Diritti sulla carta, tagli nella realtà: il paradosso del sostegno alle persone con disabilità in Italia

Ogni volta che si avvicinano le elezioni, fioriscono promesse strabilianti per le persone con disabilità. Ma troppo spesso quelle promesse restano nei proclami: nella realtà, il quadro che emerge è fatto di tagli, “razionalizzazioni”, vincoli di bilancio che schiacciano diritti fondamentali.

Prendiamo il caso del Piemonte e del cosiddetto “Buono Vesta”: una misura pensata per dare ossigeno alle famiglie con figli piccoli che, nella pratica, si è trasformata in una ruota della fortuna. In mezz’ora scarsa il click day è andato esaurito, con migliaia di famiglie tagliate fuori per limiti tecnici e di budget. Altro che diritto: un’asta digitale dove vince chi clicca prima.

E poi i nodi più strutturali: l’assistenza scolastica, gli ausili, la continuità degli interventi — temi che si intrecciano, si scaricano sulle spalle delle famiglie più fragili e spesso sfociano in contenziosi.

1) Tagli all’assistenza scolastica: quando l’inclusione cede il passo ai bilanci

1.1 Esempi che parlano da sé

– Marsala (Sicilia): sospeso il servizio ASACOM per circa 40 alunni con disabilità; il Tribunale ha condannato il Comune, chiarendo che i problemi di bilancio non possono negare un supporto essenziale.
– Casi analoghi: in vari territori le ore di assistenza sono state ridotte rispetto a quelle previste nel PEI, con motivazioni economiche che hanno costretto le famiglie a ricorrere. In Campania il TAR ha ribadito che va garantito il sostegno per l’intero orario scolastico.

1.2 Il quadro giuridico: diritti che si scontrano con i conti

Costituzione, Legge 104/1992 e Convenzione ONU fissano principi chiari. Ma nel concreto, una decisione del Consiglio di Stato (n. 1798/2024) ha ammesso che i Comuni possano ridurre le ore di assistenza previste dal PEI, se motivano con i limiti di spesa. È un precedente che svuota il PEI della sua forza prescrittiva e apre la strada a tagli “legittimati” dal bilancio.

1.3 L’effetto sulle famiglie

Quando le ore previste vengono ridotte, tutto ricade sulle famiglie: spese proprie, ore di accompagnamento extra, stress e ricorsi. Dove la giurisprudenza interviene, si ottengono ripristini o risarcimenti; altrove si perde, e resta la frustrazione di un diritto “negoziabile”.

2) Il “Buono Vesta”: buona idea, cattiva esecuzione

Sulla carta doveva sostenere servizi 0–6 anni (pre/post scuola, babysitting, attività motorie, ecc.). Nella pratica è diventato un click day da 10 milioni di euro volatilizzati in pochi minuti. Il messaggio implicito: non “hai diritto se rientri nei requisiti”, ma “hai diritto se arrivi primo”. Uno schema da evitare ovunque: i diritti sociali non possono dipendere dalla banda larga o dalla fortuna.

3) Ausili, assistenza personale e la discontinuità come regola

Carrozzine, tutori, calzature ortopediche: per un bambino in crescita servono anche due forniture l’anno. Se le procedure sono lente o parziali, la spesa scivola sulle famiglie. Senza tempi certi e percorsi chiari, l’orizzonte è sempre “provvisorio”: si attende l’ennesima “razionalizzazione”.

4) Geografia delle disuguaglianze: Nord, Centro e Sud a confronto (senza sconti)

– Sud (Sicilia in primo piano)
Oltre a Marsala, altre realtà siciliane hanno segnalato tagli e ritardi sull’ASACOM. Anche quando la Regione sblocca misure in bilancio, le famiglie vivono mesi di incertezza. Il dato politico è chiaro: non si può iniziare l’anno scolastico senza coperture stabili e tempestive.

– Centro (Lazio)
Sul versante della disabilità sensoriale (vista/udito), il Lazio pubblica bandi e linee di indirizzo periodiche per garantire trascrizioni, adattamenti e servizi dedicati. Bene la cornice, ma i tempi di erogazione e la continuità restano la vera prova: un servizio è inclusivo quando è puntuale, non solo quando esiste sulla carta.

– Nord (Lombardia, ma non solo)
In Lombardia si muovono iniziative sui Centri per la Vita Indipendente e bandi per l’inclusione degli studenti con disabilità sensoriale 0–36 mesi. È un segnale interessante sul fronte dell’autonomia, ma anche qui la sfida è di scala e continuità: passare dai progetti pilota a una copertura strutturale e omogenea tra ambiti territoriali.

Morale: la mappa italiana è a macchie di leopardo. L’accesso effettivo ai diritti cambia da Comune a Comune. E questo, per definizione, non è uno Stato sociale: è una lotteria territoriale.

5) I numeri che non possiamo ignorare

Nell’anno scolastico 2024/2025 gli alunni con disabilità sono quasi 359mila (il 4,5% degli iscritti), +6% in un anno, +75mila in cinque anni. Una crescita strutturale che richiede organici, fondi e governance all’altezza. Continuare a trattare il tema come “eccezione” significa condannare scuole e famiglie all’emergenza permanente.

6) Autonomia differenziata: LEP, LEA e LEPS non sono tecnicismi. Decidono chi avrà davvero i diritti (e chi no)

La legge Calderoli sull’autonomia differenziata, pur frenata in parte dalla Corte costituzionale, resta in vigore e attende di essere attuata. Il nodo centrale è la definizione dei LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni), insieme ai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria) e ai LEPS (Livelli Essenziali delle Prestazioni sociali). Senza la loro definizione puntuale e senza finanziamenti adeguati e uniformi, il rischio è che i diritti delle persone con disabilità diventino variabili regionali: più garantiti dove ci sono risorse, più fragili dove i bilanci sono in sofferenza.

Questo è un punto cruciale: se i LEP e i LEA non saranno definiti e finanziati dallo Stato in modo vincolante e solidale, l’autonomia differenziata rischia di amplificare le disparità territoriali già oggi esistenti.

6) Perché ci ritroviamo a questo punto (e come se ne esce)

Le cause principali
1. Risorse instabili e priorità politiche deboli: i diritti delle persone con disabilità restano in coda ai bilanci.
2. Frammentazione istituzionale: tra Stato, Regioni, Comuni e Ambiti la filiera si spezza; il cittadino si perde nei rimpalli.
3. Scarico di responsabilità: tavoli tecnici, commissioni, decreti attuativi… mentre i mesi passano.
4. Logica elettorale: misure spot prima del voto; poi, “si vedrà”.

Sette mosse concrete
1. PEI realmente vincolante: ore e interventi devono valere come impegni esecutivi, con monitoraggio e sanzioni per chi non adempie.
2. Stop ai click day: graduatorie trasparenti, criteri equi, tempi certi.
3. Fondi strutturali e pluriennali: la domanda cresce ogni anno; anche gli stanziamenti devono crescere ogni anno.
4. Progetto di vita integrato: scuola, sanità, sociale e lavoro nella stessa cornice — non sportelli separati che non si parlano.
5. Controllo civico: ruolo rafforzato di associazioni e famiglie nei piani regionali e d’ambito, con dati pubblici e confrontabili.
6. Un principio-guida: i diritti delle persone con disabilità non sono comprimibili “per cassa”. Il bilancio si adegua ai diritti, non viceversa.
7. LEP, LEA e LEPS garantiti in modo equo su tutto il territorio nazionale: prima di qualunque trasferimento di competenze previsto dall’autonomia differenziata, devono essere definiti in modo puntuale e finanziati in maniera uniforme, con un meccanismo di perequazione automatico che eviti l’Italia a due, o tre, velocità.

Conclusione

Quella che vediamo è l’Italia dei diritti dichiarati e delle prestazioni dimezzate. L’inclusione non è un favore né un bonus: è organizzazione pubblica, tempi certi, risorse adeguate. Se vogliamo chiamarci Paese civile, smettiamo di trasformare i diritti in click, protocolli e burocrazie senza esito. Cominciamo dal misurabile: ore garantite come da PEI, ausili in tempi congrui, bandi senza lotterie, e soprattutto LEP e LEA fissati e finanziati per tutti, ovunque. Solo così si può evitare che l’autonomia differenziata diventi la tomba dell’uguaglianza.

Fonti principali e di approfondimento
• ISTAT – L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità – a.s. 2023/2024 (dati ufficiali su alunni con disabilità e risorse di sostegno).
• Consiglio di Stato, sent. n. 1798/2024 – legittimità della riduzione ore di assistenza specialistica in base ai limiti di bilancio.
• TAR Campania – sentenza che ribadisce il diritto all’assistenza per l’intero orario scolastico.
• Tribunale di Marsala – decisione su sospensione ASACOM e illegittimità dei tagli per motivi economici.
• Regione Piemonte – “Buono Vesta”: documentazione ufficiale e cronache sul click day (settembre 2025).
• Regione Lazio – bandi e linee di indirizzo per la disabilità sensoriale.
• Regione Lombardia – iniziative sui Centri per la Vita Indipendente e bandi per inclusione 0–36 mesi.
• Regione Sicilia – delibere e aggiornamenti su ASACOM e criticità nei Comuni.
• Legge 26 giugno 2024, n. 86 (cosiddetta legge Calderoli) – disciplina dell’autonomia differenziata (art. 116, c. 3 Cost.).
• Corte costituzionale, sent. n. 192/2024 – limiti e condizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata senza LEP definiti.
• Ministero della Salute – documentazione sui LEA e aggiornamento del nomenclatore protesico.
• Dossier Camera dei Deputati (luglio 2025) – analisi sui LEP/LEPS e sui meccanismi di perequazione.

Flottiglia per Gaza, droni in acque internazionali e la “scaltrezza” di Meloni: cosa significa davvero l’invio della fregata italiana

La notizia è questa: nella notte la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza con aiuti umanitari è stata attaccata in acque internazionali, al largo di Creta/Gavdos. Gli organizzatori parlano di droni, esplosioni con bombe assordanti, gas urticante, che hanno colpito più imbarcazioni, con danni ma senza feriti. In risposta, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ordinato alla Marina di dirigere nella zona la fregata Fasan per dare assistenza e, se necessario, effettuare operazioni di soccorso ai cittadini italiani a bordo. Non è un dettaglio: parliamo di un’unità militare italiana che si muove dopo un attacco a civili in mare aperto.

Cosa è successo, in breve

— La Flottiglia riferisce “numerosi droni” e “più di una dozzina di esplosioni” in acque internazionali; fra i passeggeri ci sono anche parlamentari e cittadini italiani.
— Crosetto condanna l’attacco e invia la fregata Fasan, già nell’area per l’operazione “Mare Sicuro”, per assistenza e possibili attività di recupero. La Farnesina conferma di essere informata e richiama la tutela dei connazionali.

La mossa del governo: calcolo, pressione dal basso e messaggi all’estero

Qui entra in gioco la “scaltrezza” politica di Meloni. Fino a ieri, sulla Palestina, l’esecutivo ha navigato a vista. Oggi, dopo settimane di mobilitazioni — piazze piene in decine di città e uno sciopero generale che i media di servizio hanno provato a delegittimare senza riuscirci — l’escalation in mare impone una scelta: voltarsi dall’altra parte e rischiare una crisi di coscienza nazionale se succede qualcosa a connazionali, oppure dare un segnale immediato di presenza. La scelta è la seconda. Non per improvvisa conversione umanitaria, ma per puro calcolo politico-istituzionale: si evita il panico, si calma l’opinione pubblica, si invia un messaggio a Washington e Tel Aviv che l’Italia non può permettere “zone franche” nel Mediterraneo dove si colpiscono civili europei impunemente.

Occhio però alle implicazioni pratiche: una fregata può assistere e soccorrere in acque internazionali, ma non “sfondare” blocchi o entrare in acque territoriali altrui senza autorizzazione. Resta quindi un presidio di sicurezza e una garanzia di evacuazione, non un “cavallo di Troia” militare per scortare gli aiuti fino a Gaza. È un equilibrio sottile tra diritto del mare, tutela dei cittadini e realpolitik.

La questione palestinese: diritto umanitario e ipocrisie europee

L’attacco a una flottiglia civile che trasporta viveri e medicinali rimette al centro il nocciolo: il diritto umanitario vale sempre, anche in guerra. Colpire, intimidire o impedire consegne di aiuti in mare aperto significa alzare il livello dello scontro anche sul piano giuridico e politico, non solo militare. Il fatto che a bordo ci siano parlamentari europei e italiani sposta l’asse: la vicenda non è più solo “mediorientale”, è europea. Non a caso Bruxelles fa trapelare irritazione per l’uso della forza contro la Flottiglia.

Per l’Italia questo è un banco di prova: se davvero Roma vuole far valere una linea di tutela dei civili e libertà di navigazione, deve sostenerla con continuità, non solo quando ci sono italiani in pericolo. La coerenza si misura su tre piani: aiuti, diplomazia, e stop alla complicità materiale con chi bombarda o assedia. Altrimenti, resta solo propaganda.

L’ombra lunga dell’ONU: il discorso di Trump e il vento contrario

Sul quadro si abbatte il discorso di Donald Trump all’Assemblea Generale dell’ONU. Il Presidente USA ha rispolverato il suo repertorio: chiusura delle frontiere, attacco al multilateralismo, negazione della crisi climatica definita “il più grande imbroglio” e bordate contro l’Europa. È la cornice perfetta per giustificare disimpegni selettivi e una politica estera a trazione domestica. In questa chiave, il Mediterraneo può diventare un “vuoto di potenza” in cui gli alleati europei sono lasciati a cavarsela — e gli attori regionali alzano la posta.

Se gli Stati Uniti sbandano sul multilateralismo, la responsabilità europea cresce. Il fatto che l’Italia mandi una fregata dopo un attacco in alto mare è un segnale: non possiamo delegare tutto a Washington e poi lamentarci quando la bussola americana punta altrove. Ma il segnale, per essere credibile, deve tradursi in una linea chiara anche su cessate il fuoco, riconoscimento dei diritti palestinesi e corridoi umanitari.

Cosa può accadere adesso
1. Assistenza e deterrenza: la Fasan garantirà contatti, soccorso e un minimo di deterrenza contro ulteriori azioni ostili in acque internazionali.
2. Braccio di ferro diplomatico: Roma, Bruxelles e Atene non potranno far finta di nulla se altri droni si avvicinano a barche europee in alto mare. La Farnesina si è già mossa.
3. Test politico interno: se la pressione popolare ha contribuito a smuovere il governo, allora le piazze e i sindacati hanno dimostrato che la partecipazione serve — eccome — quando è continua e informata.
4. Nodo Palestina: gli aiuti devono arrivare. Se non passano dal mare, vanno imposti corridoi terrestri verificabili. Se saltano anche quelli, l’Europa perde ogni faccia.

Conclusione

L’invio della fregata non è la “svolta storica” dell’esecutivo: è una mossa intelligente, tempestiva e di pura autoconservazione politica. Ma è anche un varco. Se l’Italia vuole davvero stare dalla parte del diritto internazionale e dei civili, deve usarlo per spingere su cessate il fuoco, corridoi umanitari e rispetto della libertà di navigazione. Altrimenti resterà un episodio, utile a spegnere l’incendio mediatico del momento e basta.

Intanto, registriamo un punto fermo: l’attacco in acque internazionali c’è stato, l’Italia ha reagito muovendo una fregata, e la discussione — finalmente — non riguarda più solo la propaganda ma la sicurezza dei civili, il diritto del mare e la responsabilità europea nel Mediterraneo.

Fonti principali: Reuters, ANSA, Ministero degli Esteri italiano, Euronews (attacco e invio fregata); Guardian/Reuters/CFR/CBS (discorso di Trump all’ONU).

Basta con la favola del “non ci sono soldi”: le occasioni sprecate, le persone dimenticate

Ci sono espressioni che dovrebbero farci sobbalzare: “non ci sono soldi”, “la coperta è corta”, “prima i militari, poi gli altri”. Sono bugie che diventano alibi, pilastri su cui si erige un’ingiustizia strutturale ai danni delle persone più fragili: chi convive con una disabilità, chi ha bisogno di assistenza continua, chi non può permettersi nemmeno il lusso di aspettare.

Il Disability Pride Italia, giunto alla sua decima edizione, denuncia proprio questo: da un lato, fiumi di denaro scorrono verso la macchina militare, verso le armi, verso guerre sempre più pericolose; dall’altro, le risorse destinate al sociale – sanità, servizi per le disabilità, assistenza agli anziani, supporto alla vita autonoma – restano esigue, insufficienti, residuali. È una deriva non solo morale, ma anche politica ed economica. Ecco alcuni dati che raccontano la sproporzione.

I numeri che parlano chiaro

Ambito Dati rilevanti Significato
Spesa militare vs sociale Tra il 2013 e il 2023 la spesa militare italiana è cresciuta del 30%. Nello stesso periodo la sanità ha registrato un aumento dell’11%, l’istruzione appena del 3%. È un’indicazione netta su quali siano le priorità reali dello Stato. La scarsità di fondi per il sociale è una scelta politica, non una necessità.
Spesa militare per il personale Circa 19 miliardi su un totale di 32 miliardi destinati alla difesa vanno al personale: quasi il 60%, il dato più alto tra i Paesi NATO. Significa che gran parte del budget non va in difesa strategica ma in stipendi e logistica militare, mentre l’assistenza sociale resta al palo.
Spesa sociale dei Comuni per disabilità Tra il 2019 e il 2020 si è registrato un calo del 5,9% nella spesa per i servizi alle persone disabili. In un periodo di crisi sanitaria ed economica, invece di aumentare il sostegno si è scelto di tagliare.
Spesa pubblica per disabilità: Italia vs OCSE L’Italia è sotto la media OCSE nella spesa per le politiche rivolte alla disabilità. Gran parte delle risorse è assorbita da pensioni e assegni, mentre è quasi assente l’investimento in servizi personalizzati e assistenza reale. Il modello italiano tende ad “assicurare la sopravvivenza”, non a garantire dignità, autonomia e partecipazione sociale.
Costi a carico delle famiglie Nel 2024 le famiglie italiane hanno sostenuto 138 miliardi di euro per coprire bisogni di salute, cura e assistenza. È circa il 20% del totale della spesa per il welfare. È una delega implicita dello Stato ai privati: chi può paga, chi non può resta indietro. È ingiusto, diseguale e inaccettabile.

Contraddizioni e arretratezze sistemiche
• La menzogna della scarsità: mentre lo Stato spende miliardi in armamenti e missioni militari all’estero, continua a ripetere che “non ci sono risorse” per i servizi essenziali. È una narrazione ipocrita che maschera una precisa gerarchia di priorità: la guerra vale più della cura.
• La guerra moltiplica la disabilità: i conflitti contemporanei – da Gaza all’Ucraina – generano migliaia di nuove disabilità fisiche e psicologiche, distruggono infrastrutture sanitarie, interrompono le cure. Ogni bomba sganciata toglie ossigeno ai sistemi sanitari, ai servizi sociali, alle cure per le malattie rare.
• Le famiglie abbandonate: il welfare è spezzettato, disomogeneo, spesso inefficace. Le differenze regionali acuiscono la disuguaglianza. La burocrazia ostacola l’accesso ai diritti e molte persone restano prigioniere dell’isolamento.
• Esclusione dal lavoro: solo il 32,5% delle persone con disabilità in età lavorativa (15–64 anni) ha un impiego. Non è un problema individuale, ma strutturale. Manca una strategia seria per l’inclusione lavorativa, la formazione, la valorizzazione delle competenze.

Chi ha responsabilità?
• I governi centrali, che si rifugiano dietro l’alibi della scarsità di risorse, ma continuano a finanziare l’industria bellica e a tagliare sulla sanità, sull’assistenza, sull’inclusione.
• Gli enti locali, che non garantiscono uniformità nei servizi: il luogo in cui si nasce o si vive determina spesso la qualità (o l’assenza) dell’assistenza ricevuta.
• La società civile e i media, troppo spesso silenti, cauti, poco coraggiosi nel denunciare la falsità della narrazione dominante. Dire che “non ci sono soldi” è una scelta, non una condanna.

Non è più il tempo di chiedere, è il tempo di pretendere
1. Una redistribuzione immediata delle risorse: basta tagli al sociale in nome della spesa militare. È tempo di invertire le priorità e destinare fondi alla cura, all’inclusione, all’assistenza reale.
2. Piani personalizzati veri, non dichiarazioni di principio: serve garantire assistenza domiciliare continuativa, figure professionali dedicate, percorsi di autonomia reale.
3. Adeguamento concreto dei LEA e del Nomenclatore degli ausili: carrozzine elettriche, scarpe ortopediche, tecnologie assistive devono essere considerate diritti essenziali, non lussi da centellinare.
4. Trasparenza e controllo dal basso: ogni impegno preso deve essere verificabile. Le persone disabili devono avere voce, controllo e potere decisionale sui servizi che li riguardano.
5. Una visione di lungo periodo: l’Italia invecchia, la disabilità aumenta, la crisi climatica e sanitaria ci pone nuove sfide. Servono politiche strutturali, non toppe improvvisate.

Giustizia, non compassione

Chi sostiene che “non ci sono soldi” sta mentendo. Chi continua a investire miliardi in armi e conflitti mentre taglia sulla disabilità, sulla sanità, sull’istruzione, sta compiendo una scelta politica precisa. È una scelta criminale nei confronti di chi è più fragile, e un suicidio collettivo per l’intera società.

Il Disability Pride Italia non è solo una manifestazione, è una presa di parola potente e collettiva. È la voce di chi non vuole più sopravvivere, ma vivere con dignità. È il grido di chi è stato dimenticato e oggi torna a reclamare il posto che gli spetta.

Il tempo delle scuse è finito. Ora si tratta di scegliere: da che parte stare? Dalla parte della guerra o della cura? Dalla parte dell’indifferenza o della giustizia?

Libertà a colpi di fucile: sovranismi, piazze d’odio e l’ipocrisia del potere in Italia

Negli ultimi mesi assistiamo a una mutazione pericolosa e profondamente ideologica: la destra sovranista, alimentata da nazionalismo, rancore identitario e revanscismo sociale, ha ridefinito la parola “libertà” in modo tossico e strumentale. Non è più la libertà come diritto condiviso, come spazio di emancipazione e dignità collettiva. È diventata un grimaldello, una chiave di volta simbolica usata per legittimare esclusione, violenza, sopraffazione. Una libertà privatizzata, sganciata da ogni vincolo sociale, che cancella il diritto degli altri a vivere, curarsi, manifestare, studiare. In questa torsione semantica, la politica si trasforma in un’arena di guerra permanente contro i più fragili. Ed è su questo piano inclinato che si consuma una deriva autoritaria che, dietro la maschera dell’autonomia e della sovranità, mira a svuotare la democrazia del suo contenuto più profondo.

La “libertà” dei sovranisti: deregulation per i forti, disciplina per i deboli

Per il pensiero sovranista, la libertà è una prerogativa selettiva: libertà d’impresa senza regole, libertà fiscale per chi può permettersela, libertà d’azione per le forze dell’ordine, libertà d’espressione solo per chi urla più forte. Negli Stati Uniti questa idea ha trovato il suo emblema nel culto delle armi: il Secondo Emendamento è diventato una sorta di religione secolare, dove la libertà si difende con il fucile in mano.

Il caso emblematico è la sentenza Bruen del 2022, con cui la Corte Suprema ha esteso il diritto al porto d’armi, anche fuori casa, aprendo la strada a un far west giuridico. Nel 2024, un’altra sentenza ha però stabilito che lo Stato può disarmare chi rappresenta un pericolo credibile, come i soggetti colpiti da ordini restrittivi per violenza domestica. È il paradosso americano: un sistema che oscilla tra il mito assoluto dell’arma individuale e il tentativo minimo di prevenire l’anarchia violenta.

Il caso Charlie Kirk: quando l’odio si ritorce contro i suoi propagatori

In questo clima avvelenato, è maturata l’uccisione di Charlie Kirk, volto noto della destra trumpiana, colpito a morte il 10 settembre 2025 durante un evento alla Utah Valley University. Il sospettato, il 22enne Tyler Robinson, è stato individuato grazie a prove genetiche e a una nota in cui annunciava l’intenzione di colpire. Kirk, noto per le sue posizioni provocatorie e spesso offensive, era diventato un simbolo del suprematismo bianco travestito da libertarismo.

La sua morte ha scosso il Paese, ma anziché diventare occasione di riflessione, è stata subito usata da Trump e dal suo entourage per alimentare l’ennesima campagna d’odio. Ancora una volta si scambia la vittima con il carnefice, e si fa passare per libertà ciò che è soltanto provocazione e dominio.

Londra: bandiere, scontri e la grammatica dell’odio

Dall’altra parte dell’Atlantico, anche l’Europa conosce l’eco di questa deriva. A Londra, oltre 110.000 persone hanno aderito al corteo “Unite the Kingdom” promosso da Tommy Robinson, noto esponente dell’estrema destra britannica. Gli scontri con la polizia sono stati violenti, con decine di agenti feriti. Tra i partecipanti, slogan razzisti e suprematisti. Elon Musk, in collegamento video, ha lanciato appelli alla dissoluzione del Parlamento e a un “fight back or die”, che ha il sapore del colpo di Stato mascherato da ribellione civica.

È questa la nuova grammatica del sovranismo globale: chiamare “libertà” l’odio, l’intimidazione, la retorica apocalittica. Legittimare la sopraffazione nel nome della ribellione.

Libertà “da” o libertà “di”? La faglia che divide i due mondi

Isaiah Berlin distingueva due concezioni della libertà: la “libertà negativa” (da interferenze esterne) e la “libertà positiva” (di realizzare sé stessi). I sovranisti difendono solo la prima, e in modo selettivo: libertà dalle tasse, dai vincoli ambientali, dalle regole sanitarie, dalle leggi sull’odio. Ma non esiste libertà reale se non è anche libertà di curarsi, di lavorare in sicurezza, di studiare, di dissentire.

È questa la linea di frattura che attraversa le democrazie contemporanee. Ed è su questa faglia che la sinistra deve tornare a costruire: una libertà che non sia solo l’assenza di vincoli, ma la presenza concreta di diritti.

L’Italia dei pacchetti sicurezza: il manganello come risposta al dissenso

Nel nostro Paese, il governo Meloni ha imboccato una strada simile. La retorica della libertà viene usata per rafforzare i poteri coercitivi dello Stato, punendo chi dissente o chiede giustizia. Le cariche contro gli studenti pro-Palestina a Pisa, le nuove norme che criminalizzano la resistenza passiva durante i presìdi, le sanzioni rafforzate contro i manifestanti: tutto questo compone un disegno coerente.

Non è difesa dell’ordine, ma soffocamento della protesta. Non è sicurezza per tutti, ma controllo per chi non si adegua.

Il Mediterraneo come confine ideologico: chiusura dei porti, chiusura delle coscienze

Nel Mediterraneo, i decreti anti-soccorso impongono rotte lontane, fermi amministrativi, divieti perfino per i droni di sorveglianza. Risultato: meno soccorsi, più morti. Le agenzie dell’ONU e le ONG hanno lanciato l’allarme, ma la propaganda sovranista continua a parlare di “difesa dei confini” mentre lascia morire esseri umani in mare aperto.

È il paradosso crudele della libertà sovranista: libertà di chiudere, di respingere, di ignorare. Ma non di salvare, accogliere, proteggere.

Condoni e disuguaglianze: la libertà economica per chi già domina

Sul fronte economico, si parla di “libertà fiscale”, ma si pratica la disuguaglianza. Rottamazioni, sanatorie, stralci delle cartelle esattoriali: misure che aiutano i grandi debitori e premiano l’evasione. Nel frattempo, per chi lavora, paga le tasse e chiede un salario dignitoso, non c’è alcuna libertà reale. Il welfare è smantellato, i servizi locali agonizzano, le case popolari spariscono.

È una libertà che esclude. Una libertà a due velocità: quella di chi ha, e quella di chi subisce.

Gaza, il luogo dove la libertà viene sepolta sotto le macerie

Nell’inferno di Gaza, la retorica della libertà mostra la sua vera natura. La Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato a Israele di evitare atti di genocidio; la Relatrice speciale Francesca Albanese ha parlato chiaramente di “anatomia di un genocidio”. Le scuole vengono bombardate, gli ospedali sono al collasso, i bambini mutilati e traumatizzati si contano a migliaia. Eppure l’Occidente tace o giustifica.

Chiamare genocidio il genocidio non è estremismo. È umanità.

Libertà per chi, contro chi?

Quando la destra sovranista grida “libertà”, in realtà chiede potere senza vincoli. Vuole la libertà di insultare senza contraddittorio, di armarsi senza controllo, di privatizzare i beni comuni e condonare i privilegi. È una libertà che toglie libertà agli altri.

La vera libertà è l’opposto: è equità, giustizia, diritti. È la possibilità concreta, per chiunque, di vivere con dignità. E oggi è sotto attacco da più fronti, dalle aule del potere alle piattaforme digitali, dalle piazze militarizzate ai confini chiusi con il filo spinato.

Che fare adesso: una battaglia per la democrazia sostanziale

Tre le priorità. Primo: riappropriarsi della parola “libertà” e legarla al lavoro, alla casa, alla salute, alla cultura, all’ambiente. Secondo: smascherare l’inganno della libertà armata, fiscale, privatizzata, che protegge i potenti e opprime i deboli. Terzo: difendere la libertà costituzionale di manifestare (art. 17) e di esprimersi (art. 21) da ogni tentazione autoritaria.

È una battaglia che si combatte nei parlamenti, nei tribunali, nelle scuole, sui media, nelle piazze. Una lotta culturale, prima ancora che politica.

Dalle università dello Utah ai cortei di Londra, dai vicoli di Gaza alle vie italiane sorvegliate da droni e manganelli, la stessa logica produce lo stesso effetto: chiamare “libertà” ciò che annienta la libertà altrui.

Il nostro compito è disinnescare questa menzogna, ribaltare la narrazione. Perché, davvero, la libertà o è di tutti, o non è.

Sanità negata: tra liste d’attesa truccate, autonomia differenziata e collasso sociale

Introduzione
In un Paese che si vanta di avere un sistema sanitario pubblico universale, oltre sei milioni di persone hanno rinunciato a curarsi nel 2024. Non si tratta di una svista statistica o di un effetto collaterale post-pandemico: è l’evidenza drammatica di un sistema sanitario in fase avanzata di disgregazione, dove la diseguaglianza nell’accesso alle cure non è più un’eccezione ma una regola. Il tutto, mentre si continua a parlare di autonomia differenziata, una proposta che rischia di infliggere il colpo di grazia definitivo a ciò che resta del diritto alla salute. Questo articolo intende analizzare, dati alla mano, come siamo arrivati fin qui e cosa si potrebbe (e dovrebbe) fare per invertire la rotta.

  1. Una sanità sempre meno pubblica, sempre più diseguale
    Il rapporto ISTAT 2024 è un pugno nello stomaco: il 9,9% della popolazione italiana ha dovuto rinunciare alle cure, con punte che superano l’11% tra le donne. I motivi? Tempi d’attesa insostenibili (oltre il 6,8% dei casi) e costi eccessivi delle prestazioni, soprattutto in assenza di rimborsi assicurativi (5,3%).

Il sistema di liste d’attesa è ormai una farsa legalizzata, gestita da agende chiuse, appuntamenti “fantasma” e pratiche opache che falsano i dati trasmessi dalle Regioni al Ministero. Un malato che non riesce nemmeno a prenotare una visita non risulta “in lista”, e quindi il problema… non esiste.

Eppure la realtà parla chiaro: chi può, paga il privato; chi non può, rinuncia alla salute, aggravando la propria condizione e sovraccaricando il sistema emergenziale. È un circolo vizioso che mina la tenuta sociale del Paese, colpendo soprattutto chi vive con pensioni basse, chi è disoccupato, precario o vive in aree periferiche.

A tutto questo si aggiunge un dato ancora più inquietante: l’aspettativa di vita, dopo anni di crescita, sta mostrando segnali di riduzione. Secondo gli ultimi dati ISTAT, sebbene la media nazionale sia ancora formalmente stabile (81,4 anni per gli uomini, 85,5 per le donne), si osserva una preoccupante tendenza alla decrescita nei segmenti più fragili della popolazione. Le condizioni sociali deteriorate, la mancata prevenzione, le malattie croniche non trattate e la rinuncia alle cure stanno portando molte persone a morire prima. Non si tratta solo di vivere peggio, ma di vivere meno. È un’inversione di tendenza che rappresenta un campanello d’allarme fortissimo.

  1. Il cortocircuito delle Regioni: un sistema ingestibile
    La sanità, che in ogni regione assorbe tra l’80 e il 90% del bilancio complessivo, è il cuore finanziario delle amministrazioni locali. Ma è anche un terreno di clientelismi, sprechi e interessi incrociati. Dopo la riforma del Titolo V della Costituzione (2001), l’Italia ha dato il via a una regionalizzazione della sanità che ha prodotto 20 modelli differenti, con standard assistenziali e gestionali spesso incompatibili.

Il risultato? Le Regioni più forti economicamente (come Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto) hanno potuto investire in strutture, tecnologie e personale. Quelle più deboli (come Calabria, Sicilia, Campania) sono finite sotto commissariamenti continui, piani di rientro e tagli indiscriminati. Invece di un sistema di solidarietà, abbiamo costruito una gara tra disuguali.

  1. Autonomia differenziata: la tempesta perfetta
    Nel bel mezzo di questa crisi strutturale, il governo Meloni insiste sulla legge per l’autonomia differenziata, una norma che sancirebbe per legge ciò che oggi è una distorsione di fatto. Trasferire più poteri – e quindi più risorse – alle Regioni più ricche significa legalizzare il privilegio, cristallizzando le differenze territoriali.

Se questa riforma fosse attuata, la sanità diventerebbe una prestazione variabile a seconda della residenza: un cittadino del Sud avrebbe meno diritti sanitari di uno del Nord. Si aprirebbe la strada a una sanità “a statuto speciale” per chi può permettersela, e a un’emergenza umanitaria permanente per milioni di cittadini del Mezzogiorno.

  1. I trucchi per nascondere il disastro
    Come documentato anche dall’AGENAS e dalla fondazione The Bridge, le agende chiuse, i rinvii di prenotazione e i call center che invitano a “riprovare tra un mese” sono diventati strumenti sistematici per alterare i dati delle liste d’attesa. Il Ministero della Salute, a fronte di questi abusi, ha minacciato di ricorrere ai cosiddetti “poteri sostitutivi”, ovvero forme di commissariamento delle Regioni inadempienti. Ma queste misure sono state percepite come un’interferenza e osteggiate da molte amministrazioni regionali.

Nel frattempo, la realtà non aspetta: la malattia avanza, le patologie croniche peggiorano, la prevenzione crolla, e la spesa pubblica aumenta per interventi tardivi, ricoveri d’urgenza e cure intensive. L’assurdo è che, mentre si parla di tagli, il costo per la collettività è in costante aumento, proprio per l’assenza di prevenzione e continuità assistenziale.

  1. La necessità di un ritorno al controllo pubblico e nazionale
    È urgente tornare a un modello sanitario nazionale realmente pubblico, rafforzando il ruolo dello Stato, abrogando le derive del Titolo V e investendo risorse strutturali e permanenti, non solo tamponi emergenziali. Serve un piano straordinario di assunzioni, la stabilizzazione del personale precario, investimenti massicci in medicina territoriale, digitalizzazione, e in particolare un controllo centralizzato e trasparente delle liste d’attesa.

La digitalizzazione potrebbe garantire tracciabilità, priorità automatica e auditing indipendenti sulle agende regionali. Ma senza una volontà politica forte, tutto resterà in mano a logiche localistiche e burocratiche, incapaci di garantire il diritto alla salute.

Conclusione: la sanità non è un affare regionale, è un diritto costituzionale
L’articolo 32 della Costituzione parla chiaro: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.” Ma se si nasce in Calabria o in Lombardia, questo diritto non è garantito allo stesso modo. Se si è ricchi o poveri, l’accesso cambia. Se si è giovani, precari, immigrati o donne, le probabilità di rinuncia aumentano.

Questa non è una stortura. È un fallimento sistemico.

E se lo Stato non torna a fare lo Stato, l’Italia rischia di diventare un arcipelago di servizi sanitari diseguali, dove il diritto alla salute sarà un lusso per pochi e una chimera per molti. Per questo, l’alternativa non è solo tra pubblico e privato, ma tra eguaglianza e disuguaglianza strutturale, tra civiltà e abbandono.

Fonti:
• ISTAT, Report sulla rinuncia alle cure – 2024
• AGENAS, Rapporto liste d’attesa 2023-2024
• Ministero della Salute, lettere alle Regioni
• “I trucchi degli ospedali per falsare le liste d’attesa”, Il Post
• “In Italia una persona su dieci ha rinunciato a curarsi”, Il Post
• Dati bilanci regionali sanità 2023-2024
• Osservatorio GIMBE – Rapporti 2024

Soldati israeliani in vacanza in Italia: ospitalità o complicità? Il silenzio del governo e le domande inevase

Negli ultimi mesi, l’Italia è diventata meta di arrivi particolari che stanno sollevando indignazione e interrogativi: gruppi di soldati dell’IDF, l’esercito israeliano, vengono accolti sulle nostre coste e nei nostri borghi, ufficialmente per “periodi di decompressione” dopo i traumi del conflitto in Palestina. Non parliamo di turisti qualsiasi: si tratta di giovani militari che hanno preso parte alla guerra a Gaza, e che qui cercano di smaltire lo stress post-bellico. La notizia, trapelata in Sardegna e nelle Marche, apre un dibattito scomodo: stiamo ospitando, nei nostri territori, gli stessi soldati responsabili delle sofferenze dei bambini palestinesi che parallelamente curiamo nei nostri ospedali?

Santa Teresa di Gallura: lusso e contraddizioni

A Santa Teresa di Gallura, in Sardegna, centinaia di giovani israeliani sono stati avvistati in un resort di lusso, arrivati tramite voli charter diretti Tel Aviv–Olbia. La loro presenza ha destato reazioni immediate: comitati locali e attivisti hanno denunciato l’offesa di ospitare chi, fino a poco tempo fa, imbracciava le armi contro un popolo già stremato da assedio e bombardamenti. L’immagine è stridente: mentre nelle strutture sanitarie italiane vengono accolti bambini palestinesi feriti, orfani dei genitori uccisi nei raid, sulle nostre coste i loro carnefici trovano ristoro e svago.

La domanda è inevitabile: si tratta di semplici iniziative turistiche private o dietro questa organizzazione si nascondono intese diplomatiche e militari tra Roma e Tel Aviv?

Le Marche: decompressione sotto la sorveglianza della Digos

Il Fatto Quotidiano ha rivelato un quadro ancora più inquietante: dal 2024 gruppi di soldati israeliani sono stati ospitati nelle Marche, a Porto San Giorgio, Sirolo, Fiastra, nei Sibillini e alle grotte di Frasassi. Lì non si presentavano come militari, ma come turisti riservati, sempre in gruppo, spesso accompagnati da agenti della Digos. Non era una semplice vacanza: si trattava di programmi di decompressione psicologica destinati a soldati traumatizzati, organizzati con il supporto di reti diplomatiche e militari.

Secondo i dati, dall’inizio della guerra a Gaza l’IDF ha registrato oltre 3.700 casi di disturbi post-traumatici e almeno 16 suicidi solo nel 2025. Per questo, Israele avrebbe creato una rete internazionale per mandare i suoi soldati all’estero in soggiorni “protetti”. Non hotel affollati, ma case private appartate, con itinerari programmati e discreta protezione. La popolazione locale, però, non è stata informata: né i sindaci, né gli operatori hanno ricevuto spiegazioni ufficiali. Solo dopo mesi si è scoperto che quei giovani “turisti” erano in realtà reduci di guerra.

La reazione delle comunità

A Porto San Giorgio e a Fiastra, la rivelazione ha lasciato sgomento: «È una vergogna che le autorità non ci abbiano avvertiti», hanno dichiarato cittadini intervistati. Alcuni operatori turistici confermano episodi di indisciplina, altri parlano di ragazzi meccanici nei gesti, incapaci di mescolarsi con la gente del posto. Una ragazza di 22 anni ha raccontato al Fatto l’incontro con un militare che rifiutava di essere fotografato, segno evidente di una doppia identità nascosta.

Il timore che i fondi pubblici possano essere stati impiegati per questi soggiorni aumenta la rabbia: la Regione Marche, ad esempio, ha finanziato nel 2024 e 2025 il programma “Itinerari Ebraici Marchigiani” con risorse pubbliche. La domanda resta: sono stati usati anche per coprire i costi della decompressione dei militari israeliani? La Regione nega, ma il sospetto resta.

Il nodo politico: accordi e opacità

Il quadro diventa ancora più delicato se inserito nella cornice dei rapporti militari tra Italia e Israele. Esiste infatti un Memorandum of Understanding (MoU) firmato nel 2003, che regola la cooperazione militare tra i due paesi. Un accordo che giuristi e attivisti hanno chiesto di sospendere, denunciando violazioni del diritto internazionale e mancanza di trasparenza. Il governo, però, tace. Non ha spiegato se i soggiorni dei soldati facciano parte di intese istituzionali, né ha chiarito chi autorizzi l’ingresso e la protezione di gruppi armati in congedo.

Eppure la coerenza morale impone una presa di posizione: non possiamo accogliere contemporaneamente i bambini palestinesi feriti dalle bombe e i soldati che quelle bombe le hanno sganciate. E non solo: questi stessi militari sono stati protagonisti anche come cecchini, sparando a sangue freddo su persone inermi in fila per ottenere cibo nei punti di distribuzione gestiti dall’UNRWA e dal GHF. Non possiamo proclamare solidarietà alle vittime e allo stesso tempo garantire “vacanze terapeutiche” ai carnefici. È una questione di dignità nazionale e di rispetto per le comunità che si trovano ad ospitare, inconsapevolmente, questi programmi.

Un interrogativo che pesa

L’Italia, per storia e valori costituzionali, non può permettersi di essere percepita come complice. Il governo ha il dovere di chiarire:
1. Chi organizza e finanzia i soggiorni dei soldati israeliani?
2. Con quale mandato la Digos li accompagna e li protegge?
3. Esiste un coinvolgimento diretto delle nostre istituzioni, o si tratta solo di reti private con tacito assenso dello Stato?

Finché queste domande resteranno senza risposta, il sospetto di un silenzio complice rimarrà.

Conclusione: l’etica della coerenza

Ospitare i soldati israeliani senza informare la popolazione significa mancare di trasparenza e rispetto. Significa aggiungere dolore al dolore, accogliendo chi ha inflitto traumi mentre ci prendiamo cura delle vittime di quegli stessi traumi. È un paradosso che nessuna democrazia degna di questo nome dovrebbe tollerare. La coscienza civile del nostro Paese reclama chiarezza: l’Italia non può essere terra neutra dove carnefici e vittime si incrociano sotto lo stesso cielo, senza che la politica abbia il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Fonti
• Sardegna Notizie 24, Un centinaio di militari israeliani in vacanza a Santa Teresa, scatta la contestazione degli attivisti locali.
• Il Fatto Quotidiano, Soldati IDF nelle Marche per smaltire lo stress (sorvegliati dalla Digos), 7 settembre 2025.
• TRT Global, Italy’s military cooperation agreement with Israel sparks criticism.
• Prensa Latina, Green Europe demands cessation of military agreement with Israel.

Ponte sullo Stretto e bilanci militari: la grande bufala strategica

Un’opera inutile, un contorto esercizio di contabilità creativa, un insulto alle priorità del Sud. Mentre crollano le strade, manca l’acqua e la sanità si svuota, si insiste su un ponte che serve solo al narcisismo politico e agli appetiti dei soliti noti.

Il ponte sullo Stretto di Messina è tornato, come uno spettro, al centro del dibattito pubblico. Stavolta però non per i suoi rischi geologici, l’insostenibilità ambientale o la totale inutilità economica: ma per l’incredibile tentativo del governo italiano di farlo passare come una “spesa militare”. La notizia, riportata da Bloomberg, ha suscitato lo sconcerto dell’ambasciatore USA alla NATO, Matthew Whitaker, che ha bollato come “contabilità creativa” l’ipotesi di finanziare il ponte all’interno del 3,5% del PIL destinato alla difesa.

La strategia è chiara: spacciare un’opera faraonica da 13,5 miliardi di euro come “infrastruttura strategica” per la mobilità militare, inserendola a forza nei fondi NATO o nel programma europeo Military Mobility. Un colpo di teatro contabile per aggirare i vincoli di bilancio e dare un alibi all’ennesimo spreco.

La realtà del Sud: altro che corridoio baltico-mediterraneo

L’idea che il Ponte sullo Stretto rappresenti un “corridoio strategico” nella rete transeuropea è un esercizio di propaganda scollegato dalla realtà delle due regioni coinvolte: Sicilia e Calabria. Chi conosce quei territori sa bene che, al di là dello Stretto, c’è il deserto infrastrutturale.

In Calabria, molte strade interne versano in condizioni disastrose: la SS106 jonica, ribattezzata “la strada della morte”, è un simbolo di abbandono. In Sicilia, il sistema ferroviario è in gran parte a binario unico, lento, obsoleto e privo di elettrificazione su numerose tratte. I treni a lunga percorrenza da Palermo a Roma impiegano ancora oltre 12 ore. A che serve un ponte da 3,3 km sospeso sul mare, se prima e dopo il traffico si imbatte in un medioevo viario?

E non si tratta solo di trasporti. In molti comuni dell’entroterra siciliano e calabrese manca l’acqua potabile per settimane, si registrano interruzioni nella raccolta dei rifiuti e chiusure ospedaliere che trasformano le emergenze mediche in roulette russe. La priorità, oggi, dovrebbe essere l’accesso ai diritti fondamentali, non il finanziamento di un’opera da vetrina.

Una grande opera per piccoli interessi

Matteo Salvini si è intestato politicamente il progetto del ponte come simbolo del “fare”. Ma la realtà è che si tratta dell’ennesima grande opera usata come leva elettorale e merce di scambio tra imprese, interessi lobbistici e promesse clientelari.

Dietro la retorica dell’innovazione e del rilancio del Sud, si nasconde la solita logica emergenziale: creare una bolla finanziaria che attira appalti, commissariamenti, deroghe normative e centralizzazione del potere decisionale. Come dimostrano i precedenti, da Mose a Tav, passando per l’Expo, queste opere raramente rispettano i tempi e i costi previsti. E quando sono terminate – se mai lo sono – spesso risultano sottoutilizzate o addirittura abbandonate.

Secondo la Corte dei Conti, già nei primi anni Duemila il Ponte sullo Stretto aveva prodotto “una rilevante dispersione di risorse pubbliche” senza alcuna ricaduta concreta. Dopo vent’anni, non è cambiato nulla. Se non che ora, nella disperazione di giustificare l’indefendibile, si tenta di farlo passare come investimento militare.

Difesa e inganni contabili: cosa c’entra la NATO?

L’idea di finanziare il ponte attraverso la quota del 5% del PIL destinata alle spese militari è tanto ardita quanto pericolosa. Primo, perché distorce completamente il senso della spesa per la difesa, che dovrebbe riguardare la sicurezza nazionale, non opere civili dalle dubbie utilità strategiche. Secondo, perché apre la strada a una nuova forma di manipolazione contabile in stile greenwashing: il “military-washing”, ovvero coprire ogni spesa inutile con la foglia di fico della “sicurezza”.

L’ambasciatore Whitaker è stato chiaro: l’obiettivo del 5% nelle spese NATO deve riferirsi “specificamente alla difesa e alle spese correlate”. Tradotto: non provateci nemmeno.

Ma c’è di più. Quel 5% stesso è un obiettivo inquietante, a cui occorre opporsi con forza. Alimentare la corsa agli armamenti, vincolare bilanci pubblici già in difficoltà a una spesa militare sempre più invasiva, significa svuotare lo Stato sociale per ingrassare i complessi militari-industriali. In un’epoca in cui le vere sfide sono sanitarie, climatiche, educative e sociali, aumentare le spese belliche è un errore storico, una capitolazione davanti a una visione del mondo fondata sulla forza anziché sulla cooperazione.

Opporsi al ponte significa anche opporsi al paradigma che lo sostiene: quello del riarmo, della propaganda securitaria e dello spreco sistemico delle risorse pubbliche. Il Mezzogiorno non ha bisogno di elicotteri da guerra, ma di ambulanze e treni che arrivino in orario. Ha bisogno di maestri, non di generali.

Il Sud come laboratorio di mistificazione

Il ponte è l’ennesimo atto di una commedia che si ripete da decenni: invece di un vero piano di sviluppo per il Sud – fatto di sanità, trasporti locali, scuola, accesso all’acqua e digitalizzazione – si punta tutto su una grande opera simbolica, pensata per stupire, distrarre e dividere. Una specie di specchio per le allodole che permette di deviare l’attenzione dai problemi reali.

Se davvero si volesse rilanciare il Mezzogiorno, basterebbe iniziare col mettere in sicurezza le infrastrutture esistenti, con creare una rete di treni veloci ed economici, garantire l’accesso alla sanità pubblica e ripristinare il diritto alla mobilità per i milioni di cittadini oggi intrappolati nel degrado. Ma ciò non produce visibilità immediata, né favorisce le grandi centrali degli appalti.

Un ponte verso il nulla

Il ponte sullo Stretto, presentato come una porta d’accesso al futuro, è in realtà il simbolo di una politica che si rifiuta di guardare in faccia la realtà. Un’opera scollegata dal contesto, slegata dai bisogni, imposta con la forza di una narrazione tossica e fallace.

L’Italia, e soprattutto il Mezzogiorno, non ha bisogno di un ponte tra Scilla e Cariddi. Ha bisogno di ponti tra le persone, tra territori dimenticati e Stato, tra diritti costituzionali e vita quotidiana. Ha bisogno di un piano d’investimento sociale e infrastrutturale vero, non di monumenti al cemento e alla vanità politica.

E ha bisogno, oggi più che mai, di pace, non di nuove spese militari.

Fonti principali:
• Bloomberg – “Italy’s Bridge to Nowhere: NATO Ambassador Rejects Military Funding Trick”, 3 settembre 2025
• Corte dei Conti – Relazioni sulle grandi opere pubbliche, 2006-2011
• ISTAT e ANCE – Rapporto infrastrutture Sud Italia, 2023
• Agenzia del Demanio – Condizioni strutturali degli edifici pubblici nel Mezzogiorno, 2024
• European Court of Auditors – Military Mobility Progress Report,2025

Pensioni sotto ricatto: il nuovo furto silenzioso ai danni dei lavoratori

Mentre il governo annuncia con toni sobri ma decisi l’imminente riforma del sistema previdenziale, ciò che si profila all’orizzonte non è una tutela del diritto alla pensione, bensì l’ennesimo scippo mascherato da opportunità. Si tratta di un’operazione chirurgica di smantellamento che tocca nervi scoperti: TFR, pensione integrativa, età pensionabile, usura del lavoro e dignità dell’anzianità. Tutto in nome del vincolo esterno dell’austerità e del profitto finanziario.

  1. Un copione già visto: tagliare i diritti per finanziare la guerra

La manovra che si delinea per la prossima legge di bilancio non è ancora nera su bianco, ma le linee guida sono già chiare: meno spesa sociale, più fondi destinati a difesa, sicurezza e incentivi a imprese “strategiche”. In altre parole: si tolgono risorse ai pensionati di domani per comprare armi oggi.

Il vincolo dell’austerità imposta dall’Unione Europea continua a dominare la politica economica italiana, senza alcuna opposizione reale. L’attuale centrodestra, come i governi precedenti, si piega docilmente al diktat del contenimento della spesa pubblica, colpendo in primis la previdenza. La riforma che si annuncia non nasce da un’urgenza sociale, ma da una scelta politica: spingere verso la privatizzazione del sistema pensionistico.

  1. Il doppio inganno: TFR usato come salvagente o cavallo di Troia

Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro e già protagonista di altre uscite discutibili sul fronte previdenziale, propone una misura “salvifica”: utilizzare il Trattamento di Fine Rapporto per integrare le pensioni future, così da raggiungere una soglia dignitosa e, magari, anticipare l’età pensionabile.

Peccato che sia un finto salvagente. Il TFR è una retribuzione differita, frutto del lavoro già svolto. Destinarlo alla pensione significa obbligare i lavoratori a rinunciare oggi a un capitale che potrebbe servire per acquistare una casa, avviare un’attività, sostenere un familiare in difficoltà. In pratica, si fa leva sulla povertà previdenziale per giustificare un baratto ingannevole: ti do una pensione decente, ma rinunci a ciò che ti spetta.

La ministra Calderone va oltre: il TFR va direttamente incanalato nei fondi pensione complementari. Una scelta che nasconde ben altri interessi.

  1. Previdenza complementare: una trappola dorata per la finanza

L’Italia, a differenza di altri Paesi europei, non ha mai visto decollare il sistema di previdenza complementare. E per buone ragioni: instabilità dei mercati, bassi rendimenti, scarsa fiducia, soprattutto tra i lavoratori più precari. Chi vive con mille euro al mese non è interessato a scommettere il proprio futuro sulle fluttuazioni della borsa.

Eppure, il governo insiste. Perché? Perché quei fondi rappresentano un canale privilegiato per iniettare liquidità nel sistema finanziario in crisi. Oggi, i fondi pensione valgono circa 215 miliardi di euro in Italia. Una torta troppo appetitosa per essere ignorata.

Alcuni fondi sono “negoziali”, gestiti da sindacati e associazioni di categoria. Ma molti altri sono fondi privati, che investono in strumenti ad alto rischio e dipendono direttamente dall’andamento dei mercati globali. Legare la sopravvivenza di milioni di lavoratori a queste dinamiche significa trasformare la pensione in un prodotto speculativo.

  1. Età pensionabile e lavori usuranti: l’ennesima beffa in arrivo

Nel 2027, l’età pensionabile raggiungerà i 67 anni e 3 mesi, grazie al meccanismo automatico della Legge Fornero, che la lega all’aspettativa di vita. Una scelta che ignora totalmente le diseguaglianze sociali e le condizioni materiali di chi lavora nei settori più logoranti: edilizia, sanità, logistica, agricoltura, industria pesante.

Le cosiddette “quote” e “opzioni” che il governo periodicamente riformula sono solo cerotti temporanei, spesso a carico del lavoratore. Opzione Donna è ormai svuotata. L’Ape Sociale è limitata a pochi casi specifici. Per il resto, l’uscita anticipata è riservata a chi può permettersi di rinunciare a buona parte dell’assegno.

Ancora una volta, il messaggio è chiaro: sopravvive chi può, gli altri lavorino fino allo sfinimento.

  1. Sindacati in bilico e il pericolo del conflitto d’interessi

Il governo promette di “concertare” la riforma con i sindacati. Ma questa volta il tavolo potrebbe essere truccato. Infatti, diversi fondi pensione complementari sono gestiti proprio da organizzazioni sindacali. Una riforma che favorisce quei fondi potrebbe rappresentare un incentivo per alcune sigle ad accettare compromessi dannosi per la base.

Siamo davanti a un conflitto d’interessi strutturale, che mina la credibilità di chi dovrebbe difendere i lavoratori. Chi garantirà che non vengano svenduti i diritti in cambio di qualche vantaggio istituzionale?

  1. Uno scenario già visto: dal modello cileno alla trappola italiana

Non serve andare troppo lontano per vedere dove porta questo modello. In Cile, la dittatura di Pinochet introdusse un sistema pensionistico totalmente privatizzato, affidato a fondi gestiti da banche e multinazionali. Oggi, milioni di pensionati cileni vivono in povertà assoluta, con assegni ridicoli dopo una vita di contributi.

L’Italia sta seguendo una traiettoria simile, ma più subdola. Non con un colpo di Stato, ma con il “ricatto della sostenibilità”. Le parole d’ordine sono sempre le stesse: flessibilità, responsabilità individuale, scelta consapevole. In realtà, è l’abbandono progressivo della previdenza pubblica come diritto collettivo e flussi di capitali che finiscono nelle mani dei soliti predatori capitalisti.

riprenderci il futuro, prima che ce lo vendano

La pensione non è un favore, né un premio. È salario differito. È un diritto costruito con anni di contributi, lavoro, sacrifici. Trasformarla in un prodotto di mercato significa spezzare il patto sociale su cui si regge la democrazia repubblicana.

Il governo Meloni, come i suoi predecessori, porta avanti la svendita sistematica del welfare, sostituendo i diritti con bonus, le certezze con scommesse, la solidarietà con il profitto.

Serve un’alternativa chiara, netta, radicale. Una proposta che rimetta al centro la previdenza pubblica, che abolisca la Legge Fornero, che introduca un sistema di pensione minima garantita per tutti, sganciato dal solo contributivo e fondato sul reddito universale. Perché il lavoro non può essere la condanna a morte del corpo, e la vecchiaia non può essere una roulette.

Fonti consultate:
• ISTAT, Rapporto annuale 2024
• COVIP, Relazione annuale sulla previdenza complementare 2025
• OCSE, Pensions at a Glance – Italia 2024
• Ministero del Lavoro, Documento di Economia e Finanza 2025
• Il Sole 24 Ore, “Riforma pensioni, le ipotesi allo studio”, agosto 2025
• Openpolis, “Quanto spendiamo per le pensioni rispetto agli altri paesi europei”
• Fondo Monetario Internazionale, Country Report Italy 2024

Renzi, Calenda e l’illusione del centro: perché l’unico campo possibile è popolare, autonomo e radicale

UOgni volta che si riaccende il dibattito su un’ipotetica “unità delle opposizioni”, il discorso si arena su una sabbia mobile tossica: il ritorno di Renzi e Calenda nell’orbita di un presunto campo progressista. Come se bastasse allargare geometricamente una coalizione per costruire consenso, dimenticando che l’elettorato progressista non è un’equazione numerica, ma una questione di fiducia, coerenza e visione.

Eppure, per motivi che oscillano tra il masochismo, la miopia politica e la disonestà intellettuale, ancora oggi si propone di “fare accordi” con chi ha smantellato il lavoro, affossato la Costituzione, distrutto governi popolari e spalancato le porte alla destra.

Questo articolo vuole spiegare, una volta per tutte, perché Renzi e Calenda rappresentano un ostacolo strutturale alla costruzione di qualsiasi campo progressista, e perché l’unica via d’uscita è la costruzione di un fronte popolare autonomo, partecipato e radicale.

I. Renzi: il cavallo di Troia nel campo largo

  1. Non ha voti, ma toglie voti

Matteo Renzi non porta consenso, lo erode. Italia Viva galleggia stabilmente tra l’1,5% e il 2,5% nei sondaggi, con una base elettorale che si sovrappone a quella dei delusi del PD o dei moderati stanchi. Se si include Renzi in una coalizione con Conte, Fratoianni, Bonelli o Unione Popolare, il risultato è una fuga immediata dell’elettorato più giovane, più impegnato, più coerente.

Renzi non rafforza il campo: lo frantuma. E i numeri parlano chiaro. Ogni volta che appare sulla scena, si registra un calo della partecipazione progressista, un’impennata dell’astensione e un rafforzamento indiretto della destra.

  1. Non è di centrosinistra: è di centrodestra, mascherato

Il renzismo è stato l’egemonia liberale all’interno del campo progressista: ha smontato l’articolo 18, precarizzato il lavoro, aperto alla svendita dei beni comuni, lottizzato la Rai, imposto riforme costituzionali autoritarie, sostenuto regimi come quello di bin Salman.

Renzi è un Silvio Berlusconi che non ce l’ha fatta, ma con un’ambizione più cinica e una strategia più tossica. Non ha mai rappresentato il popolo, ma i salotti. Non ha mai sfidato i poteri, ma li ha serviti.

  1. È inaffidabile: distrugge tutto ciò che tocca

Chi si allea con Renzi finisce sistematicamente per essere pugnalato alle spalle. Lo ha fatto con Letta, con Bersani, con Conte, con il suo stesso partito. La sua strategia è da manuale di destabilizzazione: entra, divide, mina, e poi distrugge.

Pensare di includerlo in una coalizione “contro la Meloni” è come chiedere al piromane di spegnere l’incendio.

II. Calenda: l’illusionista neoliberale del centro vuoto

  1. Calenda odia la sinistra, non la destra

Calenda è il Macron italiano: apparato senza popolo, arroganza senza profondità, visibilità senza radicamento. L’unica cosa che ha sempre fatto coerentemente è attaccare la sinistra sociale: odia Conte, disprezza i sindacati, insulta i movimenti e bolla chiunque metta in discussione il liberismo come “populista”, “cialtrone”, “no vax”, “terrappiattista”.

Al suo congresso ha dichiarato che con i 5 Stelle non si può costruire nulla, che il campo largo è una “accozzaglia” e che il futuro è fatto di manager e tecnici. Come se la crisi climatica, economica e sociale potesse essere risolta da curriculum e PowerPoint.

  1. Il terzo polo non esiste

Azione e Italia Viva insieme non superano il 6-7%. Sono un progetto mediatico, non politico, tenuto in vita da editoriali, salotti TV e endorsement bancari. Nelle urne, sono un’eco sbiadita di Draghi, Monti e Forza Italia. Quando si presentano da soli, vengono ignorati. Quando si avvicinano a sinistra, la sinistra si svuota. È un vicolo cieco.

  1. Il centro è un miraggio tossico

Il centro non è più una posizione politica: è una strategia di delegittimazione del conflitto. È l’idea che non esistano più destra e sinistra, ma solo “competenze”. Ma chi ha governato con “le competenze” ha prodotto tagli, precarietà, diseguaglianza e guerra.

Calenda non può essere un alleato. È il problema, non la soluzione.

III. Una coalizione con Renzi e Calenda? La fine della sinistra

L’aporia dell’unità numerica

Una coalizione con dentro Renzi e Calenda dura sei minuti, dice qualcuno. Forse anche meno. Non per colpa di personalismi, ma perché è politicamente impossibile conciliare chi vuole abolire il reddito di cittadinanza con chi vuole rafforzarlo, chi privatizza la sanità con chi la difende, chi sogna bin Salman con chi sogna l’articolo 3 della Costituzione.

Non è possibile costruire una credibile alternativa democratica includendo i sabotatori della democrazia sociale.

L’effetto boomerang sugli astenuti

Il grande problema italiano non è solo la destra: è l’astensione. Milioni di persone non votano più perché non credono che esista un’alternativa. Pensano che siano tutti uguali, tutti venduti, tutti complici. Inserire Renzi e Calenda in un progetto di rinascita politica rafforza questa percezione, e non fa tornare nessuno alle urne. Anzi, allontana anche chi ci credeva.

IV. L’unica strada: costruire un fronte popolare autonomo

Non un “campo largo”, ma un fronte costituente

Il cosiddetto “campo largo” è morto il giorno in cui si è pensato di costruirlo senza identità e senza popolo. Non serve un’alleanza di leader in TV, ma una convergenza di lotte reali. Un fronte autonomo, radicale, partecipato, che parta dal basso e si costruisca fuori dagli schemi tossici dei partiti centristi.

Questo fronte può e deve nascere attorno a:
• Lavoro dignitoso, fine della precarietà e salario minimo.
• Scuola e sanità pubblica universali.
• Transizione ecologica giusta.
• Fiscalità redistributiva e patrimoniale.
• Difesa dei beni comuni e partecipazione democratica.
• Riconversione dell’apparato bellico in investimenti sociali.
• Politica estera autonoma, multipolare e di pace.

Con chi costruirlo?

Con chi resiste e combatte già oggi: lavoratori, studenti, sindacati di base, attivisti climatici, associazioni territoriali, movimenti femministi e transfemministi, reti per la pace, comitati per la casa, collettivi culturali, spazi autogestiti, cooperative, comunità solidali.

Non serve inventare nulla. Serve dare rappresentanza politica a ciò che già esiste, e che oggi non trova voce nei partiti.

Conclusione: né centro, né compromessi, ma visione e coraggio

Il tempo dei giochi di palazzo è finito. La destra governa perché la sinistra ha smesso di essere tale. Ha abdicato all’autonomia culturale, alla visione, alla radicalità. Ha inseguito il “centro” e ha perso se stessa. Ora è il tempo di una nuova fase costituente.

Chi pensa che Renzi e Calenda possano far parte della soluzione, è parte del problema. Chi vuole cambiare davvero, deve avere il coraggio di rompere. Di dire no. Di partire da zero, ma con dignità.

Perché meglio soli e coerenti, che insieme e sconfitti ancora una volta.

Fonti e riferimenti:
• Dati sondaggi EMG, SWG, Ipsos (2023–2025).
• Interventi pubblici di Calenda e Renzi (congressi, social media, dichiarazioni stampa).
• Analisi ASTENSIONISMO (Demos, ISTAT, Openpolis).
• Riflessioni da post pubblici di Andrea Scanzi e attivisti sui social.
• Articoli di Revelli, Urbinati, Ginsborg, Rodotà sul declino della rappresentanza.
• Esperienze di base: Fridays for Future, Rete dei Numeri Pari, Medicina Democratica, Potere al Popolo, Comitati acqua pubblica, Rete Nazionale per il Reddito,.

Il Caso Almasri: la vergogna di Stato che nessuno vuole spiegare

In un Paese normale, un criminale ricercato dalla Corte Penale Internazionale non viene liberato, accompagnato con un volo di Stato, e rispedito con tutti gli onori nel Paese dove ha commesso atrocità. In un Paese normale, i ministri coinvolti in una scelta così grave si dimettono. In Italia, invece, Osama Njemm Almasri — comandante della Rada e della polizia giudiziaria libica, accusato di crimini contro l’umanità — viene arrestato su suolo italiano, rilasciato dopo poche ore, e riportato a Tripoli con un aereo dell’intelligence, mentre la premier Meloni e i suoi ministri cambiano versione sette volte e intanto tacciono.

Ora, un video virale rilancia con violenza la questione. Le immagini — crude, scioccanti — mostrano un uomo picchiato selvaggiamente in strada, lasciato a terra in una pozza di sangue. A colpirlo, secondo fonti locali e internazionali, sarebbe proprio lui: Almasri, il generale liberato dall’Italia contro ogni norma di diritto internazionale.

Un crimine annunciato, una scelta politica irresponsabile

Nel gennaio 2025, Almasri viene arrestato a Torino in esecuzione di un mandato di cattura internazionale della Corte Penale dell’Aia. Le accuse non sono leggere: torture, detenzioni illegali, esecuzioni sommarie, traffico di esseri umani. È ritenuto responsabile di violenze sistematiche nei centri di detenzione libici, vere e proprie prigioni extralegali dove i migranti vengono torturati e uccisi.

Poche ore dopo l’arresto, però, l’uomo viene rilasciato. Non solo: viene accompagnato da Caselle a Tripoli con un volo di Stato, pagato dai contribuenti italiani e gestito direttamente dai servizi segreti.

Una decisione che, come emerso successivamente, non ha alcun fondamento giuridico. Al contrario: la denuncia presentata dall’avvocato Luigi Li Gotti, già parlamentare ed ex membro di Italia dei Valori (ma con un passato anche nella destra), ha portato il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi a iscrivere obbligatoriamente nel registro degli indagati la premier Giorgia Meloni, i ministri Nordio e Piantedosi, e il sottosegretario Mantovano, trasmettendo gli atti al Tribunale dei Ministri.

Un atto dovuto, previsto dall’art. 6 della legge costituzionale 1/1989, che non implica colpevolezza ma è l’unica via legale percorribile per reati ministeriali. Eppure, Meloni, in un video social plateale, ha trasformato quell’atto di garanzia in uno show, parlando di “ricatto” e “intimidazione”, come se la giustizia fosse uno strumento politico.

Il video che smentisce ogni versione: Almasri è ancora un aguzzino

Le immagini diffuse dalla testata araba Al-Masdar, vicina al governo di unità nazionale libico, mostrano un’aggressione brutale a mano nuda in pieno giorno. Secondo le fonti locali, l’uomo vestito di bianco che pesta la vittima è proprio Osama Almasri.

La milizia di riferimento del generale ha provato a sminuire, parlando di un video “vecchio”, risalente al 2021 o 2022, e di una presunta “reazione” a un’aggressione subita. Ma la dinamica mostrata nel video, unita al silenzio assordante del governo italiano, alimenta sospetti e rabbia.

Non solo: fonti dell’intelligence italiana stanno verificando l’autenticità del filmato, ma fonti libiche confermano che Almasri non solo è ancora operativo a Tripoli, ma avrebbe rafforzato il controllo su Zawyia, continuando a gestire centri di detenzione abusivi, a operare arresti arbitrari e a mantenere il potere tramite violenza e impunità.

Le reazioni: l’opposizione attacca, il governo tace

L’opposizione parla chiaro.

Elly Schlein (PD): “Meloni non può più esimersi dallo spiegare agli italiani perché ha ignorato il mandato della Corte Penale Internazionale. Ha rimpatriato un torturatore omicida sottraendolo alla giustizia.”

Giuseppe Conte (M5S): “Giorgia, le hai viste quelle immagini? Hai ancora un briciolo di coscienza?”

Riccardo Magi (+Europa): “Le mani di Meloni, Piantedosi e Nordio sono sporche di sangue.”

Angelo Bonelli (Verdi): “È giusto che i ministri vengano processati. Se fossi al posto della premier non dormirei la notte.”

Enrico Borghi (Italia Viva): “Quel signore doveva stare in galera. Perché non è stato trattenuto?”

Mentre la premier tace, il Parlamento dovrà presto esprimersi sulla richiesta di autorizzazione a procedere contro Nordio, Piantedosi e Mantovano. Per Giorgia Meloni, il Tribunale dei Ministri ha invece chiesto l’archiviazione. Ma il silenzio e il disprezzo verso i cittadini restano.

Un governo al di sopra della legge?

Questo caso è emblematico di una deriva pericolosa, in cui chi detiene il potere esecutivo si ritiene al di sopra della legge e della giustizia internazionale. L’Italia ha violato un mandato della Corte Penale Internazionale, un’istituzione fondata per punire i crimini più gravi dell’umanità. Ha ignorato le richieste delle Ong, degli avvocati, dei giuristi. Ha mentito più volte, cambiando versione e poi calando il sipario.

Il risultato? Un criminale internazionale è stato liberato. E oggi, secondo numerose fonti, continua a torturare, picchiare e uccidere sotto il nostro sguardo impotente.

Chi ha permesso tutto questo deve rispondere davanti al Paese. E non con gli slogan, ma con gli atti.

Conclusione: la dignità perduta di una Repubblica

Il caso Almasri rappresenta uno dei momenti più bassi della storia recente della Repubblica italiana.

Un Paese che protegge i carnefici, abbandona le vittime, e si rifugia dietro una cortina di bugie, non è più uno Stato di diritto. È una Repubblica svuotata, dove le leggi valgono solo per i deboli, e i potenti si difendono screditando chi li indaga.

Il governo Meloni ha oltrepassato una soglia morale e politica. E dovrebbe rassegnare le dimissioni, per rispetto delle istituzioni, della giustizia, e soprattutto dei cittadini onesti che meritano verità, trasparenza e responsabilità.

Se la dignità della politica ha ancora un senso, questo è il momento di dimostrarlo.