Come Trump ha trasformato la deportazione in un’industria silenziosa
Mentre il mondo guarda i Mondiali, l’amministrazione Trump ha ordinato in segreto la più grande accelerazione di arresti nella storia dell’ICE. Senza telecamere, senza annunci, senza testimoni. Perché il potere ha imparato che la repressione funziona meglio quando nessuno la vede.
1. Cinque giorni, diecimila persone
C’è stato un tempo, appena un anno fa, in cui le retate dell’ICE si annunciavano come operazioni militari: conferenze stampa, agenti in tenuta da combattimento davanti alle telecamere, il segretario alla Sicurezza Interna in giubbotto tattico per i fotografi. Quel tempo è finito. Non perché la macchina si sia fermata, ma perché ha imparato a lavorare al buio.
Secondo documenti interni ottenuti dal New York Times, le autorità federali per l’immigrazione hanno arrestato più di diecimila persone in cinque giorni, alla fine di giugno. Il ritmo, oltre duemila arresti al giorno, è circa il doppio di quello registrato all’inizio del 2026, quando la media quotidiana si aggirava intorno alle mille persone. Il picco è stato toccato sabato 27 giugno, con più di 2.400 arresti in un solo giorno, e la popolazione detenuta nelle strutture ICE è cresciuta di quasi quattromila unità in pochi giorni, superando quota 63.000. Tre funzionari a conoscenza delle conversazioni interne hanno confermato che la spinta ad alzare i numeri è arrivata direttamente dalla Casa Bianca.
Gli ordini operativi sono di una brutalità burocratica che meriterebbe un posto negli archivi della storia amministrativa della repressione: ai vertici territoriali dell’ICE è stato imposto di tenere quanti più agenti possibile al lavoro sette giorni su sette e di destinare l’ottanta per cento del personale alle operazioni di arresto, sottraendolo a ogni altra funzione. Non indagini, non verifiche, non garanzie: arresti. Il capo della divisione espulsioni dell’ICE, Marcos Charles, ha ringraziato per iscritto i suoi uomini per gli sforzi straordinari del fine settimana, con il linguaggio soddisfatto di un dirigente commerciale che ha superato il budget trimestrale. Perché di questo, come vedremo, si tratta: di un budget. Di un fatturato.
2. La strategia del silenzio
Ciò che distingue questa offensiva dalle precedenti non è la scala. È l’assenza di spettacolo. Per tutto il 2025 l’amministrazione aveva annunciato in anticipo le proprie intenzioni prima di riversare ondate di agenti su Chicago, Los Angeles e Minneapolis. Era una repressione-propaganda, costruita per la base elettorale, con la crudeltà come messaggio politico. Quel modello si è rotto. E si è rotto perché la gente è scesa in strada.
Il nuovo segretario alla Sicurezza Interna, Markwayne Mullin, ha promesso una campagna di applicazione più silenziosa dopo il caos dell’operazione di un mese in Minnesota, dove agenti federali hanno ucciso due cittadini statunitensi. La parola chiave è «silenziosa». Non più umana, non più legale, non più rispettosa dei diritti: silenziosa. Gli arresti sono stati spalmati sui momenti ordinari della vita quotidiana invece che concentrati in retate spettacolari: i controlli periodici presso gli uffici dell’immigrazione, i posti di blocco stradali, gli incontri per strada. La persecuzione si è fatta capillare, diffusa, ambientale. Non irrompe più nella cronaca: si insinua nella normalità.
E il tempismo non è casuale. Tutto questo avviene mentre gli Stati Uniti ospitano i Mondiali di calcio, con gli occhi del pianeta puntati sugli stadi e le città americane trasformate in vetrine globali. Dietro la vetrina, l’arcipelago dei centri di detenzione si riempie a ritmi mai visti nella storia dell’agenzia. È la versione aggiornata di una vecchia lezione autoritaria: il grande evento sportivo come cortina, la festa come anestesia.
3. Il sangue che ha imposto il silenzio
Per capire perché il potere ha scelto l’invisibilità bisogna ricordare cosa è successo quando era visibile. Tra settembre 2025 e febbraio 2026 gli agenti federali dell’immigrazione hanno sparato a quattordici persone, nel corso di operazioni condotte in case, luoghi di lavoro, tribunali e strade. A Minneapolis, durante l’operazione Metro Surge, definita dal Dipartimento della Sicurezza Interna la più grande operazione di applicazione delle leggi sull’immigrazione mai condotta, sono morti due cittadini americani.
Il 7 gennaio un agente dell’ICE ha ucciso Renee Nicole Good, trentasettenne, sparandole mentre era nella sua auto. I funzionari dell’amministrazione sostennero che avesse tentato di investire un agente, ma i video dei passanti smentirono presto la versione ufficiale, mostrando la donna che cercava semplicemente di allontanarsi. Renee Good era una madre di tre figli che si era da poco trasferita a Minneapolis. Il 24 gennaio due agenti hanno ucciso Alex Pretti, trentasette anni, infermiere di terapia intensiva presso l’ospedale dei veterani di Minneapolis. Stava filmando con il telefono gli agenti mascherati e si era frapposto tra un agente e una donna spinta a terra. È stato colpito con spray al peperoncino, atterrato da più agenti e ucciso mentre circa sei uomini lo circondavano. Anche in questo caso la narrazione governativa, che lo dipinse come terrorista domestico, è stata demolita dai video verificati dalle principali agenzie internazionali.
La reazione popolare fu imponente: il 23 gennaio 2026 il Minnesota conobbe uno sciopero generale contro l’operazione e contro l’impunità degli agenti, seguito da centinaia di manifestazioni in tutto il Paese. Il costo politico costrinse l’amministrazione a sacrificare qualche pedina: Gregory Bovino, il comandante delle operazioni, fu privato del suo titolo e avviato al pensionamento, mentre Kristi Noem venne rimossa dalla guida del Dipartimento e sostituita da Mullin. Ma la macchina non si è fermata: ha solo cambiato marcia. E oggi il governo federale trattiene le prove delle uccisioni, ha bloccato fisicamente gli investigatori statali sulla scena del delitto Pretti e custodisce l’auto di Renee Good, mai esaminata, avvolta nel cellophane in un magazzino dell’FBI, tanto che lo Stato del Minnesota ha dovuto fare causa all’amministrazione per ottenere l’accesso alle prove. Quando lo Stato federale nasconde le prove dell’uccisione dei propri cittadini, non siamo più davanti a eccessi: siamo davanti a un metodo.
4. I volti dietro i numeri
Diecimila arresti in cinque giorni sono un’astrazione statistica finché non si guardano i volti. Suor Letty Ugboaja, religiosa nigeriana e infermiera, è stata arrestata il 28 giugno a McAllen, in Texas, mentre andava in chiesa la domenica mattina; è stata rilasciata solo dopo l’intervento di funzionari del Congresso. Arturo, operaio messicano di quarantotto anni che costruiva mobili sei giorni alla settimana, è stato preso a Salt Lake City mentre andava a una partita di calcio. Un padre nicaraguense di due figli è stato arrestato a Miami quando si è presentato al controllo che il governo stesso gli aveva fissato: la sua udienza in tribunale era prevista per il 2027. Si presenta all’appuntamento con lo Stato, e lo Stato lo incatena.
Vale la pena fermarsi su un dato che smonta l’intera narrazione securitaria: secondo i gruppi che monitorano i dati, circa due arresti su tre effettuati sul territorio quest’anno riguardano persone senza alcun precedente penale, nonostante l’amministrazione continui a dichiarare che l’obiettivo sono i criminali pericolosi. Non si stanno arrestando criminali: si stanno arrestando lavoratori, infermiere, madri, padri che pagano le tasse. L’avvocata Ysabel Lonazco, nello Utah, racconta di clienti che hanno ormai paura persino di guidare fino al supermercato. Questa paura non è un effetto collaterale: è l’obiettivo. Una popolazione terrorizzata non si sindacalizza, non denuncia il furto salariale, non alza la testa. Il terrore amministrato è disciplina del lavoro con altri mezzi.
5. Il business della carne umana
E qui arriviamo al cuore economico del sistema, quello che la stampa liberale nomina sottovoce e che invece va detto ad alta voce: la detenzione di massa è un’industria privata quotata in borsa, e questa impennata di arresti è, prima di ogni altra cosa, una consegna di merce.
I numeri sono pubblici, dichiarati dagli stessi protagonisti nelle chiamate con gli investitori. GEO Group, il più grande gestore privato di strutture ICE, ha annunciato il 12 febbraio 2026 un profitto record di 254 milioni di dollari per il 2025, un aumento di circa il 700 per cento rispetto al 2024, trainato dai contratti con l’amministrazione Trump per costruire nuovi centri di detenzione, e ha rivendicato circa 520 milioni di dollari in contratti nuovi o ampliati, il maggior volume di nuovi affari nella storia dell’azienda. CoreCivic, l’altra grande corporation del settore, ha dichiarato 116,5 milioni di profitti, quasi il 70 per cento in più dell’anno precedente.
Ma il dettaglio più rivelatore è un altro. Nelle stesse chiamate sugli utili, alcuni investitori hanno espresso frustrazione perché l’ICE non stava incarcerando abbastanza persone da generare i ricavi attesi: uno di loro ha lamentato che il mercato si aspettava di arrivare a quota centomila detenuti, mentre si era fermi poco sopra i settantamila. Rileggiamola, questa frase. Il capitale finanziario che chiede allo Stato più corpi in gabbia per far quadrare le proiezioni trimestrali. Quattro mesi e mezzo dopo quella chiamata, lo Stato ha consegnato: quota raddoppiata negli arresti giornalieri, ottanta per cento degli agenti sulla caccia all’uomo, popolazione detenuta in crescita verticale. Il tutto sostenuto da uno stanziamento senza precedenti di 45 miliardi di dollari approvato dal Congresso, con cui l’ICE intende espandere la detenzione in aree del Paese dove oggi non esistono strutture.
Questo è il punto in cui la retorica della sicurezza si dissolve e resta visibile la struttura: denaro pubblico che alimenta un commercio privato di esseri umani. Non è una metafora. È il modello di business, descritto negli atti societari, benedetto dai mercati. E dentro quelle strutture, come il centro di Dilley in Texas, che i detenuti descrivono come un inferno infestato dal morbillo, con cibo ammuffito e acqua putrida, la merce umana viene stoccata al costo più basso possibile, perché ogni dollaro risparmiato sulla dignità è un dollaro di margine di guadagno.
6. Ciò che il silenzio ci chiede
La lezione politica di questa vicenda va oltre i confini americani, e riguarda direttamente anche noi europei, che sui centri di detenzione per migranti, sulle esternalizzazioni e sui rimpatri abbiamo costruito un’industria gemella. Il potere ha imparato che la violenza spettacolare produce resistenza: le immagini di Minneapolis hanno generato scioperi generali, dimissioni, cause giudiziarie, un movimento. La risposta non è stata fermare la violenza, ma renderla invisibile. Sostituire la retata teatrale con l’arresto capillare, il blitz con il controllo di routine, il comunicato trionfale con il silenzio amministrativo.
È la forma più matura e più pericolosa dell’autoritarismo contemporaneo: quella che non ha bisogno di mostrarsi, perché ha trasformato la repressione in flusso ordinario, in procedura, in fatturato. Contro questa forma di potere, l’informazione indipendente e la mobilitazione collettiva non sono un’opzione tra le altre: sono l’unico antidoto. Perché se la strategia del sistema è il silenzio, il primo atto di resistenza è denunciare i fatti. Dire che quei sessantatremila detenuti non sono numeri ma persone. Dire che quei profitti record sono costruiti sulla loro carne. Dire che Renee Good e Alex Pretti non sono morti per un incidente, ma per una politica repressiva. E che quella politica ha nomi, responsabili, azionisti.
Il mondo guarda i Mondiali. Noi abbiamo il dovere di guardare altrove.
Fonti
New York Times, «Immigrant Arrests Surge to 10,000 in 5 Days as ICE Clamps Down», 1 luglio 2026
Associated Press / UC Berkeley Deportation Data Project, dati sugli arresti ICE, luglio 2026
NBC News, «Trump’s DHS immigration enforcement officers shot 14 people from September 2025 to February 2026»
PBS NewsHour, «Shooting deaths climb in Trump’s mass deportation effort», gennaio 2026
ProPublica, «Minnesota’s Fight to Hold Agents Who Shot Alex Pretti, Renee Good Accountable», marzo 2026
NPR, «Months after the ICE shootings in Minnesota, a federal probe remains elusive», aprile 2026
Common Dreams / Prison Legal News, «Private Prison Firm GEO Group Reports Record $254 Million Profit After New ICE Contracts», febbraio 2026
The Appeal, «Unsatisfied With Record Profits, Private Prison Investors Want ICE to Escalate», febbraio 2026
TIME, «ICE’s Largest Prison Contractors Post Record Revenue», marzo 2026
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
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