Non ci sono errori nel libro: Valditara vuole solo il Ministero della Verità(Dietro la censura, il vuoto del pensiero e il ritorno del fascismo eterno)

C’è una scena, ormai celebre e tristemente sintomatica, che dice tutto su chi ci governa: Augusta Montaruli, deputata di Fratelli d’Italia, ospite in televisione, incalzata da un giornalista che osa chiederle conto della sua coerenza democratica, risponde facendo “bau bau”, scimmiottando il verso di una cagnolina, nella convinzione di zittire la critica con il dileggio infantile. Una performance che, più di mille discorsi, svela la qualità intellettuale e morale della nuova classe dirigente: incapace di argomentare, ridotta a smorfie e rumori, in una regressione che non è solo stilistica, ma profondamente politica.

Questo episodio non è un caso isolato, ma lo specchio fedele di una destra incapace di emanciparsi dalle radici autoritarie e fasciste da cui proviene. Quando si trova davanti a una verità scomoda, non risponde con la forza delle idee, ma con la minaccia, la censura, la derisione e – se necessario – il richiamo all’ordine costituito di altri tempi.

Censura, revisionismo e la nostalgia dell’epoca buia

Prendiamo la questione del libro di testo Trame del tempo. Un testo che si limita a mettere in fila dati di fatto: la continuità storica e ideologica tra il fascismo e Fratelli d’Italia, la natura liberticida di certi decreti, la criminalizzazione sistematica dei migranti. Niente di più, niente di meno che una fotografia del presente, condivisa da migliaia di articoli, saggi, inchieste.

Eppure, tanto basta a far saltare i nervi a Montaruli e al ministro Valditara, che, anziché entrare nel merito delle argomentazioni, invocano la censura, la rimozione del libro, la verifica inquisitoria delle sue affermazioni. Ecco il salto indietro nel tempo: si torna alla circolare ministeriale dell’8 maggio 1930, quando si imponeva che i libri di testo fossero “aderenti allo spirito e all’azione del Regime fascista”, non solo in alcune frasi, ma nell’impianto stesso del pensiero. Non una deviazione casuale, ma un progetto preciso: rimettere in piedi la scuola del Regime, non più quella della Costituzione antifascista.

Il ritorno delle leggi fasciste: la povertà di pensiero e la paura della libertà

Qui sta il nodo che va oltre il singolo provvedimento: i “nostri” governanti, di fronte ai dilemmi della modernità, non sanno elaborare pensiero nuovo, nemmeno conservatore, ma ripescano a piene mani dal bagaglio normativo del fascismo, come chi non sa più leggere il presente e si rifugia in un passato morto, per paura di ogni forma di progresso. Non si tratta solo di un legame storico, ma di una vera e propria prigione mentale. L’essenza del fascismo, ieri come oggi, è la regressione: la paura della complessità, la ricerca del nemico, la blindatura del pensiero in pochi, tetragoni dogmi. Il fascista – e chi ne eredita il metodo – non può, per definizione, progredire. Chi esce dal recinto, chi ragiona, chi argomenta e mette in discussione il potere, è pericoloso e va zittito, deriso, espulso, o – se necessario – cancellato dai libri.

Le crepe della Democrazia e la responsabilità collettiva

Ma non si può attribuire tutto solo alla pervicacia reazionaria di chi oggi siede al potere. Questi soggetti si sono insediati proprio nelle crepe della Democrazia, crepe che si sono formate nei decenni per colpa di un mancato presidio, di una vigilanza venuta meno da parte di chi doveva garantire, controllare e attuare la Costituzione. Laddove si è lasciato spazio all’incuria, loro hanno saputo insinuarsi, e ora stanno allargando queste fratture per disorganizzare l’ordine democratico, per scardinare ogni equilibrio, per far crollare l’intero impianto repubblicano. Lo fanno con il loro stile di sempre, quello fascista: approfittando della debolezza e della disattenzione di una società che ha smesso di difendere attivamente le sue conquiste. Non è solo l’assalto dall’esterno, ma il risultato di una corrosione interna, favorita da una classe dirigente che ha dimenticato la funzione critica e il dovere di memoria che spetta a chi si dice democratico.

Così si capisce perché si scelga di evocare vecchie leggi di regime, invece di affrontare la realtà con strumenti nuovi, magari anche di destra, ma degni di un Paese che si definisce moderno e democratico. La loro è una destra incapace di modernità, perché il pensiero moderno implica il dubbio, la dialettica, la tolleranza, la libertà di critica: tutte cose che fanno paura a chi ha solo dogmi e slogan.

La scuola come campo di battaglia della democrazia

Non è un caso se, ovunque nel mondo, la destra estrema – direttamente o latamente fascista – ha messo le mani sulla scuola molto più della sinistra neoliberale. La scuola è il primo luogo dove si forma il pensiero critico, l’ultimo baluardo di una democrazia reale. Ecco perché si accaniscono contro i libri “non graditi”, ecco perché riscrivono le Indicazioni nazionali, affidando a personaggi come Galli della Loggia il compito di restaurare il nazionalismo più retrivo e paranoico.

Quello che non riescono a dire, lo urlano con i provvedimenti, con la censura, con la minaccia. Non è la scuola della Repubblica, non è la scuola della Costituzione, non è la scuola della pace e dell’antifascismo: è la scuola del sospetto, della paura, della fedeltà all’ordine.

Ministero della Verità, orwellismo reale

Le richieste di “verificare” i libri, di controllare che nessuno si discosti dalla verità di regime, sono la versione attuale del Ministero della Verità di orwelliana memoria. Valditara non vuole garantire la libertà di insegnamento, ma normalizzare, omologare, soffocare la storia e la memoria collettiva. C’è poco da ridere: è l’anticamera della censura, la violazione esplicita della Costituzione, come ha ricordato Alessandro Laterza.

Il risultato è un Paese sempre più chiuso, impaurito, intollerante: un Paese dove il dissenso non si discute, si elimina; dove il pensiero non si argomenta, si deride (“bau bau”); dove la verità non si ricerca, si impone.

Contro il fascismo eterno: non basta vedere, bisogna reagire

Michela Murgia aveva ragione: “fascista è chi il fascista fa”. Ma il problema è che molti italiani fanno ancora finta di non vedere, accontentandosi delle smorfie e delle scenette in tv, pensando che siano solo folklore. Ma il folklore, quando diventa potere, è sempre pericoloso. Soprattutto quando dietro la maschera c’è il nulla del pensiero e il vuoto della democrazia.

Forse è il momento di svegliarsi davvero: non solo per chi scrive e pubblica libri, ma per chiunque voglia vivere in un Paese dove la libertà, la critica e la memoria non siano solo parole vuote. La scuola è il primo campo di battaglia: se cede quella, tutto il resto è già perso.

Fonte: articolo di Tomaso Montanari pubblicato sul fatto quotidiano

La relazione della Cassazione che smaschera il Decreto Sicurezza: quando un governo diventa incompatibile con la Repubblica nata dalla Resistenza

La relazione n. 33/2025 dell’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione non è un semplice documento giuridico: è un atto di verità che risuona come un monito, come una voce profonda che richiama ciascuno di noi al senso più autentico di appartenenza repubblicana. Non si limita a indicare lacune o imperfezioni tecniche, ma smonta, con chirurgica precisione, l’intera impalcatura del cosiddetto Decreto Sicurezza, rivelandone la natura strutturalmente anticostituzionale. È un grido silenzioso, ma potente, che ci interroga: che ne è della Costituzione nata dalla lotta partigiana contro il nazifascismo, se chi governa se ne fa beffe?

Dentro questa relazione c’è la dignità di un Paese che si fonda sulla democrazia sostanziale, non su una maggioranza parlamentare costruita da leggi elettorali truffaldine. La Cassazione denuncia come il Decreto Sicurezza, lungi dall’essere un testo a tutela dell’ordine pubblico, sia piuttosto un minestrone pericoloso di norme disparate, create per restringere le libertà, reprimere il dissenso, marginalizzare i poveri e normalizzare la paura come strumento di governo. Nessuna reale urgenza, nessuna necessità concreta. Solo la volontà politica di governare con la paura, instaurando un clima di eccezione permanente che ricorda, nelle sue fondamenta giuridiche, le leggi fascistissime del 1924.

Un abuso della decretazione d’urgenza che viola la Costituzione

La Relazione smaschera la vera natura dell’operazione politica: il governo ha trasformato un disegno di legge già prossimo all’approvazione in decreto-legge per accelerarne l’iter, calpestando l’art. 77 della Costituzione. Nessun caso straordinario di necessità e urgenza giustificava la scelta. La Cassazione, riportando il parere unanime dei costituzionalisti, parla di “colpo di mano” che umilia il Parlamento e trasforma la decretazione d’urgenza da strumento eccezionale a scorciatoia politica.

Si tratta di una pratica pericolosa, che esautora il Parlamento dalla sua funzione legislativa, riducendolo a un organo di ratifica. La relazione evidenzia come questa forzatura violi il principio del bicameralismo paritario (art. 55 Cost.) e la riserva di legge in materia penale, elemento cardine di garanzia per i diritti fondamentali.

Una bulimia punitiva senza giustificazione

Il Decreto Sicurezza introduce:
• nuove fattispecie di reato, anche già depenalizzate in passato;
• nuove aggravanti generali e speciali;
• un inasprimento generalizzato delle pene.

Una vera bulimia punitiva, come la definisce la Cassazione, che non nasce da esigenze di giustizia, ma da una visione securitaria e autoritaria della società, dove la legge penale diventa strumento di paura e dominio.

L’articolo 31 e l’impunità dei servizi segreti

C’è un passaggio, nella relazione, che scuote più di altri: la critica all’articolo 31, che conferisce ai servizi segreti poteri speciali e deroghe ai normali limiti di legge. Un articolo che crea sacche di impunità e sottrae intere attività al controllo della magistratura. In un Paese fondato sul principio di legalità, l’idea stessa che un apparato dello Stato possa agire senza rispondere alla legge è la negazione dell’ordine democratico. Qui il diritto si piega alla ragion di Stato, l’interesse pubblico viene sostituito dall’interesse di potere, il cittadino non è più persona ma bersaglio potenziale. E in questo scivolamento silenzioso, che passa inosservato tra la confusione mediatica, si consuma la vera tragedia di un popolo: la perdita della libertà senza che nemmeno se ne accorga.

Una critica unanime dalle istituzioni giuridiche

L’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale, l’Associazione Nazionale Magistrati, l’OSCE e l’ONU hanno denunciato questo decreto come pericoloso, discriminatorio verso migranti e minoranze, e in violazione dei diritti umani fondamentali. Persino l’Unione Camere Penali ha deliberato un’astensione dalle udienze, definendolo un abuso della decretazione d’urgenza senza alcuna base costituzionale.

La funzione alta del Capo dello Stato

Ma la relazione Cassazione non parla solo ai giuristi. Parla al Paese intero, dicendo chiaramente che la legittimità politica non può essere ridotta a una formula aritmetica di seggi parlamentari. Non si governa un popolo quando la propria azione è incompatibile con i principi della Costituzione. La Costituzione è legge suprema non solo perché lo stabilisce un articolo, ma perché rappresenta il patto fondativo tra lo Stato e i cittadini. Senza rispetto per questo patto, ogni maggioranza diventa usurpazione, ogni decreto diventa imposizione, ogni legge diventa oppressione.

Ed è qui che si apre una riflessione sulla funzione alta del Capo dello Stato. Nella sua veste di garante della Costituzione, il Presidente della Repubblica non è un notaio che ratifica decisioni politiche, ma un custode della legalità costituzionale. Se un governo, pur formalmente legittimo in Parlamento, si rivela sostanzialmente incompatibile con i principi supremi dell’ordinamento, è prerogativa – e forse dovere – del Capo dello Stato valutare la possibilità di sciogliere le Camere e restituire al popolo la sovranità che la Costituzione gli attribuisce come fonte originaria di ogni potere. Perché la democrazia non è dominio della maggioranza, ma rispetto dei diritti di tutti. Perché la Repubblica non è un possedimento di chi vince le elezioni, ma una casa comune costruita con il sacrificio di milioni di persone che hanno lottato per la libertà.

Un appello etico oltre il diritto

In questo senso, la relazione Cassazione è più di un atto giuridico. È un testo filosofico, un appello al diritto come scienza della giustizia e non come tecnica del dominio. Ci ricorda che ogni legge deve discendere dalla Costituzione come un fiume dalla sorgente, e non come un torrente in piena che travolge tutto ciò che incontra. E ci chiede di non accontentarci di un governo che considera la Carta un ostacolo da aggirare: la Costituzione è il limite al potere, e senza limiti il potere diventa tirannia.

Oggi, mentre il Paese si confronta con la crisi di legittimità morale di questo esecutivo, la relazione Cassazione n. 33/2025 diventa un manifesto civile. Non ci chiede solo di indignarci. Ci chiede di agire, di alzare la testa, di non abituarci alla deriva. Ci ricorda che la democrazia non è un dono, ma una conquista quotidiana, fragile, esigente. E che ogni volta che restiamo in silenzio davanti alla sua violazione, perdiamo un pezzo della nostra libertà, della nostra dignità, della nostra storia.

Polizia politica e infiltrazioni: l’ombra inquietante della deriva autoritaria

La notizia riportata da Fanpage e rilanciata con forza da Luigi de Magistris apre un interrogativo oscuro e pericoloso per la tenuta democratica del nostro Paese: cinque poliziotti infiltrati in movimenti e partiti politici come “Potere al Popolo” e “Cambiare Rotta” in più città italiane. Non parliamo di associazioni criminali, né di organizzazioni terroristiche, ma di realtà tutelate esplicitamente dalla nostra Costituzione.

Questa operazione inquietante avviene sotto l’assordante silenzio del governo, che sembra aver perso ogni interesse verso l’obbligo di trasparenza e responsabilità democratica. Sorge spontanea una domanda cruciale: chi ha deciso e coordinato queste infiltrazioni? Quale ruolo hanno avuto il ministro dell’Interno, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, e la stessa presidente del Consiglio?

La giustificazione dell’antiterrorismo appare debole, pretestuosa e profondamente inquietante. Usare lo spettro del terrorismo per criminalizzare dissenso e protesta riporta alla mente le peggiori pagine della storia italiana degli anni ‘70, quando l’emergenza comunista diventava il pretesto per instaurare un regime di eccezione permanente. Non a caso, l’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione, nella relazione n. 33/2025, ha appena definito il cosiddetto “Decreto Sicurezza” come un grottesco “minestrone pericoloso” che mescola insieme, senza criterio, mafia, migranti, canapa e dissenso politico.

La Cassazione ha evidenziato con chiarezza che questo decreto non colpisce semplicemente chi delinque, ma soprattutto chi dissente, chi protesta, chi resiste pacificamente. In altre parole, questo decreto rappresenta una minaccia diretta alla libertà d’espressione e ai diritti costituzionali fondamentali. Una vera e propria “licenza a delinquere” per apparati dello Stato, nel nome di una presunta sicurezza che diventa sempre più spesso sinonimo di repressione.

Ma c’è un punto ancora più grave e pericoloso, spesso trascurato nel dibattito pubblico: l’articolo 31 del Decreto Sicurezza.
Questo articolo, tra i più discussi e contestati, attribuisce ai servizi segreti italiani poteri speciali e forme di immunità ulteriori rispetto alla già ampia cornice legislativa esistente. In nome della prevenzione del terrorismo e della “sicurezza nazionale”, l’articolo 31 consente agli apparati di intelligence di operare in deroga alle norme ordinarie, sottraendosi anche ai normali controlli della magistratura. Si introduce così una zona d’ombra istituzionale, nella quale le attività dei servizi possono spingersi fino a lambire (o travalicare) il confine della legalità, con rischi enormi per i diritti fondamentali, la privacy e la libertà di partecipazione politica.

Ma c’è di più: mentre il governo impiega ogni mezzo per reprimere e delegittimare l’opposizione democratica, consente ai suoi gruppi di riferimento più estremisti di inneggiare impunemente al fascismo. Basta ricordare il servizio di Fanpage sui giovani di Fratelli d’Italia e sulle pratiche neofasciste tollerate negli ambienti del partito. Mentre le forze dell’ordine sfrattano con la forza famiglie e occupanti in assenza di una reale politica per il diritto alla casa, gli stessi apparati dello Stato chiudono più di un occhio su storiche occupazioni illegali come quella di CasaPound a Roma, lasciando indisturbati i portabandiera dell’estremismo di destra. Questo doppio standard, questo “doppio pesismo” è la prova tangibile di una gestione del potere che usa la legge come clava contro chi si batte per i diritti e la giustizia sociale, e come scudo per chi inneggia alla restaurazione autoritaria.

Infiltrare movimenti politici pacifici, studenteschi e sociali significa instaurare di fatto una polizia politica, che monitora e controlla chi si batte per un cambiamento democratico. Questo è incompatibile con lo stato di diritto. Non si può accettare che la democrazia sia sacrificata sull’altare della paura e del controllo. Non si può tollerare che dissenso e contestazione vengano etichettati come terrorismo.

Ecco perché oggi, di fronte a questo doppio binario dell’autoritarismo e della repressione selettiva, bisogna alzare l’asticella dell’urgenza e dell’attenzione.
Siamo a un bivio cruciale per la nostra democrazia: il rischio non è più solo teorico, ma concreto e sotto gli occhi di tutti. Tocca a chi crede nella Costituzione, nella libertà e nella giustizia farsi sentire prima che il silenzio diventi complicità e la libertà un lontano ricordo.

Dittatori e burattini: il riarmo NATO, la sottomissione dell’Italia e l’Occidente in ginocchio

L’Italia si impegna a destinare il 5% del PIL alle spese militari entro il 2035, in ossequio ai diktat USA. Un articolo di denuncia sul servilismo atlantista, l’attacco all’Iran, la complicità col genocidio palestinese e l’urgenza di un fronte per la pace e la giustizia sociale.

❖ Altro che “si vis pacem, para bellum”: qui si prepara la guerra, e la si prepara contro i popoli.

Nel vertice NATO dell’Aja è stata siglata la condanna a morte del welfare europeo. Giorgia Meloni, nel consueto esercizio di servilismo travestito da statalismo muscolare, ha firmato l’impegno a portare la spesa militare italiana al 5% del PIL entro il 2035:
• 3,5% per armamenti, stipendi e pensioni militari
• 1,5% per “sicurezza nazionale” (cyber, infrastrutture, difesa industriale)

Un totale da 700 miliardi di euro in dieci anni. Una cifra spaventosa che verrà estorta ai cittadini italiani attraverso tagli draconiani a sanità, scuola, pensioni e assistenza sociale. O con un aumento delle tasse che colpirà i ceti popolari.

❖ Mark Rutte: il maggiordomo della guerra

L’episodio più emblematico del degrado istituzionale europeo è racchiuso nel messaggio privato inviato da Mark Rutte a Donald Trump, poi pubblicato su Truth Social:

“Dear Donald, congratulations and thank you for your decisive action in Iran. Europe is going to pay in a BIG way. Something no American president in decades could get done.”

Una genuflessione perfetta. Applausi al bombardamento dei siti nucleari iraniani. Benedizione al modello imperiale americano. Umiliazione di tutta l’Europa.

❖ Iran sotto attacco: la guerra invisibile e i silenzi colpevoli

Facciamo chiarezza. L’Iran non ha “risposto”. Ha subito:
• 13 giugno: Israele bombarda i siti nucleari iraniani a Natanz.
• 22 giugno: gli USA colpiscono con bombardieri B‑2 e bombe penetranti GBU‑57 i centri di Fordow, Isfahan e di nuovo Natanz.
• Gli effetti sono parziali. Ma l’obiettivo è chiaro: destabilizzare, provocare, spingere l’Iran al limite.

Trump si vanta. Netanyahu applaude. L’Europa tace. E l’Italia si accoda.

❖ La Palestina cancellata dal discorso europeo

Gaza continua a morire. Tra bombardamenti, carestia artificiale e sistematica distruzione delle infrastrutture civili, la “sicurezza di Israele” è diventata la foglia di fico della barbarie occidentale.
E Giorgia Meloni, invece di difendere il diritto internazionale, non trova il coraggio di nominare nemmeno la parola Palestina. Solidarizza con il regime suprematista teocratico israeliano. E parla di pace evocando la guerra:

“Si vis pacem, para bellum”
Un motto abusato da chi brandisce la Costituzione solo quando fa comodo. Perché l’articolo 11 recita altro:
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.”

❖ Sánchez dice NO. E noi?

In questo scenario grigio, arriva l’unico NO politico d’Europa: quello della Spagna di Pedro Sánchez, che ha rifiutato di sottoscrivere l’impegno al 5%. Non ha lasciato la NATO, non ha messo in discussione tutto.
Ma ha fatto ciò che nessun altro ha osato: ha detto basta all’austerità bellica.
Una crepa nel monolite atlantista. Una boccata d’aria che dimostra che un’altra posizione è possibile.

❖ Serve un Fronte per la Pace e la Giustizia Sociale

È ora di passare all’azione politica e culturale. Serve un Fronte popolare per la Pace e la Giustizia Sociale, che ponga fine all’ipocrisia e dica:
• NO al 5% del PIL per la guerra
• NO alla NATO come braccio armato delle oligarchie
• NO al genocidio del popolo palestinese
• NO al dominio della teocrazia suprematista israeliana

E che affermi:
• SÌ a diritti, lavoro, scuola, salute
• SÌ alla neutralità attiva e alla sovranità democratica
• SÌ a una politica estera coerente con la Costituzione

Chi tace, chi tergiversa, chi finge di non vedere, è complice.

❖ ribaltiamo il tavolo

Mentre miliardi vengono destinati alle armi, milioni di cittadini restano senza cure, senza casa, senza futuro.
La guerra non è sicurezza. Il riarmo non è progresso.
È un furto. Un disastro. Un crimine sociale.

Pace, diritti, dignità: questo è il nostro programma.
Ribaltare il tavolo, ora. Prima che sia troppo tardi.

NoAlRiarmo #FronteDellaPace #GiustiziaSociale #DifendiamoLaCostituzione #FuoriDallaNATO #Stop5PerCento #ConLaPalestina #ControLaGuerra

Repressione di Stato: il Decreto Sicurezza che criminalizza il dissensoDalle tangenziali di Bologna ai tribunali: l’Italia scivola verso una democrazia punitiva

Nel cuore di Bologna, operai e sindacalisti di Fim, Fiom e Uilm hanno osato attraversare poche centinaia di metri di tangenziale per rivendicare un diritto fondamentale: il rinnovo di un contratto atteso da oltre un anno. Nessun atto violento, nessuno scontro con la polizia, nessuna minaccia alla sicurezza pubblica. Eppure, per questo gesto simbolico e pacifico, rischiano fino a due anni di carcere. Non è una distopia. È l’Italia del 2025, governata da chi brandisce il diritto penale come una clava contro la protesta sociale.

Il nuovo Decreto Sicurezza, convertito nella Legge 80 del 9 giugno 2025, non protegge i cittadini: li zittisce. Non difende l’ordine pubblico: lo militarizza. A essere colpiti non sono vandali o facinorosi, ma lavoratori onesti che, in assenza di risposte istituzionali, scelgono la strada — civile — della mobilitazione.

Il reato? Usare il proprio corpo per dire “basta”

La modifica all’articolo 14 del decreto legislativo 66/1948 criminalizza qualsiasi interruzione della circolazione stradale: non più solo oggetti o ostacoli, ma anche il semplice “corpo” del manifestante è oggi considerato strumento di reato. Chi protesta in gruppo rischia fino a due anni di reclusione. È la giustizia del manganello legale, figlia di una cultura securitaria che mira a smantellare il diritto al dissenso.

L’inversione di tendenza è netta: se negli anni passati blocchi stradali come quelli degli allevatori del Nord contro le quote latte erano tollerati o persino sostenuti dalla Lega, oggi le stesse modalità di protesta — se attuate da operai, migranti o studenti — diventano un crimine. La selettività repressiva è la vera cifra politica di questo governo.

La saldatura perversa: il sindacato e il suo carnefice

La vicenda assume contorni grotteschi quando si scopre che uno degli uomini chiave dell’esecutivo, Enrico Sbarra, ex leader della Cisl, è ora sottosegretario al Mezzogiorno, mentre i suoi ex compagni di lotta sindacale rischiano denunce e carcere. Un’alchimia politica perversa in cui il potere co-opta, anestetizza e poi reprime. Lo Stato assorbe il corpo intermedio del sindacato e lo rigetta nel momento in cui torna a essere conflittuale. Un processo di normalizzazione autoritaria mascherato da efficienza legislativa.

Ma il cortocircuito morale è ancora più evidente se si guarda al resto della compagine di governo. Ministri sotto inchiesta per reati ben più gravi — come Daniela Santanchè, indagata per truffa ai danni dello Stato e falso in bilancio — restano saldamente al loro posto, immuni da qualsiasi sanzione. Deputati, sottosegretari, dirigenti di partito coinvolti in scandali finanziari, clientelismi, fondi illeciti o addirittura coperture su vicende legate alle stragi di mafia sono protetti dal silenzio e dalla complicità delle istituzioni.

E mentre questi personaggi occupano le stanze del potere, gli operai vengono mandati davanti ai giudici. Mentre il governo tenta di riscrivere la verità storica su Falcone e Borsellino, minimizzando o alterando le responsabilità politiche e istituzionali nelle stragi del ’92, chi denuncia le ingiustizie presenti viene criminalizzato. È il volto di un regime che si mostra forte con i deboli e debole con i forti. Un regime che reprime chi dissente e protegge chi si arricchisce violando le leggi.

Come ha spiegato Ferdinando Uliano, leader della Fim-Cisl, la manifestazione era ordinata e simbolica: “Abbiamo percorso poche centinaia di metri sulla tangenziale senza provocare alcun disagio. Ma siamo pronti a far valere le nostre ragioni coi nostri legali”.

Bologna non è un caso isolato

Non si tratta di un episodio isolato. La repressione del dissenso è ormai sistemica, selettiva, scientifica. Il Decreto Sicurezza è solo l’ultimo tassello di una strategia più ampia.
• A Pisa, a febbraio 2024, studenti e giovani manifestanti pacifisti furono caricati violentemente dalla polizia durante un presidio contro il genocidio in Palestina. Le immagini di ragazzi minorenni colpiti da manganellate fecero il giro del mondo, ma il ministro Piantedosi parlò di “ordine necessario”.
• A Roma, gli attivisti per il clima di Ultima Generazione sono stati perseguiti penalmente per aver bloccato il traffico in via Cristoforo Colombo. Gli atti di disobbedienza civile sono trattati come atti eversivi, ignorando deliberatamente il loro carattere nonviolento e simbolico.
• A Torino, lo scorso anno, un presidio dei riders davanti alla sede di Glovo fu disperso con denunce per “interruzione di pubblico servizio”. Nessuna attenzione alle condizioni di sfruttamento che quei lavoratori denunciavano.
• A Milano, i collettivi universitari che hanno occupato pacificamente gli atenei per denunciare gli accordi tra Politecnico e aziende belliche come Leonardo sono stati sgomberati con denunce per occupazione e interruzione di pubblico servizio.

Lo schema si ripete: laddove c’è conflitto sociale, arriva lo Stato punitivo. Un potere che non ascolta, ma punisce.

La sicurezza? Solo uno slogan

Il Decreto Sicurezza non stanzia un euro in più per rafforzare le forze dell’ordine nelle periferie, non prevede misure per la prevenzione del crimine, non affronta il degrado sociale. L’unico “nemico” che intende combattere è il cittadino che contesta. Il dissenso viene isolato, criminalizzato, delegittimato.

Come ha sottolineato Chiara Appendino del M5S, “non si tratta di sicurezza, ma di una strategia punitiva per silenziare chi protesta”. Un governo che si difende con la minaccia giudiziaria è un governo debole. E pericoloso.

Una giustizia piegata al potere

Il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, ha parlato giustamente di uso strumentale e propagandistico del diritto penale. Il codice non serve più a tutelare la collettività, ma a difendere l’egemonia di un blocco di potere sempre più sordo e autoritario.

E mentre la protesta sociale diventa un reato, le vere minacce alla sicurezza — come le morti sul lavoro, il dilagare delle mafie, la violenza ambientale — restano sullo sfondo. La repressione selettiva contro chi chiede tutele non è solo ingiusta, è una frode ideologica: si invoca l’ordine per consolidare l’ingiustizia.

La maschera è caduta: un governo fascistoide

Quando a essere colpiti sono lavoratori che chiedono diritti, studenti che chiedono pace, attivisti che chiedono giustizia climatica, non siamo più nel campo della legittimità democratica. Il decreto Meloni mostra una natura intrinsecamente autoritaria, dove lo Stato non è più mediatore, ma sorvegliante. Dove il dissenso non è accolto, ma perseguito.

In questo scenario, la democrazia italiana sembra regredire verso una forma larvata di fascismo istituzionale. Non servono più manganelli e olio di ricino: basta un codice penale piegato all’arbitrio del potere.

dalla sicurezza al silenziamento

Il Decreto Sicurezza è il paradigma di una nuova fase politica: non la gestione del dissenso, ma la sua eliminazione. Non si tratta di difendere l’ordine, ma di reprimere il coraggio. Di sostituire il conflitto sociale con l’obbedienza passiva.

In questo Paese, chi alza la voce viene zittito. Chi cammina per pochi metri su una tangenziale rischia la galera. E chi governa, impunemente, prepara il terreno a una democrazia senza cittadini.

“Chi non si muove, non si accorge delle proprie catene.”
(Rosa Luxemburg)

Silenzio Armato: l’Italia nel mirino del conflitto USA-Iran tra basi NATO, caro-energia e fragilità politica

C’è un silenzio che pesa come piombo nei corridoi di Palazzo Chigi. Nessuna telefonata, nessuna richiesta formale, nessuna nota diplomatica è giunta finora da Washington. Eppure, quel silenzio inquieta più di mille parole. Perché l’Italia è lì, sospesa nel limbo tra alleanza e complicità, tra subalternità atlantica e resistenza formale. “Speriamo che non chiami”, sussurrano sottovoce nei palazzi del potere, alludendo a Donald Trump, regista dell’attacco unilaterale contro l’Iran. Se da Washington arrivasse la richiesta ufficiale di utilizzo delle basi militari italiane per sostenere la macchina bellica americana, per Giorgia Meloni e il suo governo si aprirebbe una voragine politica e istituzionale.

Un Paese informato a cose fatte

L’attacco missilistico americano all’Iran ha colto Roma di sorpresa. La premier Meloni, svegliata alle due di notte non da un alleato ma da canali militari interni, ha dovuto affrontare una crisi diplomatica e strategica con il peso aggiuntivo di un’umiliazione: nessun preavviso da parte della Casa Bianca. A essere informati sono stati, nell’ordine, Londra e Berlino. L’Italia no.

Questo schiaffo geopolitico ha confermato ciò che molti già sospettavano: la nostra nazione, pur ospitando alcune delle basi più strategiche degli Stati Uniti, è considerata un attore minore, facilmente sacrificabile, utile solo in funzione logistica. L’asse preferenziale è ormai altrove, e Meloni, che in questi anni ha costruito la sua legittimazione internazionale sul filo dell’atlantismo, si trova ora nella scomoda posizione di dover “dimostrare fedeltà” senza avere voce in capitolo.

Il nodo Sigonella e il rischio di un suicidio politico

Il nome che riecheggia nei briefing riservati è sempre lo stesso: Sigonella, crocevia storico delle operazioni NATO nel Mediterraneo. La base siciliana, insieme ad Aviano, Ghedi, Camp Darby e Vicenza, rappresenta un assetto cruciale per ogni possibile operazione logistica statunitense. Finora non è arrivata nessuna richiesta formale, ma il governo teme che possa accadere da un momento all’altro. E da Palazzo Chigi trapela una linea sottile quanto chiara: meglio così. Perché un’eventuale richiesta americana obbligherebbe Meloni a passare per il Parlamento. E lì, la maggioranza potrebbe vacillare.

Una parte di Forza Italia non accetterebbe di buon grado un coinvolgimento diretto. La Lega, già scossa da spinte sovraniste interne, cavalcherebbe l’onda del dissenso per ragioni di consenso elettorale. E l’opposizione, galvanizzata da mesi di mobilitazione sulla questione palestinese, sarebbe pronta ad accusare il governo di “servilismo atlantico”, con slogan già scritti: due pesi e due misure, l’Italia non è una portaerei USA, no alla guerra per procura.

Un voto in Aula, in questo contesto, rischierebbe di esplodere in una crisi politica. Lo sanno tutti, anche i ministri Crosetto e Tajani, che nelle ultime ore si affrettano a ribadire: “Nessuna richiesta. Nessuna comunicazione.” Ma il nervosismo è palpabile. È stato inviato un messaggio chiaro a Washington: l’Italia oggi non è in grado di reggere uno scontro di questo livello. Né militarmente, né politicamente, né economicamente.

Lo spettro del caro-energia e lo stretto di Hormuz

In parallelo, si apre un fronte economico che potrebbe mettere in ginocchio l’intero sistema Paese: lo stretto di Hormuz, arteria strategica da cui transita il 40% del greggio mondiale. Se Teheran dovesse effettivamente bloccarlo, come minaccia in risposta all’attacco, il prezzo del petrolio e del gas schizzerebbe alle stelle.

Le conseguenze per l’Italia sarebbero devastanti: boom dei costi energetici, nuova ondata inflattiva, crollo del potere d’acquisto, aumento dei costi di produzione, impennata della spesa pubblica per contenere gli effetti sociali. Tutto ciò mentre l’Europa si prepara a discutere nuove sanzioni e l’Italia tenta disperatamente di difendere le residue relazioni commerciali con l’Iran e, paradossalmente, anche con Israele.

Diplomazia tardiva e teatro dell’assurdo

Di fronte a questo scenario, Meloni prova una manovra d’equilibrismo: rilanciare il ruolo dell’Italia come possibile sede di un negoziato. Si propone un vertice a Roma tra USA, Israele e Iran, sul modello dei dialoghi a cinque avvenuti in passato. Una proposta che suona stonata dopo mesi di allineamento totale con Israele e NATO, durante i quali l’Italia ha votato contro ogni censura per le azioni a Gaza, ha evitato sanzioni economiche contro Tel Aviv e ha aumentato la spesa militare per dimostrarsi “partner affidabile”.

Oggi, questo stesso governo vorrebbe presentarsi come mediatore neutrale. Ma la credibilità è un capitale difficile da ricostruire, soprattutto quando si è già scelto da che parte stare. La diplomazia italiana appare come un teatro dell’assurdo, dove gli attori recitano copioni scritti altrove, sperando di salvarsi dai detriti della storia.

Il Quirinale: garante silente o ultima diga costituzionale?

In questo quadro inquietante, c’è un’istituzione che potrebbe fare la differenza: il Quirinale. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è il capo delle Forze Armate, come stabilisce l’art. 87 della Costituzione. Ma la sua funzione non si limita a una carica simbolica: egli rappresenta l’unità nazionale e ha il dovere di verificare la legittimità costituzionale degli atti del governo, soprattutto quando in gioco vi è la sovranità del Paese e la pace internazionale.

Secondo l’articolo 11 della Costituzione, l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Qualsiasi coinvolgimento, diretto o indiretto, in un conflitto armato richiede l’autorizzazione del Parlamento, ma anche un vaglio del Quirinale. Se Meloni dovesse cedere, magari in silenzio, all’uso delle basi italiane da parte degli Stati Uniti senza un chiaro mandato parlamentare, Mattarella avrebbe non solo il potere, ma il dovere morale e costituzionale di intervenire.

Fino ad oggi il Presidente ha mantenuto un profilo prudente, scambiando telefonate con la premier e aggiornandosi sulla situazione. Ma il tempo dei silenzi istituzionali potrebbe presto finire. In un contesto in cui si rischia di trascinare l’Italia in guerra per via amministrativa, senza un pronunciamento democratico, la voce del Quirinale è chiamata a rompere l’ambiguità, a ribadire che la sovranità popolare e la legalità costituzionale non sono negoziabili. In gioco non c’è solo l’equilibrio internazionale, ma la tenuta democratica della Repubblica.

L’Italia sulla soglia della guerra (senza aver deciso nulla)

L’Italia rischia di entrare in guerra senza nemmeno accorgersene. Non perché lo voglia, ma perché ha smesso da tempo di decidere. Le basi sul suo territorio sono strumenti di altri, i suoi voti nei consessi internazionali sono già assegnati, e le sue dichiarazioni ufficiali sembrano più formule di rito che scelte strategiche. La guerra, se verrà, passerà per i nostri cieli, i nostri porti e le nostre tasche.

E mentre Meloni aspetta che il telefono non squilli, e il Parlamento spera di non dover votare, toccherà forse al Quirinale ricordare a tutti che l’Italia è ancora una Repubblica sovrana e costituzionale. Se anche quel presidio dovesse venire meno, il silenzio dell’Italia non sarebbe solo assordante: diventerebbe complice.

La lunga ombra della trattativa: mafia, destra e apparati, il disegno che non muore mai

Non è nostalgia. È strategia. La saldatura tra pezzi infedeli dello Stato, poteri criminali e forze politiche reazionarie non è mai venuta meno: ha solo cambiato pelle, adattandosi ai tempi. Chi pensava che la “trattativa Stato-mafia” fosse una parentesi chiusa, oggi deve ricredersi. Le trame di ieri riaffiorano oggi, lucide e pianificate. E i protagonisti – vecchi e nuovi – non sono mai usciti di scena.

La sentenza definitiva del processo sulla trattativa Stato-mafia, pur avendo assolto gli ufficiali del ROS Mario Mori e Giuseppe De Donno, ha riconosciuto senza ombra di dubbio che la trattativa ci fu davvero. È un fatto giuridicamente accertato: lo Stato, attraverso i suoi apparati, ha aperto un canale con Cosa Nostra mentre il Paese era ancora coperto dalle macerie di Capaci e via D’Amelio. I mafiosi sono stati condannati, i rappresentanti dello Stato assolti. Ma il fatto rimane. E pesa. Moralmente, politicamente, storicamente.

Come sottolinea Antonio Ingroia nel libro “Traditi” (scritto con Massimo Giletti), ciò che è emerso è l’indicibile: lo Stato, anziché combattere il ricatto mafioso, ha scelto di sedersi al tavolo con gli assassini dei suoi servitori migliori. E se oggi si cerca di riscrivere quella storia, di rovesciare la memoria di Falcone e Borsellino, è perché quella verità — anche se non condannata — fa ancora paura.

Il ritorno di Mori e il controllo sull’antimafia

Il nome di Mario Mori è tornato al centro del discorso pubblico non per un processo o per una sentenza, ma per una serie di intercettazioni recenti, in cui l’ex generale dei carabinieri, già al vertice del ROS e poi del SISDE, discuteva con ex ufficiali, avvocati e giornalisti sulle strategie per pilotare l’indirizzo della Commissione Parlamentare Antimafia. L’obiettivo? Inserire propri consulenti, influenzare la narrativa, emarginare le voci scomode.

Secondo chi ha ascoltato quelle conversazioni, Mori non nega, anzi: rivendica la sua influenza sulla Commissione guidata da esponenti di Fratelli d’Italia, e si adopera per imporre nomi graditi: un magistrato, un professore, un giornalista condannato per diffamazione ai danni di Roberto Scarpinato, uno dei simboli della vera lotta alla mafia.

Il progetto è chiaro: smontare la lettura politica delle stragi, ridurre la figura di Borsellino a un isolato, silenziare chi indagò sulla pista nera e sugli appalti. E magari, insinuare che furono i suoi colleghi della Procura a ostacolarlo. Una narrazione funzionale non alla verità, ma alla vendetta. Non alla giustizia, ma al revisionismo.

Apparati infedeli: gli applausi allo sfregio

Non è solo una questione di nomi. È una questione di legami, di culture comuni, di complicità storiche che si manifestano ancora oggi, persino nei dettagli delle telefonate private.

Nel 2012, durante un’intercettazione della DIA, viene captata una telefonata tra Giuseppe De Donno, già ufficiale del ROS e braccio destro di Mori, e Marcello Dell’Utri, senatore, fondatore di Forza Italia. Nella chiamata, i due si congratulano e si compiacciono vivamente per l’annullamento con rinvio della condanna di Dell’Utri da parte della Corte di Cassazione. Non parlano di diritto, non discutono giuridicamente: gioiscono per la “mazzata” inflitta ai pm di Palermo. Con tono complice, di chi sa da che parte stare.

Marcello Dell’Utri sarà poi condannato in via definitiva dalla Cassazione a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la sentenza, fu il trait d’union tra Cosa Nostra e l’élite politica del nuovo centrodestra berlusconiano, uno degli architetti del patto che permise alla mafia di sopravvivere e adattarsi al nuovo corso istituzionale. Un uomo al centro del disegno politico che ha trasformato la trattativa da fatto emergenziale in strategia di sistema.

È un frammento di verità che pesa come una pietra. Perché mostra la continuità etica — o meglio, anti-etica — tra gli uomini delle istituzioni e i referenti del potere politico vicino a Cosa Nostra. Perché dimostra che chi ha trattato, chi ha omesso, chi ha coperto, non ha mai smesso di sentirsi nel giusto. E oggi è ancora lì. A dettare l’agenda, a entrare nei palazzi, a riscrivere i manuali della Repubblica.

La pista nera che ritorna

Ma proprio mentre si tenta di seppellire la memoria scomoda della “pista nera”, ecco che la storia riemerge. Una testimonianza inedita colloca Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, a Palermo nei primi mesi del 1992. L’uomo che ha attraversato trent’anni di eversione nera, indagato in quasi tutte le stragi, viene visto nella redazione di un giornale siciliano. Non è lì per caso: sta cercando spazio politico, fonda movimenti, stringe alleanze. La sua presenza in Sicilia, a ridosso della stagione delle stragi, non è mai stata spiegata. È stata, semmai, insabbiata.

Già negli anni ‘90, confidenze raccolte da ufficiali dei carabinieri avevano indicato movimenti sospetti dell’estremista nero nella zona di Capaci, legati addirittura a tentativi di recupero di esplosivo. Quelle informative furono archiviate. Arnaldo La Barbera, capo della Mobile e regista delle prime indagini su via D’Amelio, smentì categoricamente. Ma oggi emergono elementi che smentiscono lui. E con lui, l’intera versione ufficiale.

La pista nera non è solo una suggestione: è un’ipotesi mai davvero investigata, perché pericolosa. Perché riconduceva al cuore nero dello Stato, al legame organico tra mafia e destra eversiva, tra strategia della tensione e criminalità organizzata.

Apparati infedeli e convergenze oscure

I rapporti tra mafia e destra non sono una novità. Ma è nella saldatura con apparati dello Stato che il quadro diventa esplosivo. È il caso di Bruno Contrada, vicedirettore del SISDE, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. È il caso delle confidenze e delle amicizie tra Mori, De Donno e Dell’Utri, quest’ultimo figura centrale del berlusconismo delle origini, ideologo, reclutatore, mediatore tra politica, affari e criminalità.

E oggi, mentre si tenta di riscrivere la storia, si rivedono gli stessi schemi: pressioni politiche sull’antimafia, delegittimazione dei magistrati storici, infiltrazioni nei luoghi istituzionali della memoria e della verità. Non siamo davanti a deviazioni, ma a una vera contro-narrazione, organizzata e strutturata, tesa a revisionare la storia degli anni delle stragi, per assolvere apparati, deresponsabilizzare politici, riscrivere le gerarchie del consenso.

La posta in gioco: restaurazione o giustizia?

Ci troviamo di fronte a un progetto di restaurazione, non solo ideologica, ma materiale. Una restaurazione che parte dalla riscrittura del passato per giustificare il controllo del presente. Che trasforma la Commissione Antimafia in un’arena politica, piegata ai desideri di chi la mafia l’ha favorita o usata.

Tutto questo non accade per caso. Avviene in un contesto in cui la repressione si fa legge, la sorveglianza si fa algoritmo, e il dissenso viene etichettato come estremismo. La macchina si chiude, il cerchio si stringe. Il passato eversivo e mafioso diventa il laboratorio ideologico del futuro reazionario.

Non si tratta più solo di negare la verità sulle stragi. Si tratta di preparare il terreno a un nuovo ordine, in cui le voci critiche vengono zittite, e le strutture democratiche vengono svuotate dall’interno.

il dovere della memoria, la necessità della vigilanza

Oggi più che mai, la memoria non è un esercizio storiografico, ma un atto politico. Sapere chi era a Palermo nel 1992, chi parlava con chi, chi insabbiava le piste e chi bruciava i dossier, è decisivo per capire cosa accade oggi nelle aule parlamentari, nelle procure, nelle redazioni.

Non è solo un problema di giustizia storica. È una questione di sicurezza democratica.

Se lasciamo che chi ha favorito le stragi detti oggi la linea sulle stragi, se permettiamo che le vittime vengano umiliate con narrazioni rovesciate, se accettiamo che apparati deviati influenzino ancora le istituzioni, allora il pericolo non è solo di ieri. È qui. È oggi. È ora.

La trattativa non è mai finita. Si è solo fatta sistema. E questo sistema va smascherato. Prima che sia troppo tardi.

Fonti
Le informazioni contenute in questo articolo sono state rielaborate a partire da due inchieste pubblicate il 21 giugno 2025 su Il Fatto Quotidiano, relative alle nuove rivelazioni sulle attività del generale Mario Mori e alla presenza documentata di Stefano Delle Chiaie a Palermo nel 1992. Gli approfondimenti si riferiscono alle indagini della DIA di Firenze, alla sentenza sulla trattativa Stato-mafia, e ai recenti contributi editoriali emersi dal libro “Traditi” di Antonio Ingroia e Massimo Giletti.
Una parte rilevante delle informazioni, inoltre, è stata anticipata nell’ambito della puntata di Report in onda domenica 22 giugno 2025, dal titolo “Mori va alla guerra”, che approfondisce le pressioni esercitate sul lavoro della Commissione parlamentare Antimafia“.

“Italia in Armi: il Centrodestra prepara 10mila riservisti per la nuova guerra globale”

Un Paese in allerta permanente, tra militarizzazione strisciante e consenso armato

Mentre in Parlamento si discute di sanità, scuola e giustizia solo in forma rituale, il governo Meloni–Salvini–Tajani mette le mani sull’esercito, rilanciando l’idea — già sperimentata in altri contesti — di un corpo parallelo, pronto all’uso in caso di guerra, crisi, emergenza o ordine pubblico. Non stiamo parlando di esercitazioni o di simulazioni NATO: il centrodestra, con una proposta firmata dal deputato leghista Nino Minardo, punta a creare una riserva militare attiva composta da 10.000 riservisti, tutti ex volontari in ferma triennale o iniziale, da mantenere operativi per eventuali impieghi anche sul territorio nazionale.

La proposta sarà discussa a partire dall’8 luglio in Commissione Difesa della Camera e rappresenta l’ennesimo tassello nella costruzione di un’Italia militarizzata, sempre più allineata alle strategie atlantiche di “guerra preventiva”, mobilitazione flessibile e difesa interna. Perché se da un lato si parla — ipocritamente — di riserva da impiegare solo in caso di “urgenza”, dall’altro la stessa proposta apre esplicitamente al loro utilizzo non solo in caso di guerra o crisi internazionale, ma anche per la difesa dei confini o situazioni di emergenza nazionale decretate dal Consiglio dei ministri. In altre parole: i riservisti potranno essere impiegati anche per il controllo sociale e l’ordine interno.

Dalla guerra alla pace armata: il paradosso della “riserva ausiliaria”

Il disegno leghista — formalmente ispirato a modelli già esistenti in Francia, Germania e Regno Unito — non nasce nel vuoto. Negli ultimi mesi, l’Italia ha:
• aumentato la spesa militare fino a oltre 30 miliardi annui, con l’obiettivo dichiarato del 2% del PIL entro il 2028 (e secondo indiscrezioni, fino al 5% entro il 2030);
• firmato nuovi accordi di cooperazione strategica con Stati Uniti, Israele e paesi NATO dell’est Europa, con particolare attenzione alla militarizzazione del Mediterraneo e del fronte balcanico;
• annunciato l’acquisto di armi pesanti, nuovi sistemi radar, caccia F-35 e droni da guerra, in linea con le direttive della NATO;
• sostenuto il programma di “resilienza strategica” contro minacce ibride, cyber-attacchi e disinformazione, un eufemismo per giustificare il controllo della rete e la censura preventiva.

È in questo contesto che va inserita la proposta Minardo: non un’iniziativa isolata, ma un pezzo coerente di un piano più ampio di mobilitazione militare permanente, in cui il confine tra difesa e repressione si fa sempre più labile. Come scrive il testo, i riservisti potranno essere richiamati per “periodi trimestrali rinnovabili”, con obblighi annuali di addestramento e disponibilità, e una “ricompensa” di circa 6.000 euro annui. È il ritorno del mercenario patriottico, l’arruolamento soft della precarietà sociale al servizio dell’ordine armato.

Una deriva bipartisan, con finta opposizione

Il Partito Democratico, come prevedibile, non si oppone sul piano dei principi, ma tenta solo una distinzione di facciata. Il deputato Stefano Graziano ha presentato un testo alternativo che prevede l’uso di una “riserva civile” da affiancare alla Croce Rossa Italiana. Ma la logica sottostante resta la stessa: istituzionalizzare la logica emergenziale, legittimare la presenza di corpi armati o parastatali nei momenti di crisi, affidare la gestione del rischio e del disagio a figure addestrate al comando e non al servizio.

E in fondo, anche il PD votò — nel 2022 — l’aumento della spesa militare. Anche il PD ha sostenuto Draghi nel suo abbraccio totale alla NATO. Anche il PD, in silenzio, approva la linea della guerra “difensiva” in Ucraina, il sostegno incondizionato a Israele e la demonizzazione della resistenza palestinese. Nessuna voce fuori dal coro, se non quella di qualche deputato marginale o gruppo extraparlamentare.

La militarizzazione dell’Italia e il controllo del dissenso

Questa riserva militare non serve solo a combattere guerre esterne. Serve, sempre più chiaramente, a prepararsi a gestire un futuro instabile anche dentro i confini nazionali. In un’Italia devastata da crisi sociali, sanitarie, climatiche, dove milioni di cittadini rinunciano alle cure e i salari reali crollano, il governo si prepara a gestire militarmente la povertà, le rivolte, le emergenze ambientali, i flussi migratori, e perfino la protesta sociale.

Il “richiamo” dei riservisti non è altro che la normalizzazione dell’eccezione, la costruzione di un apparato armato parallelo e disciplinato, pronto a sostituire o affiancare le forze dell’ordine nella gestione dell’ordine interno. Una logica che ricorda da vicino i modelli autoritari del Novecento — i corpi speciali creati per sedare rivolte e presidiare il territorio in nome della “sicurezza”.

La memoria corta e il rischio lungo: chi ricorda la leva obbligatoria?

L’abolizione della leva militare obbligatoria, nel 2005, fu salutata da molti come un passo verso una società più civile, meno militarizzata, più consapevole dei propri strumenti democratici. Oggi, a distanza di vent’anni, quello spirito è completamente svanito. Al posto della leva obbligatoria, ecco l’arruolamento volontario incentivato economicamente, che colpisce in particolare giovani disoccupati, precari, ex militari senza prospettive. Una leva economica al posto della coscrizione obbligatoria.

E mentre si riaprono i poligoni, si raddoppiano i fondi per l’industria bellica, si formano task force per la gestione delle “crisi ibride”, si tace sul numero crescente di suicidi tra le forze armate e di polizia, sullo stato di salute mentale dei militari, e sulla qualità democratica di un Paese che forma corpi d’élite pronti a intervenire su qualunque “minaccia”, senza un controllo parlamentare reale.

La guerra permanente come forma di governo

L’Italia sta entrando, passo dopo passo, in una fase di guerra permanente a bassa intensità, dove tutto è emergenza e ogni emergenza giustifica un’eccezione. Il governo lavora a una “riserva” militare, ma in realtà sta costruendo un dispositivo di controllo politico e sociale, in cui l’obbedienza si sostituisce alla partecipazione, l’allarme alla coscienza, l’ordine armato alla giustizia sociale.

Siamo pronti a vedere pattuglie di riservisti nelle stazioni, ai confini, nelle strade in caso di crisi? Siamo pronti ad accettare che l’unica risposta alle crisi sia il fucile e non il dialogo, la repressione e non la solidarietà? Oppure possiamo ancora fermare questa deriva, prima che le nostre democrazie si trasformino, definitivamente, in repubbliche di guerra?

Il tempo per reagire è poco. Ma esiste. E la coscienza — quando risvegliata — può essere più forte di qualsiasi esercito.

007 o agenti provocatori? L’articolo 31 e la mutazione oscura della Repubblica

La legge 9 giugno 2025, n. 80 (in vigore dal 10 giugno) ha completato la trasformazione del cosiddetto Decreto Sicurezza, ma tra le pieghe del testo si cela una mutazione molto più grave di quanto si pensi: l’introduzione dell’articolo 31, quarto comma, che amplia le garanzie funzionali per gli operatori dei servizi segreti, consentendo di commettere gravi reati con l’autorizzazione diretta del Presidente del Consiglio.

Una norma passata quasi sotto silenzio, ma che rappresenta una torsione dello Stato di diritto verso un modello di gestione del potere fondato sul segreto, sull’impunità, sulla sovversione legale delle garanzie costituzionali.

🕵️‍♂️ Dalle missioni coperte a operazioni illegali autorizzate

Secondo il testo approvato, i nostri 007 potranno infiltrarsi in associazioni mafiose o terroristiche, ma anche organizzarle, finanziarle, addestrarle, istigarle. Tutto legalmente. Non è più il modello dell’agente sotto copertura, ma quello dell’agente provocatore di Stato. Uno scenario già visto nella storia oscura della Repubblica.

Volendo esagerare – ma forse non troppo – potremmo dire che lo Stato italiano ha appena concesso la sua personale “licenza di uccidere”. Quella che nei film di James Bond sembrava una provocazione cinematografica, oggi è scritta nero su bianco in un comma di legge: gli agenti dei servizi potranno operare impunemente anche all’interno di dinamiche criminali, sovversive o terroristiche. Non per prevenirle, ma per manovrarle, agitarle, e — se serve — renderle funzionali all’ordine del potere.

🧨 Le radici dell’inganno: stragi di Stato, trattativa e apparati infedeli

La storia italiana è già attraversata da trame nere e servizi deviati, da colpi di Stato abortiti e da una “strategia della tensione” costruita per alimentare paura e repressione. Non si tratta di dietrologia, ma di fatti storici, documentati e mai del tutto processati.
• La strage di Piazza Fontana (1969), Piazza della Loggia (1974), Bologna (1980): attentati coperti, depistati, protetti.
• Il golpe Borghese (1970): un tentativo reale, con appoggi interni ai servizi e ai vertici dello Stato.
• Gladio, la rete clandestina atlantica legata alla NATO, usata per costruire il nemico interno.

E poi, negli anni ’90, la trattativa Stato-mafia, che si sviluppó prima e dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Non fu solo un dialogo sotto banco con Cosa Nostra: fu una resa programmata, in cui pezzi delle istituzioni negoziarono la pace mafiosa in cambio della sopravvivenza politica del sistema.

Emblematica la vicenda di Bruno Contrada, ex vicedirettore del SISDE, condannato in via definitiva a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Un uomo dello Stato, ai vertici dell’intelligence, condannato per aver favorito i clan. Una sentenza storica, che dimostra quanto in profondità si fosse infiltrato il cancro della complicità istituzionale.

E ancora più inquietante è la figura rimasta impunita di “Faccia da mostro”, l’agente senza nome, legato ai servizi e alle cosche, identificato da alcuni collaboratori come presente in luoghi chiave delle stragi. Una presenza avvolta nell’ombra, ma che continua ad agitare i fantasmi della complicità.

Tutto questo viene ripercorso con chiarezza e rigore nel recente libro di Antonio Ingroia, “Traditi”, frutto di una lunga intervista condotta da Massimo Giletti. Ingroia, magistrato e testimone diretto di quella stagione, mostra come Falcone e Borsellino non furono semplicemente assassinati dalla mafia, ma isolati, delegittimati, lasciati soli dallo Stato. Uno Stato che, in alcune sue articolazioni, ha scelto la trattativa anziché la verità.

Ed è qui che il presente si lega al passato. Con l’articolo 31, ciò che un tempo doveva essere nascosto diventa norma. Non più deviazione, ma dottrina. Non più abuso, ma funzione.

📡 Spyware Graphite: quando il monitoraggio diventa regime

Il caso dello spyware Graphite, prodotto da Paragon Solutions, e utilizzato — secondo inchieste giornalistiche — anche contro giornalisti italiani, rappresenta il volto digitale di questa mutazione autoritaria.

I captatori informatici, capaci di penetrare cellulari e dispositivi anche senza che l’utente se ne accorga, sono strumenti di sorveglianza totale. Eppure, a differenza delle intercettazioni tradizionali, non richiedono l’autorizzazione di un giudice, ma solo quella del Presidente del Consiglio o dell’autorità delegata. Un potere enorme, fuori da ogni controllo terzo.

La Corte Costituzionale ha già stabilito che i messaggi archiviati nei device sono corrispondenza tutelata dall’art. 15 della Costituzione. Ma questa legge lo ignora. E in nome della “sicurezza”, si apre la porta a un regime di sorveglianza arbitraria e permanente.

🧱 Democrazia sotto assedio: l’architettura della sospensione dei diritti

L’articolo 31 e lo scandalo Graphite tracciano una traiettoria precisa:
1. Lo Stato può autorizzare la commissione di reati da parte dei propri agenti.
2. Può controllare e violare la privacy dei cittadini senza controllo giudiziario.
3. Può colpire attivisti, giornalisti, dissidenti e oppositori, “legalmente”.

Questo è il cuore della nuova dottrina della sicurezza: non la difesa della Repubblica, ma la sua trasformazione in un apparato repressivo. Una restaurazione neofascista con mezzi tecnologici, dove la sicurezza è solo la maschera della paura, e il dissenso viene trattato come una minaccia interna da neutralizzare.

⚠️ Perché tutto questo? Repressione, non sicurezza

C’è una domanda cruciale che dobbiamo porci: perché ora? Qual è il vero obiettivo di questo apparato?

Non c’è un’emergenza terroristica in Italia. Non ci sono insurrezioni armate. Quello che c’è è un Paese stanco, impoverito, umiliato, ma ancora potenzialmente capace di alzare la testa. Un Paese che potrebbe tornare a lottare, a scioperare, a occupare, a dissentire. A pretendere giustizia.

Ed è proprio questo che il potere vuole prevenire, reprimere, disinnescare.

Il Decreto Sicurezza non nasce per tutelare l’ordine pubblico, ma per criminalizzare il dissenso, schedare il pensiero critico, intimidire chi non si adegua. È un decreto pensato per una deriva reazionaria e fascista, in cui la sorveglianza è permanente, la repressione è preventiva, e il diritto è piegato alla logica dell’obbedienza.

Si torna alla OVRA, la polizia politica del regime fascista. Ma oggi in versione 4.0, con spyware al posto delle perquisizioni e licenze di delinquere al posto delle schedature.

🔍 Cosa chiedere – resistenza costituzionale
• Abrogazione dell’art. 31 e di tutte le norme che autorizzano reati in nome della ragion di Stato.
• Controllo giudiziario su ogni atto invasivo dei servizi, incluso l’uso dei captatori informatici.
• Commissioni parlamentari d’inchiesta indipendenti e permanenti su ogni attività dei servizi di sicurezza.
• Difesa pubblica dei diritti civili e del dissenso politico, come pilastro della democrazia.

L’Italia sta compiendo una mutazione profonda. Il Decreto Sicurezza non è un semplice strumento repressivo: è un dispositivo di restaurazione autoritaria. Non in nome del fascismo dichiarato, ma della sicurezza normalizzata. Non con manganelli alzati, ma con leggi scritte bene, invisibili e legittimate da chi governa in giacca e cravatta.

Il fascismo, oggi, si traveste da efficienza. Si insinua nelle norme, nei decreti, nei software di sorveglianza. Non ha più bisogno di slogan: ha bisogno di silenzio.

Ma noi non siamo silenzio. Siamo memoria. Siamo coscienza. E siamo opposizione.

Perché uno Stato che ha già conosciuto le stragi, i depistaggi, le trattative con la mafia e i servizi deviati, non può permettersi di legalizzare l’illegalità.

È tempo di scegliere da che parte stare.

Italia malata di priorità: mentre si taglia la sanità, cresce la spesa per le armi

Nel cuore di un’Italia sempre più divisa tra bisogni primari disattesi e scelte politiche miopi, il nuovo allarme arriva dalla sanità pubblica. Secondo un’analisi indipendente della Fondazione Gimbe, nel 2024 ben 4 milioni di italiani hanno rinunciato a prestazioni sanitarie a causa dei tempi d’attesa troppo lunghi. Un dato sconcertante che fotografa, in maniera cruda, lo stato di abbandono del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), ormai incapace di rispondere ai bisogni reali di salute della popolazione.

La percentuale della popolazione che ha rinunciato a curarsi per le liste d’attesa è passata in soli due anni dal 4,2% del 2022 al 6,8% del 2024, con un aumento di oltre 1,5 milioni di persone. In parallelo, anche le difficoltà economiche giocano un ruolo determinante: 3,1 milioni di italiani hanno rinunciato alle cure nel 2024 perché non potevano permettersele. La sanità universale, gratuita e accessibile per tutti, sancita dalla Costituzione, si sta sgretolando sotto i colpi del neoliberismo mascherato da “razionalizzazione della spesa”.

Propaganda e realtà: due Italie che non si parlano

Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, ha tracciato un confine netto tra la propaganda governativa e la realtà quotidiana dei cittadini: una realtà fatta di attese interminabili, sofferenze silenziose e scelte impossibili tra pagare una visita privata o fare la spesa.

Nel biennio 2023-2024, l’aumento della rinuncia alle cure è stato trainato principalmente dalle lunghe liste d’attesa, con un’impennata del 51%. Un dato che dovrebbe far tremare i polsi a qualsiasi governo realmente interessato alla salute pubblica. Eppure, la risposta istituzionale è stata il silenzio. O, peggio, la distrazione pianificata.

Il paradosso di un Paese che spende per la guerra ma non per la vita

Mentre milioni di italiani sono costretti a rinunciare a esami diagnostici, visite specialistiche o interventi chirurgici, il governo Meloni si impegna pubblicamente ad aumentare la spesa militare fino al 5% del PIL nei prossimi anni. Una scelta non solo economicamente irresponsabile, ma eticamente inaccettabile.

A cosa serve blindare i confini, acquistare caccia bombardieri e finanziare missioni all’estero, se dentro casa nostra i cittadini muoiono in lista d’attesa? Quale idea di “sicurezza” può giustificare l’abbandono della cura e della prevenzione, i pilastri della vera civiltà democratica?

È questa la contraddizione esplosiva del nostro tempo: la guerra viene finanziata con regolarità, la pace sociale, invece, viene elemosinata. La salute è trattata come un costo da contenere, l’apparato militare come un investimento strategico.

Un Paese che si ammala due volte: nel corpo e nell’anima

La rinuncia alle cure non è solo un indicatore sanitario. È una ferita profonda nella tenuta morale e sociale del Paese. Quando milioni di persone sono costrette a scegliere se curarsi o no, non siamo più solo in presenza di una crisi sanitaria, ma di una vera e propria emergenza democratica. Una democrazia che non cura i suoi cittadini è una democrazia che abdica al suo compito fondamentale.

Eppure, la narrazione dominante continua a presentare le difficoltà della sanità pubblica come inevitabili, tecniche, gestionali. Come se non fosse il frutto di scelte politiche consapevoli, che da anni dirottano risorse verso privatizzazioni, esternalizzazioni, tagli lineari e, oggi più che mai, verso il riarmo.

Ribaltare la rotta: dalla retorica dell’emergenza alla giustizia sanitaria

Serve un’inversione radicale di rotta. Non bastano più le promesse e i proclami, né i bonus una tantum o le riforme spot. Serve un piano straordinario di assunzione di personale sanitario, investimenti strutturali negli ospedali pubblici, riduzione effettiva delle liste d’attesa, lotta all’intramoenia selvaggia e fine dei ticket sulle prestazioni essenziali.

Ma soprattutto, serve una riflessione collettiva su quali siano le vere priorità del Paese: la guerra o la salute? La spesa militare o il diritto alla vita? Il controllo sociale o la cura delle persone?

Il tempo delle scuse è finito. Il tempo del silenzio è complice. Chi oggi sceglie di non finanziare la sanità pubblica, sceglie deliberatamente di condannare milioni di italiani alla malattia e alla solitudine.