Il silenzio che uccide: le stragi del ‘93, la Commissione Antimafia e l’auto-censura di Stato

C’è un momento, nella storia di un Paese, in cui il silenzio non è più una scelta diplomatica o un errore istituzionale, ma una complicità attiva. È il caso della Commissione Parlamentare Antimafia guidata da Chiara Colosimo, dove il tema delle stragi del 1993 – gli attentati di Firenze, Milano e Roma – e del loro legame con la transizione politica che portò alla nascita di Forza Italia, è stato trattato come un tabù da seppellire, non come un dovere da indagare.

Siamo nel cuore di una delle stagioni più oscure della Repubblica. Anni in cui la mafia non si limitava a dettare legge nel proprio territorio, ma pretendeva di riscrivere l’intero assetto dello Stato, scegliendo referenti, eliminando ostacoli, condizionando le transizioni politiche. È in questo contesto che si inseriscono le stragi continentali del 1993, prosecuzione della strategia stragista iniziata nel 1992 con gli omicidi di Falcone e Borsellino. Stragi che non furono semplici vendette o atti dimostrativi, ma veri e propri segnali lanciati al cuore delle istituzioni, affinché certi equilibri cambiassero.

Eppure, ieri a Palazzo San Macuto, durante l’audizione dell’ex generale dei ROS Mario Mori e del colonnello Giuseppe De Donno, questi nodi cruciali sono stati volutamente disinnescati. Anzi, peggio: silenziati. Quando i parlamentari del PD, Walter Verini e Giuseppe Provenzano, hanno posto domande legittime e necessarie – sul legame tra via D’Amelio e le bombe del 1993, sui rapporti tra mafia e politica, su Dell’Utri e D’Alì, politici condannati per concorso esterno in associazione mafiosa – la presidente Colosimo li ha redarguiti, invitandoli a rispettare “le risposte che gli auditi vogliono o non vogliono dare”.

Una frase che suona come un ossimoro nella sede della verità istituzionale: perché un’audizione in una Commissione d’inchiesta non è un tè tra amici, ma un atto di responsabilità repubblicana. Tanto più quando si parla di sangue versato e di poteri occulti.

Il paradosso si fa beffa quando si osserva il trattamento riservato ad altri membri della maggioranza. Il deputato De Corato ha potuto divagare citando libri complottisti sull’architetto della Seconda Repubblica; il leghista Cantalamessa ha portato la discussione sugli appalti TAV del 1996, completamente fuori tema. Il colonnello De Donno, con verve teatrale, ha narrato le gesta di un infiltrato ROS senza che nessuno lo interrompesse. Ma quando Provenzano ha osato chiedere se Mori, nei suoi anni al SISDE, avesse avuto contatti con i fratelli Graviano – protagonisti chiave della strategia stragista – Colosimo ha interrotto tutto, blindando il dibattito.

È il riflesso condizionato di chi teme non la menzogna, ma la verità. Perché dentro quel filo che unisce Palermo a Firenze, da via D’Amelio a via dei Georgofili, passando per lo Stadio Olimpico e finendo in via Palestro, c’è un pezzo di verità sulla Seconda Repubblica. Una verità che riguarda l’ingresso in campo di Silvio Berlusconi, l’opera di raccordo di Marcello Dell’Utri, le trattative tra pezzi deviati dello Stato e boss mafiosi, e il ruolo ambiguo – ora sotto nuova indagine a Firenze – dello stesso Mario Mori.

A denunciare questo quadro è arrivata oggi una contro-relazione del Movimento 5 Stelle, redatta da Scarpinato, De Raho e Giuseppe Conte, che smonta pezzo per pezzo la narrazione dei due ex ROS. Il documento mette in evidenza incongruenze cronologiche, omissioni e persino tentativi di manipolazione dei documenti da parte di Mori. Basti pensare all’incontro con Borsellino del 25 giugno 1992: secondo Mori, fu un confronto cruciale per la pista mafia-appalti, ma di quell’incontro non si seppe nulla fino al 1998, e quando fu chiesto a De Donno di riferire, omise persino la presenza del suo superiore. Una dimenticanza più che sospetta.

La contro-relazione del M5S ricorda anche come l’informativa “mafia-appalti” fosse tutt’altro che insabbiata: fu depositata regolarmente al CSM nel luglio 1992, e l’inchiesta fu omissata per oltre 300 pagine su 900, smentendo così la tesi che la Procura avesse voluto occultare qualcosa. Ancora più grave la distorsione operata sul collaboratore Lo Cicero, che secondo Mori sarebbe stato ritenuto inattendibile da Falcone, il quale però era già morto quando Lo Cicero cominciò a collaborare.

Insomma, più che un’audizione, quella di ieri è sembrata una rappresentazione ideologica, dove i fatti sono stati piegati a una narrazione funzionale alla destra di governo. Una destra che non vuole più indagare sulle stragi, ma riscriverne il significato. Una destra che teme, forse, che scavare a fondo possa riportare alla luce verità imbarazzanti sulle proprie radici.

E allora si capisce perché, dentro la Commissione Antimafia, non ci sia spazio per parlare del ruolo di Dell’Utri, della trattativa Stato-mafia, delle indagini aperte a Firenze, e dei legami tra Cosa Nostra e Forza Italia. Troppo pericoloso. Troppo vicino al cuore del potere.

Ma se l’Antimafia smette di fare luce, chi può farlo? Se la Commissione diventa scudo anziché lente, allora è lo Stato stesso a voltarsi dall’altra parte. Ed è in quel voltarsi che si consuma un nuovo tradimento verso Falcone e Borsellino: non con il tritolo, ma con l’oblio.

Nel nostro Paese non manca la verità. Manca il coraggio di dirla fino in fondo.

“Non nel mio nome”: armi italiane per il genocidio. Il governo confessa, l’etica affonda

C’è una linea che divide la complicità dalla criminalità morale. E l’Italia, con la risposta del sottosegretario Giorgio Silli in Commissione Esteri, l’ha appena attraversata.

Con parole fredde, burocratiche, quasi rassicuranti nel loro tono anestetizzante, il governo Meloni ha ammesso quello che da mesi denunciamo: l’Italia continua a esportare armi verso Israele anche dopo il 7 ottobre 2023. Non nuove licenze, è vero. Ma quelle precedenti sì. Come se il tempo rendesse etico ciò che oggi è inaccettabile. Come se la data potesse cancellare la responsabilità politica e morale di rifornire un esercito che sta compiendo un genocidio sotto gli occhi del mondo.

Le armi “intelligenti” del sottosegretario

Ma l’aspetto più sconcertante non è solo la confessione in sé. È la giustificazione. Silli ha dichiarato che le forniture autorizzate sono state valutate “caso per caso”, e che si è proceduto solo con armamenti che “non potessero essere utilizzati contro la popolazione civile”.

Ora, facciamo un esercizio di immaginazione. Immaginiamo un’arma italiana dotata di un selettore magico: se davanti ha un bambino, un disabile, una donna o un anziano, si disattiva. Se invece rileva un militante di Hamas, si attiva. Un’arma selettiva, etica, obbediente ai valori costituzionali. È chiaro: siamo nel campo della fantascienza. Anzi, del grottesco.

Perché non esistono armi “buone” in mano a eserciti che bombardano ospedali, scuole, campi profughi. Non esistono munizioni etiche quando servono a tenere in funzione l’ingranaggio di una macchina militare che ha già ucciso oltre 55.000 persone, in gran parte civili. Non esistono componenti “innocui” se finiscono negli elicotteri, nei droni o nei carri armati di chi ha trasformato Gaza in un cimitero a cielo aperto.

E non esiste nessuna scusa tecnocratica che possa giustificare una tale complicità. Dire che “quelle armi non colpiscono civili” è una menzogna oscena, paragonabile a chi, davanti ad Auschwitz, si preoccupava della qualità del carbone usato nei forni.

Il silenzio della Meloni? Tutto tiene

Il silenzio di Giorgia Meloni, come ho già scritto nel mio precedente articolo “Il panico morale e il genocidio in diretta”, non è solo vile. È strategico. Non è semplice ossequio verso Donald Trump. È allineamento strutturale a un’ideologia di guerra permanente, dove il diritto internazionale vale solo per gli sconfitti e le vittime sono divise in “degne” e “non degne” di lutto.

Oggi sappiamo anche perché tace: non solo per non disturbare il suo nuovo “alleato” d’oltreoceano, ma perché in ballo c’è un flusso di affari bilaterale vergognoso. L’Italia non solo esporta, ma importa armi da Israele. E lo fa in misura crescente: nel 2024 le autorizzazioni sono più che raddoppiate rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 154 milioni di euro. Siamo passati dal settimo al secondo posto tra i clienti di Tel Aviv. Tutto questo mentre Israele pratica l’apartheid, la pulizia etnica e la fame come arma.

Dunque, mentre Gaza brucia, l’Italia compra e vende morte. E lo fa invocando “l’aderenza alla normativa europea e internazionale”. Ma che senso ha una norma che permette lo sterminio? Che valore ha una legge se non si accompagna alla giustizia? È l’ennesima forma di ipocrisia occidentale: ci si nasconde dietro i codici per coprire l’assenza totale di coscienza.

La responsabilità è politica, non tecnica

Non possiamo permettere che la questione venga relegata a un livello tecnico, da archivio ministeriale. Qui non stiamo parlando di cavilli burocratici, ma di etica pubblica, di valori costituzionali, di umanità. Se una fornitura militare, anche vecchia, contribuisce al genocidio di un popolo, va interrotta. Punto.

Il sottosegretario ha detto che “l’approccio italiano è particolarmente restrittivo”. È falso. È l’esatto contrario. Restrittivo sarebbe stato bloccare ogni tipo di transazione militare, sia in uscita che in entrata. Restrittivo sarebbe stato chiudere le collaborazioni accademiche con le università israeliane coinvolte nella ricerca bellica. Restrittivo sarebbe stato schierarsi apertamente per l’embargo militare internazionale nei confronti di Israele, come richiesto da centinaia di organizzazioni per i diritti umani.

Non nel mio nome
Chi finanzia la morte non è neutrale. Chi tace davanti a un crimine, lo favorisce. Chi fa affari con un governo etno-teocratico che predica la “depopolazione” di Gaza è un complice. Non servono giri di parole.

A nome di tanti cittadini italiani che non si riconoscono in questa vergogna, lo dico chiaramente: non nel mio nome.

Non voglio che le mie tasse servano a finanziare il genocidio. Non voglio che il mio Paese sia complice dell’apartheid. Non voglio che l’Italia sia corresponsabile dello sterminio di un popolo.

Se la democrazia ha ancora un senso, deve cominciare da qui: dal rifiuto radicale di ogni complicità, dalla costruzione di una coscienza pubblica che dica basta alla menzogna, alla violenza e alla diplomazia dei cadaveri.

È il momento di scegliere da che parte stare. Davvero.

Mario Sommella è attivista, scrittore e coordinatore responsabile delle politiche sociali e disabilità di Azione Civile. Da anni si occupa di giustizia sociale, diritti civili, comunicazione politica e Palestina.

“Sicurezza negata, profitto garantito: l’Italia e la strage silenziosa dei lavoratori”

C’è una guerra che non fa rumore, ma ogni giorno fa vittime. Non si combatte con carri armati o droni, non occupa le prime pagine dei giornali, non provoca indignazione internazionale. Eppure, ha già ucciso più di 15.000 persone negli ultimi dieci anni. È la guerra del profitto contro la vita. È la strage quotidiana dei lavoratori italiani.

La chiamano “morte bianca” come fosse un destino naturale, un incidente sfortunato, una tragica fatalità. Ma non c’è nulla di naturale nello schiacciamento di un operaio sotto un macchinario non a norma, nulla di sfortunato nel volo da un’impalcatura senza protezioni, nulla di accidentale nell’avvelenamento per esposizione a sostanze tossiche.
C’è invece una responsabilità sistemica, diffusa, precisa. E soprattutto impunita.

Uccidere un lavoratore, oggi in Italia, è il crimine più conveniente: non paga nessuno. Secondo l’INAIL, nel solo 2023 sono state denunciate 1.041 morti sul lavoro, quasi tre al giorno. Ma il dato più inquietante è che oltre il 90% dei casi giudiziari si conclude con archiviazioni, patteggiamenti simbolici o assoluzioni. In Toscana, i padroni dell’azienda dove morì Luana D’Orazio – ventidue anni, stritolata da un orditoio manomesso – hanno patteggiato pochi mesi, pena sospesa. In Veneto, pochi giorni fa, un altro operaio ha perso la vita in circostanze simili. Chi pagherà? Nessuno, di nuovo.

Questa impunità non è una stortura del sistema. È il sistema. Un sistema produttivo che trova più conveniente risparmiare sulla sicurezza che investire sulla vita. Un capitalismo senza freni che premia la violazione delle norme e penalizza chi le rispetta. Un apparato statale che dovrebbe vigilare, sanzionare, prevenire… ma che invece latita, o peggio: agevola.

Giorgia Meloni lo ha detto con chiarezza nel suo discorso di insediamento: “Non disturberemo il fare”. Un programma politico tradotto in atti concreti: repressione per i poveri, deregolamentazione per i padroni. Mentre si varano decreti sicurezza che colpiscono il dissenso e le libertà civili, si stanziano 600 milioni di euro per incentivare le imprese a fare quello che dovrebbero già fare per legge: proteggere i propri lavoratori.

E mentre si lesina su ispettori del lavoro, prevenzione e controlli, lo stesso governo trova senza esitazione oltre un miliardo di euro per finanziare un’operazione tanto cinica quanto inutile: la deportazione degli immigrati in Albania.
Un provvedimento dispendioso, inefficace e indegno, con cui si sottraggono risorse che avrebbero potuto essere destinate alla sicurezza nei cantieri, nelle fabbriche, nei magazzini. Invece di salvare vite, si finanziano campagne elettorali giocate sulla pelle degli ultimi.

Il governo ignora ostinatamente il progetto di legge presentato da diversi parlamentari per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro, che punirebbe con pene adeguate le responsabilità gravi in caso di decessi causati da violazioni delle norme di sicurezza. Il ministro Nordio lo ha respinto con cieca ideologia liberista. Nessuna procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, nessun rafforzamento degli organi ispettivi, nessuna volontà reale di colpire i responsabili.

Il sistema si regge su una verità brutale: la vita del lavoratore vale meno del profitto del datore. E a questo sistema partecipano tutti: i governi che smantellano il diritto del lavoro, i sindacati concertativi che rinunciano al conflitto, i media che normalizzano le morti come “cronaca”, invece di chiamarle con il loro nome: omicidi industriali.

La precarizzazione selvaggia del lavoro, la liberalizzazione degli appalti, le riforme che hanno smantellato l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, sono leggi criminali che alimentano la mattanza. È da lì che bisogna partire: invertendo il senso di marcia.

Servono:
• migliaia di ispettori del lavoro, dotati di poteri reali e indipendenza;
• controlli a sorpresa, frequenti e incisivi;
• pene severe, senza possibilità di patteggiamento per omicidi sul lavoro;
• un fondo nazionale per la sicurezza finanziato con i profitti delle imprese recidive;
• il ripristino delle tutele sostanziali per i lavoratori precari e a tempo determinato;
• una procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, come quella antimafia.

Ma soprattutto serve un cambiamento culturale e politico. Un sindacalismo conflittuale, non concertativo, che fermi la produzione quando la salute è a rischio. Una sinistra che non parli solo di transizione ecologica, ma di giustizia sociale nei luoghi di lavoro. Un popolo che non si abitui alla strage.

Se non ora, quando?
Quanti altri morti servono prima che la politica smetta di fare da megafono ai padroni e si assuma le sue responsabilità? Quante vite sacrificate sull’altare del PIL, prima che qualcuno dica: basta?

Non bastano le lacrime né i minuti di silenzio. Serve lotta. Serve giustizia.
Serve soprattutto partecipazione attiva e consapevole.

L’8 e 9 giugno 2025, ogni cittadino italiano ha uno strumento potente nelle proprie mani: il voto referendario.
Non sprechiamolo. È fondamentale recarsi alle urne, partecipare in massa e raggiungere il quorum per invertire la rotta.

Votiamo SÌ ai quattro referendum sul lavoro, per:
• ripristinare l’articolo 18 e la tutela reale contro i licenziamenti illegittimi,
• cancellare i voucher che legalizzano il lavoro grigio,
• abolire l’abuso degli appalti a cascata,
• contrastare la precarizzazione strutturale dell’occupazione.

E votiamo SÌ anche al quinto quesito, per concedere la cittadinanza a chi nasce e cresce in Italia, rompendo il muro dell’esclusione e della discriminazione.

Solo così potremo iniziare a ricostruire una Repubblica fondata non solo sul lavoro, ma anche sulla dignità e sulla vita di chi lavora.

Non è una battaglia tecnica, è una battaglia morale.
È tempo di scegliere da che parte stare.

Boicottare il voto è un atto antidemocratico: la sovranità popolare non si tocca, non si diserta

Che questo governo fosse antidemocratico e reazionario lo si sapeva sin dal suo insediamento. Ma ora, con l’invito ufficiale da parte dei principali partiti di maggioranza a disertare le urne in occasione dei referendum su lavoro e cittadinanza dell’8 e 9 giugno, si tocca una nuova soglia: quella dell’attacco diretto alla sovranità popolare.

Antonio Tajani, ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia, ha dichiarato esplicitamente che la linea del partito è quella di non votare. Un messaggio subito raccolto anche da Fratelli d’Italia e Lega. E poco importa se questa posizione, sul piano strettamente costituzionale, è legittima: sul piano politico e morale è profondamente antidemocratica. Perché scoraggiare la partecipazione, nel tentativo di far fallire il raggiungimento del quorum, significa sabotare l’unico strumento diretto di democrazia popolare previsto dalla nostra Carta: il referendum abrogativo.

È una pratica antica e subdola, già utilizzata in passato contro consultazioni scomode. Una strategia che mira a impedire non solo la vittoria del “sì” o del “no”, ma il voto stesso. Si cancella il conflitto, si disinnesca la scelta, si svuota il diritto. Ed è questa la vera posta in gioco: non solo l’abrogazione del Jobs Act, non solo la riforma dei contratti a termine o la responsabilità negli appalti, ma la possibilità concreta per i cittadini di decidere, di contare, di esprimersi liberamente.

C’è, tuttavia, un’ipocrisia che non possiamo ignorare. Quando, nel settembre 2022, questo stesso governo si presentava agli elettori con un appello enfatico alla partecipazione, lo faceva in nome della libertà e della sovranità del popolo. Allora il voto era “sacro”, “fondamentale”, “strumento della democrazia”. Oggi, di fronte a una chiamata alle urne che riguarda temi cruciali per i lavoratori, i migranti, i giovani e i precari, il voto diventa un fastidio, un ostacolo, qualcosa da boicottare.

Questa doppia morale non è solo contraddittoria. È la prova evidente che il governo teme l’espressione del popolo.
Teme che milioni di cittadini possano esprimersi autonomamente, fuori dai suoi schemi di controllo e propaganda.
Teme un segnale politico chiaro, anche se il referendum formalmente non lo riguarda direttamente.
Teme, in sintesi, la democrazia attiva, quella vera, fatta di partecipazione e conflitto.

Il boicottaggio, dunque, non è solo un espediente tattico per impedire il quorum. È un’ammissione di debolezza politica, la paura malcelata di chi sa di aver perso consenso, di chi governa per inerzia, con incompetenza, di chi – in fondo – si comporta come uno “scappato di casa” che occupa il potere senza averne la legittimazione profonda. Ed è proprio per questo che oggi non possiamo restare fermi. Perché se accettiamo che il voto venga svuotato di significato, allora stiamo spogliando la nostra democrazia dell’unico strumento diretto che ancora ci appartiene.

Nel frattempo, i grandi media – gli stessi che ogni giorno dedicano intere trasmissioni alle beghe interne del potere – tacciono. A un mese dal voto, i cinque quesiti referendari sono completamente oscurati. Nessuna informazione, nessuna analisi, nessuna educazione civica. È un silenzio assordante, che ha un solo scopo: l’indifferenza. Perché senza informazione non c’è consapevolezza, e senza consapevolezza non c’è partecipazione.

E allora è qui che entra in gioco la nostra responsabilità. Occorre rilanciare la mobilitazione, fare appello alla dignità e al senso civico dei cittadini. Non importa se si è d’accordo o meno con i quesiti: votare è un diritto, ma soprattutto è un dovere democratico. È una presa di posizione contro chi vuole ridurre la democrazia a un rituale vuoto. È una risposta collettiva contro chi trasforma il Parlamento in un monologo e la Repubblica in una proprietà privata.

Se oggi restiamo a casa, domani potrebbero toglierci anche questa possibilità. E allora, quando lo strumento referendario sarà svuotato per sempre, dovremo fare i conti con la nostra complicità e la nostra inerzia.

Per questo, l’invito delle destre a non votare è molto più che una mossa tattica. È un’ulteriore conferma della deriva autoritaria in atto. Ed è per questo che, al di là delle bandiere, delle sigle, delle divisioni autoreferenziali e dei posizionamenti tattici, bisogna rilanciare un fronte comune di resistenza democratica. Un’alleanza sociale e politica, ampia e determinata, che unisca tutte le forze progressiste, laiche, cattoliche, civiche e sindacali. Non per un nostalgico ritorno al passato, ma per arginare un presente che somiglia sempre di più a un futuro distopico.

In molte nazioni europee la destra è già riuscita, una volta al potere, a restringere le libertà civili e costituzionali. Purtroppo questo sta avvenendo ora in Italia. Difendiamo il referendum. Difendiamo la democrazia.
un passa parola assordante,l’8 e il 9 giugno  Andiamo a votare!

Il veleno dell’odio e la dignità della verità: il caso di Taverna Santa Chiara e la repressione del dissenso filopalestinese

L’episodio accaduto il 3 maggio presso la Taverna Santa Chiara non è un semplice caso di tensione tra cliente e gestori. È, piuttosto, un termometro impietoso di un clima culturale avvelenato, nel quale il diritto alla parola, alla solidarietà e alla coscienza civile rischia di trasformarsi in un crimine. A essere colpita, in questo caso, è stata una realtà ristorativa e sociale che ha avuto l’unico “torto” di prendere pubblicamente posizione contro il genocidio in corso a Gaza, aderendo alla campagna internazionale per gli Spazi Liberi dall’apartheid israeliano. Il risultato? Una campagna d’odio organizzata, minacce di stupro e violenza fisica, diffamazioni pubbliche e intimidazioni che ricordano inquietantemente i metodi delle squadracce. Ma chi sono i veri violenti in questa vicenda?

Dal diritto all’indignazione alla criminalizzazione della solidarietà
Chi ha seguito la vicenda sa che tutto è iniziato quando una turista, dopo aver pranzato tranquillamente nel locale, ha iniziato a manifestare ad alta voce il proprio sostegno al governo israeliano e alle sue azioni contro il popolo palestinese. Una provocazione verbale che si è trasformata, nel momento in cui i gestori hanno ribadito — con lucidità e coscienza civile — la loro opposizione a un crimine contro l’umanità come il genocidio in atto. A quel punto, la turista ha accusato i presenti di antisemitismo, ha ripreso i lavoratori e i clienti senza alcun consenso — incluso un minore — e ha pubblicato i video sulla rete, accompagnandoli con accuse infamanti e bugie, scatenando un linciaggio mediatico.

La reazione, se non fosse tragica, sarebbe grottesca: minacce di spedizioni punitive, intimidazioni telefoniche, messaggi carichi di odio, auspici di stupro. Tutto questo per aver pronunciato una verità ormai conclamata da numerose organizzazioni internazionali, accademici, giuristi, testimoni: quello che Israele sta facendo a Gaza è un genocidio. E chi lo nega o lo giustifica è moralmente e storicamente complice.

Genocidio in diretta, ma censurato

Secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità di Gaza, più di 54.000 palestinesi sono stati uccisi in pochi mesi, la metà dei quali bambini. Ogni 15 minuti un bambino muore. Le infrastrutture sanitarie sono state distrutte, l’accesso all’acqua e al cibo è stato deliberatamente ostacolato, centinaia di migliaia di sfollati vivono senza riparo né cure. Tutto questo è stato documentato da agenzie umanitarie, medici sul campo, giornalisti indipendenti. Ma a nulla valgono i numeri se la propaganda riesce a rovesciare la realtà: il popolo che resiste viene accusato di terrorismo, quello che bombarda ospedali viene definito “difensore della democrazia”.

In questo contesto, chi osa anche solo nominare la parola “Palestina” senza associarla alla parola “terrorismo” diventa un bersaglio. Come lo è diventato il personale della Taverna Santa Chiara. La loro unica colpa? Aver detto la verità. E, soprattutto, averlo fatto in un Paese dove la stampa e la politica — salvo rare eccezioni — hanno smesso da tempo di raccontare i fatti, preferendo ripetere acriticamente le veline dell’ambasciata israeliana.

Un clima da caccia alle streghe

La reazione scatenata contro il locale è un segnale preciso: il dissenso va messo a tacere. E se non bastano le campagne denigratorie online, allora si passa all’intimidazione fisica, alle minacce sessuali, alla distruzione morale. Non è solo una questione di solidarietà alla Palestina. È, più in generale, la dimostrazione che nel nostro tempo dire la verità è diventato un atto rivoluzionario, come ammoniva George Orwell. E chi si permette di farlo in un clima ideologico costruito sulla censura, sulla menzogna e sulla criminalizzazione della resistenza, viene trattato da criminale.

Ma c’è di più. Ciò che emerge è un razzismo nuovo e antico allo stesso tempo: un razzismo antipalestinese, che permette di disumanizzare un intero popolo, ridurlo a “terroristi”, e legittimare il loro sterminio. Un razzismo che si nasconde dietro accuse infondate di antisemitismo, svuotando di significato l’autentica lotta contro l’odio verso gli ebrei per trasformarla in uno scudo ideologico a difesa dell’apartheid e del colonialismo.

Una questione di civiltà, non di schieramenti

Chi oggi si schiera dalla parte della Palestina non difende un partito o un movimento. Difende un principio di civiltà: il diritto di un popolo a non essere sterminato, a non essere deportato  dalla propria terra, a non essere considerato una “razza inferiore”. Difende l’idea che nessun crimine possa essere giustificato, neanche quando a commetterlo è uno Stato “alleato” dell’Occidente. Difende la verità contro la menzogna, la dignità contro il cinismo.

Conclusione: restare umani, costi quel che costi

Il caso della Taverna Santa Chiara non deve rimanere un episodio isolato da relegare alle cronache locali. Deve diventare un simbolo di resistenza civile. Perché se oggi si colpisce un piccolo ristorante che ha avuto il coraggio di esprimere un pensiero libero, domani chi sarà il prossimo? I docenti che parlano di Palestina a scuola? I giornalisti indipendenti? I cittadini che manifestano?

In un’epoca in cui il genocidio viene trasmesso in diretta ma rimosso dalla coscienza collettiva, l’indifferenza è complicità. E il silenzio è un crimine.

A chi oggi minaccia e diffama, noi rispondiamo con una sola parola: non vi temiamo. E a chi ancora non ha preso posizione, ricordiamo le parole di Desmond Tutu: “Se sei neutrale in situazioni di ingiustizia, hai scelto la parte dell’oppressore.”

Quando la democrazia diventa il cavallo di Troia dell’autoritarismo: il rischio della deriva illiberale

C’è un paradosso che inquieta le democrazie occidentali: quello per cui, proprio grazie agli strumenti e alle libertà offerte dal sistema democratico, possono emergere e affermarsi forze politiche che ne negano i principi fondamentali. È il paradosso dell’uovo della serpe: la democrazia libera consente l’ascesa di chi della libertà vuole farne scempio.

Non è una questione astratta. È il cuore di ciò che oggi mina alla base l’architettura costituzionale di molti Stati europei. E non riguarda solo i fantasmi del passato, ma i volti noti del presente: Trump negli Stati Uniti, Orban in Ungheria, Le Pen in Francia, Afd in Germania, Meloni in Italia. Il punto critico non è che queste forze siano contro la democrazia in senso procedurale — spesso ne rispettano le regole formali — ma che mirino a svuotarla di senso, minandone le basi liberali: separazione dei poteri, rispetto delle minoranze, indipendenza della stampa, primato della Costituzione.

È in questo quadro che si inserisce la discussione accesa in Germania sulla messa al bando di Alternative für Deutschland (AfD). I servizi segreti tedeschi hanno identificato in quel partito un pericolo per l’ordine democratico, definendolo «incompatibile con l’idea di libertà, giustizia e democrazia» su cui si fonda la Repubblica federale. Una posizione forte, figlia dell’antifascismo costituzionale tedesco, ma che solleva interrogativi non banali: è legittimo escludere forze politiche dalla competizione elettorale per il loro orientamento ideologico? E se sì, dove fissare il confine tra protezione della democrazia e repressione del dissenso?

Il rischio, come ha osservato il politologo Marco Valbruzzi, è che questa conventio ad excludendum finisca per rafforzare proprio ciò che si intende contrastare, alimentando la retorica della vittimizzazione e il consenso tra gli elettori più arrabbiati. Il vero antidoto all’autoritarismo non può essere una scorciatoia giuridica, ma una risposta politica e culturale. Una democrazia forte si difende sul terreno della partecipazione, della giustizia sociale, della trasparenza. Non rimuovendo il problema, ma affrontandolo alla radice.

Del resto, la crisi attuale non nasce nel vuoto. È frutto di decenni di politiche che hanno spogliato la democrazia del suo contenuto popolare, trasformandola in un contenitore vuoto, governato da élite tecnocratiche, mercati impersonali e poteri senza volto. I partiti socialdemocratici, progressisti e liberali hanno abbandonato le classi lavoratrici, smantellato lo Stato sociale, promosso l’austerità e ridotto il ruolo dei Parlamenti. In questo vuoto si è inserita la destra radicale, presentandosi come l’unica voce del “popolo tradito”.

È successo in America con Trump, dove l’evocazione di Dio, patria e proprietà ha coperto i peggiori impulsi autoritari. È successo in Europa con Le Pen, Orban e ora anche con Meloni, che in Italia vuole riscrivere l’assetto costituzionale con la riforma del premierato, l’autonomia differenziata, e una giustizia assoggettata al potere esecutivo. E ciò che inquieta non è tanto il contenuto delle riforme — già grave — ma il metodo: l’idea che si possa alterare la Costituzione a proprio piacimento, una volta conquistato il potere.

Ma la democrazia non è solo maggioranza. È anche garanzia. È limite. È equilibrio. È proprio ciò che distingue una Repubblica costituzionale da una tirannide elettiva. Come ricordava Norberto Bobbio, non basta il voto per definirsi democratici: servono contrappesi, divisione dei poteri, informazione libera e rispetto delle minoranze.

La tentazione illiberale — alimentata da piattaforme digitali trasformate in armi ideologiche, da leader cinici e da un sistema mediatico sempre più fragile — è ormai globale. Elon Musk, con la sua X, si è eretto a megafono della destra internazionale, difendendo AfD e attaccando la stampa professionale. Javier Milei in Argentina twitta che «non odiamo abbastanza i giornalisti», evocando lo spettro della violenza simbolica e non solo. In Italia, il governo alimenta un clima anti-costituzionale, mentre parte della stampa si è piegata all’infotainment o all’autocensura.

In questo scenario, la domanda diventa cruciale: può una democrazia tollerare la propria negazione? E, viceversa, può salvarsi diventando essa stessa illiberale?

La risposta, per quanto difficile, sta in un equilibrio fragile ma necessario: difendere con fermezza i principi costituzionali, senza usarli come clava per escludere il dissenso legittimo. Le forze dichiaratamente nemiche della democrazia liberale vanno denunciate, isolate e combattute sul terreno politico, culturale e sociale. Ma il rispetto delle regole deve restare saldo. Perché, se si imbocca la via dell’esclusione forzata, si rischia di legittimare ciò che si vuole delegittimare. E se la democrazia si difende con strumenti autoritari, non fa che anticipare la dittatura che dice di temere.

La via è un’altra. È ricostruire un tessuto sociale, riconnettere rappresentanza e realtà, ridare senso alla politica come progetto collettivo. È riaffermare la centralità della Costituzione — quella vera, quella scritta col sangue della Resistenza — come stella polare di ogni governo, di destra o di sinistra. Perché, in fondo, la libertà non si difende negandola, ma rendendola più forte, più giusta, più uguale per tutti.

Uranio impoverito: l’eredità radioattiva della guerra e la prima storica sentenza nei Balcani

Il 24 marzo 2025, il tribunale di Pancevo, in Serbia, ha emesso una sentenza destinata a fare storia: per la prima volta nei Balcani è stato riconosciuto, in sede giudiziaria, il nesso causale tra l’esposizione all’uranio impoverito e l’insorgenza di gravi patologie tumorali. La pronuncia arriva grazie al lavoro congiunto del pool di avvocati guidati da Srdjan Aleksijc e dall’italiano Angelo Fiore Tartaglia, già noto per aver costruito in Italia una solida giurisprudenza a tutela dei militari colpiti da malattie letali dopo le missioni nei Balcani.

La decisione del tribunale serbo non solo rompe un muro di silenzio, ma pone le basi per una mobilitazione giuridica e politica volta a tutelare migliaia di vittime civili e militari. In particolare, nei territori della ex Jugoslavia, bombardati dalla NATO tra il 1994 e il 1999, si è assistito a una vera e propria epidemia oncologica, in corrispondenza dei siti colpiti da munizionamenti all’uranio impoverito.

Cos’è l’uranio impoverito?

L’uranio impoverito (UI) è un sottoprodotto del processo di arricchimento dell’uranio. Estremamente denso e piroforico, viene utilizzato per produrre proiettili capaci di perforare corazze e veicoli blindati. All’impatto, queste munizioni rilasciano microparticelle di metallo radioattivo che si disperdono nell’ambiente, contaminando aria, acqua e suolo. Inalate o ingerite, queste particelle possono causare alterazioni genetiche, mutazioni cellulari, linfomi, leucemie, tumori ai polmoni, ai reni e ad altri organi vitali.

La NATO ha utilizzato queste armi nei teatri bellici dei Balcani, in Iraq, in Afghanistan, in Siria e ora anche in Ucraina. E ogni volta, come un’ombra silenziosa, le guerre si trascinano dietro una seconda ondata di morte: quella della contaminazione invisibile, persistente, e intergenerazionale.

I numeri della strage: tra Balkans, Iraq e Italia

Durante la guerra del Kosovo, furono sparati oltre 31.000 proiettili all’uranio impoverito, per un totale di circa 10 tonnellate di materiale radioattivo. I bombardamenti coinvolsero almeno 112 siti, molti dei quali ancora contaminati. Nei territori esposti si è registrato un aumento anomalo di malattie oncologiche sia tra la popolazione civile che tra i militari della KFOR.

In Iraq, i dati sono ancora più tragici. Dopo le guerre del 1991 e del 2003, città come Fallujah e Bassora hanno visto un’esplosione di malformazioni neonatali, tumori infantili e patologie rare. Secondo uno studio pubblicato dalla rivista International Journal of Environmental Research and Public Health, le percentuali di malformazioni a Fallujah hanno superato quelle registrate a Hiroshima dopo lo sgancio della bomba atomica.

Anche l’Italia ha il suo dramma silenzioso. Secondo l’Osservatorio Militare, oltre 7.500 soldati italiani si sono ammalati dopo le missioni nei Balcani, e almeno 366 sono deceduti. La IV Commissione parlamentare d’inchiesta ha accertato il legame tra l’esposizione all’uranio impoverito e le patologie riscontrate, ma il Ministero della Difesa continua a schermarsi dietro commissioni “indipendenti” che non producono risultati concreti, ostacolando il riconoscimento dei risarcimenti e della verità.

Il caso Ucraina: un crimine che si ripete

Nel 2023 il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno annunciato l’invio all’Ucraina di munizioni all’uranio impoverito da utilizzare con i carri armati M1 Abrams. In un conflitto già devastante, si è aggiunto un fattore di rischio a lungo termine per militari e civili. Secondo l’organizzazione britannica Campaign Against Depleted Uranium, l’uso di UI in Ucraina aprirà un nuovo ciclo di malattie e contaminazione ambientale, con conseguenze che dureranno decenni.

Nessuna guerra termina quando cessano le ostilità: il terreno avvelenato continua a colpire, mutando il DNA dei bambini non ancora nati, riducendo in polvere radioattiva la speranza di un futuro sano. L’uranio impoverito è un’arma codarda, perché colpisce a distanza di anni e non distingue tra nemici, alleati o civili.

La guerra è l’obbrobrio originario

Non esiste un uso “etico” della guerra. Non esiste una guerra pulita, chirurgica, legittima. La guerra è in sé un crimine contro l’umanità. E l’uranio impoverito, come le bombe a grappolo o le armi chimiche, non è che il volto più evidente e viscido di un sistema che trasforma le persone in bersagli e i territori in laboratori della morte.

Condannare l’uranio impoverito è doveroso, ma non basta. Occorre un rifiuto radicale della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Ogni guerra è sempre, inevitabilmente, un fallimento della politica e una ferita insanabile per l’umanità. Non ci sono guerre giuste: c’è solo la giustizia della pace, da costruire con la diplomazia, il disarmo e la cooperazione tra i popoli.

La responsabilità della NATO e l’urgenza di una messa al bando

La NATO, e con essa i governi che ne sostengono le operazioni, devono essere chiamati a rispondere non solo dei crimini diretti, ma anche delle armi impiegate e delle loro conseguenze sanitarie ed ecologiche. L’uso dell’uranio impoverito rappresenta una forma di guerra permanente: uccide anche in tempo di pace, mina i territori, distrugge la salute pubblica.

La sentenza serba rappresenta un varco: per la prima volta nei Balcani si riconosce la responsabilità giuridica legata all’uso di queste armi. Ma ora serve un passo in avanti: un’azione internazionale decisa per la messa al bando dell’uranio impoverito e l’imposizione di responsabilità chiare nei confronti delle istituzioni militari e politiche coinvolte.

Una lotta per la verità, contro la guerra e per la vita

Il lavoro dell’avvocato Tartaglia e dei suoi colleghi serbi dimostra che la giustizia può ancora farsi strada tra le macerie. Ogni sentenza che riconosce il nesso tra UI e patologie tumorali è una pietra sulla quale costruire la memoria e la tutela di chi ha pagato con la vita decisioni belliche irresponsabili.

Ma la vera sfida è ancora più profonda: smascherare la guerra nella sua natura sistemica, violenta, predatoria. E affermare un principio intransigente: la pace non è un’utopia, è l’unica via praticabile per un’umanità che voglia restare viva.

Contro chi marcia alla nostra testa: la guerra che dobbiamo combattere

Non è l’uomo al tuo fianco il vero nemico. Né quello che ti affronta sul campo.
Il nemico marcia alla tua testa.
È chi ti manda a combattere mentre la tua famiglia tira avanti a fatica, è chi ti spinge in guerra mentre a casa tua si taglia sulla sanità, sull’istruzione, sui diritti.

La verità è semplice, antica e sempre rimossa: o si lotta tra capitalisti per il dominio del mondo, o si lotta tra oppressi per la propria liberazione.
In questo bivio storico, il pacifismo da solo non basta più: serve l’antimilitarismo consapevole, quello che riconosce il vero volto della guerra e si organizza per disertarla, boicottarla, sabotarla. Non per servire padroni stranieri o governi asserviti, ma per restituire dignità al nostro stesso popolo.

Valerio Evangelisti ci ricordava che l’Internazionale francese invitava i soldati a rivoltarsi contro i propri ufficiali. E oggi, più che mai, quell’invito suona attuale.
Non si tratta di un atto romantico: è il principio base della guerra alla guerra.
Una guerra che si fa disertando, scioperando, paralizzando la macchina bellica.
Se le condizioni maturano, persino con la resistenza attiva.

Ci hanno addestrato per decenni a credere che ogni atto di ribellione fosse terrorismo, ogni scintilla di lotta una minaccia alla “civiltà democratica”.
Ci hanno fatto credere che l’unica lotta accettabile fosse quella filtrata dai sindacati di regime e dai partiti progressisti venduti, che di progressista hanno ormai solo la retorica vuota.

E ora, quando ai padroni serviamo come carne da cannone per alimentare le guerre del capitale globale, tentano il ribaltone: ci rispolverano l’europeismo da salotto, ce lo impastano con Hegel, Pirandello, e pretendono che combattere per loro sia un dovere morale.
Peccato che il popolo italiano – nonostante l’intossicazione continua dei media – questo inganno non lo beva più.
La stragrande maggioranza rifiuta il riarmo, rifiuta la guerra.
Non serve essere bolscevichi: basta avere buon senso, quello che ti suggerisce di sopravvivere ai prossimi dieci anni invece di farti ammazzare in nome di interessi che non sono i tuoi.

Da qui parte il nostro compito.
La guerra alla guerra non è un gioco di parole.
È lotta vera, capillare, nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di lavoro.
È denuncia serrata contro chi tradisce, contro chi vende il futuro del Paese.
È capacità di parlare al cuore della gente, di riconoscere la loro paura, la loro rabbia, la loro voglia di vivere.
È strategia di comunicazione che scavalchi il muro di menzogne costruito da chi fabbrica nemici interni per giustificare ogni emergenza repressiva.

Per fortuna, qualcosa si sta muovendo.
Durante la pandemia e ancora di più oggi, sono nate voci nuove, indipendenti, fuori dal coro tossico dei Mentana, dei Parenzo, dei loro cloni.
Web TV come Ottolina TV, progetti come Multipopolare, stanno iniziando a dare voce a un altro mondo possibile, a una sinistra che non si accontenta più di piagnucolare ma punta a organizzare la lotta di classe reale, antimilitarista, antimperialista.

Non sarà facile. Dovremo imparare dai nostri errori, riconoscere i nostri limiti.
Ma per la prima volta da anni si intravede una crepa nell’edificio della propaganda imperiale.
Un mondo multipolare emerge, fragile ma potente nella sua promessa: sovranità dei popoli, cooperazione tra nazioni, emancipazione concreta delle classi lavoratrici.
Un mondo dove il Comune prevale sull’avidità privata, dove lo Stato torna a essere il custode del bene collettivo e non il maggiordomo dei gruppi di potere.

Chi è il nemico, oggi, è più chiaro che mai.
È chi calpesta la Costituzione italiana, nata proprio dal rifiuto della guerra, della dittatura, dello sfruttamento.
È chi, mentre la osanna a parole, ne svuota ogni principio.
È chi trasforma l’Italia in un avamposto bellico, un protettorato senz’anima, un magazzino di missili puntati contro altri popoli.

A tutto questo bisogna rispondere.
Con intelligenza, con coraggio, senza illusioni nostalgiche, ma anche senza paura.
Perché questa battaglia non riguarda solo l’ideologia, riguarda la nostra sopravvivenza.
E, in fondo, riguarda anche qualcosa di più grande: il diritto dell’umanità a un futuro diverso da quello che i padroni della guerra stanno preparando.

La guerra alla guerra è iniziata.
E non torneremo indietro.

“Abbiamo costruito la nostra Guantanamo: il lager di Gjader e l’abisso dell’Italia”

Nel silenzio complice di molte istituzioni e nel cinismo di chi brandisce la paura come strumento di potere, è nato il nuovo volto della vergogna italiana: il centro di Gjader, in Albania. Un lager contemporaneo, costruito sotto il velo della legalità, ma intriso di violazioni dei diritti umani, torture psicologiche, isolamento forzato e disumanizzazione sistematica.

Le prime deportazioni verso Gjader si sono consumate nel buio più totale. Le persone, strappate dai Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) italiani, sono state trasferite con la forza, spesso ammanettate per ore, private dei loro cellulari, senza alcuna possibilità di comunicazione. Una volta varcato l’Adriatico, sono state inghiottite da un sistema di isolamento assoluto, in una “cattedrale del deserto” sorvegliata dal silenzio e dalla paura.

Nei prefabbricati di Gjader, il regime è spietato: nessun contatto libero con l’esterno, telefonate ridotte a pochi minuti sorvegliati e costose, cibo gettato a terra come per animali, celle chiuse giorno e notte. L’acqua bollente dai rubinetti, la luce accesa 24 ore su 24 come strumento di tortura psicologica, l’assenza di spazi comuni e di cure mediche adeguate sono la normalità. Su tutto, l’incubo della segregazione e dell’invisibilità.

La detenzione è trasformata in annientamento. I tentativi di suicidio si moltiplicano, i corpi sono legati, le menti schiacciate dalla paura. Chi prova a protestare viene isolato ulteriormente, rinchiuso in celle ancora più anguste. Non siamo più nel terreno della gestione dell’immigrazione: siamo nella gestione dell’annientamento della dignità umana.

Un sistema pensato per fallire, lo ammettono ora anche le sentenze: la Corte d’Appello di Roma ha smascherato il trucco della “extraterritorialità” che avrebbe dovuto giustificare il confino in Albania. Chi fa domanda di asilo da Gjader, secondo il diritto, deve essere trattato come se fosse ancora in Italia. E deve tornare. La propaganda della fermezza, i milioni sperperati per allestire questa moderna colonia penale, rischiano di sbriciolarsi sotto il peso del diritto e della coscienza.

Ma mentre il diritto ancora resiste, la carne viva di chi subisce resta martoriata.

Dietro i muri invisibili di Gjader, la violenza non è solo fisica. È l’umiliazione dell’essere ridotto a numero, a problema da spostare, a corpo inutile da segregare. È la risposta “pisciati addosso” data a chi chiedeva di andare in bagno. È il cibo portato per terra. È la privazione del sonno, la solitudine, la disperazione fatta sistema.

Questo è il frutto avvelenato del nuovo decreto sicurezza, già messo sotto accusa per incostituzionalità. Una legge che, con il pretesto dell’urgenza, ha eretto nuove barriere contro i più deboli, ampliato la repressione del dissenso, rafforzato lo Stato-padrone a scapito dei diritti fondamentali.

Gjader non è un incidente. Non è una svista. È il prodotto coerente di una strategia di governo che usa il dolore come moneta politica, che coltiva l’odio per raccogliere consenso, che mercifica la sofferenza umana per mascherare il proprio fallimento.

La nostra Guantanamo è realtà.

E non si trova su un’isola sperduta, ma a poche ore di navigazione dalle nostre coste. Creata con i soldi dei contribuenti italiani, applaudita da chi, senza vergogna, ha venduto il nostro diritto alla giustizia in cambio di una propaganda che odora di sangue.

Davanti a questa mostruosità, il silenzio è complicità. Denunciare, resistere, disobbedire a questa nuova normalità è un dovere morale prima ancora che politico.

Non possiamo e non dobbiamo voltare lo sguardo.

Il nome di Gjader deve pesare sulle nostre coscienze come un macigno. E sulle pagine future della storia, sarà ricordato come il simbolo di una vergogna da cui non potremo lavarci le mani.

La dignità umana non conosce confini.

È tempo di demolire i muri dell’odio. È tempo di riprendersi l’umanità.

25 aprile 2025. Ottant’anni dopo: resistere è scegliere ancora

Ottant’anni fa, sulle macerie del fascismo e dell’occupazione nazista, l’Italia scelse di rialzarsi. Non fu un miracolo, ma il frutto di una scelta collettiva, il risultato di migliaia di scelte individuali compiute in un tempo di dissoluzione dello Stato, di fuga delle élite, di diserzione delle istituzioni. Era l’8 settembre 1943 quando il re fuggiva, i generali si spogliavano delle loro divise, e il potere si sbriciolava lasciando il Paese in balìa di se stesso. Ed è lì che iniziò davvero il 25 aprile: quando in basso, nel cuore della società, si fece strada il coraggio di dire no. La Resistenza non fu una reazione spontanea, ma una presa di coscienza. Etica, politica, umana.

Oggi, a ottant’anni esatti da quella Liberazione, siamo chiamati a un esame di coscienza altrettanto radicale. Perché la festa del 25 aprile rischia di diventare un cerimoniale svuotato, un rito commemorativo incapace di incidere sul presente. Ma non è così che si onora la memoria dei partigiani. Non sono i vivi a celebrare i morti: sono i morti che convocano i vivi, come ammoniva Calamandrei, per chiedere conto di ciò che abbiamo fatto per non tradirli. E ciò che ci chiedono oggi non è nostalgia. È coerenza. È scelta.

Viviamo in un’epoca segnata da un rigurgito di autoritarismo, in cui il linguaggio e le pratiche del potere odorano di repressione e propaganda. Al governo siedono forze che non si limitano a strizzare l’occhio alla cultura fascista, ma che la rivendicano senza vergogna, con alleanze ambigue e pantheon inquietanti. Il loro armamentario politico si fonda sul nazionalismo bellicoso, sull’ossessione identitaria, sulla guerra ai migranti, sull’addomesticamento dell’informazione e sul disciplinamento delle coscienze, a partire dalla scuola. E in questo contesto la guerra diventa normalità, l’umanitarismo è sospetto, il dissenso è reato.

Ma se c’è una lezione che il 25 aprile ci ha lasciato, è che la libertà è figlia del conflitto. La democrazia non è mai neutrale: nasce da una scelta di campo. È antifascista, oppure non è. È inclusiva, oppure è discriminatoria. È partecipata, oppure è svuotata. Ed è proprio questo il punto: oggi siamo di nuovo chiamati a scegliere. Tra l’inerzia e la mobilitazione. Tra la fedeltà alla Costituzione o la sua riscrittura autoritaria. Tra la pace come valore irrinunciabile o il riarmo travestito da “sicurezza”.

La Costituzione come Resistenza presente

La nostra Costituzione non è una reliquia. È il lascito vivente della Resistenza, il suo corpo giuridico e politico. Non una carta astratta, ma un progetto in tensione, un patto da difendere e da attuare. Lo dice l’articolo 11, con parole inequivocabili: “L’Italia ripudia la guerra”. Ripudiare, non tollerare. E invece assistiamo al capovolgimento del senso: armi in Ucraina, silenzi su Gaza, investimenti miliardari in armamenti mentre i diritti sociali vengono erosi. L’ideologia della sicurezza armata si impone, e la guerra diventa strumento di legittimazione. Ma la Costituzione non prevede “guerre giuste”. Prevede la pace come orizzonte costituzionale. E chi oggi difende la pace, chi diserta il bellicismo di Stato, è più partigiano dei tanti che celebrano senza agire.

Lo stesso vale per l’articolo 10, che riconosce il diritto d’asilo a chi fugge da guerre e persecuzioni. Eppure ci siamo abituati a vedere morire in mare donne e bambini, mentre i CPR diventano lager legali, e le frontiere si militarizzano. La violenza non è più proiettata all’esterno, come nelle guerre coloniali: ora si esercita nel respingere, nell’indifferenza, nell’abbandono. Una nuova forma di fascismo quotidiano che si nutre di paura e disumanizzazione. La scelta, anche qui, è chiara: o si sta dalla parte dell’accoglienza e della dignità, o si è complici.

Libertà sotto attacco: il fascismo delle forme

Il nuovo fascismo non ha bisogno di stivaloni e camicie nere. Ha il volto dell’algoritmo, la voce delle conferenze stampa, la penna del legislatore. Oggi il dissenso è sotto attacco sistemico: decreti d’urgenza che reprimono il diritto a manifestare, sanzioni sproporzionate per chi resiste passivamente, restrizioni alla libertà di associazione e di parola. Il diritto alla protesta viene criminalizzato, e chi si oppone al pensiero unico dominante diventa nemico pubblico. La differenza tra “ordine” e “obbedienza” si fa sottile, e chi rifiuta di allinearsi viene isolato. È questa la nuova faccia del regime: legale, normativa, asettica. Ma non per questo meno pericolosa.

E mentre i corpi intermedi vengono svuotati, il Parlamento marginalizzato e la magistratura intimidita, prende forma un assetto di potere monocratico, fondato sulla verticalizzazione estrema delle decisioni. Il progetto del premierato elettivo, l’erosione dell’obbligatorietà dell’azione penale, la delegittimazione della Corte costituzionale sono tasselli di un disegno che punta a svuotare il pluralismo e a concentrare il potere nelle mani di pochi. È il “fascismo del nuovo millennio”, come lo ha chiamato Carlo Smuraglia. Non servono manganelli, bastano algoritmi, decreti, narrazioni egemoniche.

Memoria come scelta, non come nostalgia

Allora, che senso ha celebrare il 25 aprile nel 2025? Ha senso se diventa un giorno di impegno, di militanza, di scelta. Se torniamo a pensare alla libertà come a qualcosa che si conquista, ogni giorno. Se smettiamo di considerare la Resistenza un evento chiuso nel passato, e iniziamo a vederla come un processo aperto, una chiamata permanente. La Resistenza non è finita il 25 aprile 1945: è un dovere civile, una postura etica, un atto di coerenza.

Chi oggi lotta contro la guerra, contro il razzismo, contro le disuguaglianze, chi difende i beni comuni, la libertà di stampa, l’autonomia del pensiero, chi protegge gli ultimi e non si arrende alla propaganda del cinismo, è il nuovo partigiano. E la Costituzione, se vissuta davvero, è il nostro bastione. Non per nostalgia, ma per necessità. Perché, come ammoniva Gastone Cottino, oggi siamo di nuovo sull’orlo del baratro. E la storia non perdona chi si volta dall’altra parte.

25 aprile: scegliere, ancora.