme: come si misura la volontà di cambiare
Se vogliamo prendere sul serio l’invito di Lanza a costruire strategie e obiettivi misurabili, dobbiamo fare un passo ulteriore: indicare quali risultati dovrebbe produrre una politica capace di affrontare le disuguaglianze scolastiche.
Il primo obiettivo dovrebbe essere garantire che ogni scuola disponga degli insegnanti necessari, senza costringere gli studenti a perdere settimane o mesi di lezione per le carenze di organico.
Il secondo è intervenire sugli edifici scolastici, sulla sicurezza, sugli spazi per lo studio e sugli strumenti didattici. Non è ragionevole chiedere agli studenti di impegnarsi allo stesso modo se le condizioni materiali nelle quali apprendono sono profondamente diverse.
Il terzo è rendere più equo l’accesso all’università. Questo significa sostenere economicamente chi proviene da famiglie con redditi bassi, rafforzare il diritto allo studio, migliorare l’orientamento e verificare se i criteri di selezione tengano adeguatamente conto delle condizioni di partenza.
Il quarto è costruire strumenti trasparenti di valutazione. Non bastano annunci generici sull’aumento delle risorse: occorre sapere quanti insegnanti sono stati assunti, quante ore di lezione sono state recuperate, quanti edifici sono stati messi in sicurezza, quanti studenti hanno ottenuto sostegni economici e quali risultati sono stati raggiunti.
Il quinto è riconoscere agli studenti un ruolo effettivo nel confronto sulle politiche scolastiche, senza attribuire loro un potere illimitato e senza trasformare il dialogo in una semplice operazione di immagine.
Questi obiettivi non eliminerebbero ogni conflitto. Nessuna società democratica può promettere di cancellare il dissenso. Ma potrebbero ridurre le ragioni materiali di molte proteste e dimostrare che la partecipazione produce conseguenze.
Anche le prime risposte annunciate dal governo francese devono essere valutate su questa base. Le promesse di rafforzare il personale docente e intervenire sulle condizioni scolastiche rappresentano un punto di partenza, non la prova che il problema sia stato risolto.
Il criterio decisivo non è quanto un governo riesca a riportare rapidamente la calma, ma quanto riesca a migliorare le condizioni che avevano reso necessaria la protesta.
Il rischio di una democrazia che chiede silenzio
C’è infine una questione che riguarda l’intera società europea.
Quando le istituzioni perdono credibilità, quando le disuguaglianze si consolidano e quando intere generazioni non riescono a immaginare un futuro migliore di quello dei propri genitori, il disagio può assumere forme diverse. Può tradursi in astensione elettorale, disimpegno, rabbia, radicalizzazione oppure partecipazione politica organizzata.
Non esiste un automatismo che conduca dalla povertà alla rivolta, né ogni protesta giovanile rappresenta necessariamente una domanda di trasformazione progressista. Ma ignorare le condizioni sociali nelle quali maturano il malcontento e la sfiducia significa lasciare spazio a chi promette soluzioni semplici a problemi complessi.
La risposta democratica non può essere quella di criminalizzare un’intera generazione, né quella di giustificare ogni gesto in nome della ribellione. Deve consistere nella capacità di distinguere, comprendere e intervenire.
La pace sociale è un bene quando nasce dalla giustizia, dalla fiducia e dalla possibilità di vivere dignitosamente. Diventa invece una formula vuota quando viene invocata per chiedere a chi subisce un’ingiustizia di sopportarla in silenzio.
Per questo non basta dire ai giovani di non usare la violenza. Bisogna offrire loro ragioni concrete per credere che le istituzioni possano cambiare le cose. E non basta chiedere alla politica di governare: bisogna pretendere che governi nell’interesse collettivo, misurando le proprie decisioni sulla vita reale delle persone.
La vera alternativa è tra conservare le disuguaglianze e rimuoverle
Il confronto aperto da Nicola Lanza merita di essere sviluppato senza trasformarlo in una disputa tra sostenitori della piazza e sostenitori delle istituzioni.
Ha ragione chi ricorda che la protesta, da sola, non costruisce un sistema educativo più giusto. Ha ragione chi chiede obiettivi concreti, responsabilità personali e capacità di governo. Ma sarebbe sbagliato concludere che il conflitto sociale sia il problema da superare, anziché una delle possibili manifestazioni delle contraddizioni che la politica deve affrontare.
La questione decisiva non è scegliere astrattamente tra conflitto e governo. È capire quale conflitto sia necessario, quali strumenti siano legittimi, quali obiettivi possano unire le persone e quali decisioni siano indispensabili per trasformare una rivendicazione in un diritto.
Il cambiamento democratico ha bisogno di organizzazione, partecipazione, competenza e responsabilità. Ha bisogno di istituzioni capaci di decidere, ma anche di cittadini che non rinuncino a contestarle quando tradiscono la propria funzione.
Soprattutto, ha bisogno di una politica che non confonda la stabilità del potere con la stabilità della società.
Un sistema può apparire stabile e produrre quotidianamente esclusione. Può rispettare formalmente le procedure democratiche e lasciare che le opportunità siano distribuite in modo profondamente diseguale. Può proclamare l’uguaglianza e continuare a premiare privilegi che non dipendono dall’impegno individuale.
È proprio in queste contraddizioni che nasce il compito della politica: non alimentare il conflitto per il gusto dello scontro, ma nemmeno sopprimerlo quando porta alla luce un’ingiustizia.
La domanda che la vicenda francese consegna a tutti noi è allora semplice, ma tutt’altro che comoda: vogliamo una società nella quale i giovani imparino a obbedire anche quando le regole producono esclusione, oppure una democrazia capace di ascoltarli, correggere le proprie ingiustizie e restituire loro fiducia nel futuro?
La risposta non si misura nelle dichiarazioni di principio. Si misura nelle scuole che funzionano, nei diritti che diventano esigibili, nelle disuguaglianze che diminuiscono e nella possibilità, per chi nasce in una famiglia povera, di costruire una vita dignitosa senza dover prima dimostrare di meritare opportunità che dovrebbero essere garantite a tutti.
Il compito della politica non è mettere a tacere il conflitto. È impedire che l’ingiustizia diventi la condizione normale della convivenza civile.
Mario Sommella
Fonti
- Arthur Carpentier, Liselotte Mas e Florence Traullé, «Mouvement des lycées : ce qu’on sait des blessés, du côté des manifestants et de celui des forces de l’ordre», Le Monde, 5 ottobre 2026, aggiornato il 6 ottobre.
- Le Monde, «French high school protests: What we know about injuries among demonstrators and police», 6 ottobre 2026.
- Le Monde, «French high school protests: The questions raised by two weeks of police intervention», 8 ottobre 2026.
- Simon Ormiston, «France suspends police stun grenades at student protests after teenager loses hand», Euronews, 7 ottobre 2026.
- Reuters, «French student protesters vow to keep up their fight after scoring first win», 9 ottobre 2026.
- OCSE, PISA 2022 Results, Volume I and II: Country Note – France, 2023.
- Pierre Bourdieu e Jean-Claude Passeron, Les Héritiers. Les étudiants et la culture, Éditions de Minuit, 1964. ISBN 978-2-7073-0081-2.
- Costituzione della Repubblica italiana, articolo 3.