Italia in retromarcia: la stagnazione economica e la resa politica dell’Europa

Il dato che non si può più nascondere

La retromarcia del PIL italiano nel secondo trimestre 2025 – un inatteso -0,1% rispetto ai tre mesi precedenti, con una crescita tendenziale annua ridotta al +0,4% – segna la fine delle illusioni raccontate dal governo Meloni. Per la prima volta dopo mesi di proclami, non si è potuto sventolare la bandiera della “nazione che cresce più d’Europa”. La realtà è che l’Italia ristagna, e lo fa insieme alla Germania, mentre Spagna e Francia, pur con fatica, riescono ancora a mettere qualche decimale di crescita sul tavolo.

Una frenata che viene da lontano

Le cause sono molteplici ma convergenti: agricoltura e industria continuano a perdere terreno, i servizi – due terzi del nostro PIL – non crescono più, i consumi interni languono, e l’export, che storicamente rappresentava la valvola di sfogo, è oggi zavorrato dal calo verso l’Asia e soprattutto la Cina (-11% rispetto al 2024). L’unico dato positivo, l’aumento dell’8% delle esportazioni verso gli Stati Uniti nel primo trimestre, non basta a compensare la perdita di altri mercati.

Il cappio dei dazi

In questo quadro già fragile, arriva l’accordo siglato in Scozia tra Ursula von der Leyen e Donald Trump, che introduce dazi del 15% sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti. Appena dieci giorni fa, Giorgetti definiva “insostenibile” un aumento al 10%. Meloni, in ossequio alla retorica della forza d’animo, dichiarava invece che il 10% era gestibile. Il risultato è stato un compromesso al rialzo – il 15% – che non ha nulla di compromissorio ma tutto di punitivo.

Secondo le stime di Confindustria, l’Italia rischia 22 miliardi di export in meno e decine di migliaia di posti di lavoro persi. Una catastrofe annunciata che il governo si ostina a minimizzare, parlando di impatti “gestibili” e confidando in un recupero che, nelle previsioni più ottimistiche, non arriverebbe prima del 2029.

L’Europa piegata e la memoria di Monti

Il paragone con il caso Microsoft del 2004, ricordato da Romano Prodi, è illuminante. Allora la Commissione Europea – con Monti commissario alla concorrenza – resistette per cinque anni e mezzo alle pressioni di un colosso globale e inflisse una multa storica. Oggi, di fronte a un’America che impone la sua linea, la stessa Europa abdica, trasformandosi in un continente subalterno, pronto a impegnarsi ad acquistare 750 miliardi di energia e 600 miliardi di sistemi d’arma made in USA.

La frase di Prodi resta scolpita: “politica non è farsi umiliare dai potenti”. Eppure, l’impressione è che l’Europa di Ursula von der Leyen e la premier Meloni abbiano fatto esattamente questo: accettare l’umiliazione pur di mantenere in piedi la facciata di un rapporto privilegiato con Washington.

Sovranismo: la maschera che cade

Cuperlo lo ha detto con chiarezza: questa vicenda svela il bluff del sovranismo. Le destre europee l’hanno venduto come la via della rinascita, l’arma con cui riconquistare dignità e sovranità. Oggi vediamo che quel sovranismo non è altro che una resa preventiva al potere altrui, un nazionalismo senza nazione, che lascia l’Italia e l’Europa più fragili e meno libere.

Meloni, che voleva fare da ponte tra le due sponde atlantiche, si ritrova come portavoce di un’Europa inginocchiata. Salvini, con la sua Lega “meno Europa possibile”, aggiunge incoerenza a incoerenza. E Ursula von der Leyen, che avrebbe dovuto incarnare la leadership europea, appare ostaggio di Trump e del Consiglio Europeo, incapace di guidare i 27 verso una posizione comune di forza.

L’opposizione e il bivio dei socialisti europei

C’è un problema di fondo che la sinistra non può eludere: Ursula von der Leyen è stata votata anche da socialisti e progressisti europei, in nome della responsabilità e per evitare il “peggio”. Oggi quella scelta presenta il conto: la Commissione appare come la peggiore della storia, incapace di autonomia e di visione. Limitarsi a denunciare l’umiliazione non basta più. È il momento di decidere se continuare a sostenere questa Europa supina o se avere il coraggio di dire basta, aprendo una fase nuova di rifondazione democratica e sociale del progetto europeo.

Sintesi critica

Il dato economico – il PIL che arretra – e il dato politico – l’accordo capestro sui dazi e sugli acquisti miliardari dagli USA – raccontano la stessa storia: l’Italia e l’Europa si sono fatte pecora e il lupo le ha sbranate. Cuperlo lo anticipa: il sovranismo, lungi dall’essere la cura, è oggi il veleno che rischia di consegnarci a una lunga stagione di declino. La speranza è che milioni di cittadini capiscano che non si tratta di una partita di orgoglio nazionale, ma di sopravvivenza democratica, sociale ed economica.

Il problema, allora, non è solo la Meloni o von der Leyen: è un’Europa senza anima, senza leadership e senza coraggio. O si cambia radicalmente strada – tornando a un’Europa capace di reggere i colpi dei potenti e di difendere i propri popoli – o il futuro sarà quello di una lunga e dolorosa stagnazione.

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