Quando un esercito bombarda gli ospedali e uccide i giornalisti, non sta colpendo obiettivi militari: sta cancellando le prove
Lo avevano detto, e ora lo stanno facendo. Bezalel Smotrich, il ministro delle Finanze più potente e più estremista del governo Netanyahu, aveva teorizzato per Gaza un piano di annessione a tappe, una porzione di territorio alla settimana fino al controllo totale, mentre per il Libano evocava l’occupazione militare del Sud come soluzione naturale a un problema di sicurezza. Dichiarazioni che la stampa mainstream ha archiviato come provocazioni di un falco, retorica da comizio. Non erano provocazioni. Erano un annuncio. E come a Gaza, anche in Libano la macchina della distruzione ha cominciato a girare con la stessa, gelida metodicità: si bombardano gli ospedali, si colpiscono le ambulanze, si uccidono i medici e si prendono di mira, deliberatamente, quelli che indossano il giubbotto con la scritta Press. Perché chi documenta è il vero nemico. Perché la verità, per chi commette un crimine, è la minaccia più grande di tutte.
La ripresa, il copione, il silenzio dei numeri
Il 2 marzo 2026 Israele ha rotto la fragile tregua e ha ripreso a martellare il Sud del Libano con un’intensità che gli osservatori sul campo hanno descritto come una replica esatta del manuale già sperimentato nella Striscia. Nel giro di poche settimane il bilancio è diventato impressionante: il ministero della Salute libanese ha contato decine di operatori sanitari uccisi, almeno cinquanta nelle prime settimane di offensiva, decine di ambulanze e strutture mediche distrutte, sei ospedali costretti a chiudere e una cinquantina di centri sanitari di base messi fuori uso. L’ospedale Jabal Amel di Tiro è stato colpito cinque volte in due mesi. Ma la cronologia della strage comincia molto prima: aggregando i dati raccolti dalle agenzie umanitarie, dal 7 ottobre 2023 sono oltre duecentottanta gli operatori sanitari uccisi in Libano dalle forze israeliane, con più di trecento attacchi documentati contro il sistema sanitario. Non sono effetti collaterali. Sono il bersaglio.
La tecnica ha persino un nome che i soccorritori pronunciano con terrore: il double-tap. Un primo attacco colpisce i civili, poi, pochi minuti dopo, quando le squadre di emergenza sono accorse a estrarre i feriti dalle macerie, un secondo bombardamento si abbatte proprio sui soccorritori. A Nabatieh, racconta un operatore della protezione civile, le squadre sono state ridotte a due sole persone per intervento, perché mandarne di più significa offrire più bersagli. È una pratica che trasforma il soccorso in una condanna a morte, che rende l’atto stesso di salvare una vita un’operazione suicida. E mentre questo accade, il capo del governo libanese Nawaf Salam denuncia una politica di distruzione generalizzata di città e di mezzi di sussistenza, sfollamenti di massa assimilabili a una punizione collettiva, un tentativo deliberato di cancellare non solo la sovranità ma la stessa storia di un Paese.
L’alibi tecnologico e la menzogna dell’esercito morale
Di fronte a questa evidenza, l’apparato propagandistico israeliano ricorre a un copione che conosciamo a memoria. Il portavoce militare Avichay Adraee ripete, come già nel 2024, che le ambulanze e le strutture mediche libanesi vengono usate per scopi militari. Senza prove, senza una sola immagine, senza una verifica indipendente. È la stessa formula usata per Gaza, dove ogni ospedale bombardato veniva descritto come centro di comando di Hamas, ogni scuola come deposito di armi, ogni edificio raso al suolo come obiettivo legittimo. Una narrazione tautologica e impermeabile: l’accusa giustifica il bombardamento, e il bombardamento, distruggendo le prove, rende l’accusa inverificabile. Il ministero della Salute libanese ha respinto le accuse, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato appelli inascoltati, ma la macchina continua, perché non ha bisogno di essere creduta: le basta seminare il dubbio sufficiente a paralizzare l’indignazione.
C’è poi la grande menzogna dell’esercito più morale del mondo, quello che avviserebbe i civili prima di colpire. Chi è andato a vedere come funzionano davvero questi ordini di evacuazione racconta una realtà oscena: gli avvisi vengono diramati nel cuore della notte attraverso un account di un social network. Un post. E chi non ha lo smartphone in mano, chi dorme, chi è anziano, chi è disabile, chi non possiede un’auto per fuggire, dopo poche ore si ritrova le bombe sulla testa. L’ordine di evacuazione non è un atto di umanità: è la costruzione di un alibi giuridico, la fabbricazione preventiva di una giustificazione da esibire ai tribunali internazionali. Avvisare per poter dire di aver avvisato, e poi colpire comunque chiunque sia rimasto. È la burocrazia della morte travestita da clemenza.
Uccidere i testimoni: la guerra alla verità
Ma è sul fronte dell’informazione che la strategia israeliana rivela la sua natura più profonda. Secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti, l’organizzazione che dal 1992 tiene il conto più rigoroso al mondo, tra il 2023 e l’inizio del 2026 le forze israeliane hanno ucciso almeno duecentoquarantanove giornalisti e operatori dei media. Una cifra che non ha precedenti nella storia. Per avere un termine di paragone: in oltre tre anni e mezzo di guerra in Ucraina i giornalisti uccisi sono stati diciassette; nei quasi nove anni della guerra in Iraq furono poco più di duecento. A Gaza, in poco più di due anni, Israele ha ucciso più cronisti che in qualunque altro conflitto del Novecento, e lo ha fatto in modo mirato: il CPJ attribuisce a Israele l’ottantuno per cento di tutte le uccisioni di giornalisti classificate come intenzionali a livello globale. Nessun altro esercito governativo, in trentaquattro anni di rilevazioni, ha mai ammazzato in modo deliberato tanti operatori dell’informazione.
Non è un dato statistico neutro. È una scelta strategica. I giornalisti uccisi a Gaza erano quasi tutti palestinesi, ed erano quasi tutti coloro che avevano documentato con maggiore precisione i crimini di guerra: la fame usata come arma, gli attacchi agli ospedali, le esecuzioni sommarie, i bambini sotto tiro. Erano gli occhi e le orecchie del mondo, gli unici rimasti, perché ai media internazionali l’ingresso nella Striscia è interdetto dal 7 ottobre 2023, e lo è ancora oggi, persino sotto la cosiddetta pace negoziata da Trump. Qui sta il punto che dovrebbe far vergognare chiunque maneggi la parola informazione: se Israele non ha nulla da nascondere, perché non lascia entrare i giornalisti? Perché continua a impedire al mondo di vedere con i propri occhi? La risposta è dentro la domanda. Non si uccidono i testimoni di un evento che non si teme. Si uccidono i testimoni di ciò che non deve essere visto.
In Libano, che è uno Stato sovrano e dove non serve l’autorizzazione di Tel Aviv per entrare, i giornalisti ci sono e raccontano. Il CPJ ha documentato l’uccisione di reporter anche dopo formali cessate il fuoco, denunciando come la cultura dell’impunità maturata a Gaza, dove nessuno ha mai risposto dell’assassinio di un cronista, stia ora alimentando lo stesso schema sul fronte libanese. E così, mentre certi colleghi occidentali rilanciano acriticamente i comunicati dell’esercito israeliano spacciandoli per notizie verificate, parlando di obiettivi di Hezbollah con la stessa disinvoltura con cui parlavano di obiettivi di Hamas, sul terreno chi è davvero presente vede le bombe cadere sugli ospedali, vede i palazzi crollare sulle famiglie, vede e racconta. A loro, ai testimoni indifesi che continuano a fare il proprio lavoro mentre vengono presi di mira, andrebbe il nostro ostinato, militante sostegno.
Il laboratorio dell’impunità e le complicità europee
Per comprendere fino in fondo ciò che accade dal Mediterraneo orientale al Libano bisogna alzare lo sguardo dalla singola bomba al sistema che la consente. Gaza è stata definita, non a torto, un laboratorio: il luogo dove l’impunità sistematica ha permesso a Israele di trasformare il collasso della sanità in una metodologia bellica codificata, di sperimentare la guerra ai giornalisti come strumento di controllo della narrazione, di testare l’annessione strisciante come tecnica di pulizia etnica a bassa intensità mediatica. Ciò che viene collaudato a Gaza viene poi esportato: in Libano, in Cisgiordania, ovunque l’assenza di conseguenze garantisca che si possa continuare. È la logica dell’impunità che genera reiterazione, la stessa che un secolo di diritto internazionale umanitario, dalle Convenzioni di Ginevra alla Risoluzione 2286 del Consiglio di Sicurezza che proibisce gli attacchi al personale medico, non è riuscito a spezzare perché nessuno ha mai avuto la volontà politica di farlo rispettare.
E qui la responsabilità chiama in causa direttamente l’Europa e l’Italia. Mentre la Spagna, l’Irlanda e la Slovenia chiedevano di sospendere l’Accordo di Associazione tra l’Unione Europea e Israele, vincolato al rispetto dei diritti umani come elemento essenziale, il governo Meloni si è opposto con fermezza alle sanzioni in sede europea, guadagnandosi il pubblico ringraziamento del ministro degli Esteri di Netanyahu. A Roma si pronunciano parole di sdegno per le umiliazioni inflitte agli attivisti della Flotilla; a Bruxelles, gli eurodeputati della maggioranza votano contro l’embargo sulle armi. È la doppia partita di un esecutivo che gioca lo sdegno davanti alle telecamere e la complicità nelle aule dove si decide. Solo dopo mesi di pressing delle opposizioni e di piazze gremite il governo ha revocato una singola licenza di esportazione di munizioni per artiglieria, di quantità peraltro modesta, e ha sospeso il memorandum militare con Tel Aviv firmato nel 2003. Ma l’amministratore delegato di Leonardo ha ammesso pubblicamente ciò che l’esecutivo aveva negato per due anni: l’Italia ha continuato a esportare materiale d’armamento verso Israele anche dopo il 7 ottobre 2023. La complicità non si misura nelle dichiarazioni, ma nelle forniture.
Nessuno potrà dire: non sapevo
La distruzione deliberata di un sistema sanitario, l’uccisione mirata dei medici e dei soccorritori, l’assassinio sistematico dei giornalisti: sono le tre facce di un’unica strategia, quella di chi vuole agire al riparo dallo sguardo del mondo. Bombardare un ospedale significa colpire chi cura. Uccidere un soccorritore significa colpire chi salva. Ammazzare un cronista significa colpire chi racconta. Insieme, questi tre crimini disegnano il profilo di un potere che ha deciso di poter fare qualsiasi cosa perché ha calcolato che nessuno lo fermerà. E quel calcolo, finora, non è stato smentito.
Ma c’è una cosa che quel potere non può controllare, ed è la nostra scelta. Possiamo continuare a girare lo sguardo, ad accettare la velina dell’esercito al posto della testimonianza di chi è sul campo, a delegare l’indignazione a un post sui social per poi tornare alle nostre vite. Oppure possiamo decidere di non essere complici del silenzio. Scendere in piazza, pretendere dal nostro governo che smetta di armare chi commette questi crimini, esigere le sanzioni che continua a bloccare, tenere stretti i giornalisti che rischiano la vita per farci vedere ciò che altri vogliono nascondere. Perché quando l’ingiustizia si fa metodo, quando la cancellazione dei testimoni diventa strategia di guerra, la neutralità non esiste: o si sta con chi documenta, o si sta con chi spara. Nessuno, dopo, potrà dire non sapevo. Nessuno potrà dire non avevo visto. Lo avevano promesso, e lo hanno fatto. E noi avremo visto, avremo saputo. Resta solo da decidere da che parte stare.
Fonti
Amnesty International Italia, «Israele fermi gli attacchi contro il sistema sanitario in Libano», 19 marzo 2026.
il manifesto, «Personale e strutture sanitarie sotto attacco, a dieci anni dalla Risoluzione 2286», aprile 2026.
InsideOver, «Dopo Gaza, Israele porta avanti un medicidio anche in Libano», 3 aprile 2026.
Globalist, «Israele spara deliberatamente su ospedali e ambulanze in Libano», 3 aprile 2026.
Pagine Esteri, «Onu e operatori sanitari sotto il fuoco israeliano in Libano», 30 marzo 2026.
Africa Express, «Al diavolo la tregua: in Libano è guerra continua, colpita Tiro», 1 giugno 2026.
Committee to Protect Journalists (CPJ), 35° rapporto annuale, febbraio 2026; conteggi aggiornati 2023-2026.
Vatican News, «Nel mondo uccisi 129 giornalisti, quasi la metà a Gaza», 26 febbraio 2026.
Il Corriere Nazionale, «Aumentano i giornalisti uccisi nel mondo», 3 marzo 2026.
Al Jazeera, «Israel’s Smotrich calls for phased Gaza annexation», 28 agosto 2025.
Il Fatto Quotidiano, «Sanzioni Israele, l’Italia blocca le misure Ue», 28 maggio 2026.
Il Fatto Quotidiano, «Il governo Meloni vota contro l’embargo sulle armi a Israele in Ue», 20 maggio 2026.
l’Unità, «Armi a Israele dall’Italia, Leonardo smentisce il governo Meloni», ottobre 2025.
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