Capitale umano di scarso valore

La confessione del banchiere e la guerra di classe dell’algoritmo

Una frase sfuggita a Hong Kong svela ciò che il potere economico raramente confessa: l’intelligenza artificiale non nasce per liberarci dalla fatica, ma per ridurre il costo del lavoro e disciplinare chi lavora.

C’è un istante preciso in cui il potere smette di travestirsi e dice la verità su sé stesso. Quasi sempre è un incidente: accade quando chi comanda, convinto di parlare soltanto ai propri simili, dimentica che il microfono è acceso e che oltre la parete della sala riunioni esiste un mondo di persone che del suo cinismo sono la materia prima. È successo a Hong Kong il 19 maggio 2026, davanti a una platea di investitori riuniti per ascoltare i piani futuri di una grande banca. Bill Winters, amministratore delegato di Standard Chartered — gruppo bancario britannico che impiega circa ottantunomila persone in tutto il mondo — ha spiegato che entro il 2030 l’istituto cancellerà oltre settemilaottocento posti di lavoro, sostituendoli con sistemi di intelligenza artificiale. Poi ha aggiunto la frase destinata a inseguirlo: non si tratta di tagliare i costi, ha precisato, ma di rimpiazzare capitale umano di scarso valore con il capitale finanziario e d’investimento che la banca sta immettendo nei propri processi.

  1. La confessione di Hong Kong
    Conviene partire dai fatti, perché i fatti, in questa vicenda, sono più eloquenti di qualsiasi commento. Standard Chartered non è un’impresa in difficoltà che cerca disperatamente di sopravvivere. È una banca che ha appena annunciato profitti record, sostenuti tra l’altro da diciotto miliardi di dollari di nuovi flussi netti nel solo comparto della gestione patrimoniale. È in questo contesto di abbondanza, non di crisi, che il suo amministratore delegato ha presentato un piano per ridurre di oltre il quindici per cento, entro il 2030, il personale delle cosiddette funzioni di supporto: gestione del rischio, conformità normativa, risorse umane, contabilità. Si tratta di reparti che alla fine dell’anno precedente contavano oltre cinquantamila addetti. La cifra che circola — tra settemilaottocento e ottomila posti di lavoro — non descrive un costo da comprimere, ma un insieme di vite umane, di famiglie, di redditi, di esistenze costruite intorno a un impiego.

La logica esposta da Winters è di una limpidezza brutale. Non si licenzia per risparmiare, ha detto in sostanza, si licenzia perché esiste un capitale che rende di più. A parità di spesa, il capitale finanziario investito nell’automazione promette agli azionisti un rendimento superiore a quello garantito da chi quel lavoro lo svolge con le proprie mani e la propria intelligenza. Le persone, in questa contabilità, vengono classificate esattamente come qualunque altro fattore produttivo: una voce di bilancio da ottimizzare, una merce di cui valutare l’utilità marginale. Chi rende meno dell’alternativa tecnologica viene espulso. La banca prospera, gli azionisti incassano, e migliaia di lavoratori scoprono di valere, agli occhi di chi li impiega, meno di un investimento in software.

  1. L’errore che dice la verità
    La reazione è stata immediata e rivelatrice. Nel giro di pochi giorni Winters ha fatto marcia indietro, affidando a una piattaforma social le proprie scuse: le sue parole, ha spiegato, erano state estrapolate dal contesto, e dove i ruoli vengono meno ciò riflette un cambiamento del lavoro, non un giudizio sul valore delle persone. Persino le autorità di vigilanza di Hong Kong e di Singapore hanno chiesto conto di quelle dichiarazioni, domandando se non si trattasse di un pretesto per usare l’intelligenza artificiale come grimaldello per ridurre il personale. La macchina della comunicazione aziendale si è messa in moto a pieno regime, dispensando il consueto lessico rassicurante: riqualificazione, riconversione, lavoro a maggior valore aggiunto, datore di lavoro responsabile.

Eppure il punto non è l’insulto, ma la sincerità. Lo scandalo non risiede nel piano industriale, che procede indisturbato, bensí nel fatto che per un istante qualcuno lo abbia descritto senza belletti. Le scuse non ritrattano la sostanza: correggono il registro. Non promettono di salvare quei posti di lavoro, promettono soltanto di non chiamarli più con il loro nome. È questa la funzione profonda del linguaggio del management contemporaneo: trasformare una decisione politica — chi prospera e chi viene scartato — in un evento naturale, in un cambiamento del lavoro che accade da sé, come una stagione. La parola sfuggita a Winters ha avuto il merito involontario di squarciare questo velo. Ha mostrato che dietro gli eufemismi si nasconde un’antica, fredda operazione di misurazione del valore degli esseri umani in base a quanto rendono.

  1. La lunga genealogia di una parola
    Sarebbe un errore liquidare l’espressione capitale umano come una caduta di stile individuale. Si tratta, al contrario, di una dottrina con una storia lunga e rispettabile, almeno per chi la professa. Già alla fine del Settecento Jeremy Bentham, teorico dell’utilitarismo, immaginava le case di lavoro coatto per i poveri come imprese in cui ogni individuo doveva produrre più di quanto costava per mantenersi. Il bambino accolto in quegli istituti aveva un valore positivo quando il suo rendimento futuro superava le spese di vitto, vestiario e sorveglianza; un valore negativo nel caso contrario. L’essere umano ridotto a unità di utilità, censito come una partita doppia: è qui che affonda le radici la frase del banchiere.

Negli anni Sessanta del Novecento la Scuola di Chicago ha formalizzato questa intuizione nella teoria del capitale umano: le persone sono portatrici di valore nella misura in cui gli investimenti compiuti per dotarle di competenze — istruzione, formazione, addestramento — generano un rendimento misurabile. Dagli anni Ottanta in poi, la disciplina delle risorse umane ha amministrato questo capitale come un portafoglio finanziario, allocandolo o dismettendolo secondo convenienza. Ma la radice ultima è ancora più antica e profonda, e l’aveva colta Marx con precisione chirurgica: nel modo di produzione capitalistico la forza-lavoro diventa una merce, e il lavoratore conta non come persona, ma come fonte di plusvalore. La vera novità dei nostri giorni è un’altra, ed è vertiginosa: nella gerarchia del valore che decide chi merita di restare nel mercato, non è più detto che a vincere sia un essere umano. L’esercito industriale di riserva — quella massa di disoccupati che il capitale tiene in serbo per disciplinare chi un lavoro ancora ce l’ha — arruola oggi una recluta inedita: la macchina.

  1. Lo specchio dei numeri
    Che non si tratti di pure suggestioni lo certificano i dati. L’AI Index 2026, il rapporto annuale dell’università di Stanford considerato tra i più autorevoli al mondo sullo stato dell’intelligenza artificiale, è la prima edizione a documentare non più una previsione, ma un fenomeno già in atto: la sostituzione di lavoro umano per via algoritmica. Negli Stati Uniti l’occupazione degli sviluppatori di software tra i ventidue e i venticinque anni è calata di quasi il venti per cento rispetto al 2024, mentre quella dei colleghi più anziani continuava a crescere. I guadagni di produttività si concentrano proprio dove appare l’espulsione di manodopera: più quattordici per cento nell’assistenza clienti, più ventisei nello sviluppo software, fino a oltre settanta in alcune mansioni del marketing. Un’organizzazione su tre, a livello globale, prevede di ridurre il proprio organico nell’anno in corso a causa dell’automazione. L’adozione di sistemi di IA generativa ha raggiunto in tre anni oltre la metà della popolazione, diffondendosi più rapidamente del personal computer e di internet.

Dentro questi numeri si nasconde la frattura decisiva. Lo stesso rapporto registra che il settantatré per cento degli esperti statunitensi di intelligenza artificiale giudica positivo l’impatto della tecnologia sul mercato del lavoro, mentre solo il ventitré per cento dell’opinione pubblica condivide quell’ottimismo: un abisso di cinquanta punti percentuali. Quell’abisso non è un dato statistico neutro, è la linea di classe del nostro tempo. Da una parte chi possiede, progetta e vende la tecnologia, e ne raccoglie i profitti; dall’altra chi la subisce, e ne paga il prezzo in posti di lavoro e in ansia per il futuro. Non a caso a essere colpiti per primi sono i giovani, i ruoli d’ingresso, quei gradini bassi della scala professionale che permettevano di entrare nel mondo del lavoro, di imparare un mestiere, di costruire competenza e autonomia. Stiamo smontando la scala mentre continuiamo a ripetere ai ragazzi di arrampicarsi.

  1. Le mani invisibili che addestrano le macchine
    C’è poi una menzogna fondativa nel racconto dell’automazione: l’idea che la macchina funzioni da sola. Non è vero. Dietro ogni risposta apparentemente prodigiosa di un sistema di intelligenza artificiale si nasconde un esercito di lavoratori in carne e ossa, invisibili e mal pagati, in larga parte concentrati nel Sud del mondo. In Kenya, divenuto uno dei principali poli mondiali di questo lavoro, gli addetti all’annotazione dei dati e alla moderazione dei contenuti guadagnano meno di due dollari l’ora, contro gli oltre venti percepiti negli Stati Uniti per mansioni analoghe. Il loro compito è etichettare immagini e testi per addestrare i programmi, e ripulire le piattaforme dai materiali più atroci: scene di omicidio, abusi su minori, violenze di ogni genere, per ore e ore al giorno. Le ricercatrici Mary Gray e Siddharth Suri hanno definito tutto ciò lavoro fantasma, mentre la Banca Mondiale stima tra i centocinquantaquattro e i quattrocentotrentacinque milioni le persone impiegate nel lavoro digitale a cottimo nel pianeta.

Le conseguenze sono devastanti. Indagini condotte nel 2025 tra lavoratori di Colombia, Ghana e Kenya hanno documentato decine di casi di disturbo da stress post-traumatico, depressione, attacchi di panico, dipendenze, fino all’ideazione suicidaria. È una nuova forma di colonialismo tecnologico: si estrae valore dal lavoro del Sud per concentrare i profitti nel Nord, portando a compimento ciò che il colonialismo storico aveva cominciato. E poiché in paesi come il Kenya la disoccupazione giovanile sfiora livelli da emergenza, la coercizione è incorporata nella struttura stessa del rapporto: chi non ha alternative accetta qualunque condizione. Cosí l’intelligenza artificiale rivela il proprio volto autentico. Non è l’abolizione del lavoro sfruttato, ma la sua redistribuzione e occultamento: lo stesso sistema che dichiara di scarso valore gli impiegati del Nord è costruito sulle spalle di lavoratori del Sud che valuta ancora meno, e che preferisce non far vedere.

  1. Coercizione e consenso nell’età dell’algoritmo
    Per comprendere la posta in gioco conviene tornare ad Antonio Gramsci. Nel ventiduesimo dei suoi Quaderni, dedicato all’americanismo e al fordismo, Gramsci osservava come la catena di montaggio combinasse due forze apparentemente opposte: la coercizione del ritmo imposto dalla macchina e il consenso costruito attraverso salari elevati, capaci di trasformare l’operaio, scriveva con amara ironia, in un gorilla ammaestrato. Quella miscela di costrizione e consenso ha plasmato il grande compromesso sociale del Novecento, lo stesso che, intrecciandosi con lo Stato sociale, ha reso possibili le democrazie liberali fondate sul lavoro. Il patto era chiaro: si lavorava, si riceveva un salario, da quel salario discendevano diritti, e dai diritti la cittadinanza piena.

Quel patto si sta spezzando sotto i nostri occhi. Se la produttività cresce ma i suoi frutti non si traducono più in salari e in occupazione, bensí in rendite per chi possiede le piattaforme e le infrastrutture di calcolo, allora il consenso evapora e resta soltanto la coercizione. È ciò che alcuni studiosi chiamano tecnofeudalesimo: un capitalismo che non si fonda più sul profitto d’impresa, ma sulla rendita estratta da chi controlla i territori digitali, vere e proprie proprietà feudali del nostro tempo. E c’è un’ingiustizia ulteriore, quasi metafisica: questi sistemi vengono addestrati sul lavoro accumulato, sulla cultura e sull’intelligenza collettiva di tutti noi — il sapere sociale che Marx chiamava general intellect — per poi essere privatizzati e rivenduti come strumenti per disciplinarci e sostituirci. Ci espropriano di ciò che abbiamo costruito insieme, e ce lo ripresentano sotto forma di minaccia.

  1. La posta in gioco è la democrazia
    Non sorprende che persino le istituzioni più caute abbiano avvertito la gravità del momento. Papa Leone XIV ha voluto dedicare la prima enciclica del suo pontificato, Magnifica Humanitas, firmata il 15 maggio 2026 nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum Novarum, proprio alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Il documento mette in guardia contro il controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici — una manciata di imprese capaci di orientare sottilmente i comportamenti e perfino di riscrivere la storia — e contro la deriva di un’IA piegata alla logica militare. Non occorre essere credenti per cogliere il segnale: quando la Chiesa sente il bisogno di riprendere il filo della propria dottrina sociale, nata contro le devastazioni della prima rivoluzione industriale, significa che siamo davanti a una svolta che investe l’idea stessa di umanità.

La nostra cultura costituzionale, del resto, una risposta ce l’ha già pronta. La Repubblica è fondata sul lavoro, recita l’articolo 1, e l’articolo 3 impone alle istituzioni di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’eguaglianza dei cittadini. Piero Calamandrei ammoniva che la Costituzione non è una macchina che cammina da sola: ha bisogno di carburante, e quel carburante è la partecipazione quotidiana di chi vi crede. Una tecnologia che rende eccedente il lavoro senza ridistribuire la ricchezza che produce non è un fenomeno tecnico neutrale: è un attacco diretto al patto costituzionale. La questione, in altre parole, non è ingegneristica ma politica, e si riassume in una sola domanda: chi decide? Una banca in attivo che taglia il reddito di ottomila famiglie per compiacere i propri azionisti compie una scelta, non subisce un destino. E ogni scelta può essere contestata, rovesciata, sottoposta al vaglio della collettività.

  1. Chi deve dimostrare di essere utile
    La narrazione dominante ribalta la domanda fondamentale e spera che nessuno se ne accorga. Ci induce a chiederci quale utilità conservino, in un mondo governato dal rendimento, i disoccupati, i malati, le persone con disabilità, gli anziani, tutti coloro che non generano profitto. È la domanda sbagliata, ed è una domanda oscena. Una società democratica non chiede ai propri membri di giustificare la loro esistenza in base a quanto producono. Chiede semmai il contrario: è la tecnologia a dover dimostrare la propria utilità sociale, non l’essere umano. Un sistema enormemente energivoro, posseduto da pochi, che concentra la ricchezza, smonta la scala dell’accesso al lavoro e poggia su una sottoclasse di lavoratori invisibili deve provare di servire la maggioranza delle persone, e non l’inverso.

È per questo che la frase di Winters è preziosa: perché è onesta, e ci dice con esattezza dove stiamo andando se lasceremo che a decidere sia il mercato. L’alternativa non è il rifiuto luddista delle macchine, ma la politica. Significa controllo pubblico delle infrastrutture digitali essenziali; ridistribuzione dei guadagni di produttività sotto forma di riduzione dell’orario a parità di salario, di servizi universali, di garanzie di reddito; diritti e tutele per i lavoratori digitali del Nord come del Sud; governo democratico e trasparente degli algoritmi. Le macchine dovrebbero liberarci dalla fatica, non dalla dignità. E la scelta tra queste due strade non è tecnica: è, come sempre è stato, una questione di potere. Per questo non appartiene alla sala riunioni di una banca a Hong Kong, ma a noi.

Fonti
Banking Dive, «StanChart CEO apologizes over “lower-value human capital” comment», maggio 2026.
Fortune, «Standard Chartered CEO apologizes for calling some workers “lower-value human capital” in AI push», 26 maggio 2026.
The National, «Bill Winters’ comments on AI and “lower-value human capital” draw ire», 20 maggio 2026.
Crypto Briefing, «Regulators question Standard Chartered after CEO calls cut roles “lower-value human capital”», maggio 2026.
finews, «Standard Chartered Plans Sweeping Job Cuts through AI», maggio 2026.
Stanford Institute for Human-Centered AI, The 2026 AI Index Report, aprile 2026.
IEEE Spectrum, «Stanford’s AI Index for 2026 Shows the State of AI», aprile 2026.
Vaticano, Lettera enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, 15 maggio 2026.
Il Fatto Quotidiano, «La dottrina di Papa Leone XIV sull’intelligenza artificiale», maggio 2026.
Media@LSE, «The perilous future of AI work in the Global South», novembre 2025.
Brookings Institution, «Reimagining the future of data and AI labor in the Global South», ottobre 2025.
Qhala / Medium, «Data Workers in AI: A New Frontier of Labour Exploitation in the Global South», giugno 2025.
Mary L. Gray, Siddharth Suri, Ghost Work, 2019.
Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 22 (Americanismo e fordismo).
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Licenza CC BY-NC-SA 4.0

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