Vivo nel Paese della Menzogna. E ora basta.

Io vivo in un Paese che si chiama Italia. Ma non è l’Italia del Risorgimento, non è quella della Resistenza, non è quella della Costituzione nata dal sangue dei partigiani. È un’altra Italia. È l’Italia della resa, della complicità, della memoria amputata e della verità seppellita. È l’Italia dove il potere non si elegge: si tramanda, si compra, si vende. È l’Italia che ha dimenticato il proprio passato per servire i padroni del presente.

Io vivo in un Paese che ha fatto la guerra ai lavoratori e ha chiesto la pace ai fascisti. Un Paese dove si è concesso il perdono a chi ha ucciso la libertà, ma non a chi ha provato a difenderla. L’amnistia di Togliatti è la pietra tombale sul sogno di giustizia dei partigiani, il bacio della morte dato al cuore della Resistenza.

Un Paese che, ottant’anni dopo la caduta di Mussolini, è riuscito nell’impresa storica e criminale di riportare i fascisti al governo. Con Giorgia Meloni presidente del Consiglio, cresciuta nei ranghi dell’estrema destra post-MSI, portavoce di un revanscismo che ha rivestito di toni patriottici e mainstream l’ideologia che dovrebbe invece essere sepolta per sempre sotto le macerie della Storia. Ma l’Italia no, l’Italia li resuscita, li premia, li fa ministri. Li legittima.

Vivo nel Paese delle stragi di Stato. Piazza Fontana, Italicus, Brescia, Bologna: non numeri, ma ferite aperte, lacerazioni ancora sanguinanti, sulle quali si è steso il silenzio dei colpevoli e la complicità degli apparati. Gli stessi apparati che hanno gestito la guerra sporca tramite Gladio, con il placet della CIA, la regia di Licio Gelli, e il silenzio complice di una politica genuflessa.

Un Paese che ha fatto saltare i suoi giudici in aria, letteralmente. Chinnici, Falcone, Borsellino. Tre nomi scolpiti nella roccia della verità, fatti a pezzi dalle bombe dello Stato e delle mafie, alleati in un patto di morte. Non li hanno uccisi solo i mafiosi. Li ha condannati lo Stato, li ha traditi la politica, li ha dimenticati un popolo troppo distratto dal prossimo reality show per accorgersi che moriva, con loro, l’ultima coscienza democratica di questo Paese.

Vivo in una colonia travestita da democrazia. Dove ogni decisione importante passa per Washington, Bruxelles o Tel Aviv. Dove i governi cambiano, ma il padrone resta. Dove il meridione viene sistematicamente affamato, marginalizzato, lasciato marcire sotto il sole per fare spazio alle mire neocoloniali di Francia, Inghilterra e Israele sul Mediterraneo.

In questa colonia chiamata Italia, ogni bene comune è stato saccheggiato. Le autostrade svendute ai Benetton, la scuola pubblica smantellata, la sanità trasformata in business, l’energia consegnata agli oligopoli, le pensioni ridotte a elemosina. Il Ponte Morandi non è caduto per caso: è il simbolo di un Paese dove la vita viene messa in conto economico, e se conviene si può anche lasciarla crollare.

Io vivo in un Paese che disprezza chi ha avuto il coraggio di ribellarsi, di alzare un fucile per combattere un sistema insostenibile. E glorifica chi ha fatto carriera nella pace dei cimiteri. Abbiamo trasformato la ribellione in follia, la giustizia in utopia, la resistenza in terrorismo. Perché ce lo ha detto Vespa, ce lo ha raccontato Mieli, ce lo ha ordinato Panza. E noi, come automi, ci siamo inchinati.

Dal 1991 in poi abbiamo assistito a uno smantellamento sistematico di ogni garanzia, ogni diritto, ogni forma di sovranità popolare. Ce lo ha chiesto l’Europa, ci hanno convinti che era per la nostra sicurezza, per il nostro bene, per il mercato. In nome del “mercato” ci hanno tolto la casa, il lavoro, la dignità, la possibilità di sognare. In nome dell’“ordine pubblico” ci hanno tolto la voce, la piazza, la coscienza.

E quando qualcuno ha provato a ribellarsi, come Carlo Giuliani, gli hanno sparato in testa. E chi ha applaudito era lo stesso “popolo” che oggi si commuove per un post su Instagram. Ipocrisia travestita da civiltà.

Io vivo in un Paese che ha lasciato morire di fame, di solitudine e di vergogna migliaia di esodati. Che ha condannato alla precarietà intere generazioni. Che ha trasformato i bambini in target di marketing e gli anziani in zavorra. Un Paese dove i giovani non hanno più sogni, e i vecchi non hanno più memoria. Dove la rabbia viene sublimata in tweet e like, e le rivoluzioni in petizioni su Change.org.

Io vivo in un Paese che ha applaudito il colpo di stato in Ucraina, che ha guardato senza battere ciglio le milizie neonaziste massacrare i civili del Donbass, e oggi si scandalizza se i palestinesi resistono. Lo stesso Paese che ha chiuso gli occhi su Piombo Fuso, Margine di Protezione, Scudo del Sud, e adesso su Sderot, Rafah, Khan Yunis, Gaza. Uno sterminio in diretta mondiale, con il patrocinio della stampa occidentale.

E in questo Paese, c’è ancora qualcuno che pretende di fare il processo a Hamas. Di dire ai palestinesi come si fa la resistenza. Di spiegare, da una comoda tastiera o da un talk show, che bisogna essere “progressisti”, “laici”, “inclusivi”. Come se davanti a un F-35, a una bomba al fosforo, a un cecchino israeliano, la resistenza dovesse essere bella, pulita e sorridente.

Questo è il riflesso più perverso del suprematismo bianco. La convinzione che i popoli oppressi debbano adeguarsi agli standard morali dell’oppressore. Che chi subisce lo sterminio debba essere pure gentile, democratico, moderato. Perché se osa colpire, se risponde, se urla, allora non è degno di solidarietà. Allora è terrorismo.

Io non ci sto. Io non accetto più questa narrazione.

Voglio un’Italia che abbia il coraggio di fare i conti con il proprio passato. Di riconoscere le proprie complicità. Di smettere di fare la serva ai criminali della finanza globale. Voglio un’Italia che rompa le catene dell’atlantismo, dell’europeismo liberista, del sionismo imperialista. Voglio un’Italia libera, vera, radicale.

Un’Italia in cui il sangue versato non sia più merce di scambio. In cui la memoria non sia un alibi per l’inazione, ma un motore per la rivoluzione. Un’Italia in cui il popolo non sia gregge, ma massa cosciente. Un’Italia che smetta di parlare di “pace” quando intende “resa”, e che torni a pronunciare la parola giustizia senza vergogna.

È ora di rialzare la testa. È ora di gridare che non siamo più disposti a vivere inginocchiati. È ora di scegliere da che parte stare: con chi opprime o con chi resiste. Io ho scelto.

E tu?

Fonti integrative consultate:
• ISPI – Dossier sulle stragi di Stato
• Limes – Italia, colonia d’Occidente
• Mondoweiss, Middle East Monitor – Gaza e Palestina
• Grayzone – Ucraina e golpe del 2014
• [Amnesty International e HRW – Crimini di guerra israeliani]
• [Archivio RAI – Meloni, neofascismo e Fratelli d’Italia]
• [Centro Studi Paolo Borsellino – Stragi di mafia e Stato]

La fabbrica della povertà: il disegno reazionario dietro il “miracolo” occupazionale di Meloni

Dietro i toni trionfalistici del governo Meloni sul fronte occupazionale si nasconde un progetto politico ben più profondo e inquietante: la costruzione di una società disciplinata dalla paura, nella quale il lavoro non è più un diritto ma un’arma di ricatto. L’eliminazione del Reddito di Cittadinanza non è stata soltanto una misura economica: è stata una scelta ideologica, coerente con un’impostazione autoritaria e con una visione del Paese che sembra ricalcare fedelmente le linee guida del “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli.

La propaganda elettorale aveva promesso di difendere il popolo. La realtà è un’altra: colpire i più fragili, cancellare tutele, dividere i poveri in categorie gerarchiche e ridurre la cittadinanza sociale a privilegio per pochi “meritevoli”. Invece di affrontare le crisi con politiche innovative, il governo copia e incolla vecchi progetti reazionari, resuscitando strumenti che negli anni ’80 furono concepiti per concentrare il potere politico, piegare la magistratura e marginalizzare le istanze sociali.

Dal Reddito di Cittadinanza alla povertà istituzionalizzata

La sostituzione dell’RdC con l’Assegno di Inclusione (Adi) e il Supporto per la Formazione e il Lavoro (Sfl) ha avuto un effetto chirurgico: ridurre drasticamente la platea dei beneficiari. Secondo il Rapporto Inps 2024, meno della metà dei 418.000 nuclei che avrebbero potuto accedere alle nuove misure ha presentato domanda; 212.000 famiglie sono rimaste escluse da ogni sostegno. La selezione colpisce soprattutto disabili, anziani e famiglie monoreddito, respingendo circa il 60% delle domande provenienti dai nuclei più fragili.

Questo restringimento non è casuale: togliere alternative al lavoro malpagato abbassa il potere contrattuale di chi cerca occupazione. Il governo ha così applicato la vecchia teoria del “salario di riserva” al contrario: non elevare il livello di vita dei più poveri, ma ridurlo fino a costringerli ad accettare qualsiasi condizione.

Il lavoro come ricatto

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: più occupati, ma più poveri. Secondo Istat, la povertà assoluta tocca oggi l’8,5% delle famiglie e il 9,8% degli individui, con oltre 5,7 milioni di persone che vivono senza il necessario. La Caritas conferma che quasi la metà di chi chiede aiuto ha un lavoro formale, spesso a tempo pieno, ma con stipendi che non garantiscono la sopravvivenza.

Le politiche del governo non creano lavoro dignitoso: lo precarizzano e lo frammentano. Voucher peggiorati, part-time forzati, contratti di poche ore, contributi sospesi per mesi senza sanzioni: un sistema che normalizza lo sfruttamento e rende strutturale il ricatto occupazionale.

Il filo rosso con il progetto di Gelli

Il premierato, la riforma della giustizia, la concentrazione del potere esecutivo e la marginalizzazione delle opposizioni non sono misure isolate: fanno parte di un disegno unitario. È il vecchio schema gelliano, riproposto in chiave contemporanea, che vede nella riduzione dei diritti sociali e nella compressione delle libertà civili il terreno su cui consolidare un potere centralizzato e autoritario.

Non è incapacità a governare: è una scelta deliberata. Un Paese impoverito è più facile da controllare; una forza lavoro disperata è più docile; un’opposizione sociale frammentata è meno pericolosa.

Conclusione

Il governo Meloni sta costruendo una “democratura” che si regge su una formula cinica: meno diritti sociali, più potere politico concentrato. Il modello è chiaro: un’Italia in cui la povertà non è una piaga da curare, ma uno strumento di governo; in cui il lavoro non emancipa, ma sottomette.
Dietro i dati esibiti come trofei si nasconde una verità scomoda: questo non è un progetto per il futuro del Paese, ma un ritorno a un passato reazionario che pensavamo di avere sepolto.

Ponte sullo Stretto: il Gigante sulle Macerie – Illusione da 13,5 Miliardi in un Sud Incompiuto

Un trionfo politico, una guerra giudiziaria
Il 6 agosto 2025 il CIPESS ha dato il via libera al progetto definitivo del Ponte sullo Stretto di Messina. Matteo Salvini, oggi fervente sostenitore dell’opera nonostante in passato l’avesse definita “un ponte in mezzo al mare che non sta in piedi”, esulta e annuncia cantieri tra settembre e ottobre. Il costo stimato è salito a 13,5 miliardi di euro, con una fine lavori prevista per il 2032. Ma l’entusiasmo ministeriale si scontra con una realtà meno patinata: ricorsi a raffica, opposizioni locali, dubbi della Corte dei Conti sulla regolarità della spesa, rischi ambientali e un contesto infrastrutturale da terzo mondo. Greenpeace, Legambiente, Lipu e WWF hanno già presentato un reclamo alla Commissione Europea, denunciando violazioni delle direttive Habitat e Uccelli e chiedendo una procedura di infrazione per l’impatto sulle rotte migratorie. Il Comitato No Ponte Capo Peloro ricorda che il progetto porta ancora irrisolte 68 osservazioni tecniche, molte legate alla resistenza sismica.

Il contesto: Calabria e Sicilia, due sponde irraggiungibili
Il ponte dovrebbe collegare due territori dove il vero problema non è “attraversare lo Stretto” ma “arrivarci vivi e in tempo”. In Sicilia, percorrere in treno Trapani–Ragusa (354 km) richiede fino a 14 ore e cinque cambi. Messina–Ragusa (200 km) impiega tra 6 e 8 ore e mezza. Catania–Palermo (200 km) è una maratona su rotaia: 4 ore e mezza di media, fino a 6 nei casi peggiori. In Calabria la situazione è analoga: 111 km tra Crotone e Cosenza si percorrono in 3–5 ore. La SS 106 “strada della morte” resta una trappola di buche e incidenti, mentre la Salerno–Reggio Calabria (A2) è un cantiere permanente. Molte arterie interne, come la Pedemontana di Gioia Tauro, sono incompiute da decenni.

Analisi costi–benefici: un castello di previsioni
Secondo il CIPESS, il ponte porterebbe 23 miliardi di euro di PIL aggiuntivo, 36.700 posti di lavoro stabili e 10,3 miliardi di entrate fiscali. Ma dietro queste stime si nascondono ipotesi ottimistiche e una totale sottovalutazione delle spese di contesto: potenziamento ferroviario, manutenzione stradale, sicurezza antisismica. Il progetto è affidato al consorzio Eurolink (WeBuild con partner di Giappone, Spagna e Danimarca) e riprende un disegno di oltre dieci anni fa, mai aggiornato a fondo.

La spada di Damocle del rischio sismico
L’area dello Stretto di Messina è una delle zone a più alta pericolosità sismica d’Europa. Qui si incontrano due grandi placche tettoniche, quella africana e quella euroasiatica, generando un’attività geologica intensa e imprevedibile. Il 28 dicembre 1908 un sisma di magnitudo 7,1 e il conseguente maremoto devastarono Messina e Reggio Calabria, provocando oltre 80.000 vittime. Secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, la faglia attiva dello Stretto è in grado di produrre eventi di magnitudo superiore a 7, con tempi di ritorno potenzialmente brevi in termini geologici. La costruzione di un ponte a campata unica di oltre 3.600 metri, soggetto a forti sollecitazioni da vento e traffico, richiede non solo calcoli ingegneristici straordinari ma anche un continuo monitoraggio strutturale per decenni. Il Comitato tecnico scientifico ha già segnalato 68 criticità, di cui molte riguardano proprio la risposta sismica: stabilità delle fondazioni in caso di rottura della faglia, resistenza a movimenti laterali e verticali, impatto cumulativo di vibrazioni e oscillazioni. Anche lo scenario del maremoto, spesso trascurato, è un fattore determinante. L’onda generata da un sisma sotto lo Stretto potrebbe colpire direttamente le strutture di accesso e le basi di sostegno, compromettendo la funzionalità dell’opera in pochi minuti. Senza dimenticare che il cambiamento climatico, aumentando la frequenza di fenomeni meteorologici estremi, amplifica il rischio di interazioni critiche tra vento, mare e struttura.

Un’opera militarizzata?
Giorgia Meloni ha definito il ponte “strategico” e lo ha incluso nella pianificazione di spesa militare, affermando che potrebbe servire alla mobilità delle truppe NATO dalla base di Sigonella. Questa dichiarazione alimenta dubbi su priorità e finalità reali dell’opera: più infrastruttura militare che volano per lo sviluppo locale.

Contenziosi, penali e precedenti giudiziari
La storia del ponte è già costata decine di milioni di euro in studi, stipendi e consulenze alla Stretto di Messina Spa, attiva dal 1981 senza aver posato un solo metro di campata. Un eventuale stop comporterebbe una penale di 700 milioni di euro a WeBuild. Nel frattempo, 104 cittadini contrari sono stati condannati dal Tribunale delle Imprese di Roma a pagare 238.000 euro di spese per aver contestato un progetto non ancora definitivo.

Il paradosso: un’astronave senza strade
Costruire un ponte di 3.600 metri a campata unica, il più lungo del mondo, su due sponde collegate da ferrovie ottocentesche e strade fatiscenti è come piantare un grattacielo in mezzo al deserto. Senza un piano infrastrutturale integrato, l’opera rischia di restare un monumento alla propaganda e allo spreco, utile più alle carriere politiche che ai cittadini.

Conclusione
Il Ponte sullo Stretto non è oggi una risposta alle necessità reali di Sicilia e Calabria: è un simbolo di gigantismo politico in un contesto che chiede l’opposto, interventi diffusi, manutenzione, connessioni efficienti e sicure. Prima di innalzare un colosso ingegneristico tra due sponde isolate, bisognerebbe garantire a chi le abita di potersi muovere senza percorrere in mezza giornata distanze che altrove si coprono in poche ore. Altrimenti il ponte sarà solo un’altra cattedrale nel deserto, sospesa sopra il vuoto di un Sud ancora abbandonato.

Italia in retromarcia: la stagnazione economica e la resa politica dell’Europa

Il dato che non si può più nascondere

La retromarcia del PIL italiano nel secondo trimestre 2025 – un inatteso -0,1% rispetto ai tre mesi precedenti, con una crescita tendenziale annua ridotta al +0,4% – segna la fine delle illusioni raccontate dal governo Meloni. Per la prima volta dopo mesi di proclami, non si è potuto sventolare la bandiera della “nazione che cresce più d’Europa”. La realtà è che l’Italia ristagna, e lo fa insieme alla Germania, mentre Spagna e Francia, pur con fatica, riescono ancora a mettere qualche decimale di crescita sul tavolo.

Una frenata che viene da lontano

Le cause sono molteplici ma convergenti: agricoltura e industria continuano a perdere terreno, i servizi – due terzi del nostro PIL – non crescono più, i consumi interni languono, e l’export, che storicamente rappresentava la valvola di sfogo, è oggi zavorrato dal calo verso l’Asia e soprattutto la Cina (-11% rispetto al 2024). L’unico dato positivo, l’aumento dell’8% delle esportazioni verso gli Stati Uniti nel primo trimestre, non basta a compensare la perdita di altri mercati.

Il cappio dei dazi

In questo quadro già fragile, arriva l’accordo siglato in Scozia tra Ursula von der Leyen e Donald Trump, che introduce dazi del 15% sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti. Appena dieci giorni fa, Giorgetti definiva “insostenibile” un aumento al 10%. Meloni, in ossequio alla retorica della forza d’animo, dichiarava invece che il 10% era gestibile. Il risultato è stato un compromesso al rialzo – il 15% – che non ha nulla di compromissorio ma tutto di punitivo.

Secondo le stime di Confindustria, l’Italia rischia 22 miliardi di export in meno e decine di migliaia di posti di lavoro persi. Una catastrofe annunciata che il governo si ostina a minimizzare, parlando di impatti “gestibili” e confidando in un recupero che, nelle previsioni più ottimistiche, non arriverebbe prima del 2029.

L’Europa piegata e la memoria di Monti

Il paragone con il caso Microsoft del 2004, ricordato da Romano Prodi, è illuminante. Allora la Commissione Europea – con Monti commissario alla concorrenza – resistette per cinque anni e mezzo alle pressioni di un colosso globale e inflisse una multa storica. Oggi, di fronte a un’America che impone la sua linea, la stessa Europa abdica, trasformandosi in un continente subalterno, pronto a impegnarsi ad acquistare 750 miliardi di energia e 600 miliardi di sistemi d’arma made in USA.

La frase di Prodi resta scolpita: “politica non è farsi umiliare dai potenti”. Eppure, l’impressione è che l’Europa di Ursula von der Leyen e la premier Meloni abbiano fatto esattamente questo: accettare l’umiliazione pur di mantenere in piedi la facciata di un rapporto privilegiato con Washington.

Sovranismo: la maschera che cade

Cuperlo lo ha detto con chiarezza: questa vicenda svela il bluff del sovranismo. Le destre europee l’hanno venduto come la via della rinascita, l’arma con cui riconquistare dignità e sovranità. Oggi vediamo che quel sovranismo non è altro che una resa preventiva al potere altrui, un nazionalismo senza nazione, che lascia l’Italia e l’Europa più fragili e meno libere.

Meloni, che voleva fare da ponte tra le due sponde atlantiche, si ritrova come portavoce di un’Europa inginocchiata. Salvini, con la sua Lega “meno Europa possibile”, aggiunge incoerenza a incoerenza. E Ursula von der Leyen, che avrebbe dovuto incarnare la leadership europea, appare ostaggio di Trump e del Consiglio Europeo, incapace di guidare i 27 verso una posizione comune di forza.

L’opposizione e il bivio dei socialisti europei

C’è un problema di fondo che la sinistra non può eludere: Ursula von der Leyen è stata votata anche da socialisti e progressisti europei, in nome della responsabilità e per evitare il “peggio”. Oggi quella scelta presenta il conto: la Commissione appare come la peggiore della storia, incapace di autonomia e di visione. Limitarsi a denunciare l’umiliazione non basta più. È il momento di decidere se continuare a sostenere questa Europa supina o se avere il coraggio di dire basta, aprendo una fase nuova di rifondazione democratica e sociale del progetto europeo.

Sintesi critica

Il dato economico – il PIL che arretra – e il dato politico – l’accordo capestro sui dazi e sugli acquisti miliardari dagli USA – raccontano la stessa storia: l’Italia e l’Europa si sono fatte pecora e il lupo le ha sbranate. Cuperlo lo anticipa: il sovranismo, lungi dall’essere la cura, è oggi il veleno che rischia di consegnarci a una lunga stagione di declino. La speranza è che milioni di cittadini capiscano che non si tratta di una partita di orgoglio nazionale, ma di sopravvivenza democratica, sociale ed economica.

Il problema, allora, non è solo la Meloni o von der Leyen: è un’Europa senza anima, senza leadership e senza coraggio. O si cambia radicalmente strada – tornando a un’Europa capace di reggere i colpi dei potenti e di difendere i propri popoli – o il futuro sarà quello di una lunga e dolorosa stagnazione.

Accordo UE‑USA: dazi al 15 %, ma il governo Meloni minimizza i rischi

L’accordo raggiunto tra Unione Europea e Stati Uniti il 27 luglio scorso – siglato dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e dal presidente Trump – prevede un dazio uniforme del 15 % sulle esportazioni europee verso gli USA, al posto dei dazi precedenti medi intorno al 4,8 %.

La premier italiana Giorgia Meloni ha definito l’intesa come “positiva” e “una base sostenibile”, a patto che il 15 % non si sommi ai dazi già in vigore. Tuttavia, ha ammesso di non conoscere ancora i dettagli e ha sottolineato la necessità di maggiori chiarimenti sui settori più sensibili come farmaceutica, automotive e agricoltura.

Le opposizioni e le associazioni di categoria in Italia sono durissime: l’accordo è visto come una vera e propria resa al volere americano, che sacrifica le imprese italiane sull’altare di un consenso continentale debole. Le stime parlano di una perdita annuale fino a 23 miliardi di euro e di oltre 100.000 posti di lavoro a rischio nel settore export italiano verso gli Stati Uniti.

Critiche arrivano anche da Berlino e Parigi: il cancelliere Friedrich Merz denuncia danni notevoli all’economia tedesca, mentre il premier Bayrou definisce il risultato europeo una capitolazione a Trump.

In questo contesto, il governo Meloni appare più preoccupato di mantenere buoni rapporti con Washington che di difendere realmente gli interessi economici e produttivi dell’Italia. Le dichiarazioni caute della premier, anziché rappresentare una difesa decisa del Made in Italy, confermano la scelta di campo di un esecutivo sempre più subordinato agli indirizzi statunitensi.

È dunque necessario aprire un dibattito pubblico serio e trasparente su questo accordo, che rischia di affossare l’industria e l’export italiani. La politica non può continuare a piegarsi agli interessi di Washington: occorre una mobilitazione civile e politica per difendere la sovranità economica del nostro Paese e impedire che le scelte di pochi compromettano il futuro di milioni di lavoratori.

Muoiono gli operai, vivono i profitti: l’Italia che ignora la sicurezza sul lavoro

Introduzione: la strage silenziosa

Mentre la propaganda istituzionale esibisce tricolori, slogan e passerelle per la “Festa del Lavoro”, il lavoro vero muore. Letteralmente. Tre operai precipitati da un cestello a Napoli, uno schiacciato da un muletto nel Bresciano, altri che continueranno ad aggiungersi al bollettino quotidiano delle “morti bianche”, in realtà spesso nere come il bitume che trasportavano. Non sono fatalità. Sono esecuzioni per omissione: omissione di prevenzione, omissione di investimenti, omissione di rispetto per la vita umana.

Fra gennaio e maggio 2025, secondo i dati Inail, sono morte 378 persone “sul lavoro”, incluse quelle decedute nel tragitto casa-lavoro. L’anno scorso erano state 362 nello stesso periodo. Non è una crisi passeggera. È un trend. Un massacro silenzioso e sistemico. Eppure, i fondi per la sicurezza rimangono promesse, al massimo giochetti contabili.

  1. La propaganda del potere: promesse, slogan, e bilanci riciclati

Lo scorso Primo Maggio, Giorgia Meloni annunciava trionfalmente uno stanziamento di 1,2 miliardi per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Ma scavando tra le cifre, la realtà è un’altra: quei soldi non sono nuovi. I 650 milioni “aggiuntivi” sono in realtà il riciclo di fondi residui mai utilizzati dai bandi precedenti dell’Inail. Gli altri 600 milioni erano già stati destinati con un bando del 2024, ancora in corso. Nulla di strutturale, nulla di certo, nulla di davvero nuovo.

Non si tratta, dunque, di una manovra straordinaria contro una tragedia nazionale, ma di una operazione contabile, utile a costruire una narrazione politica di efficienza e attenzione sociale. Un racconto che si sgretola di fronte a ogni operaio che cade da un ponteggio, muore folgorato da un quadro elettrico, o viene schiacciato da una macchina senza protezioni.

  1. La macchina inceppata dell’Inail: sicurezza sacrificata al mattone

A complicare ulteriormente la situazione, c’è un altro scandalo, passato quasi sotto silenzio. Il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza (Civ) dell’Inail ha lanciato l’allarme: i fondi destinati alla sicurezza potrebbero essere prosciugati per finanziare il piano di valorizzazione immobiliare del Ministero dell’Economia. Il governo ha infatti imposto all’Inail di versare oltre un miliardo di euro a Invimit, una società statale che gestisce fondi immobiliari e si occupa anche di studentati, housing sociale e rigenerazione urbana.

Il rischio è evidente: spostare risorse dalla sicurezza dei lavoratori alla speculazione edilizia mascherata da rigenerazione urbana. Non è difficile immaginare quali interessi si muovano dietro questo scambio, in un Paese dove la commistione tra finanza, cemento e politica è cronica.

  1. Cantieri sotto il sole, lavoratori sotto terra

Nel Sud, mentre le temperature superano i 40 gradi, molti cantieri continuano a operare in spregio alle ordinanze anti-caldo. Le norme ci sono, ma non vengono rispettate. Perché? Perché i controlli sono pochi, le sanzioni blande, e la vita di un lavoratore vale meno del costo di una giornata di fermo. Secondo l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, nel 2024 oltre il 75% dei cantieri controllati presentava irregolarità. Ma i controlli coprono appena una minima parte del territorio.

In Italia abbiamo circa 2.000 ispettori per controllare più di 4 milioni di imprese. È come voler spegnere un incendio con un bicchiere d’acqua.

  1. Le vere priorità del governo: guerra, cemento e repressione

Mentre si lesina sulla sicurezza dei lavoratori, il governo Meloni trova risorse per tutto il resto: armamenti, missioni militari, fondi straordinari per le grandi opere (il Ponte sullo Stretto in primis), incentivi all’edilizia privata, e ora anche versamenti all’immobiliare pubblico con finalità discutibili.

Intanto, l’Inail è strozzata, i bandi rallentano, le trattative con i sindacati procedono a rilento e i lavoratori continuano a cadere. Sotto questa gestione, la vita umana sembra diventata una voce di spesa da tagliare, non un diritto da proteggere.

  1. Uomini e numeri: un Paese che ha smarrito il valore del lavoro

Le storie dietro i numeri sono spesso ignorate. I tre operai morti a Napoli avevano 67, 62 e 56 anni. Età da pensione, non da cantieri. Segno di un Paese invecchiato, dove si lavora fino all’ultimo respiro. Dove si muore per portare a casa uno stipendio che spesso non basta neanche a vivere.

Eppure, questi morti non generano indignazione di massa, non scatenano proteste di piazza. Vengono raccontati nei trafiletti dei giornali, citati in qualche talk show, e poi dimenticati. Perché? Perché la cultura dominante ha trasformato il lavoro da diritto e dignità in merce e ricatto. E chi muore, in fondo, “stava solo facendo il suo lavoro”.

Conclusione: non è un incidente. È un sistema che uccide

Quando si continua a morire per mancanza di dispositivi, per mancanza di formazione, per mancanza di controlli, non si tratta più di incidenti. È un sistema che uccide, scientemente. È uno Stato che abdica al proprio dovere di tutela, mentre garantisce libertà e profitti a chi sfrutta e non rispetta le regole.

Serve una rivoluzione culturale e politica. Servono più ispettori, più fondi veri, più poteri ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Serve mettere la vita davanti al profitto. Perché ogni volta che uno di noi cade da un’impalcatura, è la nostra coscienza collettiva a crollare con lui.

Fonti:
• Inail, “Open data sugli infortuni sul lavoro” – aggiornamento maggio 2025
• Ispettorato Nazionale del Lavoro, rapporto annuale 2024
• Ministero dell’Economia – Comunicazioni su Invimit, luglio 2025
• Il Fatto Quotidiano, 26 luglio 2025
• Repubblica, 4 luglio 2025
• CGIL – Dossier sulla sicurezza nei luoghi di lavoro 2025
• Osservatorio Nazionale Morti sul Lavoro – Dati 2025

“La verità negata: Borsellino, la pista nera e il tradimento di uno Stato silente”

Il 14 luglio 2025, un colpo di scena giudiziario scuote Caltanissetta: la gip Graziella Luparello ha sospeso l’archiviazione dell’inchiesta sulle stragi del 1992, accogliendo l’istanza dell’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino. Un verbale, firmato proprio dal giudice Paolo Borsellino in una riunione del 15 giugno 1992, apre la pista nera: emerge il coinvolgimento di estremisti neofascisti – tra cui legami con Stefano Delle Chiaie – nella strage di Capaci, sulla base delle rivelazioni del pentito/confidente Alberto Lo Cicero  .

🎯 Le prove: Borsellino e la “pista nera”
1. Verbale del 15 giugno 1992 – Nella riunione fra Procure di Palermo e Caltanissetta si discusse l’apporto investigativo su Falcone e sulle intercettazioni legate a Lo Cicero, confermando l’interesse di Borsellino per questa pista ().
2. La relazione del pm Teresi del 1° giugno 1992, depositata da Repici, dimostra il coinvolgimento di Lo Cicero e di Maria Romeo nel confermare i collegamenti col boss Troia: il giudice Borsellino impartì persino l’ordine di confinare la sua collaborazione alla Procura di Palermo  .
3. Il “tradimento” di un amico – Le rivelazioni su Domenico Lo Porto, politico di estrema destra con legami personali e professionali con Borsellino, alimentano il sospetto di un contatto che il giudice avrebbe poi definito traditore ().

🔍 Nuovi equilibri e vecchi silenzi

Paolo Borsellino aveva più volte chiesto di sentirlo a Caltanissetta, convinto di poter incidere sull’inchiesta, ma non fu mai convocato prima del 19 luglio 1992  . Un magistrato isolato, che continua a cercare risposte fino all’ultimo momento.

📚 Il contributo di Traditi di Antonio Ingroia

In Traditi, Antonio Ingroia – ex pm antimafia e protagonista delle indagini sulla Trattativa Stato‑mafia – descrive con chiarezza come magistrati come Falcone e Borsellino siano stati “traditi” non solo dalla mafia, ma dallo Stato stesso. Ingroia denuncia le omissioni dei servizi segreti e le connivenze politiche che hanno permesso un clima tossico in cui verità fondamentali sono rimaste sepolte. Queste nuove carte sulle stragi del 1992 confermano la sua tesi: lo Stato è stato un pilastro silenzioso del tradimento, rendendo possibile una trattativa che ha azzerato l’impegno antimafia  .

🕰️ Perché il risveglio arriva ora

Dopo trentatré anni di archiviazioni e omissioni, la scoperta del verbale del giugno 1992 riapre scenari oscuri: la pista nera non era un’ipotesi fantasiosa, ma una via reale seguita da Borsellino. La sua firma su quell’atto lo comprova. Ora la nuova udienza del 22 settembre potrà fare luce su chi abbia sistematicamente oscurato il pensiero investigativo del giudice, fino al suo omicidio ().

✅ Conclusione

La verità sulle stragi del 1992 va riscritta. Quel verbale del 15 giugno 1992 rappresenta un pezzo di storia passato sotto silenzio, e oggi risorge come monito: Borsellino non fu semplice vittima della mafia, ma testimone di rapporti tra organizzazioni criminali, estremismi neri e apparati deviati dello Stato. Il libro Traditi di Ingroia ci guida a interpretare queste omissioni come un tradimento sistemico: un’Italia che ha voltato le spalle ai suoi eroi, tacendo sulla collusione tra politica, servizi e violenza.

[🔜 Prossima udienza: 22 settembre 2025]
Un appuntamento che può segnare una svolta. Ma solo se sarà questa volta la giustizia a parlare, non il silenzio.

“Strage di Bologna: la verità giudiziaria che smaschera l’intreccio tra P2, Servizi deviati, mafia e trame nere”

La sentenza della Cassazione che conferma il verdetto d’appello sulla strage di Bologna non è solo un atto giudiziario: è la deflagrazione di un’intera narrazione storica costruita su mezze verità, depistaggi e silenzi imposti. Per la prima volta, un tribunale italiano riconosce l’esistenza di una regia unitaria che lega massonerie deviate, terrorismo nero, mafia, Servizi segreti e politica istituzionale.

Secondo la sentenza, la bomba del 2 agosto 1980 fu programmata e finanziata con un milione di dollari da Licio Gelli e Umberto Ortolani (P2), utilizzando fondi del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La pianificazione fu gestita da Federico Umberto D’Amato, già regista oscuro di Piazza Fontana e Pinelli, con l’appoggio mediatico di Mario Tedeschi del MSI. Gli esecutori materiali – Fioravanti, Mambro, Picciafuoco, Bellini, Ciavardini, Cavallini – provenivano da NAR, Ordine Nero, AN, Terza Posizione: l’intero arcipelago neofascista messo al servizio della strategia della tensione.

Dalla strage di Piazza Fontana a Piazza della Loggia, fino all’Italicus e Bologna

Questo schema criminale non nasce a Bologna. È la continuazione di un progetto che, come abbiamo analizzato nei nostri articoli su Piazza Fontana, si consolida con la strage di Piazza della Loggia a Brescia e l’attentato al treno Italicus nel 1974, sempre attribuiti alla destra eversiva ma con protezioni e coperture che rimandano agli apparati dello Stato. La sentenza di Bologna conferma l’esistenza di un filo nero che attraversa trent’anni di Repubblica, un filo che parte dall’eversione nera e arriva fino alle stragi mafiose degli anni ’90.

La mafia come braccio armato e l’ombra della Falange Armata

Negli articoli già pubblicati abbiamo ricostruito come la mafia, in particolare i corleonesi, utilizzarono la sigla Falange Armata per rivendicare omicidi e attentati tra il 1990 e il 1994, coprendo una guerra allo Stato che aveva matrice mafiosa ma strategia e linguaggio militare e fascista. Come la presenza in Sicilia di Stefano delle Chiaie Prima della strage di capaci. Non fu un caso che la sigla comparve sempre in coincidenza con i messaggi lanciati da “menti raffinate” – come le definì Falcone – interne agli apparati. La Falange Armata rivendicò attentati in cui si mescolavano terrorismo neofascista, stragismo mafioso e regia istituzionale deviata, come per i morti di Capaci, via D’Amelio, gli attentati continentali e l’omicidio Lima.

Via Gradoli: la tonnara dei Servizi

Tra le rivelazioni più oscure della sentenza emerge la vicenda di via Gradoli, strada segreta dei Servizi a Roma. Qui, secondo l’inchiesta, furono ospitati latitanti NAR e BR. L’allora dirigente Sisde Vincenzo Parisi acquistò tra il 1979 e il 1987 otto appartamenti, confermando che la zona era sotto controllo di un potere parallelo. Via Gradoli, già teatro del sequestro Moro, era conosciuta come “la tonnara”: un vicolo cieco dove si poteva intrappolare chiunque o proteggerlo, secondo convenienza.

P2, mafia, massoneria deviata e Servizi: un’unica strategia

L’inchiesta che ha portato alla sentenza di Bologna è stata definita rivoluzione digitale investigativa, con l’integrazione di oltre 3500 allegati, dalla strage di Piazza Fontana all’omicidio Mattarella, da Ustica al caso Moro. Magistrati e Guardia di Finanza hanno seguito l’insegnamento di Falcone: “Follow the money”, senza cedere alle narrazioni dei pentiti. Hanno dimostrato che il terrorismo nero era finanziato dalla massoneria deviata della P2, organizzato da apparati dello Stato e, quando serviva, protetto dalla mafia come braccio operativo sul territorio. L’intreccio era, ed è, un unico organismo criminale, legato da potere, segretezza e impunità.

Riscrivere la storia per liberare la Repubblica

La conferma della Cassazione è solo un primo passo. Ora occorre riscrivere la storia che ci hanno raccontato: una storia di verità parziali che hanno nascosto la vera natura della Repubblica nata dalla Resistenza e poi svenduta a poteri occulti, padroni di logge, Servizi e traffici internazionali.

Come abbiamo scritto nei nostri articoli precedenti su Gladio, P2, mafia e stragi di Stato, solo la piena luce su queste connessioni potrà restituire dignità a chi fu assassinato e verità a un Paese che oggi rischia di ripiombare nell’oscurità della manipolazione di massa.

Perché la memoria non sia soltanto commemorazione, ma azione politica di liberazione.

“Eutanasia di Stato per l’Italia interna: il decreto che pianifica l’abbandono, ignorando il Modello Riace come via di rinascita”

C’è una frase, in un documento ministeriale pubblicato senza clamore, che dovrebbe scuotere ogni coscienza democratica di questo Paese. È a pagina 45 del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), approvato con anni di ritardo e diffuso solo ora dal Ministero per la Coesione territoriale. Recita:

“Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento.”

Non è un refuso, né un lapsus di linguaggio tecnico. È un verdetto di condanna, scritto nero su bianco, che pianifica l’eutanasia graduale di migliaia di comunità italiane.

Cosa dice davvero il PSNAI

Le Aree Interne sono 3.904 comuni, pari a circa il 60% dell’intero territorio nazionale, popolati da 13,3 milioni di abitanti (Istat 2024). Territori montani, collinari, rurali, marginali rispetto ai grandi poli urbani, eppure detentori di:
• gran parte delle risorse idriche e forestali italiane,
• il 70% della biodiversità nazionale,
• un patrimonio storico e architettonico senza eguali,
• comunità coese che rappresentano l’identità più profonda del Paese.

Il documento PSNAI, invece, divide questi territori in “rilanciabili” e “non rilanciabili”, stabilendo per i secondi un destino di lento decadimento assistito. Si prevede un “welfare del tramonto”: badanti, farmaci, assistenza minima, senza strategia per trattenere i giovani, creare lavoro, garantire servizi, stimolare nuove economie.

Costituzione violata

L’articolo 3 della Costituzione italiana sancisce che la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona. Qui accade l’opposto: si consacra l’esclusione. Non si rimuovono ostacoli; si dichiara la loro insormontabilità e si organizza la ritirata.

Perché questa scelta è pericolosa
1. Errore strategico
In un Paese con oltre 50.000 frane attive, abbandonare la montagna significa lasciare scoperto il territorio, rinunciando al presidio umano essenziale contro il dissesto idrogeologico, come denuncia Legambiente.
2. Suicidio economico
Le Aree Interne sono decisive per:
• la transizione agroecologica,
• la produzione energetica rinnovabile,
• il turismo lento e diffuso,
• la sovranità alimentare,
• la difesa del paesaggio che rende l’Italia unica al mondo.
3. Disegno politico
Concentrare la popolazione nelle città facilita il controllo sociale, alimenta il consumo di massa, marginalizza le economie di prossimità. È la logica delle smart cities già teorizzata dal World Economic Forum: sorveglianza digitale, urbanizzazione intensiva, desertificazione umana delle aree rurali.

Il modello Riace: la prova che invertire la rotta è possibile

In questo scenario di resa istituzionale, esiste un esempio concreto, italiano, studiato in tutto il mondo, che dimostra che invertire la tendenza allo spopolamento non solo è possibile, ma genera benefici sociali, economici e culturali. Si chiama Modello Riace.

Cosa ha fatto Riace

Nel 1998, il piccolo borgo calabrese, con meno di 2.000 abitanti e un futuro segnato dalla fuga dei giovani e dall’abbandono, accoglie un veliero carico di rifugiati curdi arenato sulla sua costa. Il sindaco Mimmo Lucano, allora giovane insegnante, insieme alla comunità, decide di aprire le case abbandonate ai migranti, ristrutturandole con fondi comunali e progetti SPRAR. Nasce così un modello innovativo:
• Accoglienza diffusa e integrata: i rifugiati vivono in appartamenti nei borghi, non in centri di detenzione.
• Lavoro e formazione: laboratori artigianali, agricoltura, assistenza agli anziani, scuole di lingua italiana, servizi pubblici.
• Rinascita economica: botteghe riaperte, produzioni tipiche rilanciate, cooperative di servizi, turismo solidale.
• Rigenerazione urbana: centinaia di case recuperate dall’abbandono, strade e piazze tornate vive.

Riace torna a vivere, attraendo giovani famiglie, studenti, ricercatori da tutto il mondo. Viene definito dalla rivista Fortune uno dei 50 uomini più influenti al mondo per il suo modello di inclusione.

Il sabotaggio politico del modello

Il ministro Salvini, nel 2018, attua un vero e proprio attacco giudiziario e amministrativo contro Mimmo Lucano e Riace:
• Taglia i fondi SPRAR,
• Abolisce l’accoglienza diffusa a favore dei grandi centri di reclusione,
• Trasforma il tema dell’accoglienza in questione di sicurezza e ordine pubblico,
• Promuove una narrazione tossica: i migranti come nemici, Lucano come traditore.

Oggi, dopo lunghe vicende giudiziarie, gran parte delle accuse si sono dissolte, e la Cassazione ha ridimensionato drasticamente la condanna, riconoscendo l’assenza di scopi personali di lucro. Ma il danno politico al modello Riace resta.

Un modello per l’Italia intera

Il PSNAI dichiara che i borghi non possono invertire la rotta dello spopolamento. Riace dimostra il contrario. Ecco perché il modello Riace rappresenta una proposta concreta di soluzione:

✅ Ripopolamento immediato: famiglie giovani, manodopera agricola, artigiani.
✅ Inclusione sociale e integrazione culturale: scambio di saperi, nuove scuole, laboratori.
✅ Rinascita economica: microcredito, cooperative, turismo etico.
✅ Presidio territoriale: manutenzione, agricoltura, prevenzione dissesto idrogeologico.
✅ Rigenerazione urbana: case ristrutturate, centri storici riaperti.

Il paradosso italiano

Mentre l’Europa finanzia progetti di ripopolamento rurale con fondi FESR e FSE+, l’Italia chiude i borghi e chiama questa strategia “accompagnamento al declino”. Invece di investire nel modello Riace, criminalizza chi lo applica.

Conclusione: quale Paese vogliamo essere?
Il PSNAI non è solo un errore tecnico. È un messaggio devastante: “Non contate più.”
Ma Riace insegna che un’altra via è possibile. Significa scegliere se vogliamo essere un Paese che pianifica la propria fine, un borgo alla volta, o un Paese che riscopre sé stesso proprio da quei borghi che hanno fatto la sua Storia.
Significa scegliere se vogliamo uno Stato che accompagna al declino o uno Stato che si rialza, applicando l’articolo 3 della Costituzione, rimuovendo davvero gli ostacoli e dando dignità e futuro a ogni comunità, nessuna esclusa.

Fonti e approfondimenti consultati
• PSNAI 2021-2027 – Ministero per la Coesione territoriale, pubblicazione marzo 2025.
• Istat 2024 – popolazione e territori rurali.
• CREA 2023 – Rapporto sul potenziale economico delle aree rurali italiane.
• Legambiente 2024 – dossier Dissesto Idrogeologico e presidi umani.
• Riace Foundation – Progetti 1998-2024.
• Sentenze e ordinanze Cassazione sul caso Mimmo Lucano 2021-2024.
• Programmi di coesione territoriale EU (France Relance, Zukunftsland DE, Finland Rural Policy).
• Fortune, “World’s 50 Greatest Leaders: Mimmo Lucano”, 2016.

“Il governo degli ultimi? No, il governo dell’indifferenza: salario minimo, repressione e bugie di Stato”

Hanno promesso di difendere i più deboli, gli ultimi, i dimenticati della Storia. Si sono riempiti la bocca di parole come “popolo”, “nazione”, “dignità”. Ma le promesse si sono rivelate sabbia asciutta in un deserto di parole. E la realtà, come sempre, si è mostrata per ciò che è: la dura verità di un governo che piega la schiena ai diktat neoliberisti e capitalisti, lasciando scoperti milioni di cittadini già feriti dalla crisi economica, dall’inflazione, dalle guerre sociali che ogni giorno divorano speranza.

Il salario minimo è solo l’ultima pagina di questa commedia oscena. Alla Camera, le opposizioni – Pd, M5S, Avs, Azione, Più Europa – hanno chiesto di calendarizzare la proposta unitaria depositata quasi due anni fa. Ma la destra di governo ha risposto con un no secco, senza appello. Walter Rizzetto, Fratelli d’Italia, ha recitato il tecnicismo di turno: «Non è tecnicamente possibile, la Commissione Lavoro del Senato sta già esaminando una proposta sul tema». Una giustificazione che suona come un ghigno di fronte ai milioni di lavoratori poveri che, nonostante un contratto, rimangono schiacciati sotto il peso di stipendi indegni.

Questa non è burocrazia, è indifferenza. È scelta politica. È la chiara volontà di non disturbare i manovratori dell’establishment, i padroni dei grandi capitali, le associazioni datoriali che si oppongono da sempre a un salario minimo degno. Perché in un sistema costruito sullo sfruttamento e sulla compressione dei diritti, alzare anche solo di un millimetro la dignità di chi lavora significherebbe incrinare l’intero edificio del profitto.

Ma nella logica di questo governo di destra, tutto si tiene. È un filo che collega ogni scelta, ogni omissione, ogni bugia. Hanno abolito il Reddito di cittadinanza, lasciando senza tutele chi già non aveva nulla. Hanno alzato le spese militari al 5% del PIL, sottomettendosi ai diktat NATO e alle pressioni dei complessi militari-industriali europei. Hanno varato leggi repressive contro chi dissente, chi protesta per i propri diritti, chi scende in piazza per rivendicare salari dignitosi, come dimostrano i decreti sicurezza che hanno reso la libertà di manifestare un atto da criminalizzare. È un cerchio che si chiude, ma più che un cerchio sembra un cappio che si stringe attorno al collo della stragrande maggioranza della popolazione che soffre.

In Germania, intanto, il salario minimo è stato aumentato da 12,82 euro a 14,60 euro l’ora. Qui, invece, la discussione viene bloccata con un cavillo parlamentare. Non c’è nulla di più umiliante che vedere un governo che, pur sapendo, sceglie di non vedere. Non solo sceglie di ignorare i 4 milioni di lavoratori poveri, ma decide di umiliarli ulteriormente, negando loro anche l’unico strumento che potrebbe attenuare la fame e la disperazione.

Elly Schlein lo ha detto senza mezzi termini: «Nell’Italia di Meloni 4 milioni di lavoratori sono poveri anche se lavorano, ma lei finge di non vederli e si para dietro i regolamenti». È la verità. Un governo che rifiuta di vedere la povertà non può governare. Può solo comandare, ed è ben diverso.

Lo stesso tecnicismo di Rizzetto è stato smontato da Arturo Scotto: «La delega che giace al Senato da un anno e mezzo c’entra come i cavoli a merenda. Appigliarsi ai regolamenti può rinviare la questione, ma non risolve il problema politico». E il problema politico è questo: la destra non vuole il salario minimo. Non vuole garantire una soglia di dignità. Non vuole disturbare i profitti. Non vuole toccare la schiena curva degli ultimi.

E mentre i poveri vengono lasciati soli, mentre i lavoratori vengono schiacciati dai bassi salari, questo governo regala condoni agli evasori, svuotando le casse dello Stato di risorse che potevano finanziare un welfare degno di un Paese civile. Risorse che potevano essere utilizzate per costruire asili nido, scuole sicure, ospedali efficienti, case popolari. Ma il neoliberismo è questo: togliere ai poveri per dare ai ricchi, svuotare il pubblico per ingrassare il privato, umiliare la collettività per celebrare l’individuo competitivo, predatore, proprietario.

Il popolo è stato ingannato dalla propaganda. Ha creduto alle favole del governo “degli italiani”. Ma questo governo non è degli italiani. È dei padroni. È dei mercati. È di quell’Europa neoliberista che impone il riarmo mentre milioni di bambini vivono senza pasti caldi e milioni di famiglie contano le monete per arrivare alla fine del mese.

Ma fino a dove potrà arrivare questo governo? Ogni provvedimento adottato non fa altro che alimentare lo scontento e il dissenso, un dissenso che cercano di reprimere con manganelli legislativi e dispositivi di polizia, dimenticando che viviamo in uno Stato democratico, con una Costituzione che non privilegia i ricchi, ma tutela la popolazione, soprattutto quella più indigente ed in difficoltà. L’articolo 3 della Costituzione, che sancisce l’uguaglianza e la rimozione degli ostacoli economici e sociali, non può essere calpestato come sta avvenendo.

Non è questione di regolamenti. È questione di coscienza.

Ed è la coscienza, in fondo, il primo diritto che vogliono toglierci. Perché un popolo senza coscienza non si ribella. Si abitua. Si adatta. E diventa complice del proprio stesso sfruttamento.

Ma la verità, per quanto la si voglia occultare, prima o poi torna a chiedere il conto.

E il grido che deve levarsi da questo tempo cupo deve essere forte, limpido, inarrestabile: queste persone che si definiscono “uomini del popolo” non sono altro che servi dei potenti. E la loro miseria morale sarà ricordata come una macchia nella storia della Repubblica.