In un Paese dove la legge è spesso trattata come un optional e la Costituzione viene evocata solo quando fa comodo, sta accadendo qualcosa di particolarmente grave: ministri, presidenti di Regione, capi di partito – tutti con ruoli pubblici e funzioni istituzionali – stanno apertamente invitando i cittadini all’astensione referendaria. Non si tratta di opinioni da bar o di libere esternazioni da parte di comuni cittadini: siamo di fronte a dichiarazioni pubbliche, reiterate e programmatiche, pronunciate da figure dello Stato nell’esercizio delle loro funzioni. E questo – è bene ricordarlo – è un reato.
Sì, un reato. Non una metafora, né un giudizio morale. Lo dice il diritto. Lo dice una legge tuttora in vigore.
L’articolo 98 del Testo unico delle leggi elettorali per la Camera dei Deputati, risalente al 1948, è cristallino: “Il pubblico ufficiale, e in ogni caso chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile o militare, abusando delle proprie attribuzioni e nell’esercizio di esse, che si adopera a costringere gli elettori in favore di questa o quella lista o a indurli all’astensione, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.”
Nel 1970, con l’introduzione della disciplina specifica sui referendum, l’articolo 51 della legge n. 352 ha esteso espressamente quella norma ai casi di astensione riferiti alle consultazioni referendarie. Eppure, oggi, in piena campagna referendaria sui diritti del lavoro, si assiste a un coro istituzionale di “non andate a votare”, come se fosse normale, come se la legalità fosse una questione di opportunità politica.
Un reato dimenticato, o volutamente ignorato?
Forse, come recita un antico brocardo, “ignorantia legis non excusat”. Nessuno può scusarsi per un furto dicendo di non sapere che rubare è vietato. Tanto più se il presunto colpevole è un legislatore, ovvero colui che le leggi le scrive, le modifica e le dovrebbe far rispettare. Quando a promuovere l’astensionismo non è un passante qualsiasi, ma il presidente del Senato Ignazio La Russa, che da un palco di Fratelli d’Italia promette pubblicamente che farà “campagna per restare a casa”, la questione assume contorni istituzionali preoccupanti. E non è solo: da Tajani a Lollobrigida, da Salvini a Fontana e Fedriga, l’elenco degli “induttori all’astensione” è lungo e in crescita.
A ognuno di questi si potrebbe applicare la stessa definizione: “uomo di fede”, magari in buona fede, come ironicamente si dice. Ma è lecito che la propaganda elettorale (o meglio, antielettorale) venga condotta da chi riveste incarichi pubblici? È normale che si scoraggino i cittadini dal votare su temi centrali per la vita sociale e democratica del Paese?
Non è solo una questione giuridica, ma democratica.
Perché il punto centrale non è solo se sia o meno penalmente perseguibile l’appello all’astensione da parte di un ministro. Il vero nodo è la deformazione culturale che si sta tentando di imporre: l’idea che votare non serva, che partecipare sia inutile, che la democrazia sia un fastidio. Un sistema in cui le urne sono viste come minaccia piuttosto che come strumento di sovranità popolare, è un sistema che sta scivolando verso l’oligarchia. Il richiamo alla “libertà di espressione” da parte di chi ha un microfono istituzionale fisso è una scusa ipocrita: quando parla una carica dello Stato, non è mai un’opinione neutra, è un atto politico e simbolico che ha conseguenze pubbliche.
Come giustamente osservato, esistono due verbi nel testo di legge: costringere e indurre. Il primo riguarda la coercizione diretta – come nel caso di un sindaco che non fa allestire i seggi. Il secondo, invece, riguarda la pressione indiretta, la persuasione istituzionale, le parole cariche di potere che spingono le persone ad allontanarsi dalle urne. Anche questo è “abuso di funzione”.
Il paradosso dell’anacronismo
Forse quelle norme sono anacronistiche, figlie di un tempo in cui la partecipazione era considerata un dovere civico e la Repubblica prendeva sul serio la propria Costituzione. Forse. Ma se sono davvero obsolete, il Parlamento le abroghi. Non può esistere una giustizia intermittente, che si applica ai deboli e si interpreta per i forti, come diceva Giolitti. La legge o vale per tutti o non vale per nessuno. In caso contrario, siamo nella legge della giungla travestita da Stato di diritto.
Nel 1993 furono abolite le sanzioni per i cittadini che non votavano. Ma le sanzioni per chi induce alla non partecipazione restano attive. Solo che non vengono applicate. Come se lo Stato stesso si rifiutasse di difendere il proprio corpo democratico, lasciando che siano proprio le sue articolazioni più alte a sabotarlo.
Un messaggio pericoloso
Quello che sta passando è un messaggio devastante: se voti, sei complice; se non voti, sei un cittadino illuminato. È l’esatto contrario della pedagogia costituzionale. Ed è un messaggio che scoraggia soprattutto i più fragili, i più giovani, i più disillusi, ovvero proprio coloro che avrebbero bisogno di vedere la politica come strumento di cambiamento e non come uno spettacolo riservato ai poteri forti.
In un Paese dove il disincanto è già alto e la fiducia istituzionale ai minimi storici, l’invito all’astensione è la più vile delle scorciatoie, un trucco per svuotare di senso il dissenso. Perché non si teme tanto il voto in sé, quanto ciò che potrebbe emergere da un pronunciamento chiaro del popolo su temi scomodi come l’articolo 18, il precariato, la sicurezza nei subappalti, la cittadinanza. E allora meglio zittirlo, quel popolo. O meglio, convincerlo a zittirsi da solo.
Conclusione: chi teme il voto, teme la democrazia
Non si invochino manette. Non servono. Basterebbe un po’ di decenza istituzionale, un rispetto minimo delle regole, un senso della funzione pubblica che vada oltre la convenienza del momento. Se la legge c’è, va rispettata. Se non serve più, va abrogata. Ma non si può calpestare a comando. E soprattutto, non si può combattere la partecipazione popolare con la complicità dello Stato.
Chi ha paura di cinque “sì”, non teme solo una riforma. Trema davanti alla democrazia. E questo, sì, dovrebbe fare davvero paura.