La fabbrica della povertà: il disegno reazionario dietro il “miracolo” occupazionale di Meloni

Dietro i toni trionfalistici del governo Meloni sul fronte occupazionale si nasconde un progetto politico ben più profondo e inquietante: la costruzione di una società disciplinata dalla paura, nella quale il lavoro non è più un diritto ma un’arma di ricatto. L’eliminazione del Reddito di Cittadinanza non è stata soltanto una misura economica: è stata una scelta ideologica, coerente con un’impostazione autoritaria e con una visione del Paese che sembra ricalcare fedelmente le linee guida del “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli.

La propaganda elettorale aveva promesso di difendere il popolo. La realtà è un’altra: colpire i più fragili, cancellare tutele, dividere i poveri in categorie gerarchiche e ridurre la cittadinanza sociale a privilegio per pochi “meritevoli”. Invece di affrontare le crisi con politiche innovative, il governo copia e incolla vecchi progetti reazionari, resuscitando strumenti che negli anni ’80 furono concepiti per concentrare il potere politico, piegare la magistratura e marginalizzare le istanze sociali.

Dal Reddito di Cittadinanza alla povertà istituzionalizzata

La sostituzione dell’RdC con l’Assegno di Inclusione (Adi) e il Supporto per la Formazione e il Lavoro (Sfl) ha avuto un effetto chirurgico: ridurre drasticamente la platea dei beneficiari. Secondo il Rapporto Inps 2024, meno della metà dei 418.000 nuclei che avrebbero potuto accedere alle nuove misure ha presentato domanda; 212.000 famiglie sono rimaste escluse da ogni sostegno. La selezione colpisce soprattutto disabili, anziani e famiglie monoreddito, respingendo circa il 60% delle domande provenienti dai nuclei più fragili.

Questo restringimento non è casuale: togliere alternative al lavoro malpagato abbassa il potere contrattuale di chi cerca occupazione. Il governo ha così applicato la vecchia teoria del “salario di riserva” al contrario: non elevare il livello di vita dei più poveri, ma ridurlo fino a costringerli ad accettare qualsiasi condizione.

Il lavoro come ricatto

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: più occupati, ma più poveri. Secondo Istat, la povertà assoluta tocca oggi l’8,5% delle famiglie e il 9,8% degli individui, con oltre 5,7 milioni di persone che vivono senza il necessario. La Caritas conferma che quasi la metà di chi chiede aiuto ha un lavoro formale, spesso a tempo pieno, ma con stipendi che non garantiscono la sopravvivenza.

Le politiche del governo non creano lavoro dignitoso: lo precarizzano e lo frammentano. Voucher peggiorati, part-time forzati, contratti di poche ore, contributi sospesi per mesi senza sanzioni: un sistema che normalizza lo sfruttamento e rende strutturale il ricatto occupazionale.

Il filo rosso con il progetto di Gelli

Il premierato, la riforma della giustizia, la concentrazione del potere esecutivo e la marginalizzazione delle opposizioni non sono misure isolate: fanno parte di un disegno unitario. È il vecchio schema gelliano, riproposto in chiave contemporanea, che vede nella riduzione dei diritti sociali e nella compressione delle libertà civili il terreno su cui consolidare un potere centralizzato e autoritario.

Non è incapacità a governare: è una scelta deliberata. Un Paese impoverito è più facile da controllare; una forza lavoro disperata è più docile; un’opposizione sociale frammentata è meno pericolosa.

Conclusione

Il governo Meloni sta costruendo una “democratura” che si regge su una formula cinica: meno diritti sociali, più potere politico concentrato. Il modello è chiaro: un’Italia in cui la povertà non è una piaga da curare, ma uno strumento di governo; in cui il lavoro non emancipa, ma sottomette.
Dietro i dati esibiti come trofei si nasconde una verità scomoda: questo non è un progetto per il futuro del Paese, ma un ritorno a un passato reazionario che pensavamo di avere sepolto.

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