Il Libano brucia di nuovo. Non è una metafora, non è una figura retorica: è la descrizione letterale di ciò che accade dal 2 marzo 2026, quando l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha fatto saltare l’ultimo fragile equilibrio regionale, trascinando Beirut, il Libano meridionale e la valle della Bekaa in un nuovo inferno. Un inferno che si aggiunge a quello già vissuto nell’autunno del 2024, che si aggiunge a decenni di guerre, occupazioni, distruzioni. Un Paese già a pezzi che viene fatto a pezzi ancora.
Il detonatore: l’operazione Ruggito del Leone
Tutto — o quasi — ha un inizio. In questo caso, l’inizio ha un nome preciso: Operazione Ruggito del Leone, l’attacco congiunto lanciato da Washington e Tel Aviv contro l’Iran il 28 febbraio 2026. In sette giorni di guerra, oltre 600 obiettivi colpiti sul territorio iraniano, 250 bombe sganciate su Teheran in una sola giornata. Morti che si contano a centinaia: la Mezzaluna Rossa iraniana ha certificato 787 vittime nei primi tre giorni.
L’azione ha un movente che Washington non ha mai nascosto: impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare, disarticolare la Guida suprema Ali Khamenei e la struttura di potere che gli ruotava attorno. Khamenei è stato ucciso. E la sua morte ha scatenato ciò che molti analisti temevano: la reazione dell’asse della resistenza, con Hezbollah in prima linea.
Il 2 marzo, per la prima volta dal cessate il fuoco del novembre 2024, Hezbollah ha lanciato missili contro Israele. La vendetta, hanno dichiarato i miliziani, era per la morte della Guida suprema e per le “ripetute aggressioni israeliane”. Israele ha risposto con una campagna di bombardamenti massicci. Il Libano, di nuovo, paga il prezzo più alto.
Dahiyeh: un quartiere cancellato
Dahiyeh, in arabo, significa semplicemente periferia. Per i 700.000 abitanti che vi risiedono, significa casa. Per Israele, significa il cuore politico e militare di Hezbollah, e quindi un bersaglio. Ma la strategia adottata in questa nuova fase del conflitto è radicalmente diversa da quella del 2024: l’esercito israeliano non indica più i singoli edifici da colpire. Emette ordini di evacuazione per interi quartieri, intere città, interi villaggi.
Cinquantacinque diverse località hanno ricevuto in pochi giorni ingiunzioni di sgombero immediato. Le strade si sono trasformate in un fiume di auto, motorini, carretti carichi di bambini e masserizie. Dahiyeh, il quartiere meridionale di Beirut, è stato abbandonato in pochi minuti, con la gente che fuggiva a piedi sui detriti lasciati dai bombardamenti precedenti. L’esercito israeliano ha poi colpito il quartier generale di Hezbollah e oltre dieci edifici alti nella capitale.
Al 6 marzo il bilancio degli attacchi israeliani sul Libano dall’inizio della nuova campagna ammontava a 217 morti e 798 feriti. Numeri destinati a crescere, mentre i raid continuano.
La guerra sul terreno: imboscate, operazioni speciali, un paese che resiste
Ma la guerra non è solo ciò che si vede dall’alto, dal punto di vista degli aerei da guerra e dei comunicati militari. Sul terreno, la realtà è più caotica, più sanguinosa, più complessa.
Nella zona di Khiam, nel Libano meridionale, unità di Hezbollah hanno teso un’imboscata a soldati israeliani, colpendo un carro armato Merkava con un missile anticarro Kornet 9M133. L’arma scelta non è un dettaglio: il Kornet è tra i più efficaci sistemi anticarro in uso nelle guerriglie mediorientali, capace di perforare i blindaggi più moderni. La sua presenza sui campi di battaglia libanesi racconta di catene di approvvigionamento che nessuna campagna militare ha davvero interrotto.
Nella valle della Bekaa, reparti di paracadutisti israeliani hanno tentato un’incursione notturna nell’area di Nabi Sheet, con elicotteri entrati nello spazio aereo libanese dal lato siriano. L’operazione, secondo diverse fonti locali, sarebbe finita in uno scontro prolungato con le unità speciali Radwan. Il governo israeliano ha anche approvato un’avanzata di terra nel Libano meridionale, con l’obiettivo dichiarato di creare una “zona cuscinetto permanente” a protezione del confine. Una formula diplomatica che nasconde una realtà più prosaica: l’occupazione di fatto di un territorio straniero.
Non vanno dimenticate le truppe UNIFIL: missili hanno colpito la base delle truppe di peacekeeping ghanesi nel sud del Libano, ferendo gravemente due soldati. Un altro tassello dell’escalation che coinvolge anche i caschi blu — e con loro l’Italia, che contribuisce significativamente alla missione.
La dimensione regionale: dallo Stretto di Hormuz a Cipro
Il conflitto libanese non è una guerra a sé. È un frammento di un incendio molto più vasto che rischia di consumare l’intera regione.
L’Iran ha risposto all’operazione Ruggito del Leone con ondate di missili e droni lanciati non solo contro Israele, ma contro le basi militari statunitensi nei Paesi del Golfo. Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahréin: tutti hanno subito attacchi. L’ambasciata americana a Riad è stata colpita. L’aeroporto di Paphos a Cipro è stato messo in allerta dopo che un drone, partito dal Libano e attribuito a Hezbollah, ha colpito una base britannica sull’isola. Il Qatar ha abbattuto due bombardieri iraniani Su-24.
Le Guardie della Rivoluzione hanno dichiarato il controllo totale dello Stretto di Hormuz, minacciando chiunque voglia attraversarlo. Il ministro dell’energia del Qatar ha avvertito che le spedizioni di energia dalla regione potrebbero interrompersi nel giro di poche settimane. Il prezzo del petrolio Brent è già salito del 15% dall’inizio del conflitto. Ogni petroliera che attraversa il Golfo è ora un atto politico, una scommessa sulla sopravvivenza.
La guerra tocca anche l’Europa in modo concreto: centinaia di migliaia di passeggeri sono rimasti bloccati in tutto il mondo a causa della chiusura dello spazio aereo di diversi Paesi mediorientali.
Il Libano che non ne può più
Dietro i bollettini militari, c’è un Paese esausto. “I libanesi si sono svegliati in uno stato di shock, stanchezza, sgomento e rabbia”, ha dichiarato Vincent Gelot dell’Œuvre d’Orient, impegnato a Beirut nel sostegno alle comunità colpite. È una frase che vale più di molti comunicati diplomatici.
Da sei anni il Libano accumula crisi su crisi: l’esplosione del porto di Beirut nel 2020, il crollo economico, l’inflazione devastante, la guerra del 2024, e ora questo. Oltre un milione di persone erano già state sfollate nel conflitto precedente. Adesso il ciclo ricomincia: ordini di evacuazione per 50 villaggi nel Libano meridionale, strade intasate, scuole chiuse, ospedali sotto pressione.
C’è anche una frattura interna: parte della popolazione libanese è apertamente ostile ad Hezbollah, che avrebbe — secondo il presidente Joseph Aoun — violato le misure adottate dallo Stato per mantenere il Paese fuori dai “pericolosi scontri militari in corso nella regione”. Lo stesso governo libanese ha fatto una mossa senza precedenti nella sua storia: vietare formalmente ogni attività militare di Hezbollah. Una decisione che arriva troppo tardi per evitare la guerra, ma che misura la profondità della crisi politica interna.
La posta in gioco: gas, confini e geopolitica
Non esiste conflitto senza interessi materiali. Anche questa guerra ha i suoi.
L’avanzata israeliana nel Libano meridionale punta, tra le altre cose, al controllo di una striscia costiera cruciale per le trivellazioni offshore di gas naturale. Nel 2022 la mediazione americana aveva prodotto un accordo storico sui confini marittimi tra Libano e Israele, aprendo la strada allo sfruttamento dei giacimenti. Oggi quell’accordo è lettera morta. Netanyahu sta costruendo i confini con le bombe, non con i trattati.
Sul piano più ampio, la morte di Khamenei ha aperto una crisi di successione in Iran che nessuno sa come si risolverà. L’Assemblea degli esperti — l’organismo che dovrà scegliere la nuova Guida suprema — è riunita in condizioni di guerra, con Teheran sotto i bombardamenti. Il ministro israeliano della Difesa Katz ha dichiarato che chiunque venga nominato sarà “un bersaglio inequivocabile”. Non si tratta di deterrenza: è la dichiarazione aperta di una politica di decapitazione sistematica dello Stato iraniano.
La risposta italiana: la prudenza del governo, l’ipocrisia dell’Occidente
In Italia il governo Meloni si muove con la consueta ambiguità. Il ministro degli Esteri Tajani parla di “situazione molto preoccupante”, annuncia la riduzione al minimo della presenza diplomatica a Teheran, afferma che “le soluzioni non sono mai quelle di risolvere con la guerra” — dimenticando che il Paese di cui è esponente ha votato a favore dell’adesione piena all’alleanza atlantica che questa guerra la conduce.
Le opposizioni hanno usato toni più netti: Schlein (Pd), Bonelli e Fratoianni (Avs) parlano di azione “al di fuori del diritto internazionale”, richiamano l’articolo 11 della Costituzione. Sono parole giuste, dette però da chi non ha ancora costruito una proposta politica alternativa credibile alla subalternità atlantica che attraversa trasversalmente il sistema politico italiano.
L’Europa, nel frattempo, si divide: la Spagna di Sanchez denuncia una guerra “fuori dalla legalità internazionale”, la Gran Bretagna ha concesso agli Stati Uniti l’uso delle sue basi. Il Consiglio Europeo convoca vertici d’urgenza. La diplomazia continentale insegue gli eventi invece di guidarli.
La guerra che non finisce mai
C’è qualcosa di profondamente osceno nel modo in cui il Libano torna ciclicamente a bruciare mentre il mondo osserva. Un Paese che non ha mai avuto pace viene distrutto ancora, con la stessa logica del 1982, del 2006, del 2024 e oggi del 2026. Le bombe cambiano di precisione, le giustificazioni cambiano di accento, ma la sostanza rimane: un popolo viene punito per il fatto di esistere in un territorio strategico, sospeso tra interessi che non lo riguardano e potenze che non lo rispettano.
L’UNIFIL — una missione che si concluderà nei prossimi mesi dopo quasi cinquant’anni, smantellata sotto le pressioni americane e israeliane — era l’ultimo presidio simbolico di una legalità internazionale ormai svuotata di senso. La sua assenza lascia il confine libanese-israeliano a quello che è sempre stato, in fondo: una linea di fuoco regolata dai rapporti di forza.
Intanto a Beirut le scuole restano chiuse, le strade vuote, gli sfollati arrivano in massa. Le comunità religiose si preparano ad accoglierli. I medici operano senza sosta. I civili trovano rifugio dove possono. Sono loro, come sempre, a portare il peso di una guerra che non hanno scelto.
Nel lessico diplomatico si chiama teatro di operazioni. Nella vita reale si chiama semplicemente distruzione.