Una parola contro i più fragili: la cura che si vorrebbe far pagare

1. Il corpo non conosce burocrazia

C’è un uomo in un letto. Ha l’Alzheimer, e da mesi non riconosce più i volti dei figli. Oppure è un giovane tetraplegico assistito a casa, il corpo immobile e la mente lucidissima. Oppure è una donna anziana in una residenza sanitaria, che ha bisogno di essere lavata, nutrita, girata nel letto ogni poche ore perché la pelle non si pieghi in piaghe. Per queste persone non esiste alcuna differenza tra la medicina che le tiene in vita e la mano che le aiuta a mangiare. Il loro corpo non conosce quella distinzione. Non sa che cosa sia una prestazione «sanitaria» e che cosa una prestazione «socio-assistenziale». Sa soltanto di avere bisogno, ogni ora, di entrambe, e che senza l’una l’altra non serve a niente.

Eppure una frase, scritta in un emendamento depositato al Senato della Repubblica, ha provato a inventare quella differenza. Lo ha fatto con un’arma piccolissima, quasi invisibile: una parola sola. La parola «esclusivamente». Bastava aggiungerla al posto giusto, dentro una legge del 1983, perché lo Stato potesse dire a migliaia di famiglie: la parte medica la pago io, il resto pagatelo voi; e se non potete, arrangiatevi. Quell’emendamento, va detto subito con onestà, è stato poi ritirato. Non è diventato legge. Ma sarebbe un errore archiviare la vicenda come un falso allarme, perché ciò che non è passato questa volta resta scritto come progetto, come intenzione, come direzione di marcia. E un progetto va conosciuto prima che torni, sotto altro nome, in un altro comma.

2. Che cosa diceva, davvero, quell’emendamento

I fatti, spogliati di ogni enfasi, sono questi. Nel febbraio e nel marzo del 2025, durante l’esame in commissione del disegno di legge 1241 — un provvedimento dal titolo rassicurante, «Misure di garanzia per l’erogazione delle prestazioni sanitarie e altre disposizioni in materia sanitaria» — è stato presentato l’emendamento numero 13.0.400. A firmarlo è stata la senatrice Maria Cristina Cantù, della Lega, che di quel disegno di legge era anche relatrice: un dettaglio non secondario, perché significa che la proposta non veniva da una voce marginale ma dal cuore della maggioranza che governava l’intero provvedimento. Il 6 marzo 2025 l’emendamento è stato approvato nella commissione competente del Senato.

Che cosa faceva, in concreto, quel testo. L’articolo 30 della legge 730 del 1983 stabilisce, da oltre quarant’anni, che siano a carico del fondo sanitario nazionale gli oneri delle attività di rilievo sanitario connesse con quelle socio-assistenziali. L’emendamento proponeva di riscrivere quella frase inserendo un avverbio: a carico del fondo sanitario nazionale sarebbero stati «esclusivamente» gli oneri delle attività di rilievo sanitario, anche se connesse con quelle socio-assistenziali. Tre erano le conseguenze, e conviene enunciarle una per una. La prima: la separazione netta, normativa, tra la cura medica e l’assistenza alla persona, in modo da poter scaricare la seconda sulle famiglie. La seconda: l’introduzione di un tetto, la quota a carico del servizio sanitario elevabile al settanta per cento nei casi di alta complessità assistenziale, presentata come una concessione ma in realtà un soffitto, perché fissava per legge che il pubblico non avrebbe più dovuto coprire l’intera retta nemmeno nei casi più gravi. La terza, la più pesante sul piano del diritto: una clausola di retroattività, secondo cui le nuove disposizioni si sarebbero applicate anche agli eventuali procedimenti giurisdizionali in essere, cioè anche alle cause già avviate dalle famiglie per farsi rimborsare somme che i giudici avevano riconosciuto come dovute. Non un cambio di regole per il futuro, ma un colpo di spugna sul passato, sulle vertenze in corso, sulle speranze di chi aveva già fatto ricorso.

3. La ritirata non è una resa

Va detto con la stessa chiarezza con cui si denuncia: quell’emendamento non è in vigore. Dopo le proteste di associazioni, sindacati e giuristi, e dopo la presentazione di proposte soppressive da parte dell’opposizione, il testo è stato fermato in commissione nella primavera del 2025. Il disegno di legge 1241 ha proseguito il suo cammino senza quella norma: approvato dal Senato in prima lettura nell’aprile 2025, è poi passato alla Camera dei deputati, dove è tuttora in esame. Chi oggi sostiene che la legge sia già passata dice una cosa non vera, e diffondere un allarme falso è un favore involontario a chi quella norma la voleva davvero.

Ma riconoscere che la ritirata c’è stata non significa concludere che il pericolo non esista. Significa capirlo meglio. Una ritirata tattica non è una conversione. Il disegno politico che ha prodotto quell’emendamento — separare il sanitario dall’assistenziale, mettere un tetto alla spesa pubblica, trasferire il costo sulle spalle delle famiglie — non è stato smentito da nessuno: è stato soltanto, per il momento, accantonato. La stessa logica continua a operare per altre vie, meno clamorose e per questo più efficaci: il definanziamento lento del servizio sanitario, l’innalzamento delle soglie di reddito per accedere alle prestazioni, lo svuotamento delle riforme appena nate. Smontare quella parola, «esclusivamente», serve dunque non a rincorrere una notizia, ma a riconoscere un metodo. Perché tornerà.

4. Il trucco della parola neutra

Il modo in cui un emendamento simile viene presentato è parte integrante del suo funzionamento. Chi lo ha proposto non lo ha mai chiamato taglio. Lo ha chiamato chiarimento, razionalizzazione, intervento per mettere ordine in una materia complessa, per porre fine al contenzioso. Il vocabolario è quello, levigato e neutro, della buona amministrazione. L’avverbio «esclusivamente» viene fatto passare per una precisazione tecnica, quasi una correzione grammaticale, una virgola messa al posto giusto. In realtà quella parola sposta potenzialmente miliardi di euro: dal bilancio pubblico ai conti correnti privati delle famiglie. Non è tecnica. È una scelta di redistribuzione, e fra le più brutali.

Qui si misura una delle caratteristiche del potere nella sua versione contemporanea. Non dichiara guerra ai poveri con un proclama: la conduce con una proposizione subordinata. Non dice che d’ora in poi i malati gravi non abbienti dovranno arrangiarsi: dice che occorre garantire la sostenibilità del sistema e distinguere con rigore le competenze. La violenza viene amministrata, contabilizzata, resa illeggibile. E i mezzi di informazione, in larga parte, hanno trattato la vicenda come un tecnicismo giuridico per addetti ai lavori, una questione di rette e di commi, e non come ciò che era: un attacco frontale al diritto alla salute dei più indifesi. Chiamare le cose con il loro nome — e «esclusivamente», qui, è il nome di un abbandono — è già un atto politico.

5. Chi spingeva, e perché

Nessun emendamento nasce dal nulla. Conviene chiedersi da dove veniva la pressione che lo ha generato. La risposta sta nel rapporto, ormai logoro, tra la giurisprudenza italiana e gli interessi di chi gestisce le residenze per anziani e per persone con disabilità. Negli ultimi quindici anni la Corte di Cassazione ha costruito, sentenza dopo sentenza, un orientamento solido e umano: quando in un malato grave — un anziano con demenza, una persona con una patologia neurodegenerativa — la cura sanitaria e l’assistenza quotidiana sono talmente intrecciate da non poter essere separate, allora l’intero costo del ricovero è a carico del servizio sanitario nazionale, e per la famiglia la prestazione è gratuita. Pronunce come quelle del 2016, del 2017, del 2021, del 2023 e ancora del dicembre 2024 hanno reso questo principio un punto fermo del diritto. Per migliaia di famiglie quelle sentenze hanno significato il rimborso di rette pagate ingiustamente, talvolta per anni.

Ogni vittoria di una famiglia, però, è un costo per chi gestisce la struttura. E in un sistema in cui le residenze sono sempre più spesso imprese private accreditate, quel costo è un margine eroso, un profitto che diminuisce. L’emendamento 13.0.400 è stato, in sostanza, la risposta legislativa del capitale privato a una giurisprudenza che non riusciva a piegare nei tribunali. Non potendo vincere le cause, si è tentato di cambiare la legge sotto le cause, di renderle inutili anche dopo essere state vinte. Il tetto del settanta per cento va letto in questa luce: spacciato per generosità, era in verità una garanzia di rendita. Stabiliva che una quota di quel costo sarebbe rimasta per sempre, strutturalmente, a carico della famiglia o del privato cittadino. Trasformava un diritto pieno in una prestazione parziale, e una parzialità in legge.

6. La cura come campo di classe

C’è un dato che chiarisce ogni cosa, e che la narrazione tecnica si guarda bene dal mettere in primo piano: un emendamento di quel genere non avrebbe colpito tutti allo stesso modo. Chi è ricco continua a non avere problemi. La retta di una residenza sanitaria assistenziale può superare i tremila euro al mese: più di molte pensioni, più di molti stipendi, una cifra che una famiglia benestante paga senza accorgersene e che una famiglia normale non può sostenere se non vendendo la casa, indebitandosi, o rinunciando del tutto a una cura dignitosa per il proprio caro. La frontiera tra sanitario e assistenziale non è una frontiera tecnica: è una frontiera di classe. Ogni volta che la si sposta, qualcuno dalla parte sbagliata di quella linea viene lasciato indietro.

L’Italia, su questo terreno, è già oggi tra i peggiori in Europa. Le famiglie italiane coprono di tasca propria circa il ventitré per cento della spesa sanitaria complessiva, contro una media dell’Unione europea che si attesta intorno al quindici per cento. Siamo già un Paese in cui la salute, di fatto, si compra in misura crescente. Ogni intervento che restringe il perimetro del pubblico — e l’emendamento sull’articolo 30 era esattamente questo — spinge quella percentuale ancora più in alto, verso i livelli dei sistemi di welfare più deboli del continente. Il punto, allora, non è trovare qualche milione in più dentro la stessa logica contabile. Il punto è la logica. La non autosufficienza non è un problema di adeguatezza della spesa: è un problema di redistribuzione, di chi porta il peso della fragilità umana. Una società decide che cosa è nel momento in cui decide chi paga quando un corpo non riesce più a prendersi cura di sé. E far pagare quel corpo a se stesso, alla sua famiglia, al suo reddito, è la scelta più diseguale che si possa compiere.

7. Il lavoro invisibile, e di chi è

Quando lo Stato arretra dal letto di un malato, quello spazio non resta vuoto. Qualcuno lo riempie. E quel qualcuno, in Italia, è quasi sempre una donna. I caregiver familiari nel nostro Paese sono quasi otto milioni; di questi, oltre due milioni e trecentomila assistono un proprio caro per più di venti ore alla settimana, e due terzi non vivono nemmeno nella stessa casa della persona di cui si occupano. La grande maggioranza di loro sono figlie, mogli, sorelle, madri. La cura, quando non è pagata dal pubblico né da un servizio professionale, non scompare: si trasforma in lavoro gratuito estratto dal corpo e dal tempo delle donne. Si traduce in posti di lavoro persi, carriere interrotte, contributi previdenziali che non maturano, pensioni future amputate, isolamento sociale, malattia di chi cura.

È vero che qualcosa, di recente, si è mosso sul piano del riconoscimento. Nel gennaio 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge sul caregiver familiare, e la legge di bilancio per il 2026 ha istituito un fondo dedicato. Ma i numeri raccontano la verità di quei provvedimenti meglio di qualunque comunicato. Il fondo per i caregiver vale poco più di un milione di euro per il 2026, una cifra che, distribuita su milioni di persone, è poco più di un gesto simbolico. Il contributo economico previsto, fino a quattrocento euro al mese, è riservato a chi assiste per almeno novantuno ore alla settimana, cioè a chi ha trasformato la cura in un lavoro a tempo pieno e oltre, e soltanto entro soglie di reddito molto strette. Lo Stato, con una mano, riconosce a parole il lavoro di cura; con l’altra, attraverso l’emendamento sull’articolo 30, tentava di scaricarne ancora di più sulla famiglia, cioè sulle donne. Il disegno è coerente: la cura va redistribuita, sì, ma non verso gli uomini e non verso il pubblico; va spinta verso il basso e verso l’interno, nella sfera domestica, femminile e non retribuita. Finché non sarà un dovere condiviso — anche dagli uomini, attraverso congedi obbligatori e non cedibili — e una responsabilità pubblica, ogni discorso sulla non autosufficienza resterà un discorso fatto sulla pelle delle donne.

8. Il filo lungo del definanziamento

Sarebbe comodo, e politicamente innocuo, descrivere l’emendamento 13.0.400 come l’iniziativa isolata e un po’ cinica di una singola senatrice. Non lo è. È un nodo dentro un filo lungo. Da oltre un decennio il Servizio Sanitario Nazionale è oggetto di un definanziamento sostanziale: la quota di ricchezza nazionale destinata alla sanità pubblica è stata compressa, erosa, tenuta sotto la media dei grandi Paesi europei, in nome dei vincoli di bilancio e della responsabilità. Accanto a questo è cresciuta la sanità privata accreditata, che assorbe una fetta sempre più ampia di risorse pubbliche; si è affacciata l’autonomia differenziata, che minaccia di spezzare il diritto alla salute in venti diritti regionali diseguali; e la stessa riforma della non autosufficienza, la legge delega 33 del 2023, nata con ambizioni serie, è stata poi svuotata dal decreto attuativo del 2024, che ha ridotto la promessa prestazione universale a una sperimentazione minima, riservata agli ultraottantenni con un reddito bassissimo.

L’emendamento sull’articolo 30 appartiene a questa famiglia. È l’espressione più esplicita di una logica neoliberista coerente con se stessa: trasformare la salute da diritto garantito dall’articolo 32 della Costituzione in un servizio calibrato sulla capacità di spesa di ciascuno. E qui occorre dire una cosa scomoda, che la retorica del male assoluto di turno tende a nascondere: questa deriva non è stata costruita soltanto dalla destra di governo. È stata preparata da decenni di austerità accettata come unico realismo possibile, da un moderatismo che ha insegnato agli italiani che non ci sono soldi per la sanità, per la scuola, per l’assistenza, mentre i soldi, puntualmente, si trovavano per il riarmo, per gli aumenti strutturali della spesa militare concordati nei vertici atlantici, per gli sgravi fiscali a chi già possiede. La scarsità non è un fatto di natura: è una scelta politica travestita da contabilità. Ogni volta che si dice che la cura dei più fragili non è sostenibile, si sta compiendo, in realtà, una decisione su quali vite valga la pena di sostenere.

9. Il dovere di non abituarsi

Quell’emendamento, questa volta, non è passato. Ma ci ha detto qualcosa di vero sulle intenzioni di chi governa e sulla direzione verso cui si vuole spingere il Paese. Il pericolo più grande non è una singola frase: è l’abitudine. È abituarsi all’idea che lo Stato possa, legittimamente, arretrare dal letto di chi sta morendo. Abituarsi all’idea che la dignità abbia un prezzo, che la fragilità sia un fatto privato, che la cura sia una merce come un’altra, da comprare se si può e da subire se non si può. Ogni diritto è stato conquistato, nessuno è stato regalato; e ogni diritto che non viene difeso viene lentamente ripreso, una parola alla volta, un comma alla volta.

L’articolo 32 della Costituzione non dice che la salute è garantita a chi se la può permettere. Dice che è un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività. Il compito di una sinistra degna di questo nome non è chiedere qualche milione in più restando dentro la stessa logica che produce gli emendamenti come il 13.0.400. È rifiutare quella logica alla radice: affermare che la cura non è una merce, che il costo della fragilità umana lo porta la comunità intera oppure non lo porta nessuno con giustizia. Verranno altri emendamenti, altre parole apparentemente neutre, altri avverbi infilati nei punti giusti. Riconoscerli, nominarli, opporvisi non è un gesto facoltativo: è la forma più concreta che può assumere, oggi, il rifiuto di rassegnarsi.

Fonti

Senato della Repubblica, disegno di legge S. 1241, «Misure di garanzia per l’erogazione delle prestazioni sanitarie e altre disposizioni in materia sanitaria»: fascicolo dell’iter e resoconti della 10ª Commissione permanente.

Camera dei deputati, atto C. 2365 (trasmesso dal Senato il 16 aprile 2025), esame in sede referente e audizioni informali, 2025.

Corte di Cassazione, sentenze in materia di prestazioni socio-sanitarie ad alta integrazione sanitaria, in particolare nn. 22776/2016, 28321/2017, 21528/2021, 2038/2023, 34590/2023 e 33394/2024.

UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare, comunicato sull’emendamento approvato in Commissione al Senato e sul rischio per il diritto alla salute.

Disabili.com, analisi dell’emendamento 13.0.400 sulla suddivisione dei costi delle rette nelle RSA e nelle strutture per persone con disabilità.

Medicina Democratica, «Ancora tagli alle cure delle persone anziane malate e non autosufficienti», marzo 2025.

Il Fatto Quotidiano, ricostruzione della proposta della Lega sulle prestazioni socio-assistenziali ai malati gravissimi, febbraio 2025.

Gruppo Solidarietà (Grusol), «Persone non autosufficienti. La proposta di modifica della normativa sociosanitaria: genesi, finalità ed effetti».

Eurostat, dati sulla spesa sanitaria a carico diretto delle famiglie (out-of-pocket), 2022.

Welforum.it, analisi sull’attuazione della legge 33/2023 e sul disegno di legge in materia di caregiver familiare, 2025–2026.

Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza, dati sui caregiver familiari in Italia.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

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