“Il sorriso del complice: l’Italia che volta le spalle a Gaza”

Quando in Parlamento si sorride davanti a 50.000 morti, non siamo più solo di fronte a una crisi diplomatica, ma a una vergogna nazionale. La giornata infuocata a Montecitorio, segnata dall’informativa del ministro degli Esteri Antonio Tajani sulla strage in corso a Gaza, ha mostrato senza più veli il volto ipocrita e pavido di un governo che si professa “equilibrato”, ma che nei fatti si dimostra complice di un genocidio in diretta.

Tajani, con toni apparentemente più duri del solito, ha dichiarato che “i bombardamenti devono finire”, che “l’espulsione dei palestinesi non è un’opzione accettabile”, e che “le morti innocenti indignano le coscienze”. Ma si è ben guardato dal pronunciare il nome del mandante di questa carneficina: Benjamin Netanyahu. Un silenzio assordante, che le opposizioni non hanno mancato di denunciare come paura politica, viltà diplomatica e calcolo elettorale.

Nel momento in cui le opposizioni accusavano il governo di essere “complice del genocidio”, Tajani ha avuto il coraggio di sorridere. E quando gli è stato chiesto conto di quelle risate, ha risposto che rideva “degli insulti”. Ma non erano insulti: erano accuse documentate, domande legittime, appelli disperati a prendere posizione contro una carneficina che il mondo intero, tranne pochi vassalli di Washington e Tel Aviv, riconosce come un crimine contro l’umanità.

Non è bastato ricordare i 110 milioni spesi per gli aiuti umanitari, né l’accoglienza di pochi bambini palestinesi. Non si lava con qualche sacco di farina il sangue che scorre lungo le macerie di Rafah. Non basta citare i numeri dell’export di armi per nascondere che gli F-35 israeliani si sono esercitati nei cieli italiani prima di seminare morte su Gaza.

Il governo italiano continua a giocare su un crinale ambiguo, cercando di mantenere un equilibrio impossibile tra il sostegno all’alleato israeliano e la salvaguardia di una reputazione internazionale che si sgretola giorno dopo giorno. Ma in politica estera, come nella vita, non si può stare con le vittime e con i carnefici.

Rifiutarsi di isolare Israele, di sospendere i memorandum militari, di riconoscere lo Stato di Palestina, significa una sola cosa: essere parte del problema, non della soluzione. E chi continua a parlare di “dialogo” mentre si stermina un popolo, non è un pacificatore, ma un complice ben vestito.

Il 7 giugno, le piazze d’Italia si riempiranno di chi rifiuta questa narrazione tossica, di chi non accetta che le istituzioni democratiche sorridano sull’abisso. Perché c’è un tempo per il dialogo e un tempo per la verità. E oggi è tempo di dire, con chiarezza e coraggio: questo governo è parte del genocidio. E come tale, dovrà rispondere non solo alla storia, ma alla giustizia.

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