In una democrazia matura, la cittadinanza non può essere ridotta a un premio da elargire a discrezione del potere, né a un lasciapassare per chi ha vinto una lotteria anagrafica. È, invece, un atto di giustizia. Un riconoscimento. Un legame che si stringe tra chi vive, lavora, cresce e contribuisce ogni giorno al bene comune e la comunità che lo accoglie.
L’8 e 9 giugno siamo chiamati a decidere se ridurre da dieci a cinque anni il periodo di residenza necessario per ottenere la cittadinanza italiana. Non è una questione di regole formali, ma di visione del mondo. Non si tratta di “concedere qualcosa”, ma di riconoscere ciò che già è. Di vedere l’altro come parte integrante del nostro presente e del nostro destino.
Nel nostro Paese vivono oltre cinque milioni di stranieri. Molti di loro sono qui da anni, lavorano con noi, pagano le tasse, mandano i figli a scuola, curano i nostri anziani, animano i nostri quartieri, soffrono e gioiscono insieme a noi. Eppure, restano giuridicamente esclusi, confinati in una terra di mezzo, senza pieno accesso ai diritti politici, senza voce, senza rappresentanza, senza radici formalmente riconosciute. Come se la loro appartenenza fosse sospesa in eterno.
Ma non possiamo più permettere che lo sguardo dello Stato sia cieco di fronte a questa realtà. Non possiamo accettare che un giovane nato e cresciuto in Italia venga trattato come straniero nella sua stessa casa. Non possiamo più ignorare l’ingiustizia di chi, pur essendo parte viva della nostra società, continua a vivere nell’ombra dell’irregolarità solo per un cavillo anagrafico.
Votare Sì a questo referendum significa rispondere a una domanda semplice e potente: vogliamo essere una Repubblica che riconosce il valore della presenza, dell’impegno, della convivenza? Oppure vogliamo restare fermi a una concezione ottocentesca della cittadinanza, fondata su sangue e confini, anziché su legami, progetti e responsabilità condivise?
Ridurre gli anni di attesa da dieci a cinque non è un azzardo. È un atto di civiltà. È il riconoscimento di un percorso di vita già compiuto: cinque anni di residenza continuativa, conoscenza della lingua, assenza di condanne, reddito dimostrato. Nessun regalo, ma un giusto equilibrio tra diritti e doveri. E soprattutto, è un investimento sulla coesione sociale, sulla stabilità delle famiglie, sull’integrazione culturale, sull’uguaglianza dei minori.
Chi otterrà la cittadinanza grazie a questa riforma non è un “altro”, ma è già parte di noi. È il nostro vicino di casa, la nostra collega, il compagno di banco di nostro figlio. Persone che chiedono solo di essere riconosciute per quello che già sono: membri della nostra comunità.
Ci raccontano che così si “svende” la cittadinanza. È falso. La si onora, invece, dandole il significato che merita: non barriera, ma ponte. Non esclusione, ma partecipazione. Non proprietà di pochi, ma diritto di chi condivide il destino comune.
In un’epoca segnata da crisi demografica, da divisioni e conflitti, da smarrimento di senso, questo referendum può essere una risposta concreta e umana. Un passo verso un’Italia più giusta, più accogliente, più vera.
Votare Sì significa scegliere la dignità sull’indifferenza. La giustizia sulla paura. Il futuro sulla chiusura.
L’8 e 9 giugno, facciamoci trovare dalla parte giusta della storia.
Votiamo Sì per una cittadinanza che riconosca l’essere umano prima del documento.
Votiamo Sì per un’Italia che non esclude, ma include.
Votiamo Sì perché il futuro ha bisogno di appartenenza, non di burocrazia.
Mario Sommella
– Per chi crede che i diritti non debbano aspettare dieci anni per fiorire.