L’alternativa che non c’è (ancora): unire la galassia della critica per costruire forza popolare

Tra frammentazione e invisibilità, il pensiero critico non può più permettersi il lusso dell’isolamento. Contro la guerra, la povertà e il riarmo, è tempo di costruire una convergenza reale e concreta, a partire dai contenuti condivisi.

L’alternativa che non c’è (ancora): unire la galassia della critica per costruire forza popolare

In un’epoca segnata dalla confusione e dall’impotenza, esiste un arcipelago frammentato ma vivo. Un arcipelago fatto di associazioni, collettivi, partiti, canali di controinformazione, comitati, militanti e singole coscienze critiche che non si riconoscono nel teatrino istituzionale, né nelle narrazioni belliche, né nella deriva della guerra tra poveri. Questo mondo esiste, produce pensiero, denuncia le menzogne, lotta ogni giorno. Eppure non esiste politicamente. Perché non riesce a unirsi.

Viviamo in un Paese e in un continente in cui il dissenso reale è stato espulso dallo spazio pubblico. Le televisioni e le tribune ufficiali si limitano a una finta dialettica, tra maggioranze sempre più autoritarie e opposizioni addomesticate. Il dibattito pubblico è ridotto a una fiera di slogan, mentre i temi cruciali – la guerra, il riarmo, la povertà crescente, la devastazione dei diritti sociali – vengono ignorati, distorti o dipinti come follie ideologiche.

Eppure, tra le pieghe della società, si muove una galassia fatta di donne e uomini che continuano a dire no. No al capitalismo di guerra, no alla NATO padrona dell’agenda politica europea, no all’austerità mascherata da riforme. No alla menzogna secondo cui “non ci sono alternative”.

Questa galassia ha però un problema strutturale: la frammentazione. Ogni soggetto coltiva la propria specificità come fosse un confine invalicabile. Ogni identità viene vissuta come una trincea. E così, mentre la destra si organizza e domina, chi avrebbe la forza di resistere resta diviso. E diviso è, politicamente, irrilevante.

La grande illusione dell’autosufficienza

L’illusione più pericolosa che ancora ci abita è quella dell’autosufficienza: l’idea che si possa resistere da soli, con il proprio marchio, con la propria storia, con la propria narrazione. È un’illusione comprensibile, specie in chi ha conosciuto fallimenti, tradimenti, e sigle svuotate. Ma oggi, più che mai, è una posizione politicamente suicida.

Esistono elementi comuni che potrebbero costituire il perno di un fronte critico alternativo, capace di parlare alle classi popolari, ai giovani, ai lavoratori impoveriti e ai cittadini abbandonati. Un impianto valoriale e analitico che, tra le molte voci, ha cominciato a emergere con forza:
• La critica alla narrazione occidentale dello “scontro di civiltà” come strumento del capitalismo finanziario per sopravvivere alla sua crisi.
• La denuncia dell’Unione Europea come struttura tecnocratica e irriformabile, funzionale solo agli interessi delle élite economiche.
• La necessità di riconquistare la sovranità popolare, lontana tanto dal sovranismo xenofobo quanto dal cosmopolitismo liberale.
• Il rifiuto dell’idea che il debito pubblico, il contenimento della spesa o la competitività giustifichino la distruzione dello stato sociale.
• La convinzione che la crisi ambientale non si risolva con finte “transizioni” che scaricano i costi su chi ha già pagato troppo.
• La consapevolezza che la guerra in Palestina e quella in Ucraina non iniziano il giorno comodo per la propaganda, ma affondano le radici in decenni di prevaricazione e imperialismo.
• L’idea che la pace sia una posizione attiva, non una vigliaccheria. Che il riarmo europeo non è difesa, ma preparazione al conflitto.

Contro l’autismo politico: la priorità è parlare alle persone

Per chi si riconosce in questa visione, il compito primario è uno: ricostruire un ponte tra pensiero critico e società reale. Oggi, per milioni di persone, l’unica narrazione che conoscono è quella imposta dal mainstream. Parlare di sovranità, di pace, di Palestina, di NATO, di salari da fame, appare spesso come un linguaggio incomprensibile, ideologico, scollegato dalla vita concreta.

Ma è proprio da qui che si deve ripartire: non da una nuova sigla, ma da un nuovo sforzo di pedagogia popolare. Una comunicazione radicale nei contenuti, ma semplice nei linguaggi. Un progetto che parli con, e non sopra, le persone. Che sappia farsi ascoltare nei mercati, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, e non solo nei convegni.

Un fronte comune senza illusioni né forzature

Non serve – almeno per ora – un nuovo partito. Non serve nemmeno l’ennesima federazione litigiosa. Serve una convergenza funzionale, fondata su regole minime ma solide:
• Il riconoscimento di una base comune (i punti citati sopra).
• La disponibilità a coordinare le azioni, evitando la concorrenza tra simili.
• L’impegno a non sabotarsi a vicenda.
• La libertà di continuare a essere se stessi, ma in dialogo con gli altri.

Serve soprattutto una battaglia condivisa e visibile: contro la corsa al riarmo. È questa, oggi, la linea del fronte. Una mobilitazione larga, decentrata, popolare, contro un progetto folle e criminale che sta già derubando i cittadini per ingrassare il complesso militare-industriale europeo.

L’unione non è un’opzione. È l’unica possibilità.

La verità è semplice e brutale: se non ci uniamo, non ci sarà alternativa. Continueremo a essere una somma di forze belle ma impotenti, nobili ma inascoltate. Se invece scegliamo la strada del confronto, della costruzione, della strategia, allora potremo finalmente essere visibili, farsi forza reciproca, restituire alle parole “pace”, “lavoro”, “giustizia sociale” il peso che meritano.

Il tempo non gioca dalla nostra parte. Ma le idee ci sono, le forze anche. Quello che manca è il coraggio di riconoscersi, di fidarsi, di camminare insieme. Non per sciogliersi, ma per contare. Non per vincere domani, ma per iniziare finalmente a esistere oggi.

L’erede di San Francesco: il pontificato rivoluzionario di Papa Bergoglio

Nel lungo e spesso travagliato cammino della Chiesa cattolica, il pontificato di Jorge Mario Bergoglio, noto al mondo come Papa Francesco, ha rappresentato una vera e propria scossa tellurica. Non tanto per dogmi sovvertiti o dottrine ribaltate, quanto per la profondità spirituale, la radicalità evangelica e la forza simbolica dei suoi gesti, delle sue parole e delle sue omissioni. Nessun papa prima di lui, perlomeno nella contemporaneità, ha saputo riaccendere la coscienza morale e politica di credenti e non credenti con la stessa forza. Ma, al tempo stesso, nessun papa è stato tanto osteggiato — non soltanto fuori dalle mura vaticane, ma dentro la stessa curia romana.

Francesco è stato un papa “scandaloso” nel senso più evangelico del termine: ha messo a nudo le ipocrisie, ha smascherato le liturgie del potere e ha spostato il baricentro dell’attenzione cattolica dai temi “sensibili” come aborto, fine vita, omosessualità, divorzio, alla carne viva del Vangelo: i poveri, la Terra, gli emarginati, gli ultimi.

Il papa dei gesti profetici

I suoi gesti sono rimasti impressi nella memoria collettiva più delle sue encicliche: la visita a Lampedusa, primo atto del suo pontificato, con lanci di fiori in mare per commemorare i migranti morti durante la traversata. Un atto silenzioso e potente, che rivelava la sua intenzione di riportare al centro del cristianesimo la compassione e la giustizia. O ancora il cammino solitario in Piazza San Pietro durante la pandemia, sotto la pioggia, davanti a una piazza vuota ma colma di dolore umano, a simboleggiare la necessità di restare vicini nella distanza.

Ha celebrato giubilei lontano dal centro del potere, nelle carceri, nelle periferie, in Africa. Ha incontrato leader religiosi e politici, ma ha sempre scelto di porgere la mano prima ai diseredati, agli scartati, agli invisibili. Ha tentato la via del dialogo per fermare le guerre, spesso inascoltato, ma mai silente.

Una rivoluzione silenziosa: dalla dottrina al cuore

Papa Francesco non ha rivoluzionato la dottrina cattolica nel senso formale, ma l’ha disinnescata nei suoi automatismi dogmatici. Con cautela, certo, consapevole di non essere un agitatore, ma un pontefice. Tuttavia, ha agito come un vero riformatore, preferendo la pastorale alla teologia, l’incontro alla condanna. Su temi come l’aborto, l’eutanasia, l’identità di genere, ha mantenuto posizioni tradizionali sul piano dottrinale, ma ha sempre invitato a guardare prima le persone che le norme. Ha saputo dire “chi sono io per giudicare?” con una semplicità disarmante e rivoluzionaria.

Il suo pontificato ha incarnato un cristianesimo incentrato non sul dominio dell’uomo, ma sulla custodia del creato. Un ribaltamento epocale della visione antropocentrica tradizionale, in favore di una spiritualità ecologica, radicata nella consapevolezza dell’interdipendenza tra l’essere umano, gli altri esseri viventi e la Terra.

Laudato si’: l’enciclica che parla al mondo

Nel 2015, la pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ ha segnato un punto di non ritorno nel magistero della Chiesa. Più che un documento dottrinale, essa si presenta come un manifesto spirituale, filosofico e politico. Con parole semplici, accessibili, ma di impressionante profondità, il papa ha intrecciato i fili della crisi climatica, dell’ingiustizia sociale, della tecnocrazia distruttiva e dell’economia dell’esclusione, legandoli in un’unica trama: il grido della Terra è il grido dei poveri.

Laudato si’ ha fatto propria l’eredità dell’ecologia profonda e dell’ecofemminismo, includendo nella riflessione teologica il pensiero indigeno, in particolare delle comunità dell’Amazzonia. Da questa apertura è nato anche il Sinodo panamazzonico, un evento senza precedenti nella storia della Chiesa, finalizzato all’“inculturazione” del messaggio evangelico nelle culture indigene. Il termine stesso — inculturare — rivela un gesto di umiltà: il Vangelo non si impone, si innesta, cresce dentro ciò che è già vita e spirito.

Fratelli tutti: l’enciclica della fraternità universale

Cinque anni dopo, nel pieno di una crisi pandemica e sociale senza precedenti, Francesco ha pubblicato Fratelli tutti (2020), un richiamo coraggioso a ripensare le basi stesse del vivere insieme. In un mondo lacerato da diseguaglianze, razzismi, nazionalismi, guerre e solitudini, il papa ha invocato un nuovo patto sociale fondato sulla solidarietà e sulla condivisione. Ha rifiutato l’ideologia della competizione come principio regolatore della società, denunciando la cultura dello scarto, che emargina i deboli, gli anziani, i disabili, i migranti, i poveri.

In Fratelli tutti risuona il grido francescano di fraternità universale, ma anche un’eco profonda della dottrina sociale della Chiesa, finalmente spogliata delle incrostazioni moralistiche e ricollegata alla giustizia concreta.

Laudate Deum: l’ultimo grido

Nel 2023, a pochi anni dalla fine del suo pontificato, Papa Francesco ha pubblicato Laudate Deum, un’esortazione accorata, quasi disperata, a non dimenticare la crisi climatica. In un mondo ormai nuovamente sprofondato nella logica della guerra, del riarmo e della distrazione permanente, il papa ha voluto ricordare che il tempo sta per scadere. Che l’umanità ha imboccato una strada che conduce all’abisso. E che la salvezza, se verrà, non potrà essere individuale ma collettiva, fondata sulla cooperazione internazionale, sulla giustizia climatica, sulla conversione ecologica.

Il papa che ha dato voce ai movimenti popolari

Un altro testo fondamentale per comprendere la visione politica e sociale di Francesco è il discorso rivolto nel 2014 ai movimenti popolari. In quel contesto, lontano dai riflettori delle diplomazie, il papa si è rivolto agli ultimi — contadini, senza tetto, lavoratori informali — incitandoli a lottare per la terra, il tetto, il lavoro. Tre parole che sintetizzano i diritti negati nella globalizzazione neoliberista. È stata forse una delle dichiarazioni più forti di un papa nella storia recente, non solo per il contenuto, ma per il soggetto a cui era rivolta: non i potenti, ma i dimenticati.

Una figura scomoda per il potere

Francesco ha suscitato rispetto, ma anche diffidenza e odio. L’ha fatto perché ha toccato nervi scoperti: ha denunciato l’economia che uccide, ha smascherato la guerra come industria, ha accusato il capitalismo predatorio, ha criticato duramente i governi che chiudono i porti, i confini, gli occhi e i cuori. Ma soprattutto ha disturbato molti all’interno della stessa Chiesa. Una Chiesa ancora troppo spesso arroccata nel clericalismo, nel potere, nella misoginia, nella gestione opaca dei beni materiali.

Eppure, persino in questo ambiente ostile, Francesco ha mantenuto uno stile inconfondibile: ironico, autoironico, diretto, tenero. Un uomo che ha saputo attraversare i drammi del nostro tempo senza perdere umanità. E che, con quella famosa immagine avvolto in un poncho — simbolo di semplicità e vicinanza ai popoli indigeni — ha saputo rievocare, senza imitarlo, lo spirito del santo di Assisi.

L’eredità di un pontificato

Il pontificato di Papa Francesco non si misurerà solo nei documenti, ma nella capacità che avrà di germinare nel cuore delle persone, anche dopo la sua morte. È stato il primo papa globale, il primo del Sud del mondo, il primo che ha fatto della parola giustizia il centro del Vangelo, il primo che ha fatto tremare i potenti e che ha parlato alle moltitudini come un fratello.

Forse è stato letto e capito più dai non credenti che dai cattolici praticanti. Ma non è forse questo, in fondo, ciò che accadeva anche a Gesù di Nazareth?

In un tempo in cui i valori evangelici vengono strumentalizzati da forze reazionarie, Francesco ha restituito dignità alla parola cristianesimo. E lo ha fatto da dentro, senza mai rompere, ma aprendo spazi di senso, di dialogo, di possibilità. Un’eredità che non va custodita come reliquia, ma continuata come lotta. Come cammino. Come servizio.

Perché, oggi più che mai, abbiamo bisogno di testimoni. Non di padroni.

Per un nuovo senso comune. Contro l’indifferenza, la propaganda e la disumanità: la sfida dei referendum

C’è un vento gelido che attraversa la democrazia italiana, una corrente d’aria stagnante che odora di resa, indifferenza e paura. Luigi Ferrajoli lo ha definito senza mezzi termini come «il crollo del senso morale a livello di massa». Eppure non è solo una questione morale, è politica fino in fondo. È l’incapacità strutturale delle nostre istituzioni, e di chi oggi le governa, di rappresentare la società reale. La spaccatura tra il potere e la comunità si è fatta crepa, voragine, abisso.

Nel mezzo di questo abisso si muove una maggioranza parlamentare forte solo dell’astensione popolare. Governa con meno del 25% del corpo elettorale, mentre il restante 75% si divide tra opposizione dispersa e masse di ex elettori, lavoratori e cittadini impoveriti, che hanno smesso di credere nella politica. È l’Italia della Rust Belt mediterranea, quella che un tempo si stringeva attorno ai valori della sinistra, dei sindacati, della Costituzione, e che oggi si attacca ai messaggi securitari e razzisti del potere dominante. È un’Italia smarrita, affaticata, logorata da quarant’anni di neoliberismo che hanno svuotato il lavoro di diritti e la cittadinanza di significato.

La globalizzazione dell’indifferenza: Gaza, Lampedusa, Almasri

Gli effetti di questa crisi non si misurano solo con le statistiche, ma con gli occhi sbarrati dei bambini sotto le bombe a Gaza, con i corpi annegati a pochi metri da Lampedusa, ignorati dai notiziari e dalla politica. È l’indifferenza istituzionalizzata, che diventa normalità. Il genocidio del popolo palestinese, a cui l’Europa continua a rispondere con silenzi compiaciuti, e il naufragio dimenticato nel Mediterraneo non sono eventi isolati, sono il sintomo di una caduta profonda. Un abisso etico, prima ancora che politico.

Nel 2013, papa Francesco parlava di “globalizzazione dell’indifferenza” proprio a Lampedusa. Oggi quella formula non è più solo una denuncia, è una radiografia fedele dell’Occidente: un mondo che ha smesso di provare compassione, che distingue il valore della vita in base al colore della pelle, alla nazionalità, alla rendita utile o meno al sistema economico.

E quando in Parlamento si discute della liberazione di un torturatore come Almasri, comandante libico accusato di crimini disumani, e il ministro Nordio non mostra neppure un’ombra di pietà per le vittime, si comprende quanto il potere abbia introiettato quella disumanità. Peggio: quanto ne abbia fatto dottrina di governo.

I referendum come occasione: dignità del lavoro e cittadinanza come diritti fondanti

In questo contesto, i cinque referendum promossi da CGIL e altre realtà sindacali e civiche appaiono come un barlume di risveglio. Non sono solo quesiti giuridici. Sono tentativi di ricostruzione di senso, semi di una possibile rinascita democratica.

Tre riguardano il lavoro: ripristino delle tutele contro i licenziamenti illegittimi (l’articolo 18 demolito dal Jobs Act), stop ai contratti precari, responsabilità delle aziende nella catena degli appalti e subappalti. Quest’ultimo punto è fondamentale: perché è lì, nella giungla degli appalti al ribasso, che si muore più spesso, che si sfruttano gli immigrati irregolari, che il lavoro torna ad essere servitù. Il profitto come unico valore ha prodotto lavoro senza diritti, senza sicurezza, senza futuro.

Due quesiti riguardano la cittadinanza: abbreviare il tempo necessario per ottenerla e garantire ai figli dei migranti nati e cresciuti in Italia ciò che è già loro di fatto. In un paese in cui si grida contro l’immigrazione ma si sfruttano i migranti nei campi e nei cantieri, questo referendum rappresenta la possibilità di riscrivere la narrazione collettiva, rifiutando il paradigma securitario per abbracciare quello della giustizia sociale.

La crisi della rappresentanza e il voto come atto rivoluzionario

Chi governa teme questi referendum. E non solo per il merito dei quesiti. Li teme perché possono risvegliare ciò che oggi è addormentato: la partecipazione popolare, l’autodeterminazione democratica, il conflitto. Per questo li affronteranno con l’unico strumento che conoscono: la propaganda.

Una propaganda che oscura, semplifica, mistifica. Lo ha già fatto con il Jobs Act (“serve a creare lavoro”), con la cittadinanza (“non possiamo regalarla a tutti”), con i migranti (“ci invadono”). Lo farà ancora. Confiderà nell’astensionismo, nella rassegnazione, nel cinismo costruito in anni di campagne mediatiche tossiche.

Ma il referendum è, per definizione, una breccia nel muro. È l’unico strumento che consente al popolo di decidere direttamente su questioni fondamentali, scavalcando i partiti, gli interessi, le lobby. È democrazia diretta. È Costituzione vivente.

Ricostruire un nuovo umanesimo

Per tutto questo, i referendum sono anche una sfida culturale. Perché non ci sarà cambiamento giuridico senza un cambiamento del senso comune. La politica non basta, serve un nuovo umanesimo. Serve la voce della scuola, dell’università, dell’arte, del cinema, della ricerca, del giornalismo indipendente. Serve un lavoro capillare che smascheri le menzogne e riscopra la verità delle cose. La verità che il lavoro senza diritti è schiavitù. Che la cittadinanza non si nega per strategia elettorale. Che le vite dei poveri, dei migranti, degli invisibili valgono quanto le nostre.

La Costituzione è ancora la nostra stella polare

Nel 1948, l’Italia seppe scrivere una Costituzione che fu al tempo stesso atto fondativo e promessa di giustizia. Oggi quella promessa è in frantumi, ma non è perduta. Il voto dell’8 e 9 giugno è molto più di una scelta tecnica. È una dichiarazione d’intenti. È la possibilità di dire: noi ci siamo. Vogliamo una società in cui il lavoro sia tutelato, in cui nessuno sia invisibile, in cui la cittadinanza non sia una frontiera, ma un ponte.

È il momento di scegliere. Non tra destra e sinistra, ma tra umanità e barbarie.

Dal Superbonus al Superbluff: il grande inganno contabile di un governo senza visione

Per mesi hanno raccontato la favola nera di un’Italia travolta da una “voragine” nei conti pubblici, colpa — si diceva — del Superbonus 110%. Un Vajont fiscale, un disastro annunciato, un’eredità tossica lasciata dai governi precedenti. Eppure, la realtà — come spesso accade — è molto più ostinata della propaganda.

Standard & Poor’s, una delle tre principali agenzie di rating internazionali, ha appena fatto ciò che non accadeva da 23 anni: ha alzato il giudizio sul debito sovrano italiano, portandolo da BBB a BBB+. Una promozione figlia proprio di quel provvedimento così vituperato, il Superbonus, varato nel pieno della crisi pandemica dal governo Conte. Altro che bomba a orologeria: fu una leva espansiva, un volano di crescita, un’azione anticiclica concreta che ha rilanciato il settore edilizio, ridotto la disoccupazione e rafforzato il PIL. I conti pubblici — dicono gli analisti — reggono meglio quando si sostiene la crescita, non quando si insegue ossessivamente un saldo di bilancio sterile e senza orizzonte.

E allora viene da chiedersi: dove sono finite le sirene dell’allarme? Dov’è la valanga? La stessa S&P ammette che l’impatto del Superbonus è contenuto, gestibile e in diminuzione. Il debito scende, l’avanzo commerciale è robusto, la posizione netta sull’estero è positiva. Una smentita sonora a chi ha costruito un racconto tossico, utile solo a screditare ciò che funzionava per non dover costruire nulla di nuovo.

Il bluff dei tecnici e l’economia della stagnazione redistribuita

Questo governo ha eretto la contabilità a religione, ma ha dimenticato l’economia reale. Redistribuisce briciole di bilancio senza visione, mentre taglia su sanità, scuola, welfare, cultura. Resta immobile nel mezzo della tempesta, armato solo di ragionieri e slogan. Ha svuotato di senso ogni politica industriale, ignorato il potenziale di misure come il Superbonus, e scelto la via della regressione sociale camuffata da prudenza finanziaria.

La verità è che un governo senza visione teme ciò che non controlla. E nulla è più incontrollabile — per chi vive di rendite e consensi — di un popolo che comincia a respirare. Il Superbonus, con tutti i suoi limiti, ha mostrato che lo Stato può essere leva, non solo gendarme. Può costruire, non solo punire. Ma chi oggi ci governa preferisce un Paese sedato a un Paese in cantiere.

Dalla casa al lavoro: la doppia verità della dignità negata

Se l’edilizia ha conosciuto una ripartenza, il lavoro continua a precipitare in un baratro silenzioso. Il recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro è impietoso: l’Italia è l’unico Paese del G20 in cui i salari reali sono crollati costantemente dal 2008. Si lavora di più, si guadagna di meno. È il trionfo della precarietà istituzionalizzata, del lavoro svuotato di dignità, del potere contrattuale polverizzato.

Dal Jobs Act all’abolizione dell’articolo 18, dai contratti a tutele crescenti alle false partite IVA, ogni intervento degli ultimi trent’anni ha avuto un unico scopo: rendere il lavoratore ricattabile. Un ingranaggio muto, piegato alla logica del profitto, incapace di conflitto. La disoccupazione non serve più come leva per schiacciare i salari: basta aver tolto la voce a chi lavora.

L’8 e 9 giugno: un voto per la riconquista

In questo scenario, il referendum promosso dalla CGIL per l’8 e 9 giugno rappresenta un bivio storico. È molto più di una consultazione tecnica: è un’occasione politica per dire basta. Per rivendicare la centralità del lavoro contro le logiche del profitto. Per abrogare norme ingiuste e umilianti, e rimettere al centro la dignità delle persone.

Cinque quesiti per cinque ferite aperte: l’abrogazione del contratto a tutele crescenti, il ripristino della reintegrazione per i licenziamenti illegittimi, la cancellazione del tetto massimo di indennizzo, la limitazione dell’uso abusivo dei contratti a termine, e la responsabilità solidale negli appalti per la sicurezza sul lavoro. Non sono dettagli. Sono la mappa per uscire dal deserto.

Lotta o resa: non ci sono alternative

Oggi l’Italia è un Paese che celebra la stabilità dell’impiego mentre affonda nella povertà del lavoro. Un Paese che ha smesso di lottare e si limita a sopravvivere. Ma senza conflitto, non c’è trasformazione. E senza trasformazione, non c’è futuro.

Il tempo della narrazione è finito. È l’ora della scelta. Servono parole nuove, ma soprattutto azioni nuove. Serve un’alleanza sociale tra chi ha costruito muri e chi oggi viene murato vivo nel silenzio della precarietà. Serve tornare a dire “noi”, ricostruendo dal basso una società che ha smesso di guardarsi negli occhi.

Il Superbonus ci ha insegnato che si può investire per crescere. Il referendum ci ricorda che si può votare per resistere. In mezzo, c’è la nostra responsabilità. Perché una casa senza lavoro è una prigione. Ma un lavoro senza diritti è solo una casa in fiamme.

Lavorare per perdere: il nuovo paradigma del salario impoverito nell’Italia dell’illusione occupazionale

Nel cuore della presunta ripartenza economica italiana, la verità si nasconde tra le pieghe delle statistiche: si lavora di più, si guadagna di meno. Una contraddizione solo apparente, che si chiarisce alla luce di un modello economico e politico che da decenni si nutre della debolezza strutturale del lavoro, trasformando il mito dell’occupazione in uno strumento di dominio e impoverimento.

Il recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro non lascia spazio a interpretazioni edulcorate. L’Italia, tra tutte le economie del G20, è l’unico Paese in cui i salari reali — ovvero il potere d’acquisto effettivo — sono crollati in modo sistematico e profondo dal 2008 a oggi: una perdita dell’8,7% in sedici anni. Nonostante un modesto recupero del 2,3% nel 2024, il livello medio dei salari resta al di sotto persino del 2019, l’ultimo anno prima della pandemia. Un dato che, anziché segnare una ripresa, sancisce il fallimento di una strategia economica di lungo corso.

Ma non è solo la media salariale a tracciare la geografia del disagio. I dati dell’INPS relativi al periodo 2019–2024 rivelano che, a fronte di un’inflazione cumulata del 17%, i salari nel settore privato a tempo indeterminato sono aumentati dell’8,3%. Nel pubblico si è fatto appena meglio: +9,2%. Significa che in entrambi i casi i lavoratori hanno perso potere d’acquisto in modo netto e trasversale. La parola chiave, in questo contesto, non è “occupazione”, ma “impoverimento”.

Eppure, il governo italiano, sostenuto da una narrazione mediatica compiacente, celebra un’espansione dell’occupazione che sembrerebbe storica. I dati ISTAT di febbraio 2025 registrano un tasso di occupazione al 63% e una disoccupazione al 5,9%, con un incremento dei contratti a tempo indeterminato. Sulla carta, sembra un’epoca d’oro. Ma è sufficiente grattare la superficie per scoprire l’amara verità: la crescita occupazionale si accompagna a un impoverimento crescente, e dietro la parvenza della “stabilità” si nasconde una nuova servitù del lavoro.

Il meccanismo è sottile e potente. Oggi le imprese riescono a estrarre profitti anche in assenza di disoccupazione di massa, poiché il potere contrattuale dei lavoratori è stato sistematicamente smantellato. Non è più necessario mantenere alto il numero dei disoccupati per controllare i salari: è sufficiente che chi lavora sia reso strutturalmente incapace di esigere. E questa condizione è il prodotto di trent’anni di controriforme, tagli, flessibilizzazione, deregulation e riduzione dei diritti.

Dall’abolizione dell’articolo 18 all’introduzione del contratto a tutele crescenti, dai decreti Poletti agli attacchi al reddito di cittadinanza, fino all’addomesticamento della rappresentanza sindacale, ogni passaggio ha avuto un unico effetto: ridurre la forza negoziale di chi lavora, per aumentare quella di chi comanda. La lotta per l’aumento dei salari è diventata un’impresa titanica, ostacolata da un intero impianto istituzionale e culturale che considera la dignità del lavoro una variabile d’aggiustamento.

Nel frattempo, si è affermata una logica perversa: quella che scambia la quantità di occupati con la qualità del lavoro. Ma un posto di lavoro senza potere contrattuale è un posto di lavoro senza futuro. Il paradigma dell’“occupazione a qualunque costo” si traduce in una corsa al ribasso sui diritti, sulle tutele, sulla sicurezza, sulla vita stessa. È una competizione al massacro, dove la guerra tra poveri diventa il terreno su cui si stabilizzano i profitti.

Il vero obiettivo, mai dichiarato ma sempre perseguito, è stato neutralizzare ogni possibilità di conflitto sociale. E quando anche la paura padronale della piena occupazione — un tempo considerata pericolosa perché potenziava la forza dei lavoratori — viene superata, vuol dire che l’egemonia del capitale ha raggiunto un livello qualitativamente nuovo. In questo senso, il lavoro non è più il motore dello sviluppo, ma lo strumento del controllo.

Per spezzare questo meccanismo servono risposte che non possono essere né timide né isolate. Non si tratta solo di chiedere aumenti salariali — necessari ma insufficienti. Occorre un rovesciamento dell’architettura istituzionale che ha generato la crisi del lavoro: dalla reintroduzione di tutele contro i licenziamenti, alla lotta contro le delocalizzazioni, fino alla messa in discussione dei vincoli europei di bilancio che strangolano la spesa sociale e deprimono la domanda interna.

Ma soprattutto, serve una nuova unità politica e sindacale che sappia ridefinire il conflitto. Non con i linguaggi sterilizzati della concertazione, ma con la consapevolezza che i rapporti di forza si costruiscono nelle lotte quotidiane, nelle vertenze, nella ricostruzione di un immaginario collettivo che rimetta il lavoro al centro della democrazia. Perché senza lavoro libero e dignitoso, la democrazia resta una promessa tradita.

In questo contesto, l’appuntamento referendario dell’8 e 9 giugno 2025 rappresenta un crocevia storico. I cinque quesiti proposti dalla CGIL — e sostenuti da una rete di movimenti, associazioni e forze sociali — non sono una battaglia settoriale, ma una chiamata generale alla mobilitazione per rovesciare l’impianto neoliberista del diritto del lavoro in Italia.

I quesiti referendari riguardano:
1. L’abrogazione del contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act, per ripristinare la piena reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo.
2. L’eliminazione del tetto massimo di indennizzo per i lavoratori delle piccole imprese licenziati senza giusta causa.
3. La limitazione dell’abuso dei contratti a termine, vera piaga del precariato strutturale.
4. Il ripristino della piena responsabilità solidale negli appalti, per impedire lo scaricabarile che oggi rende invisibili i diritti.
5. L’estensione delle tutele contro i licenziamenti anche ai lavoratori delle piccole imprese, che oggi ne sono esclusi.

Cinque referendum che puntano a restituire dignità, sicurezza, stabilità e voce a chi lavora. Un’occasione concreta per rimettere al centro della scena politica il conflitto capitale-lavoro, dopo anni di passività e concertazione a ribasso.

Il tempo dell’attesa è finito. Non ci si libera lavorando di più per guadagnare di meno. Ci si libera quando si spezza il ricatto, quando si ridà voce e potere a chi ogni giorno produce la ricchezza che altri accumulano. Il salario impoverito non è una necessità storica, è una scelta politica. E come ogni scelta, può — e deve — essere cambiata. Anche con una scheda elettorale. Anche con un referendum. Anche — e soprattutto — con una nuova stagione di lotta e consapevolezza collettiva.(

25 mesi di declino industriale: la crisi è qui, ma il governo guarda altrove

L’Italia sprofonda nel venticinquesimo mese consecutivo di calo della produzione industriale. Di fronte ai dati impietosi dell’Istat, il governo Meloni preferisce la propaganda alla responsabilità. Tagliando strumenti utili come il Superbonus e il Reddito di Cittadinanza, ha spento i motori della ripresa. La crisi non è casuale, è politica.

Una crisi industriale senza precedenti

A febbraio 2025, la produzione industriale italiana segna un nuovo calo: –2,7% su base annua, –0,9% rispetto a gennaio. Si tratta del venticinquesimo mese consecutivo di contrazione del comparto manifatturiero. Un declino ininterrotto e allarmante che, mese dopo mese, sta erodendo la capacità produttiva del Paese.

Settori storicamente forti – come meccanica, auto, tessile, elettronica e chimica – registrano performance negative a doppia cifra. Si salva soltanto il comparto energetico (+19,4%), sospinto però da dinamiche speculative sulle materie prime, non da una strategia industriale.

Questo arretramento non è un’anomalia statistica: è il sintomo di una crisi strutturale, aggravata da scelte politiche inadeguate e dalla mancanza di visione. Nonostante l’allarme degli analisti e dei dati ufficiali, il governo continua a ignorare la realtà o, peggio, a distorcerla.

Governo Meloni: tra propaganda e immobilismo

Dal suo insediamento nell’ottobre 2022, il governo guidato da Giorgia Meloni ha ereditato un Paese in ripresa post-pandemica, con risorse straordinarie come il PNRR già pronte. Ma anziché accelerare gli investimenti e sostenere l’industria, ha preferito colpire misure sociali e produttive introdotte dai governi precedenti, come il Superbonus 110% e il Reddito di Cittadinanza.

Sul fronte economico, l’azione dell’esecutivo si è limitata a misure-tampone (taglio temporaneo del cuneo fiscale, pochi crediti d’imposta), senza affrontare le vere cause della crisi: alta tassazione, burocrazia inefficiente, carenza di investimenti pubblici produttivi.

Il Ministero del “Made in Italy” ha prodotto più slogan che soluzioni. E intanto decine di tavoli di crisi aziendali – dalla ex ILVA alla Whirlpool – restano irrisolti.

Peggio ancora è la gestione del PNRR: ritardi, revisioni continue, blocchi amministrativi. Le risorse europee, che avrebbero dovuto modernizzare l’apparato produttivo, giacciono inutilizzate o mal distribuite.

Superbonus e Reddito di Cittadinanza: bersagli di comodo

Il governo attuale ha scelto la strada della colpevolizzazione del passato, additando il Superbonus e il Reddito di Cittadinanza come origine di ogni male economico. Ma i numeri raccontano altro.

Il Superbonus 110%, pur con criticità gestionali, ha generato un boom edilizio tra il 2021 e il 2022, creando migliaia di posti di lavoro e spingendo il PIL. Ha dato ossigeno a piccole imprese e famiglie, migliorando il patrimonio immobiliare nazionale.

Il Reddito di Cittadinanza, invece, ha rappresentato una barriera contro la povertà assoluta, sostenendo milioni di cittadini e garantendo consumi minimi. I dati Istat ed Eurostat hanno mostrato un calo della povertà relativa nel biennio 2020-2021 anche grazie a questo strumento.

La loro eliminazione – senza alternative credibili – ha significato privare il Paese di due leve fondamentali: una per la crescita economica e una per la coesione sociale.

Una crisi negata, una società spaccata

Il governo ha scelto una narrazione ideologica e divisiva: ha dipinto i percettori di sussidi come fannulloni, gli investimenti pubblici come sprechi, il passato come un fallimento. In questo quadro, si è alimentata una vera e propria “guerra contro i poveri”, che anziché colpire la povertà, colpisce chi la subisce.

Il risultato è un Paese più diseguale, con il 63% delle famiglie che fatica ad arrivare a fine mese, e un’industria sempre più fiacca. Il tutto, mentre la classe dirigente si rifugia nella propaganda e nelle accuse ai predecessori.

Negare la crisi non la risolve. Anzi, la aggrava.

Invertire la rotta: proposte concrete

La crisi industriale e sociale dell’Italia è affrontabile solo con scelte coraggiose e di visione. Serve un’inversione totale di rotta. Ecco alcune linee guida imprescindibili:
1. Piano Industriale Nazionale: rilancio della manifattura con i fondi del PNRR, investimenti pubblici in tecnologie, energia verde, logistica, formazione.
2. Riforma fiscale e burocratica: taglio strutturale del cuneo fiscale, semplificazione amministrativa radicale, digitalizzazione reale della PA.
3. Sostegno all’innovazione e alle PMI: incentivi a ricerca e sviluppo, internazionalizzazione, creazione di cluster tecnologici territoriali.
4. Welfare equo e inclusivo: reintroduzione di un reddito minimo garantito e attivo, legato alla formazione e al lavoro, insieme a un salario minimo legale.
5. Un nuovo patto sociale: che coinvolga lavoratori, sindacati, imprese e comunità locali per ricostruire fiducia e dignità nel lavoro.

Conclusione

L’Italia sta vivendo una crisi che non è solo economica, ma anche democratica. Quando un governo nega i dati, colpevolizza i deboli e distorce la realtà, si entra in una fase pericolosa. Il declino industriale non è solo un problema di PIL: è lo specchio di un Paese che non investe nel proprio futuro.

Non serve continuare a cercare colpevoli: servono idee, visione, giustizia sociale. Perché senza giustizia non c’è crescita. E senza crescita, la democrazia si svuota.

La politica che ignora la realtà produce solo danni. Ma la realtà, prima o poi, presenta il conto.

Sanità, il governo fa cassa sugli ultimi: i malati non autosufficienti abbandonati dallo Stato

In un colpo di mano che lascia sgomenti, Lega e Fratelli d’Italia hanno approvato in Senato un emendamento che mina alle fondamenta il diritto all’assistenza dei malati non autosufficienti. La senatrice leghista Maria Cristina Cantù, con il sostegno di FdI, ha introdotto una modifica all’articolo 30 della legge 730 del 1983, separando le spese per le prestazioni sanitarie da quelle socio-assistenziali, anche quando strettamente connesse.

Questo significa che attività essenziali come l’igiene personale, la nutrizione assistita e la mobilizzazione dei pazienti gravi non saranno più a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), ma ricadranno sulle famiglie già provate, esasperate, spesso ridotte sul lastrico.

La situazione è già critica: in molte regioni, le liste d’attesa per l’accesso alle strutture convenzionate sono interminabili. In Toscana, a marzo, si contavano 1.800 persone in attesa; in Liguria e Lombardia, circa 5.000 posti letto non sono coperti da convenzioni. Le famiglie, nell’attesa, sono costrette a sostenere integralmente le rette, spesso per periodi prolungati, con conseguenze economiche devastanti.

Questo emendamento non solo aggrava il peso sulle famiglie, ma rappresenta un pericoloso precedente, mettendo in discussione il diritto alle cure per tutti i non autosufficienti. La separazione artificiosa tra prestazioni sanitarie e socio-assistenziali ignora la realtà clinica, dove queste sono inscindibili. Inoltre, la retroattività dell’emendamento rischia di influenzare negativamente i procedimenti giudiziari in corso, negando giustizia a chi ha già subito torti.

Sulle cure lo Stato si ritira e lascia spazio alle assicurazioni

In un Paese che invecchia rapidamente, con oltre 4 milioni di non autosufficienti tra gli ultrasessantacinquenni, la ritirata dello Stato dall’assistenza socio-sanitaria apre le porte alle compagnie assicurative. Le polizze “Long Term Care” (LTC), finora poco diffuse in Italia, potrebbero diventare l’unica ancora di salvezza per molte famiglie. Tuttavia, queste polizze presentano costi elevati e condizioni spesso proibitive, rendendole inaccessibili a una larga fetta della popolazione.

Secondo il 7° Rapporto Osservatorio Long Term Care del Cergas Bocconi, la spesa pubblica per l’assistenza ai non autosufficienti è in calo, passando dall’1,6% del PIL nel 2018 a valori ancora inferiori nel 2023. Questo trend negativo, unito all’aumento dell’inflazione e alla riduzione del PIL, ha portato a una contrazione significativa della spesa reale per l’assistenza agli anziani non autosufficienti.

Le compagnie assicurative, fiutando l’opportunità, promuovono le polizze LTC come soluzione. Tuttavia, queste coperture, per essere efficaci, richiedono una sottoscrizione in giovane età e un impegno economico non indifferente. Inoltre, la complessità delle condizioni contrattuali e le esclusioni previste rendono queste polizze strumenti non sempre affidabili per garantire una copertura adeguata in caso di bisogno.

In conclusione, l’emendamento Cantù rappresenta un attacco diretto ai diritti dei più fragili, scaricando sulle famiglie oneri insostenibili e aprendo la strada a una privatizzazione strisciante dell’assistenza. È imperativo che il governo riveda questa decisione e riaffermi il principio costituzionale del diritto alla salute per tutti, senza discriminazioni.

Un governo che fa cassa sugli ultimi e premia i forti

C’è una verità che non possiamo più permetterci di ignorare: questo governo taglia sulla pelle dei più fragili mentre spalanca le casse pubbliche per altri interessi. Non ci sono soldi per garantire un’assistenza dignitosa ai malati non autosufficienti, ma c’è un fervore quasi mistico nel portare le spese militari al 2% del PIL, come richiesto dalla NATO, seguendo ciecamente i diktat bellicisti delle grandi potenze.

Non si trovano fondi per chi ha bisogno di cure quotidiane, ma non si contano più i condoni agli evasori, i regali fiscali alle imprese che delocalizzano e i bonus distribuiti a pioggia per fini elettorali. È il principio della Repubblica ad essere tradito: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” (art. 32 Cost.). Eppure oggi, in un silenzio assordante, si smantella pezzo dopo pezzo l’universalismo del Servizio Sanitario Nazionale, trasformandolo in un privilegio per chi può permettersi una polizza privata, una clinica convenzionata o un avvocato capace di combattere fino in Cassazione.

La verità è spietata: si sta costruendo un’Italia a due velocità. Da un lato chi ha mezzi e risorse per curarsi, difendersi e vivere. Dall’altro lato, una moltitudine di invisibili — anziani, disabili, malati cronici — che vengono abbandonati al loro destino. Nessun fondo per loro, nessuna tutela, nessuna voce. Solo silenzi, attese e rette impossibili da pagare.

Questo governo ha scelto di fare cassa sugli ultimi. Ha scelto di rendere legittima, persino istituzionale, l’ingiustizia. Ha scelto di mettere a profitto la fragilità umana. Non per errore, non per necessità, ma per precisa volontà politica. E non c’è nulla di più osceno che vedere il potere girarsi dall’altra parte mentre i più deboli vengono lasciati soli.

Chi non si ribella oggi, domani rischia di trovarsi dalla stessa parte. Perché la fragilità è una condizione che può toccare ciascuno di noi, in qualsiasi momento. E allora, forse, sarà troppo tardi per alzare la voce.

Un appello per chi non ha voce

A tutti coloro che ancora credono nella giustizia sociale, nella dignità umana, nei principi scolpiti nella nostra Costituzione: è il momento di alzarsi in piedi. Di rompere il silenzio. Di denunciare pubblicamente l’ipocrisia di un potere che si definisce sovranista, ma sovrano lo è solo nel calpestare i diritti dei più deboli.

Non basta indignarsi, serve organizzarsi. Serve costruire un fronte civile e politico che rimetta al centro le persone, non i profitti. Che difenda i malati, gli anziani, i disabili, gli ultimi. Perché un Paese che si misura solo con il PIL e la spesa militare è un Paese morto dentro. Un Paese senza pietà, senza visione, senza futuro.

Rifiutiamo l’idea di una società dove la fragilità è una colpa e la cura un lusso. Rifiutiamola con la voce, con la penna, con il corpo. Rifiutiamola in piazza, nei tribunali, nei municipi, ovunque. E facciamolo per chi oggi non può più parlare, per chi non riesce più a lottare, per chi viene abbandonato a morire nel silenzio.

Perché la dignità non si taglia. Si difende. Sempre.

Fonti: articoli di Gaia Scacciavillani pubblicati su Il Fatto Quotidiano del 7 aprile 2025.

I cinque referendum per la salute della democrazia

Un argine popolare contro la deriva autoritaria

Introduzione: Una democrazia sotto assedio

Viviamo tempi bui. La democrazia, quella reale, fatta di diritti, dignità e partecipazione popolare, è sotto attacco come mai prima d’ora dal dopoguerra. Non è un colpo di Stato militare, non ci sono carri armati nelle strade: è un logoramento silenzioso, un veleno che agisce lentamente, smontando i pilastri della Repubblica nata dalla Resistenza.

L’attacco silenzioso dei poteri finanziari

La data spartiacque è il 28 maggio 2013, quando la banca d’affari americana JP Morgan pubblica un documento che passerà alla storia non per i numeri, ma per le parole. Scrivono gli analisti: le Costituzioni nate dopo la caduta del fascismo, soprattutto in Italia, Portogallo, Grecia e Spagna, sono un ostacolo. Perché? Perché difendono i lavoratori, tutelano la protesta sociale, limitano il potere degli esecutivi.

Quel documento non era solo un’analisi economica: era un manifesto politico. Da quel momento, l’agenda neoliberista ha puntato dritta a scardinare i principi costituzionali nati dall’antifascismo.

L’avanzata di un nuovo autoritarismo

Negli ultimi anni, quel disegno si è fatto legge. La cancellazione dell’articolo 18 con il Jobs Act, la precarizzazione selvaggia dei contratti a termine, la riduzione delle tutele per i lavoratori delle piccole imprese, l’impunità per le imprese appaltanti in caso di incidenti sul lavoro. E oggi, a completare l’opera, arrivano il Premierato forte, la riforma della giustizia e l’autonomia differenziata: un progetto che punta a concentrare il potere nelle mani di pochi e a dividere il Paese tra regioni ricche e regioni povere.

Cinque referendum per la dignità e la democrazia

Contro questa deriva si levano i cinque referendum promossi dalla CGIL. Non sono solo richieste sindacali, ma un vero atto di resistenza democratica.

  1. Ripristino dell’Articolo 18

Lo Statuto dei lavoratori del 1970 portò la Costituzione dentro le fabbriche. La sua demolizione ha trasformato i lavoratori in merce usa e getta. Il referendum chiede di restituire stabilità e dignità al lavoro.

  1. Tutela nelle piccole imprese

Oggi chi lavora in aziende con meno di 15 dipendenti ha meno diritti. Un’ingiustizia che il referendum vuole cancellare.

  1. Stop alla precarietà

La liberalizzazione dei contratti a termine ha moltiplicato la precarietà, rendendo insicura la vita di milioni di persone. Il referendum vuole tornare a un lavoro stabile, che permetta di progettare il futuro.

  1. Sicurezza sul lavoro

Ogni giorno in Italia muoiono in media tre persone sul lavoro. Il referendum mira a estendere la responsabilità anche all’impresa appaltante, ponendo fine all’impunità e agli appalti al massimo ribasso sulla pelle dei lavoratori.

  1. Inclusione e cittadinanza

Il quinto quesito chiede di favorire l’inclusione dei lavoratori immigrati, perché senza diritti per tutti, la democrazia è un guscio vuoto.

Non solo lavoro: un progetto di restaurazione autoritaria

I referendum non sono un’iniziativa isolata. Sono l’argine che si oppone a un progetto ben più ampio: smantellare la partecipazione popolare, dividere il Paese con l’autonomia differenziata, concentrare tutto il potere nelle mani di un Premier eletto direttamente, ridurre al silenzio le opposizioni e criminalizzare il dissenso.

È la stessa logica che guida le leggi sulla sicurezza, che colpiscono chi protesta e chi lotta per i diritti. Una logica che oggi mette in discussione la Costituzione stessa.

La memoria che ci chiama: Reggio Emilia, 1960

Sessantacinque anni fa, un governo tentò di riportare al potere le forze sconfitte dalla storia. Fu il movimento dei lavoratori a fermarlo, pagando un prezzo di sangue con i sette morti di Reggio Emilia.

Oggi, come allora, spetta ai lavoratori, agli studenti, ai cittadini consapevoli difendere la democrazia. Perché chi lavora non difende solo il salario, ma l’interesse generale.

Conclusione: Un voto che vale davvero

Questi referendum sono un’occasione rara. Non si tratta di scegliere un partito, ma di riaffermare un principio: la democrazia vive solo se il lavoro è tutelato, se il dissenso è garantito, se i diritti sono universali.

Il potere vuole convincerci che siamo spettatori impotenti. Ma la storia insegna che, quando il popolo decide di rialzarsi, nessun potere può fermarlo.

«Di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera, fischia il vento, infuria la bufera…»
È tempo di rispondere a quella bufera.

Quando gli insulti fanno piazza: la riscossa identitaria del Movimento 5 Stelle

Ci sono momenti in politica in cui le accuse degli avversari diventano la miglior campagna elettorale. È quello che sta accadendo al Movimento 5 Stelle in vista del corteo del 5 aprile a Roma. Una manifestazione che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrebbe rappresentare un chiaro «no» all’escalation bellicista e alla folle corsa al riarmo che attraversa l’Europa. Ma che, nei fatti, sta già diventando molto di più: un’occasione di rilancio identitario, di riscoperta di un protagonismo politico che sembrava smarrito.

Il paradosso è evidente: più gli avversari attaccano, più il Movimento si rafforza. Le parole del ventriloquo Carlo Calenda, nel pieno di una crisi mistica da possessione per la presenza della Giorgia nazionale, – che ha auspicato senza mezzi termini «la cancellazione dei Cinque Stelle» – sono diventate il detonatore di una mobilitazione che supera ogni previsione. Non solo i cinquemila manifestanti già certi, ma un numero che potrebbe triplicare grazie a un sentimento diffuso di rivalsa. Perché nulla compatta come l’insulto, nulla galvanizza come l’essere messi all’angolo dal sistema politico e mediatico.

Il Movimento 5 Stelle sta così ricostruendo, mattone dopo mattone, la sua vecchia narrazione: quella del partito contro tutti, della forza antisistema che sfida i poteri costituiti. E poco importa se negli anni abbia governato, stretto alleanze, ceduto su molte delle sue promesse originarie. Oggi Conte e i suoi cavalcano di nuovo lo spirito dell’assedio, sapendo che lì, in quello spazio di conflitto e marginalità, possono tornare ad aggregare consenso.

Non si tratta soltanto di opposizione al riarmo o alle politiche europee sulla sicurezza: dietro la piazza del 5 aprile c’è una precisa strategia di occupazione dello spazio politico che il Partito Democratico non riesce o non vuole presidiare. Quel fronte ampio e popolare fatto di sindacati, associazioni, intellettuali, militanti pacifisti e semplici cittadini che non si riconoscono né nella retorica atlantista né nell’ortodossia neoliberista.

Lo dimostrano le adesioni illustri all’appello pubblicato dal Fatto Quotidiano: firme autorevoli come Luciana Castellina, Luigi Ferrajoli e Gian Giacomo Migone, seguite da oltre 150 intellettuali, giornalisti, attivisti. Un endorsement che non è solo politico, ma culturale: la sinistra che non trova casa nelle stanze del Partito Democratico guarda al M5S come all’unico argine possibile contro l’omologazione bellicista.

Indicativa anche la presenza annunciata di Michele Santoro, così come la partecipazione di Azione Civile di Antonio Ingroia, Rifondazione Comunista. E, sullo sfondo, la silenziosa assenza di Elly Schlein, stretta tra le sue contraddizioni interne, e quella più rumorosa di Maurizio Landini, che segna la distanza dei grandi apparati sindacali da questa piazza “autarchica”.

Il paradosso è tutto qui: mentre il Movimento si prepara a sedersi ai tavoli di coalizione per le prossime elezioni regionali, nelle strade si ricompatta su un’identità di lotta che lo rende, almeno per un giorno, autosufficiente e protagonista. È la vecchia strategia del conflitto come collante, dell’insulto come carburante politico.

Virginia Raggi lo ha detto senza mezzi termini: «Siamo la maggioranza degli italiani, anche se ci etichettano come pacifinti o filoputiniani». Una frase che, al di là dell’enfasi, coglie il senso profondo di questa mobilitazione: l’intenzione di occupare uno spazio che la sinistra ufficiale ha abbandonato e che la destra non potrà mai conquistare.

Il corteo del 5 aprile sarà dunque molto più di una marcia contro la guerra. Sarà la prova che, nella politica italiana, le etichette affibbiate dai salotti sono spesso il preludio a un ritorno sulla scena. Che l’autarchia identitaria, in tempi di crisi e di guerra, può ancora diventare un’arma potente.

L’abbraccio velenoso: il patto non scritto tra Calenda e Meloni e l’attacco frontale al Movimento 5 Stelle

Un congresso che, più che un confronto di idee, si è rivelato la fotografia di un possibile asse futuro tra la destra di governo e una sedicente opposizione pronta a farsi stampella del potere.

Al congresso di Azione è andato in scena un teatro politico che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la tenuta democratica e l’equilibrio del nostro sistema. Sul palco, Carlo Calenda e Giorgia Meloni hanno inscenato un gioco delle parti che, dietro la patina del “dialogo democratico”, ha mostrato con chiarezza l’intesa politica e culturale tra i due protagonisti. Un’intesa che non è solo sulle scelte strategiche — dall’appoggio incondizionato alla guerra in Ucraina, al ritorno del nucleare, fino alla visione di un’Europa forte solo militarmente e debole socialmente — ma soprattutto sulla volontà condivisa di demolire ogni spazio alternativo alla destra al governo.

L’attacco sistematico al Movimento 5 Stelle

L’obiettivo principale di questa inedita alleanza informale è stato chiarissimo: il Movimento 5 Stelle. Le parole usate da Calenda, accolte dagli applausi della platea e dal compiacimento della Presidente del Consiglio, sono state di una violenza politica senza precedenti: «L’unico modo per stare assieme al M5s è cancellarlo». Un’affermazione che va ben oltre la normale dialettica tra avversari e che disvela una concezione oligarchica della politica: l’idea che la pluralità democratica sia un fastidio e che le forze realmente alternative vadano non solo sconfitte, ma annientate.

Tra gli attacchi rivolti al Movimento 5 Stelle, spicca la demonizzazione di uno dei provvedimenti sociali più rilevanti degli ultimi anni: il Superbonus. Come già accaduto con il Reddito di Cittadinanza, Calenda e Meloni utilizzano la solita, stanca e tossica retorica che punta a svilire qualsiasi strumento di redistribuzione sociale, riducendo il dibattito a una caricatura utile solo a giustificare tagli e cancellazioni.

Nel caso del Superbonus, la narrazione che viene imposta è quella del «bonus per i ricchi che rifanno le villette» — un falso argomentativo che ignora il fatto che migliaia di famiglie della classe media e popolare hanno potuto mettere in sicurezza, efficientare e valorizzare immobili che altrimenti sarebbero rimasti fatiscenti, inquinanti e pericolosi. Esattamente come nel caso del Reddito di Cittadinanza, liquidato come “paghetta per fannulloni”, si colpisce chi soffre, chi fatica, chi è ai margini, alimentando l’odio sociale da parte di chi ha già la pancia piena e vuole che nulla cambi.

È sempre la stessa strategia: criminalizzare chi riceve aiuti, silenziare le cause della povertà, ridicolizzare chi chiede giustizia sociale.

Giuseppe Conte lo ha compreso bene, quando ha risposto definendo questi attacchi «medaglie» ricevute dal «partito trasversale delle armi». È una verità che va riconosciuta e ribadita: il Movimento 5 Stelle, per la sua posizione netta contro la guerra, contro il massacro in Ucraina e contro il genocidio in Palestina, per la difesa dei ceti popolari e dei diritti sociali, rappresenta oggi l’unico argine reale al blocco di potere che si sta cementando tra destra e sedicente centro.

L’ipocrisia di Calenda e la finta opposizione

L’ex ministro Carlo Calenda si affanna a smentire ogni ipotesi di riposizionamento verso la maggioranza, ma i fatti parlano chiaro. Le convergenze con la Premier sono ormai quotidiane: dall’Ucraina alla politica industriale, dalla giustizia alla demolizione del Superbonus. Il Congresso di Azione ha reso visibile ciò che fino a ieri si cercava di nascondere: Azione non è un partito alternativo alla destra, ma un potenziale futuro alleato, pronto a governare fianco a fianco con Meloni quando la Lega avrà esaurito la sua funzione.

L’attacco al “campo largo”, condito da una retorica aggressiva contro il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, non è altro che il tentativo di scavare una trincea tra chi si oppone realmente al governo e chi, come Calenda, si candida a diventare la nuova ruota di scorta di Palazzo Chigi.

Un congresso senza popolo, ma pieno di potere

Non è un caso che tra gli ospiti di Calenda figurassero volti noti dell’establishment: Monti, Gentiloni, Guerini, Picierno, Lupi, Boccia, Fassino. L’operazione di Azione è chiara: costruire una nuova area di centro funzionale agli interessi delle élite economiche e dell’apparato militare-industriale, priva di qualsiasi radicamento popolare. Un’area che Meloni non teme, anzi, con cui già oggi dialoga apertamente, tra un sorriso e un applauso, in vista di future intese.

La trappola dell’“unità europea” armata

Tutto questo si consuma sotto la bandiera dell’“unità europea” e della difesa dell’Occidente, concetti branditi come clava per giustificare l’aumento delle spese militari e lo smantellamento del welfare. La narrazione condivisa tra Azione e Fratelli d’Italia è che chi si oppone alla corsa agli armamenti è un irresponsabile, un “figlio dei fiori” fuori dal tempo, un nemico della modernità. In questa cornice, chi parla di pace viene deriso, chi chiede giustizia sociale viene ridicolizzato, chi invoca la fine del massacro in Ucraina e del genocidio in Palestina viene tacciato di tradimento o di essere un terrorista .

Una prospettiva inquietante

Il congresso di Azione non ha solo mostrato la complicità tra Meloni e Calenda, ma ha tracciato un possibile scenario politico: un futuro in cui Azione si offre come stampella “moderata” di questa destra radicale, facendo piazza pulita di ogni alternativa progressista.

Per questo motivo è necessario che le forze sociali, democratiche e progressiste, a partire dal Movimento 5 Stelle, non cadano nella trappola di questa falsa polarizzazione e rilancino un progetto autonomo, radicato nei bisogni reali del Paese, capace di opporsi tanto alla destra quanto ai suoi alleati occulti.

Il congresso di Azione è stato un congresso del potere. Quello che manca oggi è un congresso del popolo.