Vivo nel Paese della Menzogna. E ora basta.

Io vivo in un Paese che si chiama Italia. Ma non è l’Italia del Risorgimento, non è quella della Resistenza, non è quella della Costituzione nata dal sangue dei partigiani. È un’altra Italia. È l’Italia della resa, della complicità, della memoria amputata e della verità seppellita. È l’Italia dove il potere non si elegge: si tramanda, si compra, si vende. È l’Italia che ha dimenticato il proprio passato per servire i padroni del presente.

Io vivo in un Paese che ha fatto la guerra ai lavoratori e ha chiesto la pace ai fascisti. Un Paese dove si è concesso il perdono a chi ha ucciso la libertà, ma non a chi ha provato a difenderla. L’amnistia di Togliatti è la pietra tombale sul sogno di giustizia dei partigiani, il bacio della morte dato al cuore della Resistenza.

Un Paese che, ottant’anni dopo la caduta di Mussolini, è riuscito nell’impresa storica e criminale di riportare i fascisti al governo. Con Giorgia Meloni presidente del Consiglio, cresciuta nei ranghi dell’estrema destra post-MSI, portavoce di un revanscismo che ha rivestito di toni patriottici e mainstream l’ideologia che dovrebbe invece essere sepolta per sempre sotto le macerie della Storia. Ma l’Italia no, l’Italia li resuscita, li premia, li fa ministri. Li legittima.

Vivo nel Paese delle stragi di Stato. Piazza Fontana, Italicus, Brescia, Bologna: non numeri, ma ferite aperte, lacerazioni ancora sanguinanti, sulle quali si è steso il silenzio dei colpevoli e la complicità degli apparati. Gli stessi apparati che hanno gestito la guerra sporca tramite Gladio, con il placet della CIA, la regia di Licio Gelli, e il silenzio complice di una politica genuflessa.

Un Paese che ha fatto saltare i suoi giudici in aria, letteralmente. Chinnici, Falcone, Borsellino. Tre nomi scolpiti nella roccia della verità, fatti a pezzi dalle bombe dello Stato e delle mafie, alleati in un patto di morte. Non li hanno uccisi solo i mafiosi. Li ha condannati lo Stato, li ha traditi la politica, li ha dimenticati un popolo troppo distratto dal prossimo reality show per accorgersi che moriva, con loro, l’ultima coscienza democratica di questo Paese.

Vivo in una colonia travestita da democrazia. Dove ogni decisione importante passa per Washington, Bruxelles o Tel Aviv. Dove i governi cambiano, ma il padrone resta. Dove il meridione viene sistematicamente affamato, marginalizzato, lasciato marcire sotto il sole per fare spazio alle mire neocoloniali di Francia, Inghilterra e Israele sul Mediterraneo.

In questa colonia chiamata Italia, ogni bene comune è stato saccheggiato. Le autostrade svendute ai Benetton, la scuola pubblica smantellata, la sanità trasformata in business, l’energia consegnata agli oligopoli, le pensioni ridotte a elemosina. Il Ponte Morandi non è caduto per caso: è il simbolo di un Paese dove la vita viene messa in conto economico, e se conviene si può anche lasciarla crollare.

Io vivo in un Paese che disprezza chi ha avuto il coraggio di ribellarsi, di alzare un fucile per combattere un sistema insostenibile. E glorifica chi ha fatto carriera nella pace dei cimiteri. Abbiamo trasformato la ribellione in follia, la giustizia in utopia, la resistenza in terrorismo. Perché ce lo ha detto Vespa, ce lo ha raccontato Mieli, ce lo ha ordinato Panza. E noi, come automi, ci siamo inchinati.

Dal 1991 in poi abbiamo assistito a uno smantellamento sistematico di ogni garanzia, ogni diritto, ogni forma di sovranità popolare. Ce lo ha chiesto l’Europa, ci hanno convinti che era per la nostra sicurezza, per il nostro bene, per il mercato. In nome del “mercato” ci hanno tolto la casa, il lavoro, la dignità, la possibilità di sognare. In nome dell’“ordine pubblico” ci hanno tolto la voce, la piazza, la coscienza.

E quando qualcuno ha provato a ribellarsi, come Carlo Giuliani, gli hanno sparato in testa. E chi ha applaudito era lo stesso “popolo” che oggi si commuove per un post su Instagram. Ipocrisia travestita da civiltà.

Io vivo in un Paese che ha lasciato morire di fame, di solitudine e di vergogna migliaia di esodati. Che ha condannato alla precarietà intere generazioni. Che ha trasformato i bambini in target di marketing e gli anziani in zavorra. Un Paese dove i giovani non hanno più sogni, e i vecchi non hanno più memoria. Dove la rabbia viene sublimata in tweet e like, e le rivoluzioni in petizioni su Change.org.

Io vivo in un Paese che ha applaudito il colpo di stato in Ucraina, che ha guardato senza battere ciglio le milizie neonaziste massacrare i civili del Donbass, e oggi si scandalizza se i palestinesi resistono. Lo stesso Paese che ha chiuso gli occhi su Piombo Fuso, Margine di Protezione, Scudo del Sud, e adesso su Sderot, Rafah, Khan Yunis, Gaza. Uno sterminio in diretta mondiale, con il patrocinio della stampa occidentale.

E in questo Paese, c’è ancora qualcuno che pretende di fare il processo a Hamas. Di dire ai palestinesi come si fa la resistenza. Di spiegare, da una comoda tastiera o da un talk show, che bisogna essere “progressisti”, “laici”, “inclusivi”. Come se davanti a un F-35, a una bomba al fosforo, a un cecchino israeliano, la resistenza dovesse essere bella, pulita e sorridente.

Questo è il riflesso più perverso del suprematismo bianco. La convinzione che i popoli oppressi debbano adeguarsi agli standard morali dell’oppressore. Che chi subisce lo sterminio debba essere pure gentile, democratico, moderato. Perché se osa colpire, se risponde, se urla, allora non è degno di solidarietà. Allora è terrorismo.

Io non ci sto. Io non accetto più questa narrazione.

Voglio un’Italia che abbia il coraggio di fare i conti con il proprio passato. Di riconoscere le proprie complicità. Di smettere di fare la serva ai criminali della finanza globale. Voglio un’Italia che rompa le catene dell’atlantismo, dell’europeismo liberista, del sionismo imperialista. Voglio un’Italia libera, vera, radicale.

Un’Italia in cui il sangue versato non sia più merce di scambio. In cui la memoria non sia un alibi per l’inazione, ma un motore per la rivoluzione. Un’Italia in cui il popolo non sia gregge, ma massa cosciente. Un’Italia che smetta di parlare di “pace” quando intende “resa”, e che torni a pronunciare la parola giustizia senza vergogna.

È ora di rialzare la testa. È ora di gridare che non siamo più disposti a vivere inginocchiati. È ora di scegliere da che parte stare: con chi opprime o con chi resiste. Io ho scelto.

E tu?

Fonti integrative consultate:
• ISPI – Dossier sulle stragi di Stato
• Limes – Italia, colonia d’Occidente
• Mondoweiss, Middle East Monitor – Gaza e Palestina
• Grayzone – Ucraina e golpe del 2014
• [Amnesty International e HRW – Crimini di guerra israeliani]
• [Archivio RAI – Meloni, neofascismo e Fratelli d’Italia]
• [Centro Studi Paolo Borsellino – Stragi di mafia e Stato]

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