Il filosofo Francesco Coniglione legge «Anatomia di un dominio invisibile» sulle pagine della rivista «Mondi»
La rivista «Mondi» (Edizioni Tipheret, n. 1-2026, aprile 2026, pp. 144-147) ha dedicato una recensione al mio *Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile*. La firma è quella del filosofo Francesco Coniglione, che ringrazio per l’attenzione e per la serietà del confronto. Ne propongo qui il testo integrale: non per autocompiacimento, ma perché la posta in gioco — riconoscere e nominare un dominio che si installa senza marciare e senza proclamarsi — appartiene a chiunque abbia a cuore la libertà nell’età delle piattaforme.
Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile, edizione Kindle 2026
Recensione di Francesco Coniglione — «Mondi», 1-2026 (aprile 2026), pp. 144-147, Edizioni Tipheret
Il libro di Mario Sommella, Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile nasce da una scelta lessicale rischiosa: chiamare «fascismo» ciò che, a prima vista, non porta più i segni esteriori del fascismo. Non vi sono camicie nere, adunate oceaniche, manganelli in piazza, liturgie di massa nel senso novecentesco del termine. Vi sono invece piattaforme, cloud, algoritmi, profilazioni biometriche, polizia predittiva, ranking, feed personalizzati, intelligenza artificiale applicata alla guerra, al lavoro, alla sorveglianza e alla produzione del consenso. La tesi del libro è che il fascismo, sconfitto come forma storica, possa sopravvivere come logica di dominio, migrando dentro le infrastrutture digitali del capitalismo contemporaneo.
Sommella è consapevole del pericolo insito nel termine. Lo dichiara subito: «cyberfascismo» non deve essere un insulto polemico, né una metafora a effetto, né il solito abuso verbale per indicare tutto ciò che politicamente dispiace. Il libro vuole invece costruire una categoria operativa, fondata su una griglia teorica precisa. Per questo convoca Robert Paxton, Emilio Gentile e Umberto Eco: il primo per leggere il fascismo come dinamica politica e mobilitazione di passioni collettive; il secondo per comprenderlo come religione politica e sacralizzazione del potere; il terzo per coglierne lo stile permanente, l’Ur-Fascismo, capace di riapparire in forme diverse. L’operazione è chiara: non dire che il presente sia identico al passato, ma mostrare quali tratti del passato si siano riconfigurati nel digitale.
Il cuore teorico del libro sta proprio qui. Il cyberfascismo, per Sommella, non è una replica del fascismo storico, ma una sua mutazione. Non organizza necessariamente folle in piazza: costruisce feed personalizzati. Non ha bisogno del giornale unico di partito: dispone di bolle informative individualizzate. Non richiede lo schedario politico tradizionale: produce profili comportamentali, biometrici, finanziari, sanitari, relazionali. Non abolisce sempre le elezioni: svuota il processo democratico agendo prima, cioè sulle condizioni percettive e cognitive in cui il giudizio politico si forma. È un fascismo senza teatralità fascista, e proprio per questo più difficile da riconoscere.
La parte più convincente del volume è la genealogia del dominio: Foucault, Deleuze, Byung-Chul Han, fino alla nozione di «ipnocrazia». Sommella legge il potere contemporaneo come passaggio dalla disciplina dei corpi al controllo dei flussi, poi alla cattura psicopolitica del soggetto e infine alla manipolazione dell’ambiente percettivo. Il potere non si limita più a ordinare o vietare; non ha nemmeno bisogno di convincere secondo le forme classiche della propaganda. Agisce prima dell’opinione, modulando ciò che vediamo, ciò che non vediamo, l’ordine in cui lo vediamo, l’intensità emotiva con cui lo riceviamo. È una tesi forte e, nel complesso, ben articolata: il fascismo digitale non sarebbe tanto un regime delle opinioni imposte, quanto un regime delle realtà selezionate.
Qui il libro ha una delle sue intuizioni migliori: la libertà formale può sopravvivere mentre viene svuotata la possibilità materiale di esercitarla. Nessuno ti impedisce di parlare, ma l’algoritmo decide se sarai ascoltato. Nessuno ti costringe a credere, ma il sistema decide quali stimoli renderà dominanti nel tuo campo percettivo. Nessuno ti vieta di organizzarti, ma gli strumenti attraverso cui lo fai appartengono a soggetti privati che ne estraggono dati, valore, influenza. Il dominio non passa più soltanto attraverso il comando, ma attraverso l’architettura. In questo Sommella riprende la linea di Lawrence Lessig — il codice come legge — e la spinge verso una conclusione politica radicale: l’infrastruttura non è neutrale, è ideologia incorporata.
Da questo punto di vista, Cyberfascismo dialoga in modo naturale con il libro di Luca Ciarrocca su Peter Thiel. Se Ciarrocca racconta la genealogia personale, finanziaria e politica di uno dei grandi architetti della nuova destra tecnologica, Sommella prova a dare il nome teorico al sistema dentro cui quella figura opera. In L’anima nera della Silicon Valley (recensito in questo stesso numero) Thiel appare come il giocatore che trasforma PayPal, Facebook, Palantir, Founders Fund e J.D. Vance in mosse di una stessa partita: conquistare non semplicemente mercati, ma infrastrutture di potere. In Sommella, Palantir diventa uno dei casi emblematici del cyberfascismo: non più soltanto azienda di software, ma dispositivo in cui dati, sicurezza, previsione e sovranità statale si fondono in una macchina opaca. A tal scopo Sommella ricostruisce la genesi di Palantir fino all’integrazione più recente con piattaforme di intelligenza artificiale.
Il libro di Sommella è però un’opera «militante», in quanto le sue analisi «non separano mai la critica dell’algoritmo dalla critica del modello economico che lo produce». Questa collocazione non è un dettaglio: organizza l’intero discorso. La tecnologia non viene mai trattata come destino, né come forza autonoma. È sempre il precipitato di rapporti di proprietà, di finanziamento, di comando, di classe. Da qui il ricorso a Shoshana Zuboff, Nick Srnicek e Yanis Varoufakis: capitalismo della sorveglianza, capitalismo delle piattaforme, tecnofeudalesimo. Sommella non vuole denunciare genericamente «gli algoritmi»; vuole mostrare chi li possiede, chi li orienta, chi li finanzia, chi ne trae profitto e potere.
Questa è una scelta teoricamente solida. Il rischio di molti discorsi sull’intelligenza artificiale è infatti cadere in una metafisica della tecnica: «l’algoritmo decide», «la macchina domina», «la tecnologia avanza». Sommella evita questa trappola: dietro l’algoritmo ci sono aziende, Stati, fondi, contratti, apparati militari, cloud provider, piattaforme pubblicitarie, mercati di previsione comportamentale. La tecnica è politica congelata nel codice: dietro di essa ci sono uomini, interessi, poteri consolidati, che si vogliono difendere ed accrescere. È uno dei messaggi più forti del libro.
Molto efficace è anche il nesso tra cyberfascismo e post-democrazia. Sommella non sostiene che il cyberfascismo abbia creato la crisi della democrazia rappresentativa; sostiene qualcosa di più interessante: esso trova la postdemocrazia già installata e le fornisce gli strumenti tecnici per consolidarsi. La legge viene sostituita dall’architettura; il Parlamento dalla decisione infrastrutturale; la rappresentanza dalla profilazione; la deliberazione dalla previsione comportamentale. In questa prospettiva, il cyberfascismo non è il colpo di Stato digitale, ma l’acceleratore tecnico dello svuotamento democratico.
La sezione dedicata alla realtà condivisa è tra le più acute. Sommella coglie un punto decisivo: la democrazia non richiede soltanto libertà di opinione, ma un minimo di mondo comune. Se ogni gruppo vive dentro una realtà algoritmicamente distinta, dentro una bolla informatica; se i fatti diventano esperienze tribali; se la verità pubblica si dissolve in ambienti cognitivi separati, allora non abbiamo più pluralismo, ma disgregazione del terreno stesso su cui il pluralismo può funzionare. Da qui le proposte: rafforzamento del Digital Services Act, sovranità tecnologica pubblica europea, regolamentazione dei contenuti sintetici, alfabetizzazione critica, costruzione di spazi collettivi non interamente mediati dalle piattaforme.
Come già si accennava sopra, qualcuno potrà arricciare il naso di fronte all’ampiezza della categoria «cyberfascismo», che rischia di attrarre e ricomprendere troppo, con un effetto sì suggestivo, ma a rischio di perdere precisione. Sommella tenta di prevenirlo distinguendo il cyberfascismo dall’autoritarismo digitale generico, dal populismo online e dalla semplice critica alla tecnologia. Ma resta, in alcuni passaggi, l’impressione che la parola finisca per nominare l’intero volto oscuro del capitalismo digitale contemporaneo, in una sorta di nera notte in cui tutto si confonde. La categoria è fertile proprio perché forza il lettore a pensare; ma la sua forza polemica può mutarsi in rischio analitico. Una forza polemica che emerge dallo stesso stile con cui Sommella scrive, caratterizzato da energia, passione, nettezza, più col tocco del manifesto e della diagnosi civile che del trattato accademico.
Ma Cyberfascismo non vuole limitarsi alla denuncia. La quarta parte tenta di indicare linee di resistenza: sovranità tecnologica pubblica europea, trasparenza algoritmica, controllo democratico delle infrastrutture digitali, tutele del lavoro digitale, alfabetizzazione critica diffusa, ricostruzione di forme collettive di partecipazione. L’autore non cade nel fatalismo tecnologico. Non dice che la macchina ha vinto. Dice che il dominio ha cambiato forma, e che per combatterlo occorre cambiare altrettanto radicalmente strumenti, lessico, istituzioni, organizzazione politica.
In definitiva, il libro di Sommella è importante non perché la categoria di cyberfascismo sia indiscutibile, ma perché costringe a discutere ciò che troppo spesso resta disperso in compartimenti separati. La sorveglianza non è solo un problema di privacy. Il cloud non è solo una questione tecnica. L’intelligenza artificiale militare non è solo innovazione bellica. Il lavoro algoritmico non è solo nuova organizzazione aziendale. I feed personalizzati non sono solo intrattenimento. Tutti questi fenomeni possono essere letti come parti di una medesima trasformazione: il trasferimento della sovranità dalla deliberazione pubblica all’infrastruttura privata.
Il cyberfascismo, secondo Sommella, non arriva marciando. Non sfila. Non proclama. Non ha bisogno di gridare. Si installa. E quando un potere riesce a installarsi senza essere nominato, il primo atto di svelamento è forse proprio questo: dargli un nome.
Francesco Coniglione