La guerra per interoperabilità

Settecento militari italiani schierati da marzo fra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein, un decreto missioni che nomina soltanto aree geografiche, un tredicesimo pacchetto di armi per Kiev coperto da segreto. Come le Camere hanno smesso di decidere sulla guerra, e chi ne paga il conto.

Il 30 luglio 2026 il Ministero della Difesa ha pubblicato sul proprio sito una pagina di poche righe. Vi si legge che, dalla seconda metà di marzo, la Difesa italiana ha schierato un dispositivo dell’Aeronautica Militare a supporto delle Forze armate e degli apparati di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Non era un annuncio: era una conferma tardiva. Il giorno prima Fausto Biloslavo aveva raccontato sul Giornale l’esistenza di una base italiana nel cuore del regno saudita, e la nota ministeriale è arrivata soltanto dopo che la notizia era già in edicola. Quattro mesi e mezzo di silenzio, in un quadrante attraversato da una guerra aperta, si sono chiusi con un comunicato scritto per non dire quasi nulla.

Il punto non è la segretezza in senso stretto. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha replicato alle opposizioni sostenendo che chi afferma che il Parlamento fosse all’oscuro o non ha seguito le audizioni, o non ha letto gli atti, o non ha compreso ciò che ha votato. È un’obiezione che merita di essere presa sul serio, perché è in parte fondata: tracce di quel dispiegamento esistono, sparse in resoconti d’aula, audizioni di vertici militari e righe di una scheda del decreto missioni. Il punto è un altro, e riguarda la sostanza del potere: se una missione militare di settecento uomini, con caccia e batterie missilistiche, può essere avviata, resa operativa e mantenuta per mesi senza che le Camere abbiano mai discusso e votato quella missione in quanto tale, allora la riserva parlamentare sulle decisioni di guerra non è stata violata. È stata semplicemente svuotata dall’interno, e per via legale.

1. Che cosa è stato schierato, e dove

Secondo le ricostruzioni giornalistiche successivamente confermate nella sostanza dal ministero, la Task Force Air – Arabia conta circa quattrocento militari dell’Aeronautica dislocati fra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein, con quattro caccia Eurofighter, un velivolo radar Gulfstream CAEW per l’allarme precoce e il controllo dello spazio aereo, e un sistema di contrasto ai droni. Accanto opera una Task Force Land – Arabia dell’Esercito, di circa trecento uomini, metà dei quali in territorio saudita, dotata di una batteria missilistica terra-aria SAMP-T e di radar Kronos a lungo raggio. La stampa specializzata riferisce inoltre della presenza di cannoni antidrone Skynex negli Emirati Arabi Uniti. Il comando del dispositivo aereo è affidato al colonnello Michele Schiavi. La nota ministeriale descrive un insieme di capacità che integra allarme precoce, comando e controllo, difesa aerea, trasporto tattico, sorveglianza radar e contrasto ai sistemi aerei senza equipaggio.

Non si tratta, dunque, di un travaso simbolico di personale già presente nell’area, come ha osservato la Rete Italiana Pace e Disarmo. Si tratta di assetti da combattimento e di sistemi d’arma collocati a ridosso di un teatro di guerra attivo. La stessa Rete segnala che almeno una parte del contingente si troverebbe presso la base saudita di Al Taif, a circa duecentocinquanta chilometri dal confine yemenita: un dato che, se confermato, sposta il problema dalla crisi iraniana a un secondo fronte potenziale. Il 1° luglio, in audizione davanti alle Commissioni congiunte Esteri e Difesa, il comandante del Comando operativo di vertice interforze, generale Giovanni Maria Iannucci, ha indicato in duemilanovecento unità il contingente massimo italiano schierato fra Mediterraneo orientale e Medio Oriente, precisando che componenti operative di supporto e sorveglianza sono state ridislocate in Arabia Saudita, Giordania e in Italia, e che vi si svolgono attività di difesa aerea e missilistica integrata.

2. La catena degli atti, ovvero come si autorizza senza autorizzare

La cronologia è ricostruibile con precisione, ed è istruttiva proprio perché nessun passaggio è, formalmente, irregolare.

Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele lanciano un attacco congiunto contro l’Iran, presentato come preventivo e denunciato da Teheran come aggressione illegale. Nelle prime ore dell’operazione viene ucciso l’ayatollah Ali Khamenei. L’Iran risponde con missili e droni contro Israele, contro le basi statunitensi e contro i Paesi del Golfo che le ospitano, dove sono presenti anche contingenti italiani. Il 4 marzo Teheran chiude lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.

Il 5 marzo Crosetto riferisce al Senato. Annuncia che duecentotrentanove militari vengono spostati dalla base kuwaitiana di Ali Al Salem verso l’Arabia Saudita, e che il governo intende adeguare il dispositivo esistente con sistemi di difesa aerea, antidrone e antimissilistica, nel perimetro di quanto già autorizzato e nei limiti geografici e funzionali della missione. Il riferimento normativo invocato è la scheda 4 del pacchetto missioni, relativa a Iraq e Medio Oriente. In quella scheda l’Arabia Saudita non compare fra gli Stati di intervento: compare invece la dicitura generica di Golfo Arabico. Lo stesso giorno Camera e Senato approvano, con i soli voti del centrodestra, una risoluzione identica che impegna il governo a rafforzare tempestivamente le capacità di difesa delle missioni italiane in Medio Oriente attraverso il dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea, antimissilistica e di sorveglianza.

Nella seconda metà di marzo la Task Force viene schierata. Il 14 maggio il Consiglio dei ministri delibera la prosecuzione delle missioni: nella scheda 4/2026 l’Arabia Saudita entra fra le aree geografiche di intervento, ma non fra i Paesi per cui è dettagliato l’impiego di personale. Il 26 maggio un dossier del servizio studi di Camera e Senato annota un passaggio che vale più di molte polemiche: la risoluzione parlamentare del 5 marzo, si legge, con un procedimento diverso da quello previsto dalla legge, ha modificato il mandato delle missioni contenute nelle schede, disponendone anche la proroga. È il Parlamento stesso, attraverso i propri uffici tecnici, a certificare che la copertura giuridica del dispiegamento è nata fuori dalla procedura ordinaria.

Il 17 giugno il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, riferisce alle Commissioni riunite che l’Italia fornisce aiuti difensivi ai Paesi colpiti dagli attacchi iraniani, citando fra questi l’Arabia Saudita. Il 1° luglio è il turno del generale Iannucci. In nessuna delle due audizioni vengono forniti dettagli su consistenza, armamenti, catena di comando e regole d’ingaggio. E in nessuna delle due, va detto con altrettanta chiarezza, un parlamentare di maggioranza o di opposizione chiede quei dettagli. Il 14 e il 28 luglio le Commissioni di Senato e Camera prorogano le missioni confermando un perimetro che include l’Arabia Saudita. Il 29 luglio Riad, fino ad allora formalmente fuori dal conflitto, attacca e rivendica un raid contro le milizie filoiraniane in Iraq. Il 30 luglio compare la nota sul sito della Difesa.

3. Il perimetro elastico

Il meccanismo che rende tutto questo possibile ha una data e un numero. La legge 31 ottobre 2024, n. 168, ha modificato la legge quadro sulle missioni internazionali, la 145 del 2016. Fra le modifiche, l’articolo 2 stabilisce ora che il governo, nel trasmettere alle Camere la deliberazione, indichi il numero massimo delle unità di personale coinvolte anche in modalità interoperabile con altre missioni nella medesima area geografica. In termini pratici: personale e assetti già autorizzati per un teatro possono essere ricollocati a rafforzarne un altro, purché nella stessa area, senza una nuova autorizzazione specifica. La riforma fu presentata come strumento di flessibilità, necessario a rispondere con rapidità alle evoluzioni geopolitiche. Nessuno l’ha nascosta: è stata votata dal Parlamento e pubblicata in Gazzetta Ufficiale.

Il risultato, però, è che l’unità di misura dell’autorizzazione parlamentare non è più la missione, ma l’area. E un’area geografica non ha regole d’ingaggio, non ha una catena di comando, non ha un rischio calcolabile. La Rete Italiana Pace e Disarmo lo ha formulato con una definizione che coglie il nodo giuridico: se l’inserimento di un Paese in un elenco per aree, unito a una facoltà di ricollocamento, basta a coprire lo schieramento di caccia e batterie missilistiche con finalità mai esplicitate, quel meccanismo cessa di essere flessibilità operativa e diventa una delega in bianco. Alfio Nicotra, coordinatore dell’esecutivo della Rete, ricorda che l’accorpamento delle tabelle per aree geografiche era stato denunciato in audizione già nel 2024, con l’avvertimento che avrebbe reso più opache le singole missioni.

A questa distorsione se ne somma una più antica e altrettanto rivelatrice, segnalata dal politologo Fabrizio Coticchia: il dibattito parlamentare sulle missioni si svolge ormai stabilmente in primavera o a metà anno, anziché all’inizio dell’anno come la legge 145 prevede, con la giustificazione dei tempi tecnici. Governi di ogni colore hanno accettato la prassi. La conseguenza è che le Camere ratificano operazioni già in corso da mesi. Il voto non autorizza: registra. E quando la registrazione avviene su una tabella che elenca aree e non missioni, il controllo democratico si riduce a un adempimento contabile.

4. Difendere chi, esattamente

La questione giuridica ne apre una politica, più scomoda. Il governo descrive la missione come difensiva: protezione dei contingenti e dei connazionali, tutela degli interessi nazionali, risposta a una richiesta di Paesi amici, salvaguardia delle infrastrutture energetiche da cui dipendono anche le forniture italiane. Ciascuno di questi obiettivi è legittimo in astratto. Il problema è che la natura di un dispositivo militare non si definisce con l’aggettivo che gli si appone, ma con la posizione che occupa nel conflitto reale.

Il 29 luglio l’Arabia Saudita è entrata direttamente in guerra a fianco degli Stati Uniti contro le milizie alleate di Teheran in Iraq, rivendicando il proprio raid. Da quel momento l’Italia contribuisce alla difesa aerea di uno Stato belligerante. La differenza fra proteggere civili e proteggere la retrovia di un cobelligerante non è una sottigliezza accademica: è ciò che distingue una missione di sicurezza da una partecipazione indiretta alle ostilità. Se un sistema SAMP-T italiano intercetta un vettore iraniano diretto contro una base da cui partono attacchi contro l’Iran, la funzione oggettiva di quel sistema non è più neutrale, quali che siano le intenzioni dichiarate.

A questo si aggiunge lo scenario yemenita. Secondo quanto riportato dal Guardian e ripreso da numerose testate, Riad si starebbe preparando a una nuova e ampia offensiva contro i ribelli Houthi, e avrebbe chiesto a diversi Paesi, Italia compresa, di aderire a una coalizione navale nel Mar Rosso. Militari italiani con sistemi antimissile schierati a poche decine di chilometri dal confine yemenita si troverebbero, in caso di escalation, dentro un conflitto che nessun atto parlamentare ha mai contemplato, con quali compiti, quale mandato e quali regole d’ingaggio non è dato sapere. Sono esattamente le domande a cui un voto parlamentare specifico avrebbe dovuto rispondere prima della partenza, e non dopo. Nel frattempo il quadro resta instabile: il 5 agosto Iran e Oman hanno annunciato un’intesa sulle nuove rotte di transito nello Stretto di Hormuz, primo passo verso una possibile tregua, mentre il presidente statunitense continua a minacciare nuovi attacchi.

5. La Costituzione e la parola che non si pronuncia

L’articolo 11 della Costituzione stabilisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. L’articolo 78 attribuisce alle Camere la deliberazione dello stato di guerra e il conferimento al governo dei poteri necessari. L’impianto costituzionale è inequivoco: la decisione sull’uso della forza appartiene alla rappresentanza politica, non all’esecutivo.

Da oltre trent’anni questo impianto convive con una prassi che lo aggira senza contraddirlo formalmente. Le operazioni militari italiane all’estero non sono guerre, sono missioni; non sono deliberate, sono autorizzate; non hanno un nemico, hanno un ambiente operativo. Il lessico non è un dettaglio estetico: è il dispositivo che consente di collocare uomini armati in un teatro di conflitto senza attivare le garanzie che la Costituzione riserva alle decisioni di guerra. La legge 145 del 2016 era nata proprio per riportare al centro il Parlamento. La riforma del 2024 ne ha ridotto la portata, e il caso della Task Force Arabia mostra fino a che punto.

Vale la pena di distinguere ciò che è accertato da ciò che è interpretazione. È accertato che il dispiegamento esiste, che è iniziato a metà marzo, che è stato reso pubblico in dettaglio soltanto a fine luglio e che nessun voto parlamentare ha avuto per oggetto specifico quella missione. È accertato che gli uffici studi delle Camere hanno rilevato l’anomalia procedurale della risoluzione del 5 marzo. È interpretazione, legittima e argomentabile, sostenere che l’insieme di questi elementi configuri uno svuotamento del controllo democratico. È altrettanto legittimo, sul piano del diritto positivo, sostenere che il governo si sia mosso entro i margini che il Parlamento stesso gli ha consegnato nel 2024. Le due tesi non si escludono: la seconda è la prova della prima.

6. L’altro fronte: droni, segreto, corresponsabilità

La stessa opacità procedurale governa il capitolo ucraino, con una differenza: qui il segreto è esplicito e legale. Dal 2022 l’Italia ha varato quattro decreti legge e tredici pacchetti di aiuti militari a Kiev, adottati con decreti interministeriali il cui contenuto è classificato e la cui illustrazione avviene al Copasir, senza ulteriori passaggi parlamentari. Il decreto legge 31 dicembre 2025, n. 201, ha prorogato l’autorizzazione fino al 31 dicembre 2026 ed è stato convertito nella legge 27 febbraio 2026, n. 27, dopo un voto della Camera dell’11 febbraio, con duecentoventinove sì e quaranta no, e un voto definitivo del Senato del 25 febbraio, con centosei favorevoli, cinquantasette contrari e due astenuti. Durante l’esame in commissione un emendamento ha introdotto l’invio di equipaggiamenti di difesa civile e ha di conseguenza espunto l’aggettivo militari dal titolo del decreto e dalla rubrica dell’articolo. Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano il 2 agosto, al rientro dalla pausa estiva il governo varerà il tredicesimo pacchetto, anch’esso secretato.

Nel frattempo la cooperazione si è spostata su un terreno industriale. Il 15 aprile 2026, a Roma, Giorgia Meloni e Volodymyr Zelensky hanno annunciato l’interesse italiano a una produzione congiunta di droni nell’ambito di quello che Kiev chiama Drone Deal: la condivisione dell’esperienza ucraina in droni, missili, guerra elettronica e scambio di dati in cambio di sistemi che l’Ucraina non produce. L’ipotesi più concreta riguarda una coproduzione con Leonardo, azienda partecipata dallo Stato. I dettagli operativi non sono stati resi pubblici. Il giorno dell’incontro il ministero degli Esteri russo ha diffuso un elenco di imprese europee, israeliane e turche accusate di fornire componenti ai droni ucraini.

Qui la domanda politica diventa ineludibile, e non ammette risposte consolatorie. Il 3 agosto 2026 un drone ucraino, secondo le autorità russe intercettato dalla contraerea, è precipitato su una spiaggia affollata ad Arkhipo-Osipovka, presso Gelendzhik, sul Mar Nero: le fonti locali hanno riferito di almeno sette morti, fra cui tre bambini, e circa quaranta feriti, con un bilancio successivamente aggiornato al rialzo. Kiev non ha commentato e afferma, come Mosca, di non colpire deliberatamente i civili. Le circostanze esatte restano oggetto di versioni contrastanti e non verificabili in modo indipendente. Ma il quadro generale è documentato: la guerra dei droni si è estesa in profondità nel territorio russo, colpendo obiettivi civili e industriali, mentre l’aviazione russa continua a bombardare le città ucraine. Uno Stato che partecipa alla produzione di quei vettori assume una quota di responsabilità politica su ciò che essi fanno. Il governo assicura che le armi italiane restano entro i confini ucraini: la domanda è se disponga degli strumenti materiali per verificarlo, e se una coproduzione industriale non renda quella verifica strutturalmente impossibile.

7. Il conto economico, e chi lo paga

Nulla di tutto questo è gratuito, e la contabilità del riarmo è a sua volta un esercizio di opacità. Secondo l’Osservatorio Mil€x, la spesa militare diretta italiana prevista per il 2026 raggiunge i 33,9 miliardi di euro, il valore più alto mai registrato, con un incremento di circa il quarantacinque per cento rispetto a dieci anni fa e una quota di circa l’1,46 per cento del prodotto interno lordo. Nella contabilità NATO, invece, l’Italia dichiara oltre quarantacinque miliardi, pari al 2,01 per cento del PIL. La forbice, circa undici miliardi, non corrisponde ad alcuna spesa aggiuntiva: misura le riclassificazioni contabili che hanno consentito di superare formalmente la soglia del due per cento. Come sintetizza lo stesso Osservatorio, il due per cento certificato dalla NATO è per ora un’operazione contabile, non un aumento reale.

Il futuro è già scritto negli impegni assunti. Al vertice NATO di Ankara del 7 e 8 luglio 2026 il governo ha confermato l’obiettivo del cinque per cento del PIL per difesa e sicurezza entro il 2035, definendolo un percorso sostenibile. Crosetto ha annunciato diciannove miliardi aggiuntivi nel biennio 2027-2028, sei o sette nel 2027 e dodici o tredici nel 2028. Mil€x stima che il raggiungimento del cinque per cento comporterebbe, rispetto allo scenario di permanenza al due per cento, una spesa complessiva aggiuntiva di circa quattrocentonovantotto miliardi di euro entro il 2035. È una cifra che va letta accanto ad altre: le liste d’attesa che spingono milioni di cittadini a rinunciare alle cure, i fondi per la non autosufficienza cronicamente sottodimensionati rispetto al fabbisogno, il personale sanitario sottopagato rispetto alla media europea, l’edilizia scolastica, il diritto all’abitare. Non si tratta di contrapporre ingenuamente scuole e cannoni: si tratta di osservare che le risorse per la difesa sono state trovate rapidamente, con un consenso parlamentare trasversale e senza referendum, mentre per il resto vale sempre il vincolo di bilancio.

C’è poi il versante industriale, che chiude il cerchio. Nel 2025 le autorizzazioni italiane all’esportazione di materiali d’armamento hanno toccato il record di 9,1 miliardi di euro, con un aumento del diciannove per cento sull’anno precedente e con il Medio Oriente tornato a dominare le destinazioni. Il primo cliente è stato il Kuwait: uno dei Paesi del Golfo che oggi i militari italiani contribuiscono a difendere. Verso Israele, dal 2023, non risultano nuove autorizzazioni individuali, e questo va riconosciuto; ma la Relazione dell’Agenzia delle Dogane documenta che nel 2025 sono comunque stati movimentati verso Israele oltre ventidue milioni di euro di materiali militari italiani, tutti riconducibili a licenze rilasciate prima della sospensione, mentre il governo ha continuato ad autorizzare l’acquisto di armamenti israeliani per circa ottantacinque milioni. Nel frattempo è in discussione in Parlamento una modifica della legge 185 del 1990, già approvata al Senato, che ridurrebbe i dati da trasmettere alle Camere, eliminando in particolare la sezione sui flussi finanziari delle banche. Meno trasparenza sulle armi, meno trasparenza sul denaro che le finanzia.

Va aggiunta, per correttezza, una precisazione che circola spesso in forma imprecisa: l’Italia non dispone di alcun potere di veto alle Nazioni Unite, non essendo membro permanente del Consiglio di sicurezza. Ciò che è documentabile è altro, e non meno rilevante: astensioni ripetute su risoluzioni dell’Assemblea generale, la persistenza della cornice bilaterale di cooperazione militare con Israele e la continuità dei flussi commerciali di armamenti in entrambe le direzioni.

8. Una democrazia che non sa dove sono i propri soldati

Il filo che lega il Golfo, l’Ucraina e i bilanci non è una dottrina strategica: è un metodo. Le decisioni più gravi che uno Stato possa assumere vengono adottate attraverso strumenti costruiti per non richiedere una decisione visibile. Un aggettivo espunto da un titolo di legge. Una riga in una risoluzione. Un elenco di aree geografiche al posto di un elenco di missioni. Un decreto interministeriale coperto da segreto. Una pagina web pubblicata quando un giornalista ha già scritto tutto. Nessuno di questi atti è illegale. Presi insieme, producono un effetto che nessuna legge ha mai autorizzato: un Paese che non sa dove siano i propri soldati, contro chi possano sparare e in nome di quale mandato.

Questo metodo ha un costo che va oltre la politica estera. Erode il presupposto stesso della sovranità popolare, che non consiste nel votare ogni cinque anni ma nel poter conoscere e discutere ciò che viene deciso in proprio nome. Colpisce per primi coloro che hanno meno strumenti per informarsi e meno voce per protestare, e che tuttavia ne pagheranno il prezzo più alto: i militari mandati in un teatro di cui l’opinione pubblica ignorava l’esistenza, e le famiglie che vedranno traslare sulla difesa risorse sottratte alla sanità, alla non autosufficienza, alla scuola. Riguarda anche la sicurezza in senso stretto, perché una missione mai discussa è una missione mai valutata nei suoi rischi, e nessuna sicurezza costruita nell’opacità è una sicurezza durevole.

La Rete Italiana Pace e Disarmo ha avanzato tre richieste precise: la sospensione immediata del dispiegamento e il ritorno della decisione in Parlamento con una discussione e un voto specifici; un’informativa completa del governo sull’intera consistenza del dispositivo italiano nella penisola arabica, comprese basi, catena di comando, regole d’ingaggio e rischi di coinvolgimento in un’escalation yemenita; una revisione puntuale della legge 145 del 2016 che corregga le distorsioni introdotte nel 2024. Sono richieste minime, non massimaliste. Che appaiano radicali dice quanto si sia abbassata l’asticella di ciò che consideriamo normale.

Resta una domanda che nessuna audizione ha finora affrontato, e che non è retorica. Che cosa accadrebbe se un missile diretto contro una base saudita colpisse un reparto italiano. Quale procedura si attiverebbe, quale organo deciderebbe la risposta, con quale legittimazione. In Costituzione quella risposta esiste ed è chiara: decidono le Camere. Nella prassi degli ultimi trent’anni quella risposta si è dissolta in una sequenza di atti amministrativi. Sarebbe bene ricostruirla prima e non dopo, perché le istituzioni democratiche si giudicano dalla loro capacità di decidere in tempo, e perché il primo caduto italiano in un conflitto mai dichiarato non sarebbe soltanto una tragedia personale. Sarebbe la prova, definitiva, che il Parlamento aveva smesso di essere il luogo dove si decide della guerra molto prima che qualcuno se ne accorgesse.

Fonti

Ministero della Difesa, Task Force Air – Arabia, scheda operazione, 30 luglio 2026. difesa.it

Salvatore Frequente, L’Italia è in guerra? Militari in Arabia Saudita: dalle audizioni in Parlamento agli attacchi di Riad, come si è arrivati allo schieramento delle truppe, Il Fatto Quotidiano, 1 agosto 2026. ilfattoquotidiano.it

Rete Italiana Pace e Disarmo, Missione militare in Arabia Saudita: Rete Pace Disarmo chiede lo stop e il ritorno in Parlamento, 31 luglio 2026. retepacedisarmo.org

Da marzo 400 militari italiani sono in missione in Arabia, Kuwait e Bahrein. L’opposizione chiede verità, Crosetto: tutto illustrato con trasparenza, Il Foglio, 31 luglio 2026. ilfoglio.it

Task Force Air–Arabia: 400 militari italiani in missione segreta nel Golfo, Open, 31 luglio 2026. open.online

Truppe italiane in Arabia, le opposizioni attaccano Crosetto, il Giornale, 31 luglio 2026. ilgiornale.it

Militari italiani a protezione del re bin Salman, Unimondo, agosto 2026. unimondo.org

Fabrizio Coticchia, Task Force Arabia è l’occasione per riaprire il dibattito sulle missioni all’estero, Formiche, luglio 2026. formiche.net

Legge 31 ottobre 2024, n. 168, Modifiche alla legge 21 luglio 2016, n. 145, recante disposizioni concernenti la partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali, Gazzetta Ufficiale n. 269 del 16 novembre 2024. gazzettaufficiale.it

Camera dei deputati, Servizio Studi, Cessioni di materiali d’armamento alle autorità governative dell’Ucraina, decreto-legge 201/2025 e legge di conversione 27 febbraio 2026, n. 27. temi.camera.it

Osservatorio Mil€x, Per l’Italia arrivare al 5% di spesa militare costerebbe 500 miliardi, 8 luglio 2026. milex.org

Rete Italiana Pace e Disarmo, Nuovo record di vendita di armi italiane: nel 2025 ben 9,1 miliardi di autorizzazioni all’export, aprile 2026. retepacedisarmo.org

UAMA: l’export di armamenti italiano nel 2025 supera i 9 miliardi di euro, Analisi Difesa, luglio 2026. analisidifesa.it

Pagella Politica, L’Italia continua a comprare armi da Israele, aprile 2026. pagellapolitica.it

L’Italia vuole costruire droni insieme all’Ucraina, Il Post, 16 aprile 2026. ilpost.it

Ucraina e Italia si impegnano a collaborare su difesa e produzione di droni, Euronews, 15 aprile 2026. euronews.com

ANSA, Drone ucraino sulla spiaggia, vicino al cosiddetto Palazzo di Putin, 3 agosto 2026. ansa.it

ANSA, Accordo tra Iran e Oman sulle nuove rotte di Hormuz, l’ipotesi di una tregua, 5 agosto 2026. ansa.it

Il Fatto Quotidiano, notizia sul tredicesimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina, 2 agosto 2026.

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

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