Lo stesso numero misura ciò che il Parlamento ha deciso di spendere per difesa ed energia e ciò che ogni anno manca alla sanità pubblica italiana. Non è una coincidenza aritmetica: è una gerarchia delle vite.
1. Due volte trentasei miliardi
Il 5 agosto 2026 Camera e Senato hanno approvato, con centottantuno e novantotto voti, le risoluzioni di maggioranza che autorizzano il governo ad avviare la procedura per l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia. Davanti alle Camere il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha quantificato la richiesta: lo 0,6 per cento del prodotto interno lordo per la sicurezza energetica, pari a circa 14,4 miliardi di euro, e lo 0,9 per cento per la difesa, pari a circa 21,7 miliardi, nel triennio 2026-2028. In totale 36,1 miliardi di euro sottratti ai vincoli europei di bilancio.
Il 2 settembre 2026, quattro settimane dopo, la Fondazione GIMBE ha pubblicato la propria analisi in vista della legge di bilancio 2027. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana è scesa al 6,2 per cento del prodotto interno lordo, contro una media dei Paesi europei dell’area OCSE del 7,1 per cento. Tradotto in euro per abitante, il divario vale 1.013 dollari a testa. Rapportato ai quasi cinquantanove milioni di residenti, il gap complessivo sfiora i 36,1 miliardi di euro. Ogni anno.
Lo stesso numero, due volte. Una volta è la misura di ciò che è stato possibile trovare nell’arco di una sola giornata parlamentare di agosto, per un intero triennio. L’altra è la misura di ciò che manca ogni dodici mesi al Servizio sanitario nazionale soltanto per stare dove stanno gli altri Paesi europei. Il confronto, se si tiene conto della diversa scala temporale, è ancora più impietoso di quanto la coincidenza suggerisca.
Per quindici anni ci è stato spiegato che i conti pubblici impongono sacrifici, che ogni nuova spesa deve trovare una copertura, che le risorse sono quelle e non se ne possono trovare altre. Poi si è scoperto che i vincoli si possono allentare, purché cambi il capitolo. Non è una legge della fisica. È una gerarchia.
2. La parola che abbiamo lasciato agli altri
Quando in Italia si pronuncia la parola sicurezza, quasi nessuno pensa a una lista d’attesa. Si pensa ai confini, alla criminalità, all’immigrazione, alla Russia, agli armamenti. Si pensa sempre a qualcuno da cui difendersi, quasi mai a qualcosa da cui essere protetti.
È una riduzione recente e tutt’altro che neutrale. La sicurezza sociale nasce storicamente per proteggere le persone dai grandi rischi dell’esistenza: la malattia, la vecchiaia, l’infortunio, la disoccupazione, la perdita dell’autonomia. È l’idea che nessuno debba affrontare da solo un rischio che da solo non può reggere, e che questa protezione non sia beneficenza ma struttura dello Stato. Su quell’idea è stato costruito il welfare europeo, e su quell’idea riposa una parte decisiva della Costituzione italiana.
La differenza fra le due sicurezze non è di grado, è di natura. La sicurezza militare e quella dell’ordine pubblico hanno bisogno di un nemico: senza un avversario non si giustificano, e più l’avversario è visibile più la spesa diventa incontestabile. La sicurezza sociale non ha bisogno di nemici. Ha bisogno di servizi pubblici, di personale, di risorse ordinarie e di continuità. Non produce mobilitazione emotiva, non produce titoli, non produce cerimonie. Produce soltanto vite meno esposte.
Ed è precisamente per questo che è la prima a essere sacrificata quando si decide che le risorse sono limitate. Non ha un fronte, non ha una lobby industriale, non ha un momento drammatico in cui si manifesta. Si manifesta lentamente, nella forma di una prenotazione impossibile, di una retta che nessuno riesce a pagare, di una famiglia che si organizza da sola perché non ha alternative.
3. Cinque milioni e ottocentomila rinunce
Nel 2024 il 9,9 per cento della popolazione italiana, circa 5,8 milioni di persone, ha dichiarato di avere rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un esame diagnostico di cui aveva bisogno. L’ISTAT attribuisce la rinuncia alle liste d’attesa per il 6,8 per cento della popolazione e alle difficoltà economiche per il 5,3 per cento, quote che si sovrappongono perché una stessa persona può indicare più motivi.
Nello stesso anno le famiglie italiane hanno pagato di tasca propria 41,3 miliardi di euro di prestazioni sanitarie, il 22,3 per cento della spesa sanitaria complessiva. La Fondazione GIMBE definisce questo processo una silenziosa privatizzazione del Servizio sanitario nazionale, e la definizione è tecnicamente esatta. Nessuna legge ha abolito il diritto alla salute. Nessun decreto ha stabilito che le prestazioni si pagano. È il tempo di attesa a svolgere il lavoro che nessun provvedimento potrebbe compiere apertamente: chi ha i soldi paga e salta la fila, chi non li ha aspetta oppure rinuncia.
Il risultato è un sistema formalmente universale e sostanzialmente censitario. L’articolo 32 della Costituzione definisce la salute diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Quel diritto resta scritto nella legge e smette progressivamente di esistere nella vita delle persone. Non è un incidente di gestione né una sequenza di errori regionali: è l’esito prevedibile di quindici anni di erosione delle risorse pubbliche, proseguita sotto governi di ogni colore, che ha portato l’Italia all’ultimo posto nel G7 per spesa sanitaria pubblica.
4. La privatizzazione del rischio
Esiste una condizione in cui questo meccanismo diventa ancora più brutale, perché non riguarda una singola prestazione ma un’intera esistenza.
Una persona perde l’autosufficienza. Non può più vivere da sola, ha bisogno di assistenza continua e in molti casi di una struttura residenziale. Arriva il conto: una retta che in gran parte del Paese si colloca fra i duemila e i tremila euro al mese. La pensione è di mille. Chi paga la differenza?
La risposta italiana è: la famiglia. Figli, coniugi, fratelli e sorelle che mettono insieme pensioni, risparmi e stipendi, riducono l’orario di lavoro, lo abbandonano, si indebitano. Oltre tre milioni di persone convivono in Italia con gravi limitazioni funzionali, e i familiari coinvolti nell’assistenza si contano a milioni. Non esiste ancora un sistema nazionale e universale per la non autosufficienza in grado di garantire una presa in carico pubblica indipendentemente dall’età, dal reddito e dalla regione di residenza.
Quello che abbiamo costruito non è soltanto la privatizzazione di un servizio. È la privatizzazione del rischio. Lo Stato non dichiara di volersi ritirare: lascia semplicemente che il costo si depositi dove incontra meno resistenza, cioè dentro le case. E poiché il lavoro di cura familiare è per larghissima parte femminile e non retribuito, quel trasferimento ha anche un genere preciso, che nel dibattito pubblico viene raramente nominato.
Il caregiver familiare, in Italia, non dispone di uno statuto giuridico compiuto. Sostiene un pezzo consistente di welfare pubblico e in cambio riceve un riconoscimento prevalentemente simbolico. Dal punto di vista contabile è il modello più conveniente che esista: una prestazione essenziale erogata a costo quasi nullo per il bilancio dello Stato e a costo altissimo per chi la eroga.
5. Trecentoquarantadue
Nel primo semestre del 2026 l’INAIL ha registrato 342 denunce di infortunio con esito mortale. Sono dati provvisori e in calo del 4,2 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025, e restano quasi due morti al giorno, compresi i giorni festivi. Nello stesso periodo le denunce di infortunio in occasione di lavoro sono state 213.985, in aumento del 4,7 per cento, e quelle in itinere 22.040, in aumento del 9,6 per cento. Le denunce di malattia professionale sono state 59.480, ottomilaquattrocentonovantaquattro in più rispetto all’anno precedente, con un incremento del 16,7 per cento.
Continuiamo a chiamarle morti bianche. È una delle espressioni più efficaci mai prodotte dal lessico pubblico italiano, perché trasforma una responsabilità in un colore e un colore in un destino. Ma dietro un infortunio ci sono l’organizzazione del lavoro, la formazione, la manutenzione, i ritmi produttivi, la catena dei subappalti, la precarietà del contratto e il risparmio sui costi. Non c’è nulla di fatale: c’è una decisione economica presa da qualcuno, in un momento preciso, per un motivo dichiarabile.
L’articolo 41 della Costituzione stabilisce che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. La Costituzione conosce dunque perfettamente una sicurezza che non ha nulla a che vedere con i carri armati: è la sicurezza della persona di fronte al potere economico. È la parte del testo costituzionale di cui si discute meno, ed è quella che tocca ogni giorno il maggior numero di vite.
6. Sassonia-Anhalt, ovvero che cosa accade quando uno spazio resta vuoto
Domenica 6 settembre 2026, in Sassonia-Anhalt, l’AfD ha ottenuto il 43,8 per cento dei voti, più del doppio del 20,8 per cento del 2021, conquistando trentanove seggi su ottantatré, tre in meno della maggioranza assoluta. La CDU del cancelliere Merz è crollata al 17,2 per cento, dal 37,1 di cinque anni prima. La SPD si è fermata al 9,3, i Verdi all’8,9, la Linke all’8,6: tre partiti di sinistra sommati non raggiungono il 27 per cento. L’affluenza è stata di circa l’ottanta per cento. Non è stata l’astensione a produrre quel risultato: è stato il voto.
Nello stesso Land il settanta per cento degli elettori si dichiara molto preoccupato per l’aumento dei prezzi e il cinquantotto per cento teme di non riuscire a mantenere il proprio tenore di vita. È il dato più importante dell’intera tornata elettorale, ed è quello di cui si è parlato meno. L’estrema destra non ha vinto perché ha convinto la Sassonia-Anhalt della propria visione del mondo. Ha vinto perché ha dato una risposta, sbagliata, a una domanda giusta: chi mi protegge quando non ce la faccio più?
Quella domanda apparteneva storicamente alla sinistra. La sinistra è nata anche per questo: per costruire mutualità, difendere il lavoro, creare la sanità pubblica, garantire le pensioni, edificare scuola e servizi sociali, affermare che la malattia, la vecchiaia e la povertà non sono problemi individuali. Poi il linguaggio della protezione è stato sostituito da quello delle compatibilità. I diritti sono diventati riforme, le persone target, la solidarietà sostenibilità finanziaria. Quando si abbandona uno spazio politico, quello spazio non rimane vuoto: qualcun altro lo occupa, e lo riempie con la paura.
7. Sicurezza per chi, da che cosa, in quale ordine
Il punto non è negare che la sicurezza militare esista. Gli Stati hanno responsabilità di difesa, e il dibattito sul riarmo va affrontato con serietà anche quando è una parte della sinistra a sostenerlo. Il punto è un altro, e riguarda il modo in cui una parola si è trasformata in un lasciapassare contabile.
La clausola nazionale di salvaguardia è precisamente questo: uno strumento che consente di indebitarsi oltre i limiti europei a condizione che il denaro vada alla difesa o all’energia. Non alla sanità. Non alla non autosufficienza. Non alla prevenzione degli infortuni. La flessibilità non è vietata dai trattati, è indirizzata dai trattati, e quell’indirizzo è una scelta politica europea che i governi nazionali eseguono senza discuterla.
Da qui la domanda diventa democratica e ha tre parti. Sicurezza per chi. Sicurezza da che cosa. E con quale ordine di priorità.
Perché un Paese può aumentare la spesa militare e lasciare cinque milioni e ottocentomila persone senza risposta quando si ammalano. Può ottenere ventidue miliardi di flessibilità per la difesa e non garantire una rete pubblica per la non autosufficienza. Può parlare di sicurezza ogni giorno e contare quasi due morti al giorno sul lavoro. Non è un paradosso ed è persino coerente: è una decisione, ripetuta ogni anno nella legge di bilancio, su quali vite valgano un allentamento dei vincoli e quali no.
8. Restare è una questione di sicurezza nazionale
C’è infine una sicurezza di cui non parla quasi nessuno, ed è il futuro. Un giovane che lascia l’Italia perché non trova lavoro stabile, salari adeguati, una casa accessibile e servizi non sta semplicemente facendo un’esperienza all’estero. È una persona che il Paese non è riuscito a trattenere: una perdita di competenze, una perdita demografica, una perdita fiscale e soprattutto una perdita di futuro, in un Paese che invecchia più rapidamente di quasi tutti gli altri.
Il problema, però, non è l’età media della popolazione. È l’assuefazione. Ci siamo abituati a considerare normale che una prenotazione richieda mesi, che una famiglia spenda trentaseimila euro l’anno per assistere un proprio caro, che un operaio muoia in cantiere, che un ventenne debba emigrare per costruirsi una vita. Chiamiamo tutto questo realismo. E nel frattempo lo stesso realismo trova trentasei miliardi in una mattinata parlamentare, non appena cambia il capitolo di spesa.
9. Sette impegni, un’idea di Repubblica
È da questa constatazione che nasce la campagna nazionale La cura non è un costo. È un diritto, la cui petizione è online su Change.org dal 1 settembre 2026 e resterà aperta fino al 31 gennaio 2027. Non è una campagna sulla sanità e non è una rivendicazione di categoria. È una domanda rivolta a chi scriverà i programmi della prossima legislatura: che cosa deve garantire una Repubblica quando una persona non è più in grado di farcela da sola?
La risposta è contenuta in sette impegni verificabili. Un Servizio nazionale per la non autosufficienza, pubblico e universale. Risorse certe per la disabilità grave e gravissima e per la dipendenza vitale. Il rifinanziamento strutturale del Servizio sanitario nazionale. Il riconoscimento giuridico ed economico del caregiver familiare. Retribuzioni e organici adeguati per chi lavora nella cura. Vita indipendente e residenzialità pubblica accessibile. Livelli essenziali delle prestazioni garantiti per legge e con risorse certe su tutto il territorio nazionale.
Non sono buone intenzioni e non sono un manifesto. Hanno tutti la stessa caratteristica: costano, e il costo è calcolabile. Chi li respinge dovrà spiegare pubblicamente perché quel denaro si trova quando il capitolo si chiama difesa e non si trova quando si chiama cura.
Leggi il documento integrale dei sette impegni
L’analisi da cui la campagna nasce è raccolta in La cura negata. Anatomia dell’abbandono, disponibile gratuitamente in formato digitale.
Scarica gratuitamente La cura negata. Anatomia dell’abbandono
10. Per chi si governa
Mentre la destra occupa il tema della sicurezza e lo lega al nemico, ai confini, alla paura e al riarmo, la sinistra italiana continua a discutere di primarie, di leadership e di formule elettorali. Ma milioni di persone non stanno aspettando di sapere chi sarà il candidato premier. Stanno aspettando di sapere chi le curerà quando si ammaleranno, chi pagherà la retta quando la pensione non basterà, chi sosterrà una famiglia che assiste un figlio con disabilità, chi impedirà a un operaio di morire al lavoro, chi darà a un ventenne una ragione concreta per restare.
La domanda che dovrebbe guidare un programma politico non è chi governerà. È per chi si governa, e per proteggere che cosa. Perché una politica che parla continuamente di sicurezza ma non protegge una persona dalla malattia, dalla povertà, dalla perdita dell’autonomia e dall’abbandono sta usando soltanto metà della parola. L’altra metà è quella che non vuole nominare, ed è precisamente lì che la sinistra dovrebbe tornare: non per inseguire la destra sul suo terreno, ma per riprendersi il proprio.
Se possiamo trovare trentasei miliardi per difenderci da un nemico improbabile, dobbiamo spiegare perché non riusciamo a trovarne altrettanti per chi, oggi, sta già combattendo contro una malattia, una disabilità, la perdita dell’autonomia, la povertà o la solitudine. Non è una concessione da chiedere: è il senso stesso di una comunità politica. La cura non è una voce di bilancio da finanziare quando avanzano le risorse. È un diritto. E se è un diritto, deve essere garantito.
Firma la petizione «La cura non è un costo. È un diritto!» su Change.org
Fonti
- Camera dei deputati e Senato della Repubblica, comunicazioni del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sull’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia e approvazione delle risoluzioni di maggioranza, 5 agosto 2026.
- ANSA, Giorgetti in Parlamento, 36 miliardi per energia e armi, 5 agosto 2026.
- Il Fatto Quotidiano, Clausola di salvaguardia Ue, Giorgetti alla Camera: 0,9 per cento del Pil per la difesa e 0,6 per l’energia, 5 agosto 2026.
- Fondazione GIMBE, analisi sulla spesa sanitaria pubblica in vista della legge di bilancio 2027, 2 settembre 2026.
- ANSA, Scende la spesa sanitaria, 5,8 milioni di italiani rinunciano alle cure, 2 settembre 2026.
- Fondazione GIMBE, ottavo Rapporto sul Servizio sanitario nazionale, ottobre 2025.
- ISTAT, dati sulla rinuncia a prestazioni sanitarie, anno 2024.
- INAIL, bollettino trimestrale e open data sulle denunce di infortunio e di malattia professionale rilevati al 30 giugno 2026.
- Il Sole 24 Ore, dati INAIL relativi al primo semestre 2026, 3 agosto 2026.
- Il Fatto Quotidiano, Elezioni Sassonia-Anhalt: AfD al 43,8 per cento, Cdu al minimo storico, 7 settembre 2026.
- Linkiesta, L’AfD vince le elezioni in Sassonia-Anhalt e manda in crisi il sistema politico tedesco, 7 settembre 2026.
- Costituzione della Repubblica italiana, articoli 32 e 41.
- Campagna nazionale La cura non è un costo. È un diritto, documento dei sette impegni e petizione su Change.org, dal 1 settembre 2026 al 31 gennaio 2027.
- Mario Sommella, La cura negata. Anatomia dell’abbandono, edizione digitale gratuita.