Introduzione: la strage silenziosa
Mentre la propaganda istituzionale esibisce tricolori, slogan e passerelle per la “Festa del Lavoro”, il lavoro vero muore. Letteralmente. Tre operai precipitati da un cestello a Napoli, uno schiacciato da un muletto nel Bresciano, altri che continueranno ad aggiungersi al bollettino quotidiano delle “morti bianche”, in realtà spesso nere come il bitume che trasportavano. Non sono fatalità. Sono esecuzioni per omissione: omissione di prevenzione, omissione di investimenti, omissione di rispetto per la vita umana.
Fra gennaio e maggio 2025, secondo i dati Inail, sono morte 378 persone “sul lavoro”, incluse quelle decedute nel tragitto casa-lavoro. L’anno scorso erano state 362 nello stesso periodo. Non è una crisi passeggera. È un trend. Un massacro silenzioso e sistemico. Eppure, i fondi per la sicurezza rimangono promesse, al massimo giochetti contabili.
- La propaganda del potere: promesse, slogan, e bilanci riciclati
Lo scorso Primo Maggio, Giorgia Meloni annunciava trionfalmente uno stanziamento di 1,2 miliardi per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Ma scavando tra le cifre, la realtà è un’altra: quei soldi non sono nuovi. I 650 milioni “aggiuntivi” sono in realtà il riciclo di fondi residui mai utilizzati dai bandi precedenti dell’Inail. Gli altri 600 milioni erano già stati destinati con un bando del 2024, ancora in corso. Nulla di strutturale, nulla di certo, nulla di davvero nuovo.
Non si tratta, dunque, di una manovra straordinaria contro una tragedia nazionale, ma di una operazione contabile, utile a costruire una narrazione politica di efficienza e attenzione sociale. Un racconto che si sgretola di fronte a ogni operaio che cade da un ponteggio, muore folgorato da un quadro elettrico, o viene schiacciato da una macchina senza protezioni.
- La macchina inceppata dell’Inail: sicurezza sacrificata al mattone
A complicare ulteriormente la situazione, c’è un altro scandalo, passato quasi sotto silenzio. Il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza (Civ) dell’Inail ha lanciato l’allarme: i fondi destinati alla sicurezza potrebbero essere prosciugati per finanziare il piano di valorizzazione immobiliare del Ministero dell’Economia. Il governo ha infatti imposto all’Inail di versare oltre un miliardo di euro a Invimit, una società statale che gestisce fondi immobiliari e si occupa anche di studentati, housing sociale e rigenerazione urbana.
Il rischio è evidente: spostare risorse dalla sicurezza dei lavoratori alla speculazione edilizia mascherata da rigenerazione urbana. Non è difficile immaginare quali interessi si muovano dietro questo scambio, in un Paese dove la commistione tra finanza, cemento e politica è cronica.
- Cantieri sotto il sole, lavoratori sotto terra
Nel Sud, mentre le temperature superano i 40 gradi, molti cantieri continuano a operare in spregio alle ordinanze anti-caldo. Le norme ci sono, ma non vengono rispettate. Perché? Perché i controlli sono pochi, le sanzioni blande, e la vita di un lavoratore vale meno del costo di una giornata di fermo. Secondo l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, nel 2024 oltre il 75% dei cantieri controllati presentava irregolarità. Ma i controlli coprono appena una minima parte del territorio.
In Italia abbiamo circa 2.000 ispettori per controllare più di 4 milioni di imprese. È come voler spegnere un incendio con un bicchiere d’acqua.
- Le vere priorità del governo: guerra, cemento e repressione
Mentre si lesina sulla sicurezza dei lavoratori, il governo Meloni trova risorse per tutto il resto: armamenti, missioni militari, fondi straordinari per le grandi opere (il Ponte sullo Stretto in primis), incentivi all’edilizia privata, e ora anche versamenti all’immobiliare pubblico con finalità discutibili.
Intanto, l’Inail è strozzata, i bandi rallentano, le trattative con i sindacati procedono a rilento e i lavoratori continuano a cadere. Sotto questa gestione, la vita umana sembra diventata una voce di spesa da tagliare, non un diritto da proteggere.
- Uomini e numeri: un Paese che ha smarrito il valore del lavoro
Le storie dietro i numeri sono spesso ignorate. I tre operai morti a Napoli avevano 67, 62 e 56 anni. Età da pensione, non da cantieri. Segno di un Paese invecchiato, dove si lavora fino all’ultimo respiro. Dove si muore per portare a casa uno stipendio che spesso non basta neanche a vivere.
Eppure, questi morti non generano indignazione di massa, non scatenano proteste di piazza. Vengono raccontati nei trafiletti dei giornali, citati in qualche talk show, e poi dimenticati. Perché? Perché la cultura dominante ha trasformato il lavoro da diritto e dignità in merce e ricatto. E chi muore, in fondo, “stava solo facendo il suo lavoro”.
Conclusione: non è un incidente. È un sistema che uccide
Quando si continua a morire per mancanza di dispositivi, per mancanza di formazione, per mancanza di controlli, non si tratta più di incidenti. È un sistema che uccide, scientemente. È uno Stato che abdica al proprio dovere di tutela, mentre garantisce libertà e profitti a chi sfrutta e non rispetta le regole.
Serve una rivoluzione culturale e politica. Servono più ispettori, più fondi veri, più poteri ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Serve mettere la vita davanti al profitto. Perché ogni volta che uno di noi cade da un’impalcatura, è la nostra coscienza collettiva a crollare con lui.
Fonti:
• Inail, “Open data sugli infortuni sul lavoro” – aggiornamento maggio 2025
• Ispettorato Nazionale del Lavoro, rapporto annuale 2024
• Ministero dell’Economia – Comunicazioni su Invimit, luglio 2025
• Il Fatto Quotidiano, 26 luglio 2025
• Repubblica, 4 luglio 2025
• CGIL – Dossier sulla sicurezza nei luoghi di lavoro 2025
• Osservatorio Nazionale Morti sul Lavoro – Dati 2025