L’Italia della paura: come il razzismo è diventato un progetto politico

C’è una differenza profonda tra una società che affronta i problemi e una società che costruisce nemici. La prima cerca soluzioni, la seconda cerca capri espiatori. Da alcuni anni l’Italia sembra avere imboccato con decisione la seconda strada.

L’immigrazione è stata trasformata da fenomeno sociale complesso in una gigantesca macchina propagandistica. Ogni fatto di cronaca che coinvolge uno straniero viene amplificato, ogni episodio di violenza viene utilizzato come prova generale di una presunta invasione, ogni paura individuale viene convertita in consenso elettorale. Nel frattempo, però, si continua a nascondere ciò che realmente accade nei campi agricoli, nei cantieri, nelle cooperative, nelle aziende della logistica e nei servizi di assistenza domestica che tengono in piedi una parte consistente dell’economia nazionale.

Mentre la politica parla di sicurezza, migliaia di lavoratori immigrati continuano a vivere condizioni che ricordano più il XIX secolo che una moderna democrazia europea.

I fantasmi utili del potere

La costruzione del nemico è una delle più antiche tecniche di governo. Quando aumentano le disuguaglianze, quando i salari si impoveriscono, quando la sanità pubblica arretra e il welfare si restringe, diventa indispensabile individuare qualcuno verso cui indirizzare rabbia e frustrazione.

Nella storia europea questo meccanismo è stato utilizzato contro minoranze religiose, gruppi etnici, oppositori politici e popolazioni considerate “inferiori”. Oggi il bersaglio privilegiato è rappresentato dai migranti.

La Lega, fin dalla sua nascita, ha costruito una parte significativa della propria identità politica attraverso la contrapposizione tra un “noi” e un “loro”. Prima il meridionale parassita, poi il rom, quindi il musulmano, infine il migrante in quanto tale. Il bersaglio cambia, ma la logica resta identica: trasformare persone in categorie astratte, ridurre individui con storie e diritti a simboli di una minaccia collettiva.

In questo contesto la figura del generale Roberto Vannacci rappresenta qualcosa di più di una semplice provocazione politica. La sua ascesa pubblica è il sintomo di una trasformazione culturale più profonda. Le sue parole non producono consenso perché sono originali; producono consenso perché intercettano e legittimano paure che da anni vengono alimentate da una parte consistente della comunicazione politica e mediatica.

Quando la discriminazione diventa linguaggio istituzionale, il confine tra opinione e stigmatizzazione collettiva si assottiglia pericolosamente.

Gli invisibili che fanno funzionare l’Italia

Esiste un’Italia di cui si parla pochissimo. È l’Italia delle campagne dove si raccolgono pomodori, olive, uva e ortaggi. È l’Italia dei cantieri che costruiscono infrastrutture, case e centri commerciali. È l’Italia delle badanti che assistono anziani non autosufficienti ventiquattro ore al giorno. È l’Italia delle consegne, della logistica e della movimentazione merci.

In questi settori la presenza dei lavoratori stranieri è diventata strutturale.

Secondo dati consolidati di enti pubblici e organizzazioni sindacali, interi comparti produttivi entrerebbero in crisi senza il contributo della manodopera immigrata. Eppure questi lavoratori vengono celebrati solo quando servono e demonizzati quando diventano oggetto di propaganda.

Le cronache raccontano periodicamente storie di sfruttamento estremo: salari da fame, turni massacranti, ricatti legati ai permessi di soggiorno, condizioni abitative indegne. Ma queste notizie raramente occupano le prime pagine per più di qualche giorno.

Il migrante sfruttato non è utile alla narrazione dominante. Molto più utile è il migrante percepito come minaccia.

Il grande silenzio dei media

La sproporzione è evidente.

Un reato commesso da uno straniero può dominare il dibattito pubblico per settimane. Un sistema di sfruttamento che coinvolge centinaia di lavoratori spesso scompare nel giro di poche ore.

Non si tratta di negare l’esistenza della criminalità tra gli immigrati. Sarebbe una sciocchezza. La criminalità esiste in ogni gruppo umano e va contrastata con gli strumenti dello Stato di diritto.

Il problema nasce quando si attribuiscono responsabilità collettive a milioni di persone sulla base delle azioni di pochi individui.

È esattamente il meccanismo che alimenta il razzismo contemporaneo: non più la superiorità biologica proclamata apertamente, ma la costruzione costante di una presunta incompatibilità culturale. Non più la discriminazione dichiarata, ma la normalizzazione del sospetto.

Così il cittadino viene convinto che il problema sia il migrante che arriva su un barcone e non il sistema economico che produce precarietà, povertà e concentrazione della ricchezza.

La fabbrica dell’odio

L’avanzata delle destre radicali in Europa e negli Stati Uniti non può essere compresa senza osservare il ruolo della comunicazione politica.

Donald Trump ha costruito gran parte del proprio consenso sulla criminalizzazione degli immigrati. In molti paesi europei il copione è stato identico. La paura viene trasformata in linguaggio quotidiano, il diverso diventa una minaccia permanente, l’identità nazionale viene presentata come una fortezza assediata.

Anche in Italia questo processo è ormai evidente.

Il risultato è una progressiva degradazione del discorso pubblico. Ragazzi sempre più giovani crescono immersi in messaggi che associano differenza e pericolo, diversità e minaccia, integrazione e perdita di identità.

Le conseguenze non sono soltanto politiche. Sono culturali, sociali e persino psicologiche. Una società che vive nella paura finisce per vedere nemici ovunque.

La vera questione nazionale

L’Italia è uno dei paesi più anziani del mondo. La natalità continua a diminuire. Interi territori si spopolano. Mancano lavoratori in numerosi settori produttivi. Il sistema pensionistico affronta sfide sempre più complesse.

Di fronte a questa realtà, trasformare l’immigrazione in una guerra culturale significa ignorare deliberatamente i problemi reali del Paese.

La vera questione nazionale non è il colore della pelle di chi lavora nei nostri campi o assiste i nostri anziani.

La vera questione nazionale è l’aumento delle disuguaglianze, la precarizzazione del lavoro, la riduzione dei diritti sociali, la crisi del welfare pubblico e la concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza sempre più ristretta.

Ma affrontare questi problemi significherebbe mettere in discussione rapporti di potere consolidati.

È molto più semplice indicare un nemico esterno.

Chi semina odio raccoglie paura. Chi costruisce paura raccoglie consenso. Ma una nazione che fonda il proprio futuro sulla ricerca continua di capri espiatori finisce inevitabilmente per indebolire se stessa.

La storia europea insegna che il razzismo non nasce mai all’improvviso. Cresce lentamente, si normalizza attraverso le parole, si legittima attraverso le istituzioni e infine diventa senso comune.

Per questo la battaglia contro il razzismo non riguarda soltanto gli immigrati. Riguarda la qualità della democrazia, il valore della convivenza civile e il futuro stesso della Repubblica.

Perché ogni volta che un essere umano viene trasformato in un nemico per convenienza politica, non è soltanto la sua dignità ad essere colpita. È la libertà di tutti a diventare più fragile.

Fonti

ISTAT
INPS
Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM)
Eurostat
CGIL – Osservatorio sul caporalato
Caritas Italiana – Rapporto Immigrazione
Fondazione Leone Moressa
Amnesty International
Human Rights Watch

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